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Una reliquia insolita e misteriosa, singolarissimo testimone - se accettiamo gli argomenti di tanti scienziati - della Pasqua, della passione, della morte e della risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente!" Giovanni Paolo II Capitolo ILa storia antica della Sindone
Premessa La storia della Sindone di Torino - il più importante reperto studiato e conosciuto al mondo - viene suddivisa, per comodità di esposizione, in due grandi tronconi storici. Il primo è quello che gli studiosi chiamano il periodo antico, la cui storia fa riferimento ai primi quattordici secoli della vita del sacro Telo. Questa lontana e misteriosa storia incomincia nel momento in cui il Lenzuolo funebre di Cristo fu trovato, ormai giacente sulla pietra tombale senza più contenere il corpo esanime di Gesù, nel sepolcro gerosolimitano dagli apostoli Pietro e Giovanni. Maria di Magdala recatasi alle prime ore dell’alba in visita alla tomba di Gesù, per ottemperare alle onoranze funebri in vigore in quel tempo, giunta al sepolcro, scorge da lontano la pietra sepolcrale ribaltata e preoccupata per la presunta scomparsa del corpo del Maestro, corre a chiamare in aiuto il principe degli Apostoli e il discepolo amato dal Signore. Quando questi fatti accaddero, riportati poi fedelmente e storicamente dagli Evangelisti nei loro racconti sacri, era appena incominciata a Gerusalemme una normale mattina di primavera, il 9 aprile del 30 d.C., il giorno successivo alla Grande Pasqua ebraica. L’oggetto rinvenuto nel sepolcro dai due Apostoli, il telo funerario, è presumibilmente diventato, all’interno della nascente comunità cristiana gerosolimitana, un prezioso ricordo di ciò che era appartenuto alla persona di Gesù, anche se di un momento triste come quello della sua sepoltura. Crediamo, infatti, che da quel momento il santo Lenzuolo fu conservato gelosamente dalla primitiva comunità apostolica, comprendendo soltanto successivamente l’importanza della reliquia funebre del Messia. La piccola comunità di Gerusalemme, stretta affettivamente intorno alla madre di Gesù, fu la prima depositaria di una tale fondamentale traccia della avvenuta risurrezione del corpo di Cristo1, il Messia che ha vinto definitivamente, con il suo sacrificio, il peccato e la morte dell’umanità. Il primo periodo storico, quello che abbiamo definito antico, iniziato il giorno della risurrezione di Gesù, si conclude in tarda età medievale, ovvero nel 13532, data che segna la fine dell’intreccio plurisecolare tra storia, tradizione e leggenda, e contemporaneamente, l’inizio della presenza documentata del Telo - da quel momento in poi rimasto in Europa -, data che fa appunto da cerniera tra i due grandi tronconi storici summenzionati. Il secondo periodo, chiamato moderno, parte da quella data, il 1353, ed arriva fino ai nostri giorni. Vedremo, durante la trattazione dell’argomento, come la storia della Sindone sia stata oggetto continuo di peripezie e vicissitudini3, ma nonostante tutto il sacro Telo è stato sempre tratto in salvo. Oggetto di questo capitolo è la storia che riguarda il primo periodo della vita del Telo, quello cioè, che gli studiosi della storia antica della Sindone non hanno tardato a definire oscuro, incerto, non pienamente documentato, proprio per opporlo a quello successivo, il quale, come ben sappiamo, è invece avvalorato da numerose fonti che ne accertano la presenza seppur in vario modo : documenti, pubbliche ostensioni, atti notarili, opere letterarie e iconografiche, testimonianze, e negli ultimi cento anni, anche fotografie4. La storia antica della Sindone, oltre ad essere più lunga di quella moderna di ben settecento anni - particolare da non sottovalutare - è anche la meno conosciuta e la meno indagata dagli storici stessi: le fonti che la riguardano sono perlopiù quasi tutte da rinvenire, rintracciare e studiare - soprattutto quelle redatte nelle aree siro-palestinese5 e greco-bizantina - e, quelle già note agli storici della Sindone, sono in massima parte ancora da tradurre, interpretare e catalogare. Il nostro intento infatti, in questo lavoro di comprensione di ciò che ha interessato storicamente il Telo funerario di Cristo nel corso dei secoli, oltre a prendere in esame i vari aspetti legati alla vicenda telo sindonico - quali quello scientifico, filologico ed esegetico - è orientato soprattutto a enumerare e ad evidenziare le eventuali tracce della presenza della Sindone nel periodo antico da un punto di vista euristico. Si cercherà, quindi, di illustrare quante più fonti possibili per contribuire così a far luce su questo importante periodo di storia del Lenzuolo, che al dire della tradizione cattolica dovrebbe essere il panno funerario che avvolse il santo corpo di Gesù esanime dopo l’avvenuta sepoltura di rito giudaico nel sepolcro gerosolimitano, reperto rimasto per troppi anni trascurato sia dagli studiosi delle materie storiche che dagli stessi esegeti. Si vuole, quindi, grazie ad una più chiara e ordinata catalogazione dei documenti, collocare le varie tessere - tra loro ancora separate - dell’unico grande mosaico: lo studio delle fonti antiche dimostrerebbe la presenza e il culto della Sindone già nei primi secoli del primo millennio dell’era cristiana, avvalorando la tesi dell’autenticità e l’antichità del Telo, così come ormai molti storici e sindonologi6 affermano da alcuni decenni. Naturalmente oltre alla catalogazione di quanto già conosciamo, relativamente alla presenza della Sindone in età antica, crediamo sia indispensabile promuovere ulteriori ricerche dedite al rinvenimento delle fonti inedite, sicuramente ancora nascoste tra gli scaffali di antiche e impolverate biblioteche del vicino Oriente7. Soltanto con il rinvenimento di documenti storici, siano essi liturgici o artistici, gli studiosi e i sindonologi potranno confutare la tesi della contraffazione o del falso medievale, e chiudere definitivamente la polemica sorta negli anni ottanta intorno alla non autenticità della Sindone di Torino. È stato proprio in conseguenza al risultato radiocarbonico del 1988 che gli studiosi della Sindone si sono visti costretti nonché stimolati ad affrontare la questione dell’esistenza del Telo già nel periodo antico della storia cristiana; è utile ricordare che quell’analisi scientifica, condotta su alcuni filamenti del Telo, datò gli stessi in una età compresa tra il 1260 e il 1390 d.C.: per la prima volta, si dichiarò di trovarsi di fronte ad un manufatto medievale e non di fronte al vero Lenzuolo servito per la sepoltura di Gesù. Facciamo un passo indietro e torniamo ad occuparci della questione storica della Sindone, lasciando questa delicata questione dell’analisi radiocarbonica, la quale verrà successivamente affrontata quando parleremo dell’indagine scientifica del Telo, oggetto del IV capitolo. Prima di incominciare l’elencazione e la descrizione delle fonti antiche, credo sia utile suddividere ulteriormente il lungo periodo già ricordato in ulteriori quattro sotto sezioni storiche; così dunque la periodizzazione generalmente proposta dagli storici della Sindone: - prima tappa: dal I secolo d.C. al 544, anno nel quale si ricorda l’assedio persiano della città di Edessa e il ruolo della Sindone come palladio della città; - seconda tappa: dal 544 al 944, fase di nodale importanza della storia del Telo in quanto si celebra il trasferimento del Mandylion8 da Edessa a Costantinopoli, l’allora capitale dell’Impero romano d’Oriente; - terza tappa: dal 944 al 1204, data che ricorda il sacco di Costantinopoli avvenuto durante la IV crociata e il probabile trafugamento della Reliquia dall’Oriente all’Occidente; - quarta tappa: dal 1204 al 1353, periodo di un ipotetico viaggio della Sindone, durato 150 anni, probabilmente interessato anche dalla permanenza in Grecia e successivamente dell’arrivo nella città di Lirey, città della Francia, ad opera di un cavaliere crociato. La mappa che si ricava, dalla suddivisione storica appena fatta, viene confermata anche dalla ricerca palinologica che gli studiosi hanno operato sul tessuto sindonico, portando gli stessi a dichiarare che il Telo presente oggi a Torino ha effettivamente toccato i luoghi geografici summenzionati, ovvero l’area siro-palestinese, quella anatolica ed infine la zona alpina italo-francese. 