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Vita a debito: l'Itaca di Costantinos Kavafis
di Gianfranco
Longo
C'è
il brusio di un vissuto brulicante che emerge quando la parola sussurrata,
stanca d'ogni speculazione, rimette al borbottio della storia l'originalità
perduta in un'enfasi raccolta e socchiusa, in un ossimoro acuto
e discreto che possiede la potenza timbrica di saper tratteggiare,
rapidamente, i margini di una vita trascorsa nell'inquietudine di
un lirismo trafitto dalla contingenza del tempo trascorso.
Si tratta di quel vissuto urbano che sorse e sorge come emissione
di un trascorso storico e di un passaggio culturale che il poeta
greco Costantinos Kavafis (1863 - 1933) sospese nei suoi versi:
egli osservò il disfarsi di una cultura non nel luogo della
sua sconfitta, ma da lontano, condizione questa forse più
dolorosa se pensiamo al pathos tutto interno ed interiore del suo
contemporaneo Franz Kafka.
Kavafis infatti visse ed operò ad Alessandria, ormai all'inizio
di questo secolo non più capitale di nulla, se non proprio
di quella catastrofe culturale ellenica che sembrava osservare eppure
riflettere: Kavafis fu dunque osservatore lontano e vittima vicina
lui stesso di una grecità espressa dall'intricarsi di antiche
religioni e fede cristiana paolina, in una filosofia della vita
che ottiene il suo momento più alto ed ispirato nel tramonto
di una speranza, nella irrisolta riducibilità del passaggio
dall'oriente all'occidente. Egli ci traccia, nella sua poesia, il
segno di una storia gongolante della vittoria coloniale che ha udito
sempre le sue stesse labbra soffiare il vento turbinoso di un passo
cadenzato e marziale, piuttosto, da occidente verso oriente, da
nord verso il sud del mondo: In preda ai timori in preda ai sospetti/con
la mente agitata con gli occhi impauriti/noi ci smarriamo febbrilmente
in progetti/per levarci di torno il pericolo/che sembra duramente
ci minacci./Eppure sbagliamo, ché non da quello/dobbiamo
guardarci: i segni (da noi male intesi/male interpretati) erano
falsi./Un'altra catastrofe, nemmeno adombrata,/improvvisa violenta
ci sta sopra/e disarmati - troppo tardi ormai - a furia ci trascina
(1).
Quale questa catastrofe? Una vita mal intesa? Un ritorno ad Itaca
sospirato e negato? Il versante scoglioso di Itaca che sempre avevamo
invece ricordato sabbioso?
Tenera passione, oblio del futuro.
E la sua fu un'osservazione affatto iniziale: ciò che Kavafis
evidenzia, diviene proprio la descrizione di uno stato acquisito,
di una forma del tempo che ha già espresso totalmente il
fenomeno consolidato di tutta una memoria appannata dall'estremo
tentativo di dimenticare il futuro: il presente di Kavafis è
una temporalità atemporale che si estende fenomenicamente
sul futuro per rendere il futuro impensabile, proprio perché
ormai il passato ha varcato ogni confine temporale certo, e si fa
presente, e si va facendo futuro. Tutto ciò è espresso
dal grande poeta greco perché l'ultima luce della storia,
in una contraddizione di eventi e di culture, in un ossimoro di
vite e di intenzioni, di voluttà e di pensieri, si è
consumata nel cortocircuito autoreferenziale di una vita percepita
e trascorsa come un debito galoppante ed inestinguibile, come battito
tenero eppure ammaliante della catastrofe da lui indicata: Ogni
tanto giura di cominciare una vita migliore./Ma come viene la notte
con i suoi consigli/con i suoi mezzucci e con le sue malíe,/ma
come viene d'impeto la notte, allora/al corpo che esige e reclama,
a quella/stessa fatale gioia egli, smarrito, fa ritorno (2).
La gioia non solo gli è fatale ma si adombra di fragilità:
è possibile cominciare una vita migliore rinunciando alle
pieghe del passato ed ai meandri della memoria, ma come è
possibile sconfiggere l'oblio del futuro e la sua malia, come è
possibile storicizzare il passato e vivere senza debito il presente?
