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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
c/o Basilica della Madonna dei Martiri, Viale dei Crociati, 70056 Molfetta (BA)
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EDITORIALE

Perché una "Porta d'Oriente"? E, soprattutto, quale Oriente?
La parola "Oriente" è etnocentrica e ambigua. Etnocentrica, perché squisitamente ed esclusivamente occidentali sono i concetti di "Oriente" e "Occidente". Ambigua, perché nella nostra cultura esistono molti "Orienti", uno Vicino, uno Medio, uno Estremo, uno immaginario, uno "lontano" (far East), uno fiabesco, uno poetico, uno letterario, uno religioso, e via discorrendo.
In realtà, noi vogliamo - forse con un po' di velletaria immodestia: siamo ben consci delle nostre imperfezioni, ohimè...- occuparci un po''di tutte queste forme dell'Oriente. E ciò per quattro buoni motivi.
Primo. Il concetto di "Occidente" è mutilo senza il suo naturale e complementare interlocutore.
Ma le ambiguità legate al concetto di "Occidente" sono nulla rispetto a quelle che il concetto di Oriente comporta. Non vi sono formule valide per dissipare questi malintesi. Bisogna solo studiare, approfondire, articolare i giudizi.
Secondo. Parlare di Oriente comporta sempre l'attivazione, per noialtri europei, di molti rischi fra cui uno, connesso col nostro "DNA" intellettuale: quello dell'orientalismo. Se l'Orientalistica è lo studio scientifico e sistematico delle culture orientali, l'orientalismo è un atteggiamento mentale, culturale, emozionaale, spirituale: è il volto che guarda a Oriente di quella dolce e letale malattia dello spirito euro-occidentale comunemente detta "esotismo". Una malattia da curare e con la quale convivere: ma che bisogna, anzitutto, disincantare. Pena gravissimi equivoci.
Terzo. Ignorare l'Oriente forse si poteva: quando, a torto o a ragione, lo dominavamo.
Ora esso guarda a noi, ci entra in casa, ci assedia, minaccia la nostra (cattiva) coscienza e la nostra (debole) identità.
E' necessario accoglierlo in pace, ma anche difendersi da esso.
Quarto. L'Oriente dilaga e magari ci assale. Però esso stesso è in crisi, esso stesso è debole e ammalato. Rischia di divenire anch'esso una periferia di Megalopoli, un malinconico annesso della Mac Donald's culture.
L'Oriente è sfruttato, massacrato dai modi di "produzione selvaggia" imposti dalla globalizzazione. L'Oriente rischia di far naufragio nei suoi riti, nei suoi culti, nel suo tribalismo fondamentalista, nella sua fame incontrollata di beni e di tecnologia occidentali. Bisogna difenderlo: dalla mondializzazione e da se stesso.
Né ciò basta ancora. C'è l'Oriente, ma ci sono- come poco sopra dicevamo - gli Orienti. Come europei, noi non siamo più così tanto sicuri di poterci dire ancora tout court "occidentali". L'Europa è un oscuro, misterioso oggetto. Esiste anche una Mitteleuropa, ch'è molto poco "occidentale" ed è semmai, piuttosto, "euroasiatica". Gli italiani dell'Adriatico sono molto vicini a questa dimensione. Esiste poi un'Europa mediterranea, quella meridionale: Italia, Spagna, Francia meridionale, Balcani, Grecia.
Noialtri "euroterroni" siamo euromediterranei. Fieri e felici di esserlo. Per nulla disposti a volerci trasformare in danesi o in belgi di serie B, come forse qualcuno a Strasburgo o a Bruxelles auspicherebbe.
Siamo fra l'altro convinti che l'Europa meridionale possa giocare un ruolo molto importante nel Mediterraneo, in una partnership non solo economica e finanziario-tecnologica, ma anche politica e culturale con i nostri "compatrioti" mediterranei della sponda asiatica e africana. Perché anche il Mediterraneo è - un "continente": e noi ne siamo parte.
Il "nostro" Oriente, quello che sarà oggetto dei nostri interessi e dei nostri studi, sarà dunque quello non solo "vicino", anzi prossimo, ma quello mediterraneo. Sarà quello che una vecchia tradizione italiana chiamava con un nome ambiguo anch'esso, ma dolce e fascinoso: il Levante. Con le sue coste e i suoi porti - da Catania a Tripoli passando per Venezia, Istambul, Alessandretta, Beirut e Alessandria -, le sue isole (Creta e Cipro comprese), il Mar Nero che ne è annesso, le sue fedi e le differenti confessioni o scuole che lo scandiscono. Nulla di quanto è Levante ci sarà estraneo: dai problemi della convivenza nella ex Jugoslavia e in Albania fino alla cucina libanese, dall'archeologia alla musicologia, alla storia, al diritto alla convivenza dei popoli e delle fedi.
Un programma enorme, per una rivista dalle poche risorse. Ma il suo Direttore Responsabile, sessantottino che non si è pentito di esserlo stato e non se ne vergogna, è rimasto fedele ad una delle massime del joli mai. Bisogna essere realisti: cioè chiedere l'impossibile.

FRANCO CARDINI
  

 
 
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