1- Da Gerusalemme ad Edessa Gerusalemme è certamente il luogo principale e assolutamente primario rispetto a qualsiasi altra località, per attivare la ricerca storica sulla eventuale presenza della Sindone nei documenti antichi in Medio Oriente. Sappiamo che il Signore fu sepolto a Gerusalemme nel sepolcro di Giuseppe di Arimatea a pochi metri di distanza sia dal luogo della pietra dell’unzione che da quello della crocifissione. È noto, inoltre, sempre dalla lettura del Nuovo Testamento, che il pio ebreo sinedrita è anche l’autore dell’acquisto della Sindone in oggetto, stoffa acquistata a metro e quindi formata da un pezzo unico, senza cuciture, manufatto, che per la sua particolarità, costava molto. È da questo lungo pezzo di stoffa che egli avrebbe potuto ricavare - tagliando in più parti il telo -, non solo il lenzuolo funebre per contenerne ed avvolgere il corpo di Gesù, ciò che chiamiamo la Sindone, ma anche il sudario, fazzoletto da porre sul capo esternamente alla Sindone stessa, e le fasce - si pensa che siano almeno tre - utili per annodare e stringere il lenzuolo intorno al corpo ad unzione ultimata9. Sulle dimensioni della Sindone - al dire di Mons. Ricci, piuttosto eccessive rispetto a quelle in uso in quel tempo -, e sulle diverse misurazioni fatte al sacro reperto in epoca antica10 , ritorneremo successivamente quando prenderemo in considerazione le caratteristiche tecniche del Lenzuolo funerario di Cristo. Quanto alle testimonianze storiche su tale reperto - ci riferiamo cioè almeno alla Sindone, tralasciando il sudario e le fasce - non possiamo non partire che dai vangeli, i quali descrivono per primi i fatti accaduti intorno al sepolcro quella mattina successiva alla Pasqua ebraica. Il contenuto dei racconti evangelici sull’argomento in oggetto e la relativa esegesi di tali pericopi saranno trattati nei capitoli V e VI; qui ci limiteremo soltanto a verificare le eventuali tracce del Lenzuolo funebre nei documenti primitivi appartenuti o prodotti dalla comunità cristiana quali segni di una presenza antica della Sindone. Per quanto riguarda i testi dei vangeli canonici, nessun libro del nuovo testamento, però, mette in evidenza il destino dei teli lasciati da Cristo nel sepolcro dopo l’evento della risurrezione. Questo aspetto, a prima vista preoccupante ai fini della nostra ricerca, diventa invece interessante se lo si guarda con l’occhio e con la mentalità della comunità giudeo-cristiana appena formata a Gerusalemme, e non con il nostro metro di valutazione, sicuramente astoricizzato e decontestualizzato: si sa infatti che la primitiva comunità cristiana era ancora avvolta, influenzata e giudicata dal giudaismo ufficiale, quindi ancora immersa nella mentalità religiosa e sociale del tempo. In effetti, per comprendere l’ambiente nel quale i primi cristiani vivevano in Palestina, è sufficiente rilevare che, fino a tutto il IV secolo d.C., i seguaci di Cristo venivano chiamati dai giudei, nazareni e non cristiani, ritenuti cioè, dal giudaismo rabbinico, non una religione autonoma dall’ebraismo, ma una delle tante sette della religione di Israele che proliferavano in quel tempo in tutta l’area palestinese: basti citare i sadducei, gli zeloti, i samaritani, i farisei, gli esseni. I primi cristiani, quindi, non potevano ostendere il lenzuolo funebre di un condannato a morte, tra l’altro intriso di sangue e quindi ritenuto anche per questo impuro : le rigide norme deuteronomiche e precettistiche del fariseismo giudaico non permettevano tali leggerezze. Il semplice possesso di oggetti appartenuti ai condannati a morte era vietato dalla Legge di Israele11. Se a questo aggiungiamo che le prime persecuzioni contro gli eretici o minim12, avvennero a Gerusalemme già nell’anno 42 d.C., e che il martirio di Giacomo13, primo vescovo della città santa, si consumò venti anni dopo, nel 6214, il quadro si fa più chiaro quanto ad ostilità da parte della religione ufficiale contro la primitiva esperienza cristiana: la chiesa dell’Apostolo gerosolimitano venne fortemente perseguitata e le comunità giudeo-cristiane della città del Tempio furono costrette a rifugiarsi prima a Qumran15, all’interno nelle grotte sulle rive del Mar Morto, e poi a Pella, nella lontana Decapoli, nel 66 d.C., portando con sé tutto l’armamentario sacro16. Anche se dalla fonte appena citata non viene fatta una lista dalla quale evincere la presenza della Sindone, non possiamo a priori escluderla dal patrimonio sacro della antica comunità gerosolimitana in fuga. Infatti durante i lavori del Concilio di Nicea II, il famoso concilio che legiferò contro l’iconoclastia, siamo nell’ottavo secolo d.C., fu letta una lettera, non senza l’approvazione autorevole di san Atanasio, la quale riportava una antica tradizione di una immagine riportante l’intera figura del corpo di Gesù Cristo: "nel biennio che precedette la distruzione di Gerusalemme per opera di Tito Vespasiano, i fedeli furono avvertiti dallo Spirito Santo di lasciare Gerusalemme e di ritirarsi nel regno di Agrippa, rimasto alleato dei romani. Uscendo, dunque, dalla città, trasportarono con sé i loro oggetti più preziosi; è così che le immagini e le altre cose sacre furono portate in Siria ed ivi si trovavano". Stessa cosa avvenne, questa volta però sotto il dominio musulmano, nel 1006-1007 durante il califfato di El Hakem, quando i cristiani vedendosi minacciati dal governo musulmano, trasportarono nuovamente gli oggetti sacri da Gerusalemme a Costantinopoli, dove infatti gli elenchi delle reliquie conservate nella città anatolica dell’XI secolo riportano tra gli altri, la Sindone17. Ai fini delle prime documentazioni attestanti la presenza della Sindone e del destino dei teli appartenuti a Gesù Cristo per la sua sepoltura, relativamente agli anni successivi al I secolo, ci vengono in aiuto i vangeli apocrifi, così definiti non perché eretici o occulti, ma semplicemente nascosti o segreti; questi testi infatti erano riservati non a gente semplice, ma per l’istruzione di iniziati e di catecumeni, soprattutto di ambiente gnostico. I vangeli canonici invece - dal greco kanòn, cioè asta, bastone, regolo per misurare -, sono quelli codificati dalla Chiesa quali normativi per la fede cristiana e quindi validi per tutti18. Appare forte l’influenza della prassi ebraica la quale prima di arrivare al corpus biblico purificò gli scritti ispirati da quelli non ispirati, gli hisonim da quelli messi in disparte nel nascondiglio, i ghenuzim. Ci limitiamo qui solo a menzionare alcuni degli autori pseudoepigrafici più importanti, tentando una elencazione documentaria in base alla presenza del lemma sindone nei testi apocrifi. Il Vangelo secondo gli Ebrei, scritto in aramaico intorno al III secolo d.C., comunque anteriore al 250, al passo 1,3-10 così recita: "[In seguito alla risurrezione] il Signore dopo aver consegnato il lenzuolo (sindone) al servo del sacerdote si recò da Giacomo e gli apparve"19. È evidente l’intenzione, da parte dell’autore, di voler sottolineare la presenza della Sindone e la relativa conservazione del Telo all’interno della primitiva comunità cristiana di Palestina già dal II secolo d. C.; su questa pericope dell’apocrifo citato si sono fatte numerose interpretazioni20. La più importante è quella che fa riferimento alla tradizione secondo la quale Gesù consegnò la veste (il lenzuolo abbandonato dal giovane in Mc 14,52) a Malco, il rappresentante del Sommo Sacerdote - o meglio ancora, come etimologicamente il suo nome sembra suggerirci, al servo del Sommo Sacerdote - come prova che egli era risuscitato. Il Vangelo secondo gli Ebrei non ci è pervenuto in forma originale; abbiamo diversi autori antichi che lo citano tra cui Eusebio, Filippo, Epifanio, lo Pseudo-Cirillo, Origene e lo stesso Gerolamo, ma tutti in modo frammentario e parziale21. Il Vangelo di Pietro, quasi certamente siriaco, datato intorno all’inizio del II secolo d.C., nel racconto della crocifissione e della risurrezione al versetto 24 del capitolo VI, così dice: "Giuseppe avendo preso il Signore, lo lavò e lo avvolse in un telo e lo introdusse nella sua tomba". È da far notare subito la contraddizione