Kavafis ci risponde rinunciando alle soluzioni: egli inonda di suoni
e di voci il nostro udito prima che sia raggiunto dalla marea del
silenzio colonialistico. In questo modo ci rende possibile, attraverso
i suoi versi, la consapevolezza di alcuni punti culminanti della
nostra vita, prima che questa stessa vita consumi un lasso di permanenza
nel suo territorio sacro: E se non puoi la vita che desideri/cerca
almeno questo/per quanto sta in te: non sciuparla/nel troppo commercio
con la gente/con troppe parole e in un viavai frenetico./Non sciuparla
portandola in giro/in balia del quotidiano/gioco balordo degli incontri/e
degli inviti,/fino a farne una stucchevole estranea(3).
Kavafis dunque risponde con una litote, che in greco significa in
fondo "semplicità", affermando cioè la stessa
vita attraverso la negazione del contrario: la ricerca di una vita
diversa, non sempre possibile, è il suo disperato tentativo
di uscita da quella catastrofe storica e culturale. E per far questo
è necessario dimenticare però il futuro. Jorge Luis
Borges in uno dei suoi racconti più celebri, Esame dell'opera
di Herbert Quain(4), immagina una inversione del tempo che ci aiuti
a risolvere questa vita sentita e vissuta come un debito: essere
in uno stato in cui potremo ricordare o aver dimenticato il futuro
ed ignorare il passato. Ma questa sorta di metonimia in cui una
parte diviene il tutto, il singolare assurge ad universale, riesce
ad infrangere la materialità del vissuto e ad indicarci ancora
la sconfitta di un dialogo tra oriente ed occidente, sconfitta dovuta
al velo trasparente della storia sentita sempre da Kavafis come
una specie di sortilegio che ha ingannato l'aspettativa umana e
che ha visto sempre l'oriente in attesa di una decisione occidentale
pur sempre colonialistica, decisione su un futuro storico e politico:
in questo Kavafis sente ulcerante la catastrofe, proprio nella vanità
dell'impresa coloniale di aver deciso su quanto ancora non è,
su ciò che potrebbe essere per rendere infine la vita un
debito storico e politico. Ma Kavafis come greco rifiuta la connotazione
di una possibile cittadinanza occidentale: egli sa bene che tra
l'utilità marginale del profitto politico e la scarsità
relativa del prodotto storico-sociale, non vi sarà spazio
per la qualità essenziale dell'uomo.
Gli
anfratti del destino: il mondo.
E
la vita rincorre il luogo lasciato, un luogo lontano da cui l'uomo
salpò per ancorare la sua anima ad un tempo non più
pervaso dall'ordigno del presente. Kavafis si avvia verso il suo
futuro, ma sente trascinante il peso del ricordo, la sua vita come
un debito che potrebbe estinguere soltanto se tornasse al luogo
da cui un giorno era salpato, suo malgrado. Lui sa che questa vita
è segnata dalle circostanze, è rimessa ai meandri
delle opportunità e del gioco balordo degli incontri e degli
inviti, una vita in fondo "scioccata" dal relativismo
in cui anche Cristo, (cioè Dio!), i signori del relativismo
vogliono farcelo apparire come una virgola della storia, un evento
seguito da altri che lasciano indifferente ed impettita la vita
umana a debito: Kafavis rincorre disperatamente il luogo da cui
salpò e sa bene che non potrà farvi ritorno se non
nella certezza della fede e nel rifiuto di ogni debito, di ogni
giogo, di ogni effimera passione.
