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EDITORIALE
Perché
una "Porta d'Oriente"? E, soprattutto, quale Oriente?
La parola "Oriente" è etnocentrica e ambigua. Etnocentrica,
perché squisitamente ed esclusivamente occidentali sono i
concetti di "Oriente" e "Occidente". Ambigua,
perché nella nostra cultura esistono molti "Orienti",
uno Vicino, uno Medio, uno Estremo, uno immaginario, uno "lontano"
(far East), uno fiabesco, uno poetico, uno letterario, uno religioso,
e via discorrendo.
In realtà, noi vogliamo - forse con un po' di velletaria
immodestia: siamo ben consci delle nostre imperfezioni, ohimè...-
occuparci un po''di tutte queste forme dell'Oriente. E ciò
per quattro buoni motivi.
Primo. Il concetto di "Occidente" è mutilo senza
il suo naturale e complementare interlocutore.
Ma le ambiguità legate al concetto di "Occidente"
sono nulla rispetto a quelle che il concetto di Oriente comporta.
Non vi sono formule valide per dissipare questi malintesi. Bisogna
solo studiare, approfondire, articolare i giudizi.
Secondo. Parlare di Oriente comporta sempre l'attivazione, per noialtri
europei, di molti rischi fra cui uno, connesso col nostro "DNA"
intellettuale: quello dell'orientalismo. Se l'Orientalistica è
lo studio scientifico e sistematico delle culture orientali, l'orientalismo
è un atteggiamento mentale, culturale, emozionaale, spirituale:
è il volto che guarda a Oriente di quella dolce e letale
malattia dello spirito euro-occidentale comunemente detta "esotismo".
Una malattia da curare e con la quale convivere: ma che bisogna,
anzitutto, disincantare. Pena gravissimi equivoci.
Terzo. Ignorare l'Oriente forse si poteva: quando, a torto o a ragione,
lo dominavamo.
Ora esso guarda a noi, ci entra in casa, ci assedia, minaccia la
nostra (cattiva) coscienza e la nostra (debole) identità.
E' necessario accoglierlo in pace, ma anche difendersi da esso.
Quarto. L'Oriente dilaga e magari ci assale. Però esso stesso
è in crisi, esso stesso è debole e ammalato. Rischia
di divenire anch'esso una periferia di Megalopoli, un malinconico
annesso della Mac Donald's culture.
L'Oriente è sfruttato, massacrato dai modi di "produzione
selvaggia" imposti dalla globalizzazione. L'Oriente rischia
di far naufragio nei suoi riti, nei suoi culti, nel suo tribalismo
fondamentalista, nella sua fame incontrollata di beni e di tecnologia
occidentali. Bisogna difenderlo: dalla mondializzazione e da se
stesso.
Né ciò basta ancora. C'è l'Oriente, ma ci sono-
come poco sopra dicevamo - gli Orienti. Come europei, noi non siamo
più così tanto sicuri di poterci dire ancora tout
court "occidentali". L'Europa è un oscuro, misterioso
oggetto. Esiste anche una Mitteleuropa, ch'è molto poco "occidentale"
ed è semmai, piuttosto, "euroasiatica". Gli italiani
dell'Adriatico sono molto vicini a questa dimensione. Esiste poi
un'Europa mediterranea, quella meridionale: Italia, Spagna, Francia
meridionale, Balcani, Grecia.
Noialtri "euroterroni" siamo euromediterranei. Fieri e
felici di esserlo. Per nulla disposti a volerci trasformare in danesi
o in belgi di serie B, come forse qualcuno a Strasburgo o a Bruxelles
auspicherebbe.
Siamo fra l'altro convinti che l'Europa meridionale possa giocare
un ruolo molto importante nel Mediterraneo, in una partnership non
solo economica e finanziario-tecnologica, ma anche politica e culturale
con i nostri "compatrioti" mediterranei della sponda asiatica
e africana. Perché anche il Mediterraneo è - un "continente":
e noi ne siamo parte.
Il "nostro" Oriente, quello che sarà oggetto dei
nostri interessi e dei nostri studi, sarà dunque quello non
solo "vicino", anzi prossimo, ma quello mediterraneo.
Sarà quello che una vecchia tradizione italiana chiamava
con un nome ambiguo anch'esso, ma dolce e fascinoso: il Levante.
Con le sue coste e i suoi porti - da Catania a Tripoli passando
per Venezia, Istambul, Alessandretta, Beirut e Alessandria -, le
sue isole (Creta e Cipro comprese), il Mar Nero che ne è
annesso, le sue fedi e le differenti confessioni o scuole che lo
scandiscono. Nulla di quanto è Levante ci sarà estraneo:
dai problemi della convivenza nella ex Jugoslavia e in Albania fino
alla cucina libanese, dall'archeologia alla musicologia, alla storia,
al diritto alla convivenza dei popoli e delle fedi.
Un programma enorme, per una rivista dalle poche risorse. Ma il
suo Direttore Responsabile, sessantottino che non si è pentito
di esserlo stato e non se ne vergogna, è rimasto fedele ad
una delle massime del joli mai. Bisogna essere realisti: cioè
chiedere l'impossibile.
FRANCO CARDINI
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