tra il racconto dell’apocrifo di Pietro e il Telo di Torino il quale, come ben sappiamo, conserva le tracce delle macchie di sangue del cruciaro. Infatti la Sacra Scrittura e la tradizione letteraria giudaica, in particolare i trattati che si occupano della sepoltura22 , prescrivono che il morto deceduto di morte violenta e con perdita di sangue, sia sepolto non lavato e con il sangue che ha perso, dopo averlo accuratamente raccolto; nella cultura ebraica il sangue, chiamato perciò sangue di vita, è il luogo della presenza dell’anima. Il defunto deve inoltre essere sepolto lo stesso giorno (Dt 21, 22-23). Il contenuto del documento siriaco è tra l’altro anche in contrasto con la legislazione tuttora vigente presso gli ebrei e cioè il divieto di lavare i corpi dei defunti insanguinati prima della unzione e della sepoltura: questo rafforza ulteriormente quanto detto. Alcuni esegeti hanno affermato che la sepoltura di Cristo con il corpo insanguinato è da ascriversi alla fretta perché sopraggiunta la Pasqua, motivo sufficiente per avvolgere il corpo senza le prescrizioni rituali in uso. Vedremo nel capitolo dedicato alla sepoltura giudaica come questa tesi sia errata: il tempo che Giuseppe di Arimatea e Nicodemo hanno avuto per onorare la sepoltura di Gesù è stato più che sufficiente. Infatti la sepoltura che hanno operato sul corpo di Gesù è in perfetta linea con le procedure precettistiche: non dimentichiamo che i due giudei erano componenti del Sinedrio, la massima istituzione presente in Israele quanto ad ortodossia e soprattutto ad ortoprassia. Questo secondo documento, l’apocrifo di Pietro, non prova dunque la relazione tra il contenuto del testo e la Sindone di Torino, ma è senz’altro una pista importante per rintracciare elementi, sia pur minimi, della presenza dei teli funerari di Cristo all’interno dei racconti, prima orali e poi scritti, delle comunità cristiane primitive. Il Ciclo di Pilato, redatto in testo greco, è in buona parte una sorta di accusa verso i giudei per la condanna a morte di Gesù e la sollevazione delle responsabilità di Pilato che, in alcuni documenti, lo si fa anche convertire al cristianesimo facendolo divenire addirittura martire e santo23 . Interessanti sono i racconti riportati nell’apocrifo riguardanti l’interrogatorio del procuratore romano Pilato alle guardie del sepolcro di Cristo e l’arresto di Giuseppe di Arimatea, prima imprigionato dai Giudei per aver dato sepoltura al Signore, e poi liberato dal Cristo risorto e condotto quindi al sepolcro. Qui Giuseppe vede i teli distesi e soltanto allora comprende con chiarezza chi fosse il suo Liberatore24 . Un altro brano, utile al nostro scopo, è tratto dal Ciclo di Pilato, nel capitolo morte di Pilato al paragrafo 2, nel quale viene riportato il dialogo tra il messo di Tiberio Cesare, l’imperatore e la Veronica: la storia è molto simile a quella che si svilupperà anche in Siria con la leggenda del re Abgar. Quello che però è importante sottolineare è la risposta della Veronica al messo imperiale Volusiano quando le chiese informazioni su Gesù, il Dottore che guariva la infermità con l’uso della sola parola: "quando il mio Signore andava in giro predicando, poiché io soffrivo troppo a rimanere privata della sua presenza, volli farmene dipingere il ritratto, di modo che, quando fossi priva della sua persona, mi offrisse almeno conforto la vista della sua immagine. Ma mentre portavo una tela ad un pittore, perché la dipingesse, il mio Signore mi venne incontro e mi domandò dove andavo. Io gli confessai il motivo per cui mi ero messa in cammino ed egli allora mi chiese il panno e me lo restituì segnato dall’impronta del suo venerabile volto"25. Il racconto prosegue con il viaggio della Veronica a Roma e la condanna a morte di Pilato, il quale, sentendo la notizia, ovvero il comando dalla bocca dell’imperatore di morire di morte infamante così come egli aveva fatto con Gesù, si uccise con il suo stesso pugnale. Questa ulteriore fonte, sia pur fantasiosa, non solo per il racconto in sé, ma anche per i personaggi intervenuti - ricordiamo che la Veronica non è un personaggio ritenuto storico, del resto il suo stesso nome, vera icona, lo fa immaginare - ci fornisce prove in merito a tradizioni di immagini, di teli, di sudari raffiguranti il volto di Cristo che se non hanno dirette implicanze con la Sindone di Torino, fanno però riflettere sulla provenienza di tali tradizioni. Anche il Vangelo di Gamaliele, apocrifo etiopico del IV-V secolo d.C. parla dei lini sepolcrali di Gesù, ma con un altro epilogo: i teli a motivo del litigio tra Erode e Pilato sono elevati in cielo26. Il Medio Oriente dunque è l’area geografica dalla quale ci pervengono le prime notizie riguardanti la presenza del telo sindonico in età antica. Dobbiamo però dire che l’oggetto da noi chiamato almeno da settecento anni con il termine Sindone, nel corso dei secoli ha avuto diversi lemmi: uno di questi è stato senz’altro quello di immagine di Edessa; infatti la città che fa convergere più testimonianze sulla presenza di una immagine non fatta da mano d’uomo, in greco detta achiropita27, è appunto l’antica città anatolica, oggi chiamata Urfa, centro importante della attuale Turchia meridionale. Importanti storici, tra cui Ian Wilson, hanno sostenuto tale tesi, avvalorata sempre più dal contributo di altre scienze sindonologiche le quali ormai, quasi all’unanimità, si esprimono per l’antichità e l’autenticità del Telo, rafforzando sempre più l’identificazione del Mandylion di Edessa con la Sindone di Torino28. La Sindone e i teli custoditi inizialmente dagli Apostoli, dai discepoli e dalla primitiva comunità cristiana, dopo l’ultimazione delle persecuzioni da parte di Roma potrebbe essere venuta alla luce insieme ai cristiani stessi usciti anch’essi dalle catacombe. Naturalmente per le ragioni che vedremo - di natura teologica, storica, linguistica e liturgica -, la sindone ha avuto nel corso dei secoli differenti significati29, sia durante la permanenza in Oriente che in quella d’Occidente: i teli del sepolcro, l’immagine di Edessa, il Mandylion, la Sindone. Fatta questa doverosa parentesi possiamo ritornare ad occuparci dell’immagine di Edessa: la tradizione dell’immagine non fatta da mano d’uomo, così come fra poco vedremo, è molto antica. È una tradizione che sintetizza la confluenza di diverse redazioni, sia popolari che storiche, le quali presentano una poliedricità di contenuti, apparentemente in contraddizione tra loro. È nel corso del II secolo d.C. che l’immagine viene trasferita probabilmente da Gerusalemme alla città di Edessa, ma, per comprendere bene i passaggi di tali spostamenti, è bene far parlare le fonti. Innanzitutto cominciamo dalla Storia Ecclesiastica scritta da Eusebio di Cesarea nel 325 d.C., nella quale si narra che il re di Edessa dell’epoca di Cristo, Abgar V, detto Oukhama il nero, vissuto tra il 9 a.C. e il 46 d.C., chiese aiuto al Signore perché gravemente malato; egli infatti, avendo saputo dell’esistenza di un certo Gesù di Nazareth, chiamato il Cristo, operatore di miracoli e guarigioni, mandò in Palestina un suo inviato per chiedergli la grazia di visitarlo. Gesù però, pur declinando l’invito, non rimandò a mani vuote il messo, ma gli diede una lettera da far recapitare al re Abgar. Il contenuto dell’epistola però è trattato da altre fonti, citate successivamente in questo stesso capitolo. È da evidenziare il fatto che Eusebio non parla di un ritratto, di una immagine, ma di una lettera, forse per la sua nota avversione al culto delle immagini; ma su questo aspetto del problema iconoclastico torneremo ancora. Anche il vescovo di Gerusalemme Cirillo, in una delle sue Catechesi Mistagogiche, composte nel 355, fa riferimento, in una omelia pasquale, al lenzuolo funebre di Cristo quale fatto probante della avvenuta resurrezione del Signore: "Vera la morte di Cristo, vera la separazione della sua anima dal suo corpo, vera anche la sepoltura del suo santo corpo avvolto in un candido lenzuolo"30. Ma ancora più efficace è la descrizione che il vescovo gerosolimitano fa durante un’altra omelia, tenuta nel 348 durante una celebrazione eucaristica nella nuova chiesa del Santo Sepolcro, dove concretamente i cristiani