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Associazione Internazionale
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LA PORTA D'ORIENTE - Dicembre 2000
  

EDITORIALE
di Franco Cardini

Il tragico autunno d’Israele e della Palestina, riportando quelle terre a livelli di odio e di violenza che ci auguravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle, ha contribuito senza dubbio - in un Totentanz di alibi, di pretesti e di menzogne – a ricondurre in primo piano, nell’opinione pubblica italiana ed europea, la questione del “pericolo islamico”, con tutti i rischi riduzionistici del caso: chè nell’opinione pubblica e nei mass media è frequente che i problemi del mondo arabo siano ridotti all’Islam, i rischi collegati all’afflusso degli extracomunitari clandestini appiattiti sulla misura d’un mai ben chiarito “pericolo islamico", l’Islam trattato come una realtà unitaria e magari forzosamente omologato nella misura – a sua volta tutt’altro che chiara e ben altrimenti che unitaria e univoca – del cosiddetto “fondamentalismo”.

Bisogna dire al riguardo che molti politici, molti opinion makers, molti gestori dei mass media vengono anche in ciò clamorosamente ancora una volta meno ai loro doveri e ai loro compiti: che sarebbero quelli di un’informazione ampia, approfondita, serena, equa e corretta.

La disinformazione e il pregiudizio appaiono al riguardo, come al solito, i primi nemici da battere; e i più duri ostacoli da superare. Quando ad esempio alcuni nostri politici da una parte denunziano le spese folli e gli alti costi del sistema italiano di pubblica sicurezza (il 14% del pubblico bilancio, contro l’8-10% di quelli francese e tedesco) e dall’altra segnalano la crescita di criminalità e di microcriminalità nel nostro paese collegandolo – un teorema ancora tutto da comprovare – alla cresciuta presenza di extracomunitari e di clandestini, essi non sembrano avvertire la contraddittorietà dei loro due assunti. In effetti, Francia e Germania spendono meno di noi in termini di pubblica sicurezza, ma al tempo stesso sono oggetto di una pressione extracomunitaria molto più forte. Il che evidentemente significa che la complessa dinamica che ha condotto negli ultimi anni ad una crescita esponenziale di violenza e criminalità ha radici e motivilargamente estranei e diversi dall’afflusso degli extracomunitari, per quanto poi le persone coinvolte in quell’afflusso non possono a loro volta sottrarsi agli aspetti più infami di tale dinamica, che li vedono a un tempo molto spesso soggetti subalterni (“manovalanza del crimine”) e/o tragici oggetti (vittime) di essa.

Alla luce di queste premesse, e condividendo il fatto che le stime più recenti – purtroppo tutte insicure – fanno ascendere la presenza musulmana in Italia a circa 500.000, massimo 1.000.000 di persone, delle quali circa 10.000 cittadini italiani di vecchia origine ma convertiti (quindi l’1% della totalità degli islamici), non mi sembra che tale presenza – pari a poco più del 2% della popolazione della penisola: in altri paesi europei i musulmani arrivano a sfiorare il 10% - sia tale da far gridare al pericolo d’invasione, di fagocitazione, di colonizzazione ed altro.

Il punto è un altro. Le comunità musulmane si presentano in apparenza (ma, lo faccio notare, è appunto apparenza) come profondamente fedeli ai loro costumi, portatrici di un’identità forte, poco permeabili a quell’altra cosa vaga e imprecisa ch’è uso definire “occidentalizzazione”, poco propense ad integrarsi. Possiamo fargliene una colpa? O non è forse – al contrario – loro diritto il cercar di mantenere la propria identità? E non abbiamo, noialtri europei cristiani o agnostici e laicisti, semmai la colpa di rimproverar loro di voler mantenere un’identità mentre noi abbiamo dimostrato negli ultimi decenni di tener tanto poco alla nostra?