Egli in fondo riconosce bene che la vita è un credito che
gli era stato dato al momento della sua partenza, ed ora che farà
ritorno ad Itaca - come tutti noi prima o poi - dovrà dimostrare
come quel credito abbia prodotto carità. Altrimenti tutto
sarà stato inutile. Tutto sarà stato soltanto un inestinguibile
debito. In ciò si oppone Kavafis al relativismo da Guglielmo
di Ockham a Hume, sino ai più recenti Putnam o Rorty. Kavafis
sa di dover far ritorno, dimentico dell'aspettativa del futuro con
un credito impiegato nel mistero della vita che si dipana proprio
nell'istante di questo ineluttabile ritorno. In ciò con acuta
ironia rispetto alle vane attese del futuro ci dice: Cosa aspettiamo
qui riuniti al Foro?/Oggi devono arrivare i barbari./Perché
tanta inerzia al Senato?/E i senatori perché non legiferano?/Oggi
arrivano i barbari./Che leggi possono fare i senatori?/Venendo i
barbari le faranno loro./(
)/Perché si svuotano le vie
e le piazze/e tutti fanno ritorno a casa preoccupati?/Perché
è già notte e i barbari non vengono più./È
arrivato qualcuno dai confini/a dire che di barbari non ce ne sono
più./Come faremo adesso senza barbari?/Dopotutto, quella
gente era una soluzione(5).
Kavafis sente insomma l'urgenza di un momento storico, avverte che
la sua anima incamminata nelle circostanze della vita non può
più sopportare il giogo del mondo, la vanità degli
incontri, l'attesa dei barbari e dell'occidente. Vorrebbe ancorare
l'anima e la vita alla sua Itaca. Ma per far questo deve farvi ritorno,
deve mettersi in viaggio: Quando ti metterai in viaggio per Itaca/deve
augurarti che la strada sia lunga/fertile in avventure e in esperienze./I
Lestrigoni ed i Ciclopi/e la furia di Nettuno non temere,/non sarà
questo il genere di incontri/se il pensiero resta alto e un sentimento/fermo
guida il tuo spirito ed il tuo corpo./In Ciclopi e Lestrigoni, no
certo/né nell'irato Nettuno incapperai/se non li porti dentro/se
l'anima non te li mette contro./(
)(6).
Eppure, in questo ritorno, a Kavafis sfugge la presenza di un soffio
che possa redimere d'un tratto il suo pellegrinare. Il viaggio non
deve essere affrettato, ma a causa della sua etica epicureo-relativistica
da cui tenta disperatamente di liberarsi, come appunto un debito,
Kavafis non riesce a cogliere il particolare che regge l'universale,
non raccoglie l'esperienza come via verso la redenzione della sua
anima. La sua speranza è ancorata all'aspettativa di un'esperienza,
ma dato che è possibile sperare ciò che non si possiede,
la speranza risulterà allora tanto più piena, "quanto
meno si avrà di proprio"(7). In Kavafis quelle che S.
Giovanni della Croce definisce come "le ansie delle caverne
dell'anima", di un'anima che sta per riunirsi al suo Creatore,
diventano frutto di un immergersi ancora nelle cose del mondo, come
per volerci lottare disperatamente contro. Ma la salvezza della
"vita a debito" è nell'attimo sovrannaturale di
un trapasso mondano che estingue ogni debito per lasciar l'anima
volare e sorvolare Itaca, per lasciarle esprimere ciò che
magnificamente Edith Stein definisce come i pensieri del cuore,
vita originaria dell'anima nelle sue linee essenziali(8).
In Cognizione del 1918, Kavafis confessa propositi andati perduti,
rimorsi dimenticati: Anni di gioventù, mia vita voluttuosa
- /Ora sì ne vedo chiaro il senso./Quei pentimenti inutili,
e vani
/Allora, mi era nascosto il senso./In gioventù,
nella mia dissolutezza/prendeva corpo la volontà di far poesia/si
profilava il campo della mia arte./Perciò non erano mai fermi
i pentimenti./E le risoluzioni di frenarmi, di cambiare/duravano
due settimane al più(9).
Le cose del mondo tirano Kavafis negli anfratti del destino, lo
trascinano giù negli affaracci mondani da cui non sa liberarsi
se non nell'attimo di un sospiro teso verso la sua Itaca. Ma in
ciò egli non compie la sua cognizione di redenzione che soffoca
il brusio del corpo, per far posto ai pensieri del cuore.
Il guardiano e la storia: il ritorno ad Itaca.