appena usciti dalla clandestinità - e per questo potevano ostendere le proprie reliquie compreso il compromettente lenzuolo funerario di Cristo - potevano osservare il luogo del sepolcro e la pietra sepolcrale adagiata lì in mezzo a loro: "Molti sono i testimoni della risurrezione... la roccia del sepolcro, che accolse Cristo, e la pietra che resisterà in faccia ai giudei; questa, infatti, ha visto il Signore, pietra che allora fu rovesciata e rende testimonianza della risurrezione giacendo fino al giorno d’oggi; gli angeli di Dio, presenti, che fecero testimonianza per la risurrezione dell’Unigenito; Pietro, Giovanni e Tommaso, insieme agli altri Apostoli, dei quali alcuni accorsero al sepolcro; i lini della sepoltura, coi quali fu prima avvolto, che videro giacere dopo la risurrezione; altri palparono le sue mani e i suoi piedi e contemplarono i segni dei chiodi; e le fasce sepolcrali e il sudario che lasciò risorgendo... Lo stesso luogo, ancora sotto i nostri occhi, e questa Basilica edificata dall’imperatore Costantino, di felice memoria, spinto dall’amore di Cristo, che ammiri così ornata"31. Noto è anche il contributo della pellegrina e monaca Eteria, donna che veniva a piedi dall’Occidente, la quale in visita a Edessa nel 384, nel suo famoso Diario, annota che il vescovo della città, facendole visitare i luoghi più importanti, la conduce anche alla porta cosiddetta dei Bastioni, attraverso la quale, secoli prima, secondo la leggenda, era entrato l’archivista del re Hannan con in mano la lettera di Gesù. Eteria, a differenza di altre fonti - esclusa quella di Eusebio - non fa alcun cenno a immagini, forse per l’impossibilità, da parte delle comunità cristiane, ad ostendere immagini sacre, perché interessate da persecuzioni locali32. Sant’Epifanio di Salamis o Salaminia (315-403), nel 393, nell’Epistola indirizzata al vescovo di Gerusalemme Giovanni, gli comunica che in un pellegrinaggio verso la località di Bethel, a quindici chilometri a nord della città santa, trovò appesa all’ingresso di una piccola chiesa di Anablathà l’immagine di Cristo su un velo. Lo stesso san Gerolamo (+ 420) nel De Viris illustribus o anche chiamato De scriptoribus ecclesiasticis, fonte del 428, fa un riferimento esplicito alla Sindone citando il vangelo degli ebrei: "Il Signore avendo dato il telo funebre (sindinem) al servo del sacerdote, andò da Giacomo e gli apparve"33. Un’altra tradizione è invece fondata sulla Dottrina di Addai, - forse una deformazione del nome dell’apostolo Giuda Taddeo -, la quale sarebbe stata collocata tra la fine del IV secolo e la metà del VI, epoca dell’assedio della città di Edessa per mano del re persiano Cosroe avvenuto nel 544 d.C34. Il documento, di composizione siriaca, racconta che il re Abgar inviò il suo archivista e pittore Hannan da Gesù; questi fece ritorno ad Edessa con un’immagine del Cristo dipinta da lui stesso e con una lettera nella quale veniva promessa, da parte del Messia, l’incolumità della città contro l’assedio dei nemici, incolumità che manca nel contenuto della lettera riportato da Eusebio di Cesarea e per questo più breve oltre che più antica; lo storico di Cesarea, inoltre, non fa alcun riferimento all’immagine di Gesù. Durante l’assedio persiano alla città nel 544, fu trovato, da parte dell’esercito di Edessa, un pezzo di stoffa all’interno del muro che sovrasta la porta dei Bastioni, sulla quale era raffigurata un’immagine detta miracolosa e non fatta da mano d’uomo; si pensava fosse il volto di Cristo. Da qui il potere dato alla stoffa di aver contribuito a respingere gli assalitori persiani: è la tradizione che fa di quest’immagine il palladio della città35. Nel 525 il fiume Daisan inonda la città di Edessa : a darci memoria di tale sciagura è Procopio di Cesarea (527-565), importante storico bizantino, nell’opera La guerra dei Persiani, nel capitolo II. Nel racconto però Procopio non fa alcun riferimento all’immagine sacra, pur descrivendo l’avvenuto fallimento dell’assalto da parte del re Cosroe: questo è stato sventato, a suo dire, dietro compenso da parte del governo edesseno al re persiano, ottenendo così anche la relativa promessa di non ri-aggressione; nessun cenno alla difesa della città dato dal potere della stoffa miracolosa. Questo silenzio sull’immagine del volto di Cristo impressa sulla stoffa in qualità di palladio della città, metterebbe in discussione la veridicità del racconto di Evagrio lo Scolastico, il quale ha riportato, all’incirca mezzo secolo dopo Procopio, lo stesso evento storico; oppure pone le basi per la dimostrazione che il contenuto della lettera sia stato alterato cioè modificato nella seconda parte, quella che riguarda appunto la promessa di incolumità della città. Come si diceva prima, in occasione dell’aggiunta posteriore fatta alla lettera di Abgar, anche qui è accaduta probabilmente la stessa cosa. È dunque questa, una leggenda che ha voluto vedere nell’immagine non fatta da mano d’uomo anche una protezione militare per la città cappadoce36. Molti monumenti furono danneggiati nell’occasione dell’alluvione sopraddetta e Giustiniano (527-565), il futuro imperatore della grande riforma dell’Impero, mise mano alla ristrutturazione e alla ricostruzione della città. Tra i lavori di ripristino non fu esentata la chiesa di Santa Sofia, la ecclesia maior dei cristiani calcedonesi. È infatti in quella occasione che venne ritrovata l’immagine in oggetto. A lavori terminati le si diede un posto nell’abside laterale di destra della Basilica, dove fu opportunamente conservata, ma per molti anni celata alla vista dei fedeli37. Tali testimonianze sono riscontrabili in diverse fonti; ci soffermeremo soltanto su alcune di queste, le due più importanti. Incominceremo da quella dello storico greco Evagrio lo Scolastico (fine VI secolo), chiamato così in quanto giurista, il primo a documentarci l’esistenza di quest’immagine non fatta da mano d’uomo38 per passare poi all’Inno siriaco che dà per scontata l’esistenza e la conoscenza dell’immagine di Cristo achiropita39. Evagrio descrive nella sua Storia Ecclesiastica, (IV, 27), l’assedio avvenuto nella città di Edessa nel 544 da parte del re persiano Cosroe I Nirhirvan, sventato però dall’immagine che Cristo aveva inviato ad Abgar. Notiamo come per Evagrio l’esistenza dell’immagine e del relativo culto è accertata ad Edessa già prima dell’assedio40; la stoffa è chiamata da lui Mandylion, anche se non si trova la parola acheiropoiètos, ma, in sua sostituzione, theoteuctos, cioè opera di Dio, non confermata però da Procopio di Cesarea, nella sua La guerra dei Persiani, II: egli si limita a riportare che la fiducia degli abitanti di Edessa si fondava sulla lettera e più precisamente sulla promessa di incolumità. Dell’immagine non dice nulla, non per questo dobbiamo necessariamente concludere che non era a conoscenza della sua esistenza. L’Inno liturgico, invece, in un suo noto passo così recita: "Il suo marmo è simile all’immagine che-non da-mani (non fatta da mano d’uomo) e le sue pareti ne sono armoniosamente rivestite. E per il suo splendore tutto pulito e tutto bianco, esso raccoglie in sé la luce"41. Come si nota immediatamente dalla lettura del canto siamo di fronte alla descrizione della cattedrale di Edessa e tra le bellezze della stessa enumera anche l’immagine non fatta da mano d’uomo. Dagli scritti di Procopio di Cesarea, di Evagrio lo Scolastico e dell’Inno liturgico si evincono almeno due fatti importanti: nel VI secolo ad Edessa già si conosceva una immagine non fatta da mano d’uomo e la protezione dalla città, dalla lettera era passata all’immagine, cioè al Mandylion42. Del VI secolo è anche il prezioso documento intitolato Acta Thaddei, un rifacimento della Dottrina di Addai, più antica di almeno due secoli: il messaggero del re Abgar doveva ritrarre il volto del Cristo in modo perfetto, ma non ci riuscì. Il Signore allora decise di aiutarlo asciugandosi il volto su di un telo: "...Anania partì e dopo aver dato la lettera guardava attentamente Cristo e non riusciva a coglierlo. Ma lui che conosce i cuori se ne accorse e chiese il necessario per lavarsi; gli fu dato un telo piegato quattro volte. Dopo essersi lavato si asciugò il volto. Poiché la sua immagine si era