Diciamo la verità: è o no grottesco che italiani che da tempo non frequentavano la Chiesa e che da molti anni non hanno opposto alcuna resistenza, ad esempio, al processo di americanizzazione dei costumi, della lingua, dei gusti, della vita quotidiana – quello sì dirompente e in grado di recidere le nostre radici identitarie -, si scoprano d’un colpo così gelosi delle loro tradizioni quando si tratta di confrontarle con una supposta “minaccia islamica”? E in che cosa consisterebbe, poi, tale minaccia? Nella diversità di costumi? Ma è regola antropologica costante che le identità vengano minacciate da quelle simili, non da quelle remote.

Nell’ormai plurisecolare koiné occidentale che va da San Francisco a Sidney e che rischia sul serio di omologarci tutti, il pericolo è appunto quello del livellamento. Nessuno si lascia conquistare facilmente da costumi troppo remoti, a meno ch’ essi non siano imposti con la forza delle armi: e anche in quel caso la fagocitazione è labile e superficiale. Guardate che cos’è restato dell’anglicizzazione del subcontinente indiano.

Non regge, considerato razionalmente, l’allarme relativo allo svuotamento delle comunità cattoliche da parte dell’Islam. Le chiese si svuotano, si riempiono le moschee: così si dice. Due verità, forse: ma l’errore (o la truffa) sta nel porle in correlazione. Le chiese cattoliche hanno cominciato a svuotarsi in Italia durante gli Anni Sessanta, per una serie di ragioni connesse  con l’impatto della modernità, il processo di laicizzazione e certi esiti del VaticanoII e di alcune sue interpretazioni che sembravano andar nella direzione di un cristianesimo sempre più avulso da valori religiosi, disciplinari, liturgici e ridotto a proporzioni sociologico-umanitarie. Che le migliaia di chiese cattoliche si svuotino dei fedeli, mentre le poche decine di moschee si riempiano per la stragrande maggioranza d’immigrati, non può in alcun modo  venir interpretato come prova che l’Islam costituisca un pericolo per l’identità cattolica dell’Italia. Quanto ai cittadini cattolici che si convertono all'’slam, la maggioranza di loro poteva considerarsi “cattolica” perchè battezzata, ma non aveva interessi religiosi o manteneva nei confronti del cattolicesimo una posizione eterodossa. In certi casi la conversione all’Islam ha coinciso obiettivamente con il recupero (o tout court con la conquista) della fede nel Dio d’Abramo.

In realtà, il cardinale Biffi ha alcune ragioni quando sostiene che gli islamici siano difficilmente integrabili nella cultura e nella società europee. Dal diritto di famiglia alla scuola, dalle regole alimentari al calendario, gli elementi che rendono problematica la convivenza esistono. Ma non va trascurata la testimonianza di Julien Ries, il prestigioso Maestro di Lovanio, il quale riferisce dell’esperienza delle comunità religiose in Belgio, ben disposte ad accettare una progressiva europeizzazione. Il fatto che l'Islam non è per nulla monolitico: che esistono tantiIslam quante sono le scuole e le confraternite islamiche, e all’interno di esse non vige per giunta nulla di propriamente paragonabile alla disciplina interna della maggior parte delle Chiese cristiane. Una constatazione questa che scopre da sola quanto ridicole siano le proposte di “reciprocità”: non ha alcun senso proporre a una comunità musulmana di aprire una moschea da noi a patto che una chiesa sia aperta in dar al-Islam, sia perché le singole comunità, pur facendo tutte parte dell’umma, non hanno autorità una sull’altra, sia perché la legge musulmana, ritenendo l’Islam il perfezionamento e il “sigillo” della profezia, non potrebbe recedere dal divieto di costruire chiese e sinagoghe in dar al-Islam senza snaturare e tradire lo spirito islamico stesso.

E allora? Si ripropone qui il dilemma dell’Occidente che ha scelto la tolleranza ma al cui interno continua la polemica fra chi sostiene che tolleranza è anche difesa delle scelte intolleranti altrui e che la tolleranza non è un valore negoziabile (cioè, in altri termini, non può venir subordinata alla “reciprocità”) e chi al contrario ritiene che non si possa essere tolleranti con gli intolleranti.

