EDITORIALE
di Franco Cardini
Il
tragico autunno d’Israele e della Palestina, riportando quelle terre
a livelli di odio e di violenza che ci auguravamo di esserci lasciati
definitivamente alle spalle, ha contribuito senza dubbio - in un
Totentanz di alibi, di
pretesti e di menzogne – a ricondurre in primo piano, nell’opinione
pubblica italiana ed europea, la questione del “pericolo islamico”,
con tutti i rischi riduzionistici del caso: chè nell’opinione pubblica
e nei mass media è frequente
che i problemi del mondo arabo siano ridotti all’Islam, i rischi
collegati all’afflusso degli extracomunitari clandestini appiattiti
sulla misura d’un mai ben chiarito “pericolo islamico", l’Islam
trattato come una realtà unitaria e magari forzosamente omologato
nella misura – a sua volta tutt’altro che chiara e ben altrimenti
che unitaria e univoca – del cosiddetto “fondamentalismo”.
Bisogna
dire al riguardo che molti politici, molti
opinion makers, molti gestori dei mass
media vengono anche in ciò clamorosamente ancora una volta meno
ai loro doveri e ai loro compiti: che sarebbero quelli di un’informazione
ampia, approfondita, serena, equa e corretta.
La
disinformazione e il pregiudizio appaiono al riguardo, come al solito,
i primi nemici da battere; e i più duri ostacoli da superare. Quando
ad esempio alcuni nostri politici da una parte denunziano le spese
folli e gli alti costi del sistema italiano di pubblica sicurezza
(il 14% del pubblico bilancio, contro l’8-10% di quelli francese
e tedesco) e dall’altra segnalano la crescita di criminalità e di
microcriminalità nel nostro paese collegandolo – un teorema ancora
tutto da comprovare – alla cresciuta presenza di extracomunitari
e di clandestini, essi non sembrano avvertire la contraddittorietà
dei loro due assunti. In effetti, Francia e Germania spendono meno
di noi in termini di pubblica sicurezza, ma al tempo stesso sono
oggetto di una pressione extracomunitaria molto più forte. Il che
evidentemente significa che la complessa dinamica che ha condotto
negli ultimi anni ad una crescita esponenziale di violenza e criminalità
ha radici e motivilargamente estranei e diversi dall’afflusso degli
extracomunitari, per quanto poi le persone coinvolte in quell’afflusso
non possono a loro volta sottrarsi agli aspetti più infami di tale
dinamica, che li vedono a un tempo molto spesso soggetti subalterni
(“manovalanza del crimine”) e/o tragici oggetti (vittime) di essa.
Alla
luce di queste premesse, e condividendo il fatto che le stime più
recenti – purtroppo tutte insicure – fanno ascendere la presenza
musulmana in Italia a circa 500.000, massimo 1.000.000 di persone,
delle quali circa 10.000 cittadini italiani di vecchia origine ma
convertiti (quindi l’1% della totalità degli islamici), non mi sembra
che tale presenza – pari a poco più del 2% della popolazione della
penisola: in altri paesi europei i musulmani arrivano a sfiorare
il 10% - sia tale da far gridare al pericolo d’invasione, di fagocitazione,
di colonizzazione ed altro.
Il
punto è un altro. Le comunità musulmane si presentano in apparenza
(ma, lo faccio notare, è appunto apparenza) come profondamente fedeli
ai loro costumi, portatrici di un’identità forte, poco permeabili
a quell’altra cosa vaga e imprecisa ch’è uso definire “occidentalizzazione”,
poco propense ad integrarsi. Possiamo fargliene una colpa? O non
è forse – al contrario – loro diritto il cercar di mantenere la
propria identità? E non abbiamo, noialtri europei cristiani o agnostici
e laicisti, semmai la colpa di rimproverar loro di voler mantenere
un’identità mentre noi abbiamo dimostrato negli ultimi decenni di
tener tanto poco alla nostra?