impressa sul telo (sindon), lo diede ad Anania incaricandolo di portare un messaggio orale al suo padrone. Questi ricevendo il proprio inviato si prosternò e venerò l’immagine; egli fu guarito allora dalla sua malattia"43. Parte da qui la tradizione dell’immagine avvenuta mediante l’applicazione del telo sul viso. La stoffa che ha impresso l’immagine del volto di Cristo è stata chiamata tetradiplon, cioè piegata quattro volte doppio, ma anche Mandylion, cioè fazzoletto o asciugamani in lingua greca, ma etimologicamente proveniente dall’area semita. La formazione degli Atti di Taddeo viene collocata tra il VII e l’VIII secolo, nel periodo cioè compreso tra l’invasione persiana e l’inizio della famosa controversia sul culto delle immagini al tempo dell’imperatore romano d’Oriente, Leone III44. Gli Atti di Taddeo sono una fonte importante per comprendere le relazioni tra quanto descritto e la Sindone di Torino: il re Abgar incarica il messo Hannan a ritrarre l’aspetto di Cristo, la sua statura (elikìa), la capigliatura, e tutto il resto "tutte le sue membra". Quando Anania cominciò a ritrarre il volto di Gesù, questi chiese di lavarsi e gli fu dato un tetràdiplon. Quando si fu lavato, Gesù asciugò la sua persona e consegnò ad Anania l’immagine impressa sulla Sindone (en tei sindòni)45. Taddeo l’apostolo arrivò nella città di Edessa solo dopo l’Ascensione di Gesù, dove predicò e organizzò la comunità ecclesiale. La sua permanenza nella città anatolica durò cinque anni dopo i quali partì per Beyrouth dove qualche tempo dopo morì. È importante dire che soltanto in questo documento appare la parola greca tetràdiplon, almeno in forma non derivata. Nelle Cronache di Agapios si fa riferimento all’immagine dipinta su una tavoletta quadrata; forte è la relazione tra il termine greco tetràdiplon e quello semita del lemma quattro o quadrato: mrb (merebà). Infatti lo stesso Pseudo-Costantino parla di Abgar che aveva fatto fissare l’immagine sopra una tavola ornata d’oro46. Si descrive un grande rettangolo in mezzo al quale si vede la sola testa del Cristo47; il restante rettangolo invece è coperto da una griglia di losanghe, mentre ai bordi dell’immagine appaiono delle frange di tessuto. Il tessuto era quindi piegato in più parti, precisamente in otto, da qui il termine tetradiplon. Altro elemento da mettere in evidenza continuando l’analisi della fonte greca, è quello relativo al fatto che non si parla di un dipinto, dunque dell’utilizzo di colori per produrre l’immagine impressasi sul telo, ma di un volto impresso sulla stoffa con una sostanza liquida; si pensa sia il sudore come dicono del resto anche gli Atti di Taddeo. Altra fonte, questa volta siriaca, certamente di non secondaria importanza, è il Tractatus, del II-III secolo d.C., tradotto in latino nell’aprile del 769 dall’archiatra48 Smira in occasione del sinodo lateranense, convocato da Stefano III, Papa dal 768 al 772. Il testo è conservato nell’Università di Leiden in Olanda, catalogato come Vossianus Latinus, un manoscritto latino del X secolo. Secondo il Tractatus, l’impronta dell’uomo sul Mandylion è totale, frontale e dorsale: "porta impresso, oltre al viso, tutto il corpo...perché si distese sul lenzuolo". La fonte siriaca descrive inoltre la metamorfosi dell’immagine della figura di Cristo durante l’arco della giornata di Pasqua: questa si trasformava con il mutare delle ore: "prima il Cristo appariva come infante, poi bambino, quindi adolescente ed infine adulto, nella pienezza dell’età in cui il Figlio di Dio, venendo alla Passione, sopportò il terribile supplizio della croce per il peso dei nostri peccati. Questo racconto è spesse volte messo in relazione, dagli studiosi del vangelo apocrifo Atti di Giovanni; il documento, redatto nel II secolo, descrive che il Signore appare agli Apostoli ora anziano e ora bambino"49. Ultima fonte di questo periodo è l’Epistola del sinodo di Gerusalemme50, anch’essa di provenienza siriaca, ma di ambiente religioso melkita, è redatta in Gerusalemme durante il santo sinodo della Pasqua dell’anno 836. La fonte gerosolimitana fornisce importanti elementi quanto alla identificazione del Mandylion qui descritto con la Sindone di Torino: "ma lo stesso Signore e Salvatore dell’universo, quando ancora conversava sulla terra, impresse su un sudario l’impronta della sua santa effige (morphè). Quando vi deterse con le sue stesse mani il sudore (hidòta) del suo volto immacolato, subito vi rimase impressa, per la sua divina potenza, l’impronta (charakter) della sua santa effige, cioè tutti i suoi tratti distintivi come mediante colori (hos en chròmasi tisi) in virtù del suo divino potere, conservando somigliantissimo il suo divino sembiante col prodigio operato sul sudario. Ciò poté avvenire per la bontà del nostro Salvatore Gesù Cristo il quale apparve in terra e conversò con gli uomini. Questo sudario, venerato e figurato, il Signore stesso Nostro Salvatore lo ha inviato per mano del santo Taddeo apostolo ad un certo Abgar, toparca della città di Edessa. Questi, come se mediante questo, fissasse al presente come in uno specchio (hos enoptrizòmenos) colui che glielo aveva inviato, compreso da estatico stupore riceve, con fede inconcussa, il santo battesimo"51. Il documento mette in evidenza un aspetto importantissimo ed originalissimo rispetto agli altri finora qui elencati: la descrizione dell’immagine come se questa fosse in uno specchio, cioè, come diremmo noi oggi, impressa come un negativo fotografico: il verbo greco usato, enoptrìzomai, tradotto in latino intueor velut in speculo, indica una inversione dell’immagine, dal positivo al negativo. Anche in quest’ultimo caso la relazione con l’impronta sindonica, anch’essa impressionata in negativo, credo sia evidentissima; il proiettare il nostro sguardo sul telo e vedere Cristo come se fosse in uno specchio è il segno più evidente che ci si trova davanti ad una descrizione speciale. Il linguaggio di quel tempo poteva soltanto così definire l’effetto al negativo altrimenti indescrivibile.
2- Da Edessa a Costantinopoli Dalla redazione dagli Atti di Taddeo ha avuto inizio, come abbiamo più volte affermato, la tradizione secondo cui l’immagine di Gesù sulla stoffa è stata impressa mediante l’applicazione di un telo sul suo viso; l’operazione, al dire dei documenti, è stata fatta da lui stesso. Questo racconto viene riportato in due codici greci: il Vindobonensis del X secolo e il Parisinus del secolo XI. Il primo fa precisi riferimenti relativi alla traslazione del Mandylion da Edessa a Costantinopoli nell’anno 94452. Ci siamo addentrati così nel X secolo, momento storico carico di eventi importanti per le vicende del sacro Telo. Infatti famoso è il discorso dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito (912-959) quando, in qualità di esperto in pittura, impegnato a descrivere il lenzuolo funebre conservato in Costantinopoli e che la tradizione già faceva risalire ai panni sepolcrali del Cristo, così esordisce in una sua omelia: "E dunque riguardo all’impronta della forma teandrica di questo Verbo divino, che si è impressa senza tinta nel tessuto che l’ha ricevuta per la volontà meravigliosa del suo autore, che fu mandata allora da Abgar per la sua guarigione e che adesso per una provvidenza assolutamente divina, è stata portata da Edessa a questa regina delle città, per sua salute e salvaguardia, affinché sia manifesto che essa non manca di nulla, perché essa ha il diritto di prevalere su tutte in ogni cosa.....Quanto alla causa per cui, grazie ad una secrezione liquida senza materia colorante né arte pittorica, l’aspetto del viso si è formato sul tessuto di lino e in che modo ciò che è venuto da una materia così corruttibile, non abbia subìto nel tempo alcuna corruzione, e che tutti gli altri argomenti che ama ricercare accuratamente colui che si applica alle realtà come fisico, bisogna lasciarli all’inaccessibile saggezza di Dio". Subito dopo, l’omelia prende a descrivere la formazione dell’immagine teandrica: "Riguardo al punto principale dell’argomento tutti sono d’accordo e convengono che la forma è stata impressa in maniera meravigliosa nel tessuto dal volto del Signore. Ma riguardo a un particolare della cosa, cioè al momento, essi