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Fides News 20010911
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ISRAELE/PALESTINA Una Conferenza Internazionale contro rabbia e disperazione
Gerusalemme (Fides)
- La Nuova Intifada, scoppiata alla fine del settembre 2000, ha innescato un'escalation di violenze, attacchi terroristi e militari, distruzioni. Gli amari risultati sono: i circa 700 morti da entrambi gli schieramenti, il turismo bloccato, l'economia dei Territori e di Israele sull'orlo del collasso, il senso di essere in un tunnel senza via d'uscita. P. David Jaeger, francescano israeliano, giurista della Custodia di Terrasanta ha inviato a Fides un suo commento sulla situazione israelo-palestinese e sulle vie ancora possibili per la pace

Di fronte all'apparente interminabile susseguirsi di atti violenti e di reciproche rappresaglie fra israeliani e palestinesi, in tutti, personalità pubbliche e private, prevale un senso di tristezza e rabbia. Col passare del tempo, gli animi si inaspriscono e ciascuna popolazione sembra sempre più convinta di essere la sola ad avere ragione e la sola ad essere vittima di un nemico spietato e irrazionale. Sempre di più ci si convince che l'avversario non ha veri obbiettivi, ma vuole solo la "mia" distruzione. La pace è possibile quando, pur riconoscendo la contrarietà e l'inimicizia dell'avversario, i suoi obbiettivi sono di per sé ragionevoli e perciò c'è spazio per il dialogo e il compromesso. La propaganda ufficiale da entrambi i lati, rinforza questa immagine disperata; spinge la popolazione a sopportare grandi sacrifici e demonizza l'avversario. Gli avvenimenti delle ultime ore confermano questo stato di cose.

In queste condizioni sono poche le voci di moderazione e di dialogo. Ma c'è da segnalare il leader dell'opposizione della sinistra israeliana, Jossi Sarid. Egli, in modo imprevisto, per risolvere la crisi ha invocato "un tavolo internazionale". Che un leader politico in Israele invochi un tavolo internazionale è quasi un atto di alto tradimento. Che Sarid lo abbia fatto, è significativo dei livello di disperazione e di incapacità delle parti stesse.

In queste ore si parla molto di un altro incontro, quello di Peres con Arafat. Io voglio dire loro:

1. è senz'altro necessario giungere alla fine delle gratuite violenze reciproche, del terrorismo e delle difficoltà di popolazioni inermi, ma il cessate-il-fuoco non dovrebbe diventare l'oggetto esclusivo o unico dell'attività diplomatica internazionale. Il cessate-il-fuoco ha senso e potrà tenere solo se è in vista di una rapida ripresa dei negoziati di pace. Quello che ci vuole non è qualche sospensione precaria e ambigua delle reciproche ostilità, ma un trattato di pace, che ponga fine al conflitto che da decenni insanguina la Terrasanta.
2. i negoziati miranti al trattato di pace, dovrebbero essere avviati già con un'idea precisa e concordata del loro oggetto: ciò che mancava al processo di Oslo. Esso infatti si articolava in una serie di accordi interinali, ma senza definire la meta. In fondo essi prevedevano solo una serie di ritirate israeliani da parte dei territori occupati. Occorre invece una risoluzione definitiva dell'assetto territoriale. A Oslo si definivano le ritirate "a rate" degli israeliani, ma non si definivano le frontiere. E invece la frontiera deve essere chiara fin dall'inizio. Da questo conseguiranno le ritirate successive, il passaggio di consegne dell'autorità, la verifica della stabilità dei nuovi rapporti di pace.
3. i negoziati di pace si possono fare solo in regime di uguaglianza. Va eliminato il linguaggio del "concedere". La pace non si fa con le concessioni, ma col riconoscimento dei diritti altrui (e propri) e con l'elaborazione paziente e congiunta di come soddisfarli. Tali diritti si riferiscono a una terra dalle dimensioni modeste, con risorse abbastanza limitate. La pace si fa pensando ai bisogni di una popolazione e dell'altra e a come dividere il paese in modo equo. Per esempio, se vi sono risorse idriche limitate, occorre dividere in modo che palestinesi e israeliani abbiano uguale accesso alle risorse idriche, uguale quantità di risorse d'acqua pro-capite; ecc.

Quanto alla comunità internazionale, essa sembra sfiduciata. L'on. Sarid richiede "un intervento deciso" della comunità internazionale: deciso, non timido. Senz'altro è molto lodevole che le cancellerie si adoperino per far cessare il fuoco, ma devono porre davanti alle parti una visione molto netta, i principi chiari ed espliciti del trattato di pace che deve seguire alle cessazioni della violenza. L'Unione Europea e gli Stati Uniti non sono per nulla impotenti: essi dispongono di tutti i mezzi necessari per indurre le parti a fare quel che debbono fare. Del resto i principi del trattato di pace sono notissimi. Il processo di pace si fonda sulle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza, sui principi della Conferenza di Madrid (1991). Il trattato di pace esiste già in abbozzo fin dai negoziati di Taba, fra Israele e Palestinesi (fine 2000-inizi 2001). Non c'è nulla da inventare. Basta avere la volontà da entrambe le parti e anche da parte di UE e Stati Uniti di attuare queste risoluzioni e principi che esistono già. C'è pure l'occasione per ripartire: il mese prossimo saranno 10 anni dalla Conferenza di Madrid (iniziata alla fine di ottobre 1991), che rimane il quadro formale di tutti i negoziati successivi. Sarebbe opportuno, a mio avviso, che i co-sponsors della Conferenza di Madrid la convochino di nuovo. In questo quadro occorre pensare a una pace globale fra Israele e Palestinesi; fra Israele e Siria; fra Israele e Libano. Solo così si può mettere fine all'endemica instabilità di questa regione e ai molteplici, quotidiani pericoli dell'accendersi di un conflitto armato. P. David Jaeger ofm
(Fides 1110912001)

http://www.fides.org/bnews/ebn2000/ibnews010911.html

 
 
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