D’altro canto, noi abbiamo la tendenza a considerare “razionali”, “giusti”, “naturali” i valori come l’individualismo, la tolleranza, la democrazia parlamentare: Paolo Flores D’Arcais giunge a rifiutare l’uso del sostantivo “cultura” a quelle civiltà che – come l’Islam – non pongono i diritti e le prerogative dell’individuo al primo posto della loro gerarchia di valori. E’ abbastanza singolare che non ci si renda conto che questa incapacità di accordar dignità a codici di valori differenti dai nostri è autentica violenza, è quella forma di “razzismo sornione” – come l’ha definito Roger Bastide – che di solito si definisce “etnocentrismo”.

La vera difficoltà nell’integrazione dei musulmani in Europa non è comunque il fondamentalismo, realtà vaga ed evanescente. Nell’ottobre scorso, nei giorni “caldi” della crisi israeliano-palestinese (che non è mai stata, sia chiaro, una crisi ebraico-musulmana), la stampa riportò la notizia che una terribile banda di fanatici fondamentalisti islamici era stata sgominata a Napoli. Nessun particolare sulla natura di quel gruppo, subito misteriosamente scomparso dalle cronache massmediali. Si fatica, in casi come questo, a non fiutare l’imbroglio, la strumentalizzazione, la propaganda.

Insomma: gli allarmi lanciati sia pure da personaggi autorevoli, come Panebianco o Sartori, a proposito di un Islam refrattario all’integrazione e al quale si dovrebbero concedere chissà quali privilegi – ad esempio scuole loro proprie – per assistere alla crescita di gruppi e ambienti impermeabili all'e’terno, sono quanto meno intempestivi. Abbiamo già gruppi che godono di specifiche condizioni, non estensibili ad altri: e non risulta che ciò costituisca un fattore particolarmente destabilizzante. Mi sembra che abbia ragione piuttosto Michael Walzer, quando fa notare che se si accettano gli immigrati bisogna poi conceder per forza loro dei diritti. Il rischio per la convivenza laica ci sarebbe, certo, se il fondamentalismo islamico (ma quale?) divenisse la forma religiosa predominante in Italia: un’ipotesi che potrebbe avverarsi solo a livello fantascientifico. D’altronde, se vogliamo abbandonarci a ipotesi gratuite, ci sarebbe da chiedersi se pari pericoli la democrazia parlamentare non correrebbe anche se a prendere il sopravvento fossero degli estremisti ebrei o degli integralisti cattolici o dei marx-leninisti. E allora, perché pensare solo all’Islam?
Ma gli europei sono minacciati e si sentono insicuri nella loro identità.

Hanno ragione: in effetti la loro identità è debole, ma lo è per motivi esclusivamente legati alla sua compagine interna. Una identità si rafforza solo vivendola più intensamente e in modo positivo, conscio cioè della storicità e dunque della dinamicità di essa. Rafforzare la propria identità combattendo le altrui, prima di essere ingiusto, è sbagliato.

E, infine, è davvero estraneo l’Islam all’Europa? Può definirsi estranea la cultura che a più riprese e per secoli ha dominato in aree sia pur marginali del continente; che gli ha ricondotto – arricchito dei portati persiani e indiani – l’antico sapere matematico, chimico, astrologico, medico; che ha ispirato la Divina Commedia; i cui fedeli sono stati per molti secoli i nostri sicuri partners economici e commerciali?

La storia dei rapporti fra Europa e Islam va riconsiderata e rispiegata a molti, tanto europei quanto musulmani (e agli europei musulmani, che sono qualche decina di migliaia e stanno crescendo). Il concetto di nazione è entrato nell’Islam nel secolo scorso: non c’è ragione che i musulmani non possano essere buoni cittadini europei, domani.

Il problema, però, è quello delle regole certe da stabilire; per questo, le comunità musulmane residenti fuori dal dar al-Islam debbono organizzarsi fra loro ed esprimere rappresentanze autorevoli e riconosciute, come altre comunità hanno fatto.
Questa è una difficoltà grave: ma l’averla individuata con certezza è già molto.
  

 
 
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