Diciamo
la verità: è o no grottesco che italiani che da tempo non frequentavano
la Chiesa e che da molti anni non hanno opposto alcuna resistenza,
ad esempio, al processo di americanizzazione dei costumi, della
lingua, dei gusti, della vita quotidiana – quello sì dirompente
e in grado di recidere le nostre radici identitarie -, si scoprano
d’un colpo così gelosi delle loro tradizioni quando si tratta di
confrontarle con una supposta “minaccia islamica”? E in che cosa
consisterebbe, poi, tale minaccia? Nella diversità di costumi? Ma
è regola antropologica costante che le identità vengano minacciate
da quelle simili, non da quelle remote.
Nell’ormai
plurisecolare koiné occidentale
che va da San Francisco a Sidney e che rischia sul serio di omologarci
tutti, il pericolo è appunto quello del livellamento. Nessuno si
lascia conquistare facilmente da costumi troppo remoti, a meno ch’
essi non siano imposti con la forza delle armi: e anche in quel
caso la fagocitazione è labile e superficiale. Guardate che cos’è
restato dell’anglicizzazione del subcontinente indiano.
Non
regge, considerato razionalmente, l’allarme relativo allo svuotamento
delle comunità cattoliche da parte dell’Islam. Le chiese si svuotano,
si riempiono le moschee: così si dice. Due verità, forse: ma l’errore
(o la truffa) sta nel porle in correlazione. Le chiese cattoliche
hanno cominciato a svuotarsi in Italia durante gli Anni Sessanta,
per una serie di ragioni connesse
con l’impatto della modernità, il processo di laicizzazione
e certi esiti del VaticanoII e di alcune sue interpretazioni che
sembravano andar nella direzione di un cristianesimo sempre più
avulso da valori religiosi, disciplinari, liturgici e ridotto a
proporzioni sociologico-umanitarie. Che le migliaia di chiese cattoliche
si svuotino dei fedeli, mentre le poche decine di moschee si riempiano
per la stragrande maggioranza d’immigrati, non può in alcun modo
venir interpretato come prova che l’Islam costituisca un
pericolo per l’identità cattolica dell’Italia. Quanto ai cittadini
cattolici che si convertono all'’slam, la maggioranza di loro poteva
considerarsi “cattolica” perchè battezzata, ma non aveva interessi
religiosi o manteneva nei confronti del cattolicesimo una posizione
eterodossa. In certi casi la conversione all’Islam ha coinciso obiettivamente
con il recupero (o tout court
con la conquista) della fede nel Dio d’Abramo.
In
realtà, il cardinale Biffi ha alcune ragioni quando sostiene che
gli islamici siano difficilmente integrabili nella cultura e nella
società europee. Dal diritto di famiglia alla scuola, dalle regole
alimentari al calendario, gli elementi che rendono problematica
la convivenza esistono. Ma non va trascurata la testimonianza di
Julien Ries, il prestigioso Maestro di Lovanio, il quale riferisce
dell’esperienza delle comunità religiose in Belgio, ben disposte
ad accettare una progressiva europeizzazione. Il fatto che l'Islam
non è per nulla monolitico: che esistono tantiIslam quante sono
le scuole e le confraternite islamiche, e all’interno di esse non
vige per giunta nulla di propriamente paragonabile alla disciplina
interna della maggior parte delle Chiese cristiane. Una constatazione
questa che scopre da sola quanto ridicole siano le proposte di “reciprocità”:
non ha alcun senso proporre a una comunità musulmana di aprire una
moschea da noi a patto che una chiesa sia aperta in dar
al-Islam, sia perché le singole comunità, pur facendo tutte
parte dell’umma, non hanno
autorità una sull’altra, sia perché la legge musulmana, ritenendo
l’Islam il perfezionamento e il “sigillo” della profezia, non potrebbe
recedere dal divieto di costruire chiese e sinagoghe in dar
al-Islam senza snaturare e tradire lo spirito islamico stesso.
E
allora? Si ripropone qui il dilemma dell’Occidente che ha scelto
la tolleranza ma al cui interno continua la polemica fra chi sostiene
che tolleranza è anche difesa delle scelte intolleranti altrui e
che la tolleranza non è un valore negoziabile (cioè, in altri termini,
non può venir subordinata alla “reciprocità”) e chi al contrario
ritiene che non si possa essere tolleranti con gli intolleranti.