differiscono, cosa che non nuoce in alcun modo alla verità, che ciò sia accaduto prima o più tardi. Ecco dunque l’altra tradizione. Quando Cristo si avvicinava alla sua passione volontaria, quando mostrò l’umana debolezza e lo si vide nell’agonia pregare, quando il suo sudore colò come gocce di sangue, secondo la parola del vangelo, allora, egli ebbe da uno dei suoi discepoli questo pezzo di tessuto che ora vediamo e con esso si asciugò l’effusione dei suoi sudori. E subito si impresse quest’impronta visibile dei suoi tratti divini"53. Appaiono evidentissimi almeno due particolari che mettono in forte relazione il Mandylion descritto dall’imperatore con la Sindone conservata nel Duomo di Torino: in primo luogo Costantino riferisce che l’immagine di Cristo si è impressa sul telo in modo misterioso quindi senza l’uso di pigmenti o colorazioni varie; in secondo luogo indica la presenza sul tessuto di tracce di sangue, causate dall’agonia di Gesù nel Getsemani54 quando prese a sudare sangue dalla fronte (Lc 22,44). Sia quest’ultima descrizione che quella fatta da Symeon Magister55, sempre nel X secolo, contenuta nella Narratio de Imagine Edessena, fanno pensare che la stessa si riferisse più alla Sindone che ad un dipinto. La cronaca racconta delle due differenti descrizioni che i figli dell’imperatore Romano I Lacapeno (920-944) e il giovane co-imperatore Costantino VII fanno del Mandylion, quando la reliquia viene presentata alla famiglia imperiale: i due figli Stefano e Cristoforo dicevano di non vedere nient’altro che un volto, e Costantino, il genero di Romano, diceva invece di vedere sia gli occhi che le orecchie del Santo Volto: "Pochi giorni prima, (della deposizione di Romano ad opera dei suoi due figli) mentre tutti esaminavano l’impronta senza contaminazione del santo asciugatoio del Figlio di Dio, i figli dell’imperatore dicevano di non vedere nient’altro che un volto. Ma il genero Costantino Porfirogenito diceva di vedere occhi e orecchie. Il venerabile Sergio disse loro: "Avete visto bene in ambedue i casi". Essi risposero: "E che significa la differenza tra l’uno a l’altro?" Egli rispose: "Non sono io, ma il profeta Davide a dire: gli occhi del Signore si volgono verso i giusti e le sue orecchie verso la loro preghiera. Ma il volto del Signore si volge verso i malvagi per sterminare dalla terra il loro ricordo (Sal 33,16). A queste parole essi furono pieni di collera e complottarono contro di lui"56. Ciò che ci interessa della descrizione fatta differentemente dai tre è l’evanescenza dell’immagine impressa sul Mandylion tale da far dare interpretazioni diverse a chiunque la guardasse. Questi due documenti hanno fatto dire allo storico Ian Wilson che il Mandylion e la Sindone di Torino sono la stessa cosa: si ipotizza cioè la perfetta identificazione tra i due oggetti presi in esame nelle fonti medioevali, dimostrandone, come abbiamo fatto, le correlazioni57. L’immagine edessena dunque, quella cioè che fa vedere soltanto il volto di Cristo, non è altro che la Sindone piegata in otto parti: un ottavo di Sindone esposto alla vista dei fedeli è la parte del solo Volto; la restante parte del rettangolo veniva coperta da una griglia di losanghe, così descritta da più fonti. Medioevali sono anche la Storia Universale di Agapios, anch’essa del X secolo, e la Cronaca di Michele il Siro, del secolo XII58. Le due autorevoli fonti parlano sia della lettera di Gesù che della relativa promessa di incolumità della città, oltre che della presenza di un’immagine. Anche se opere tardive, sono però ritenute "sicure", perché null’altro che rielaborazioni dei documenti più antichi, e cioè di quelli sopra descritti: la Dottrina di Addai e la posizione di Eusebio di Cesarea. Dalle ulteriori fonti medioevali prodotte, laddove non fossero ancora sufficienti quelle antiche, è verosimile affermare che ad Edessa ci conservava una immagine non fatta da mano d’uomo, cioè achiropita, già nei primi secoli dopo la morte di Cristo; la sua scoperta definitiva, però, come abbiamo visto, verrà fatta soltanto nel corso del VI secolo. L’immagine arriva a Costantinopoli nel 944, dopo una battaglia combattuta dall’esercito bizantino contro il sultano di Edessa. Da quel momento il 15 agosto59, giorno nel quale si festeggia la Dormizione della Madre di Dio in Oriente e dell’Assunta in Occidente, diviene momento di ricordo di tale avvenimento60. Così infatti canta l’Inno liturgico, composto in occasione dell’accoglienza trionfale fatta alla Reliquia al suo arrivo nella capitale orientale: "Le parole del Cantico si sono adempiute in maniera intelligibile nella festa presente. Incarnato per noi, il nostro Dio dapprima ci ha fatto sentire la voce nei santi vangeli. Ora Egli mostra il suo volto, che ha disegnato asciugandolo, accreditando in questi due modi la meraviglia della sua ineffabile Incarnazione"61. Si può leggere in questa fonte liturgica la costante e progressiva presenza di Dio nella storia dell’uomo: come la rivelazione antica parte dalla esperienza che Abramo fa nel deserto quando sente la voce di Dio che lo interpella e questa trova il suo massimo compimento in Cristo, il figlio di Dio e Dio stesso, il Logos, il quale si incarna, nella rivelazione nuova, per incontrare l’uomo e dirgli definitivamente la verità tutta intera, così il vangelo, la buona novella, trova la sua ulteriore presenza di Cristo tra gli uomini non solo nella Parola annunciata, ma anche nell’immagine impressa sul telo. È l’ostinato desiderio di Dio a voler dimorare in mezzo agli uomini62. Il passo veterotestamentario che L’Inno liturgico riporta è la pericope di Ct 2,14: "O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro". Il rapporto voce-volto è ben messo in evidenza in questo brano il quale sintetizza ciò che la liturgia cattolica celebra durante il mistero della Santa Messa, la proclamazione della Parola prima e la Presenza di Cristo nella Eucaristia dopo. La fonte più importante che attesta la presenza della Sindone a Costantinopoli è l’Omelia di Gregorio Referendario, funzionario della corte imperiale nel X secolo. L’Omelia, tenuta dall’arcidiacono in occasione dell’arrivo della Reliquia in Santa Sofia il 16 agosto, presenta, rispetto alle altre fonti, almeno due elementi di novità: afferma, innanzitutto che l’immagine di Edessa non è stata prodotta nel corso del ministero pubblico di Gesù per soddisfare il desiderio di guarigione di Abgar, ma durante l’agonia del Getsemani, come già l’omelia di Costantino VII Porfirogenito aveva timidamente detto; essa si è formata quindi non con l’acqua con cui Cristo si sarebbe inumidito la faccia, ma col sudore di sangue. In secondo luogo, che l’immagine impressa sul telo non riporta solamente il volto, ma il corpo e le macchie di sangue e acqua63. Questa la descrizione fatta da Gregorio a proposito della misteriosa immagine: "Il fulgore (dell’immagine) è stato impresso dai soli sudori dell’agonia del volto dell’Autore della Vita, che sono stati colati come grumi di sangue, e dal Dito di Dio. Sono essi (i sudori) gli ornamenti che hanno colorato la vera impronta di Cristo. E, dopo che essi sono colati, è stata abbellita dalle gocce del proprio costato"64. Un’opera liturgica importante che testimonia ulteriormente la presenza della Sindone in Costantinopoli è quella di Cristoforo di Militene (1000-1050): "Su una Sindone, perché vivente, hai impresso le tue sembianze; perché morto, vestisti, ultima, la Sindone". Il sinassario del monaco Simeone Metafrastata (+1000) completa le fonti eucologiche: qui è narrata la vicenda del Mandylion di Edessa. Si ottiene così una lunga sequenza storica nella quale le testimonianze relative a un’immagine non fatta da mano d’uomo, sono tra loro legate in maniera quasi sorprendente a quelle che parlano dei panni sepolcrali di Cristo, conservati a Costantinopoli tra le reliquie della Passione65. Una miniatura che rappresenta il trasferimento del Mandylion da Edessa a Costantinopoli è quella che va sotto il nome di codice Skylitezè, il cronografo bizantino Giovanni, all’epoca dell’imperatore Alessio I Comneno (1081-1118); nel disegno è raffigurato l’imperatore Romano I Lacapeno (920-944) che riceve la Reliquia dalle mani di un sacerdote e con una scritta in calce