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INTERVISTA Parla padre Maurice Borrmans, docente al Pontificio istituto di studi arabi e islamistica
Senza cibo, per rigenerare l'anima
Digiunare con l'islam? Va bene, ma i nostri motivi sono diversi

di Nello Scavo


Un digiuno che non può essere solo un "esercizio corporale", una performance, ma il simbolo di una umanità orientata alla ricerca di una giustizia vera, di una pace da costruire con la fatica di ciascuno. Maurice Borrmans, dei "Padri bianchi missionari d'Africa", docente al Pontificio istituto di studi arabi ed islamistica, descrive i segni caratteristici del digiuno cristiano sottolineando gli elementi di collegamento ma anche di diversità con i credenti dell'islam. E di certo non è un caso se da più trent'anni il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso invia un messaggio di auguri per la fine del Ramadan a tutti gli islamici del mondo. A dimostrazione che i cristiani «prendono con grande rispetto - dice Borrmans - il fatto che i musulmani abbiano mantenuto questa tradizione». D'altronde Giovanni Paolo II ha ricordato domenica che il digiuno «è un atto di culto - spiega lo studioso -, un fare presente alla propria coscienza di essere devoti a Dio e corresponsabili della sua giustizia nel mondo».
Perché digiunare? Ha ancora senso ai giorni nostri?
Il digiunare non è un fine, è un mezzo. Dobbiamo interrogarci sul modo di viverlo, il digiuno, sul suo significato. C'è sempre la tentazione farisaica di fare dei riti un fine. Ecco perché Cristo, nel "Discorso della montagna" invita chi digiuna a profumarsi, a non manifestare contrizione, affinché il prossimo non sappia della propria astinenza dal cibo.
In queste settimane i fedeli dell'islam digiunano per il Ramadan. Qual'è lo specificico significato del digiuno cristiano?
Innanzitutto il digiuno cristiano è quello della quaresima e rievoca l'esperienza spirituale del deserto, in cui davanti alla difficoltà della natura, poiché manca cibo e acqua, il popolo si rende conto di avere tutto solo da Dio, il Grande Provveditore. I cristiani con il digiuno quaresimale riproducono questa doppia prospettiva: il cammino del deserto e l'inizio di un approccio alla Parola di Gesù che si è fatto per noi compagno di strada e cibo spirituale.
Concretamente, in quali modi ciò diviene tangibile?
Il digiuno cristiano è fatto di una rinuncia corporale, mangiare poco o talvolta non mangiare affatto, a cui si assomma un "digiuno del cuore". I sentimenti e l'intelletto sono invitati ad essere disciplinati secondo i sentimenti di Cristo. Non è dunque una prova per dimostrare la capacità di dominare i propri istinti. Il Papa parla di "fiduciosa umiltà", quale condizione per il digiuno, che non può esser una scelta di facciata. Già il profeta Isaia denunciava il rischio della inutilità di questa pratica se non è accompagnata da un vero "rinnovamento" di carattere personale e sociale. "Voi digiunate tra litigi e alterchi", denunciava il profeta, e allora a cosa seve un "digiuno rituale"? Tutta la tradizione cristiana ha ripreso questi concetti».
Per il Corano "pace" è uno dei 99 nomi di Allah. Lo stesso termine Islam (sottomissione a Dio) ha alla radice "es salaam", appunto "pace". In un tempo in cui proprio la "pace" si riafferma come principale urgenza dell'umanità, per la prima volta cristiani e musulmani digiuneranno nello stesso giorno...
...Il Corano, nel capitolo II afferma: «Vi è prescritto il digiuno come fu prescritto a coloro che furono prima di Voi», dunque i musulmani si inseriscono in una tradizione di culto monoteistico, a cui attinge anche l'esperienza cristiana. Poi i versetti del libro sacro dell'islam aggiungono: «Nella speranza in cui possiate divenire timorati di Dio». Nella religione di Maometto lo scopo dell'astinenza non è il privarsi di cose specifiche, ma testimoniare riverenza e ringraziamento a Dio. E vorrei insistere su un'altro aspetto del Corano: il più bel nome che viene riconosciuto a Dio è il Misericordioso, colui che «molto perdona». La pace, appunto, esige il perdono. Ma il digiuno musulmano non sbocca in un evento di salvezza, com'è la Pasqua per i cristiani. Ha il compito di testimoniare la sottomissione fiduciosa, l'obbedienza spontanea e la voglia di corrispondere alla volontà di Dio. È una differenza sostanziale.
All'Angelus Papa Wojtyla ha parlato del digiuno anche come strumento per una «maggiore giustizia verso Dio e verso il prossimo». In che senso?
«Non mancano esempi di laici e non credenti che spesso hanno usato il digiuno come forma di contestazione. Penso agli scioperi della fame che qualche volta mettono in pericolo la vita di chi li pratica. Credo che ciò non si ponga nella prospettiva cristiana, per la quale la vita va difesa. Il digiuno perciò è un modo per onorare Dio e accettare la propria condizione umana; in questo senso ridimensionando e rivalutando la propria persona: "il mio fine non è il successo personale", bisogna ripetersi. In questo quadro il digiuno acquista una sincera funzione sociale. Davanti al consumismo esasperato e sfrenato, il Papa attraverso il digiunare ci richiama ad una sobrietà di vita, ad una armonia con noi stessi, il creato e dunque il prossimo. E davvero non sarebbe fuori luogo applicarsi anche per un digiuno dalle distrazioni, dalla superficialità e dall'autosufficienza. Un vero digiuno dall'egoismo, dal piacere fine a se stesso e dal potere per il potere».

da Avvenire, 11 dicembre 2001

 
 
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