D’altro
canto, noi abbiamo la tendenza a considerare “razionali”, “giusti”,
“naturali” i valori come l’individualismo, la tolleranza, la democrazia
parlamentare: Paolo Flores D’Arcais giunge a rifiutare l’uso del
sostantivo “cultura” a quelle civiltà che – come l’Islam – non pongono
i diritti e le prerogative dell’individuo al primo posto della loro
gerarchia di valori. E’ abbastanza singolare che non ci si renda
conto che questa incapacità di accordar dignità a codici di valori
differenti dai nostri è autentica violenza, è quella forma di “razzismo
sornione” – come l’ha definito Roger Bastide – che di solito si
definisce “etnocentrismo”.
La
vera difficoltà nell’integrazione dei musulmani in Europa non è
comunque il fondamentalismo, realtà vaga ed evanescente. Nell’ottobre
scorso, nei giorni “caldi” della crisi israeliano-palestinese (che
non è mai stata, sia
chiaro, una crisi ebraico-musulmana), la stampa riportò la notizia
che una terribile banda di fanatici fondamentalisti islamici era
stata sgominata a Napoli. Nessun particolare sulla natura di quel
gruppo, subito misteriosamente scomparso dalle cronache massmediali.
Si fatica, in casi come questo, a non fiutare l’imbroglio, la strumentalizzazione,
la propaganda.
Insomma:
gli allarmi lanciati sia pure da personaggi autorevoli, come Panebianco
o Sartori, a proposito di un Islam refrattario all’integrazione
e al quale si dovrebbero concedere chissà quali privilegi – ad esempio
scuole loro proprie – per assistere alla crescita di gruppi e ambienti
impermeabili all'e’terno, sono quanto meno intempestivi. Abbiamo
già gruppi che godono di specifiche condizioni, non estensibili
ad altri: e non risulta che ciò costituisca un fattore particolarmente
destabilizzante. Mi sembra che abbia ragione piuttosto Michael Walzer,
quando fa notare che se si accettano gli immigrati bisogna poi conceder
per forza loro dei diritti. Il rischio per la convivenza laica ci
sarebbe, certo, se il fondamentalismo islamico (ma quale?) divenisse
la forma religiosa predominante in Italia: un’ipotesi che potrebbe
avverarsi solo a livello fantascientifico. D’altronde, se vogliamo
abbandonarci a ipotesi gratuite, ci sarebbe da chiedersi se pari
pericoli la democrazia parlamentare non correrebbe anche se a prendere
il sopravvento fossero degli estremisti ebrei o degli integralisti
cattolici o dei marx-leninisti. E allora, perché pensare solo all’Islam?
Ma
gli europei sono minacciati e si sentono insicuri nella loro identità.
Hanno
ragione: in effetti la loro identità è debole, ma lo è per motivi
esclusivamente legati alla sua compagine interna. Una identità si
rafforza solo vivendola più intensamente e in modo positivo, conscio
cioè della storicità e dunque della dinamicità di essa. Rafforzare
la propria identità combattendo le altrui, prima di essere ingiusto,
è sbagliato.
E,
infine, è davvero estraneo l’Islam all’Europa? Può definirsi estranea
la cultura che a più riprese e per secoli ha dominato in aree sia
pur marginali del continente; che gli ha ricondotto – arricchito
dei portati persiani e
indiani – l’antico sapere matematico, chimico, astrologico, medico;
che ha ispirato la Divina
Commedia; i cui fedeli sono stati per molti secoli i nostri
sicuri partners economici e commerciali?
La
storia dei rapporti fra Europa e Islam va riconsiderata e rispiegata
a molti, tanto europei quanto musulmani (e agli europei musulmani,
che sono qualche decina di migliaia e stanno crescendo). Il concetto
di nazione è entrato nell’Islam nel secolo scorso: non c’è ragione
che i musulmani non possano essere buoni cittadini europei, domani.
Il
problema, però, è quello delle regole certe da stabilire; per questo,
le comunità musulmane residenti fuori dal dar
al-Islam debbono organizzarsi fra loro ed esprimere rappresentanze
autorevoli e riconosciute, come altre comunità hanno fatto.
Questa
è una difficoltà grave: ma l’averla individuata con certezza è già
molto.
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