alla miniatura stessa: To hagion Mandylion, il Santo Mandylion66. Nel monastero di Santa Caterina sul Sinai, fondato dall’imperatore bizantino Giustiniano, si trova una icona che riproduce molto similmente le raffigurazioni della miniatura del codice Skylitezè; l’unica importante variante è che il personaggio ricevente il dipinto dall’apostolo Taddeo è il re Abgar. Il re di Edessa ha sulle ginocchia un velo, guarnito di frange, sul quale è chiaramente visibile il capo del Salvatore. È evidente il parallelismo che questa icona vuol fare tra il re Abgar e l’imperatore bizantino Costantino Porfirogenito da una parte e tra la protezione concessa alla città di Edessa ora passata all’Impero. Sarà il cronista crociato Robert de Clary, cavaliere di Piccardia, nella sua opera La Conquête de Constantinople del 1204, a parlare di una Sindone, esposta ogni venerdì nella chiesa di Santa Maria di Blacherne in Costantinopoli67, e a riferire che sul telo in oggetto fosse chiaramente visibile la figura del Cristo; il cavaliere francese, nella stessa opera, la Storia di quelli che conquistarono Costantinopoli, ha enumerato le reliquie che la chiesa conservava in quell’anno e le bellezze delle costruzioni della capitale dell’impero. Così dunque l’importante descrizione, riportata nel capitolo XVII della fonte, della figura vista, crediamo personalmente, dal Clary prima che la Nuova Roma cadesse nella mani dei latini: "E fra queste altre chiese, ce n’è un’altra che si chiama Signora Santa Maria delle Blacherne, dove si trova la sindone in cui Nostro Signore fu accolto, che ogni venerdì si esponeva in tutta la sua altezza, tanto che vi si poteva ben vedere la figura di Nostro Signore. Né alcuno seppe, né Greco, né Francese, che ne avvenne di questa sindone quando la città fu conquistata". Se il cronista ha volutamente espresso la descrizione dell’impronta sindonica con il termine figura e non con quella solita di volto è perché evidentemente egli vedeva l’intera raffigurazione del corpo del Signore; ma il cavaliere d’oltralpe ci lascia anche un altro indizio importante da evidenziare: nessuno seppe cosa accadde alla Reliquia dopo il sacco del 12 aprile del 1204. Una data però sembra certa: nel 1247 la Sindone era ancora in Costantinopoli; in quell’anno Baldovino II ne inviò al cugino, Luigi IX di Francia, una parte di tessuto "partem sudarii"68. Si sa inoltre dai discorsi di Nicola Mesarites che la chiesetta di Santa Maria del Faro, il luogo della conservazione delle reliquie prima che passassero nella chiesa di Santa Maria delle Blacherne, conteneva ben dieci resti dei racconti della vita di Gesù: il decalogo fu più volte imposto alle orecchie di quanti organizzavano rivolte e profanazioni, una per tutte quella di Giovanni Comneno il quale voleva ribaltare il seggio imperiale. La fonte descrive la stoffa come molto pregiata, ancora profumata e, particolare interessante ai fini della comparazione con il Lenzuolo di Torino, il corpo di Cristo è nudo; ciò che per Clary era tratto a figura intera, qui diventa nudo. Molte altre testimonianze potremmo ancora citare, ma si potrebbe rischiare di appesantire la lettura; ci basta affermare che in Oriente il culto di una immagine non fatta da mano d’uomo, di difficile descrizione e rappresentante un uomo in tutta la sua figura, per di più nudo, non era una cosa estranea69. Dopo quasi 150 anni, nel 1353, la Sindone appare a Lirey in Francia; il possessore è Geoffroy de Charny, cavaliere crociato e omonimo del templare arso vivo cinquanta anni prima. È l’ultimo anello della catena che chiude la storia orientale e apre quella occidentale, oggetto di esposizione del capitolo successivo.
Note del I Capitolo 1 Sappiamo che le prove della risurrezione di Gesù Cristo sono tutte da accreditarsi alle diverse apparizioni del Risorto ai più stretti suoi seguaci e agli Apostoli stessi. Quella del Telo più che una prova della avvenuta resurrezione era compresa, dalla primitiva comunità di Gerusalemme, come un ricordo personale di ciò che era appartenuto al Maestro. 2 Da questo momento la Sindone risulta in possesso di Geoffroy di Charny, un cavaliere crociato, il quale la consegna ai canonici di Lirey, piccola cittadina della Francia. 3 Ricordiamo soltanto i vari incendi e gli spostamenti che il Telo ha fatto da Gerusalemme a Chambéry per giungere poi finalmente a Torino; i contrasti tra le curie locali; il trasporto segreto della Sindone nel Santuario di Montevergine (Avellino) per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. 4 È infatti dallo sviluppo della prima fotografia scattata al telo sindonico nel maggio del 1898 dall’avvocato Secondo Pia che la Scienza ha potuto dare inizio alla ricerca: i numerosi particolari emersi dal negativo fotografico non sono visibili ad occhio nudo. 5 Marlene Eordegian, una studiosa armena della Hebrew University di Gerusalemme, sta conducendo una ricerca su manoscritti inediti i quali attesterebbero la presenza della Sindone, sia in campo liturgico che storico-letterario, nella chiesa orientale dei primi secoli. Cfr la relazione tenuta al convegno di Asti il 2 maggio 1998, organizzato dall’ENEC (Europe-Near East Centre) e dal Centro Culturale P. Frassati, dal tema: "La Sindone. Tra Oriente ed Occidente". 6 Sono così definiti gli studiosi della Sindone che pur appartenendo a differenti scienze, se ne contano almeno trenta, ne formano una nuova: la sindonologia. 7 La Conferenza Episcopale Italiana, ha affidato all’ENEC (Europe-Near East Centre), un progetto di ricerca relativo al rinvenimento di eventuali manoscritti inediti riguardanti la Sindone di Torino in età antica. Le piste che si stanno battendo riguardano le fonti greche, armene, siriache ed arabe. Il Fondo costituito ha dato così la possibilità di avviare alcune delle ricerche summenzionate con risultati, ci auguriamo, interessanti ai fini di un maggior contributo relativo alla presenza e al culto della Sacra Sindone in Oriente già nei primi secoli dell’era cristiana. 8 Termine greco che traduce il lemma fazzolettone o asciugamano. La tradizione fa del Mandylion la stoffa sulla quale si sarebbe impresso il volto di Cristo in modo misterioso e che fa riferimento ai racconti del re Abgar e delle vicende della sua città, per questo chiamato il Mandylion di Edessa; nel paragrafo successivo si tratterà della complessa questione circa l’identificazione del Mandylion con la Sindone di Torino. 9 Per la distinzione dei teli funerari e delle caratteristiche peculiari degli stessi, il V e il VI capitolo affronteranno diffusamente l’argomento. Del Sudario conservato dal IX secolo ad Oviedo, nella Cattedrale, dobbiamo subito dire che le macchie di sangue presenti sul telo spagnolo sono dello stesso gruppo sanguigno riscontrato sia sulla Sindone di Torino che nel più importante miracolo eucaristico del mondo: il miracolo di Lanciano (cfr ns. nota 96). 10 Le diverse misurazioni fatte sulla Sindone sono attestate da fonti autorevoli quali la misurazione di Arculfo, pellegrino nel 670 in Gerusalemme, e dall’imperatore Giustiniano (527-565), al punto da ricavare una unità di misura valida in tutto Oriente, chiamata per questo mensura Christi. 11 È altrettanto evidente la situazione di disagio che la primitiva comunità cristiana viveva in quel tempo a Gerusalemme, in Palestina e nell’intera Ecumene: il cristianesimo, come è noto, è stato perseguitato in tutto l’Impero romano fino agli inizi del IV secolo d.C. 12 I cristiani già all’inizio del II secolo vennero apostrofati eretici dai giudei, in ebraico minim; cfr la Dodicesima Birkàt ha-mmìnìm della Tefillàh o Amidàh giudaica, in NICOLA BUX, La Liturgia degli Orientali, p 23, Bari 1996, (Quaderni di O’ Odigos, 1/1996). 13 Il fratello del Signore fu ucciso per invidia dal Gran Sacerdote Anania, suocero di Caifa; quest’ultimo era il vero Sommo Sacerdote facente funzioni al tempo del processo di Gesù. 14 L’apostolo Giacomo viene fatto precipitare dal pinnacolo del Tempio sul quale il diavolo aveva trasportato Gesù per tentarlo (Mt 4,5). 15 Località desertica a venti chilometri dalla capitale della Giudea, conosciuta anche come il luogo di ritiro del monachesimo ebraico: gli esseni. 16 Cfr EUSEBIO di CESAREA, Storia Ecclesiastica, III 5,3. 17 Cfr GIULIO RICCI, La Sindone Santa, p XXII ; XXXIV, Roma 1976. 18 Di Origene è la famosa frase che sancì definitivamente i vangeli apocrifi non canonici: Ecclesia quattuor habet evangelia, haeresis plurima. 19 Vangelo degli ebrei, in I Vangeli apocrifi, a cura di MARCELLO CRAVERI, p 275-277, Torino 1990. 20 Sulla Sindone come simbolo della trasmissione di un potere sacerdotale e non come Reliquia, cfr. Carlo Papini, Il Vangelo dei Giudeo-cristiani e la Sindone di Gesù, <Approfondimento Sindone>, p. 21-26, Anno I, vol. II (1997). 21 GIROLAMO, De Viris illustribus, 2 (PL 23, 641, n. 831); Apocrifi del Nuovo Testamento, I, a cura di LUIGI MORALDI, p. 376, Torino 1971. 22 Cfr Kitzur Shulchan Aruk, in BONNIE B. LAVOIE, <Sindon> 1981, q. 30; cfr ABRAHAM COHEN, Il Talmud, Bari 1999. 23 La moglie di Pilato Claudia Procula (o Procla) è per la chiesa greca, santa; è festeggiata il 27 ottobre nel calendario liturgico. Cfr VITTORIO MESSORI, Patì sotto Ponzio Pilato. Un’indagine sulla passione e morte di Gesù, p 87, Torino 1992. 24 Cfr Dichiarazione di Giuseppe di Arimatea, in I Vangeli apocrifi, p 401-409. 25 Per i testi dei vangeli apocrifi consultare I Vangeli apocrifi, a cura di M. CRAVERI. 26 Cfr L. MORALDI, Apocrifi del Nuovo Testamento, Torino 1971. 27 Le immagini achiropite nel mondo iconografico sono diverse; si tratta sostanzialmente di immagini impresse su teli, delle quali però non se ne conosce la natura e la causa. 28 Di diverso parere è lo studioso ANTONIO LOMBATTI, cfr Impossibile identificare la Sindone con il Mandylion: ulteriori conferme di 3 codici latini, <Approfondimento Sindone>, Anno II, vol. 2 (1998), p. 1-30; interessante è la risposta al prof. Lombatti da parte dello storico americano DANIEL SCAVONE, sostenitore dell’identificazione della Sindone di Torino con il Mandylion, cfr Comments on the article of A. Lombatti, <Approfondimento Sindone>, Anno III, vol. I (1999), p. 53-66. 29 Sindòn, telo, veste, mantello, panno, othòne, lenzuolo, tela, abito, drappo, tessuto, etc. 30 Cfr CIRILLO di GERUSALEMME, Le Catechesi: ventesima Catechesi o seconda catechesi mistagogica 7,13, in Collana di Testi Patristici a cura di ANTONIO QUACQUARELLI, Roma 1993. 31 CIRILLO di GERUSALEMME, Catechesi Mistagogica XIV,12. 32 Cfr ETERIA, Diario di viaggio, traduzione di C. ZOPPOLA, Roma 1979. 33 GEROLAMO, De viris illustribus, c 2 ; PL 23, p 612-613. 34 A confutare la tesi che la fonte siriaca in oggetto sia la "prova" dell’esistenza della Sindone oggi conservata a Torino già nel V secolo d.C. è lo studioso PIER ANGELO GRAMAGLIA; cfr dell’autore, La Sindone di Torino: alcuni problemi storici, <Rivista di Storia e Letteratura Religiosa>, 24 (1988) n. 3, p. 526-531; cfr anche I cimeli cristiani di Edessa, <Approfondimento Sindone>, Anno III, vol. I (1999), p. 1-51. 35 Cfr A.M. DUBARLE, O.P., Storia antica della Sindone di Torino, p 113-125, Roma 1989. 36 Ivi, 101. 37 Il divieto di vedere le reliquie è una prassi molto presente nella Chiesa cattolica e non solo. L’interdetto è stato in parte moderato soltanto negli ultimi anni, e cioè dopo il Concilio Vaticano II. 38 In questa fonte non compare il termine acheiropoiètos, ma la parola theoteuctos, opera di Dio, cfr DUBARLE, op cit, nota 1, p. 99. 39 Cfr DUBARLE, Storia antica, p. 99-111. 40 Per il prof. GRAMAGLIA la fonte bizantina è una rielaborazione e una manipolazione di Evagrio che integra nel 593 i racconti di Eusebio di Cesarea e quelli di Procopio. Cfr dell’autore, La Sindone di Torino, p. 538-539. 41 Strofa IX, traduzione Dupont-Sommer. A tal proposito è interessante confrontare il passo con Dn 2,34: "Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma non per mano di uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che era di ferro e di argilla, e li frantumò". Cfr DUBARLE, Storia antica della Sindone di Torino, nota 12, cap V, p 103, Roma 1986. 42 La trasposizione della protezione, dalla lettera all’immagine, è stata influenzata e contaminata dalla esperienza della vicenda legata all’immagine di Kamuliana, un paese della Cappadocia, che possedeva un’immagine non fatta da mano d’uomo, la prima ad essere definita in tal modo, utilizzata dall’esercito dell’imperatore contro la lotta ai persiani. Cfr DUBARLE, Storia antica, p 107. 43 Ibidem, p 109. 44 GINO ZANINOTTO, La Sindone di Torino e l’immagine di Edessa. Nuovi contributi, in <Sindon>, p 3, (3/1996). 45 Ivi, p 4. 46 PG 113,437 A. 47 Non bisogna dimenticare che nell’antichità esisteva il timore del sacro e che il Lenzuolo portava i segni della Passione di Cristo, motivo sufficiente per celare ai fedeli la cruenta morte del Signore oltre che la nudità del suo santo corpo. 48 Nome dato fino ai secoli scorsi al medico privato e a volte segreto del Sommo Pontefice; oggi questo appellativo è caduto in disuso. 49 L. MORALDI, Apocrifi del Nuovo Testamento, p. 1178-1179, Torino 1971. 50 Sarà Gregorio Referendario a fare esplicito riferimento all’epistola gerosolimitana: egli prende in esame sia gli elementi narrativi che il nome dell’autore della traslazione del Mandylion, da Edessa a Costantinopoli. Il capitolo successivo affronterà nel particolare la fonte in oggetto. 51 Cfr GINO ZANINOTTO, La sindone e l’immagine di Edessa, in <Sindon>, 1996. 52 Ivi, p. 3. 53 DUBARLE, Storia antica , p. 72-73. 54 Il termine Getsemani in ebraico significa frantoio per l’olio; è il luogo situato nella valle del Cedron, ai piedi del monte degli Ulivi. È interessante mettere in relazione i due eventi: dalle olive, opportunamente pressate, esce olio; dal capo di Cristo esce sangue. 55 Cfr DUBARLE, Storia antica, p. 75. 56 Ib, p. 76. 57 Cfr IAN WILSON, The Turin Shroud, London 1978. 58 Cfr DUBARLE, Storia antica, p. 115-116. 59 In questa data il reliquiario che conteneva il Telo di Cristo arriva a Costantinopoli. La Sindone fu deposta in primo luogo presso l’oratorio della chiesa delle Blacherne; venne quindi trasferita nella chiesetta del Faro nel complesso imperiale del Boucoleon. Il giorno seguente, la santa processione proseguì lungo la costa della città, vi rientrò dalla Porta d’Oro e si condusse verso la basilica di S. Sofia. La Reliquia ripartì per il palazzo imperiale e fu deposta sul trono dell’imperatore. Il santo percorso, taumaturgico e protettivo, si concluse nella chiesa del Faro. 60 Cfr Archimandrita GEORGES GHARIB, La festa del Santo Mandylion nella chiesa bizantina, <Atti del II Congresso Internazionale di Sindonologia>, 1978. 61 DUBARLE, Storia antica, p. 79. 62 Cfr LUIGI NEGRI, Un dono del Signore, <Collegamento pro-Sindone>, p. 19-24, 5/6 (1998). 63 Cfr A.M. DUBARLE O.P., Novità della storia antica della Sindone di Torino, in <Sindon>, p. 1-2, (4/1990). 64 Cfr GINO ZANINOTTO, Codices Vaticani Graeci, t. II, 1937, n. 511; fogli 143-150, in <Collegamento pro-Sindone>, p. 16-25, (3-4/1988); Cfr DUBARLE, Novità della storia. 65 Si fa risalire il rinvenimento delle reliquie di Terra Santa all’imperatrice Elena e a Costantino nel 326 d.C. Cfr NICOLA BUX - FRANCO CARDINI, L’anno prossimo a Gerusalemme. La storia. Le guerre e le religioni nella città più amata e più contesa, p. 36-40, Milano 1997. 66 Di differente parere è P. A. GRAMAGLIA, cfr Ancora la Sindone di Torino, <Rivista di Storia e Letteratura religiosa>, Anno XXVII, (1991) n. 1, p. 99-101. 67 Si sa infatti che in Oriente le reliquie, specialmente quelle achiropite, cioè non fatte da mani d’uomo, hanno svolto la funzione di palladio della città e delle sorti dell’impero soprattutto a difesa delle guerre contro le popolazioni persiane ed arabe successivamente. L’esposizione regolare della santa Reliquia a Costantinopoli in quei giorni, a cavallo tra le due prese delle truppe crociate, aveva l’unico scopo di proteggere la città dall’assedio dei veneziani e dei franchi. 68 G. RICCI, La Sindone Santa, p. XXXVI. 69 Non riporto volutamente, per motivi di spazio, le fonti iconografiche, le cause artistiche e liturgiche della nascita delle icone, degli epitafioi e delle imago pietatis nonché delle immagini achiropite impresse su creta, il famoso laterizio; la bibliografia, in calce al testo, rimanderà a queste importanti ed ulteriori fonti le quali avallerebbero, al dire di molti studiosi, sia l’antichità che l’autenticità della Sindone di Torino. |