La
storia, che Kavafis ci esprime in celebri versi(10), vero e proprio
fardello che rende la sua vita un debito, finirebbe dunque con l'essere
un guardiano che non ha più nulla da custodire e da conservare,
più nessuno da sorvegliare e da vigilare; il mondo infatti
apparirebbe vuoto, pesantemente ricolmo di nulla, senza alcuna civiltà.
Ma questo guardiano si muove all'interno della prigione che custodisce;
compie regolarmente i suoi giri di sorveglianza; apre e richiude
le celle, osserva, annota, compila i suoi rapporti. Compila la sua
cultura. La prigione è però vuota. Il suo dilemma
si costruisce attorno al senso della sua realtà: può
considerevolmente andar via da quella prigione? Deve rimanervi in
funzione di se stesso?
Se decidesse di andar via, perderebbe consistenza la sua realtà:
egli infatti esiste perché guardiano di quella prigione;
ma al tempo stesso il suo incarico appare esaurito, poiché
non ha nessuno da sorvegliare se non un edificio vuoto.
Per venir fuori da questo dilemma il guardiano decide di sorvegliare
se stesso, decide di vigilare sui suoi stessi compiti, di punirsi
e di lodarsi. In fondo dorme in una delle tante celle vuote come
fosse un prigioniero, possiede le chiavi di tutte le celle, può
aprirle e richiuderle tutte, egli è prigioniero di se stesso,
guardiano di se stesso. Egli crea il protagonista e l'antagonista
della sua vicenda. La circolarità è cosi realizzata,
egli ha autoprodotto se stesso risolvendo quel dilemma che non lo
voleva in realtà né come prigioniero, né come
guardiano. Ha autoprodotto la sua immagine ponendo se stesso al
di sopra del suo destino, ha creato una finzione ed un artificio:
se stesso.
Tale presunzione culturale non risolve la monotonia dell'imperialista,
quel vento che avevamo individuato all'inizio di questo saggio soffiare
da occidente verso oriente. Kavafis scorge nei suoi versi storici
l'inconciliabilità di un dialogo perché non paritario,
e finisce egli stesso con l'essere guardiano e prigioniero della
sua vita e del suo mondo, proprio nel vano tentativo di recuperare
una cultura ed un mondo ormai perduti.
Kavafis sa bene che l'imperialista che sta distruggendo da qualche
parte nel mondo la natura e la sua cultura, finge il sospetto e
crea la sua propria legittimità di intervento: potrà
forse ancora viaggiare e colonizzare, per altro mare, per altre
terre, perché certo di ritrovare un luogo diverso, un alibi
alla sua angoscia ed al suo fallimento terrestre, culturale e sociale.
Ma nell'osservare questo, Kavafis scorge però anche l'avvicendamento
del suo destino: il guardiano diventa prigioniero
Ci sarà il tanto sospirato ritorno ad Itaca?
Ne La Città, dove il poeta Kavafis risponde al proposito
dell'uomo Kavafis, egli esprime il suo autoritratto con l'amara
consapevolezza che la maschera ormai logora cade dal suo volto di
uomo e di artista: Hai detto: "Per altre terre andrò
per altro mare./Altra città, più amabile di questa,
dove/ogni mio sforzo è votato al fallimento/dove il mio cuore
come un morto sta sepolto/ci sarà pure. Fino a quando patirò
questa mia inerzia?/Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,/della
mia vita consumata qui, non vedo/che nere macerie e solitudine e
rovina"./Non troverai altro luogo non troverai altro mare./La
città ti verrà dietro. Andrai vagando/per le stesse
strade. Invecchierai nello stesso quartiere./Imbiancherai in queste
stesse case. Sempre/farai capo a questa città. Altrove, non
sperare,/non c'è nave non c'è strada per te./Perché
sciupando la tua vita in questo angolo discreto/tu l'hai sciupata
su tutta la terra.(11).
Dov'è rimasta Itaca?
Dove l'hai lasciata, tu uomo e poeta?
Al margine tra la veglia e la vita.
Conclusioni.
La
vita infatti non mostra altro di sé che la sua memoria: preavverte
quel che accadrà, senza darlo mai per accaduto perché
essa non è destino, ma lo custodisce nella sua memoria come
un'intuizione della sua inquietudine. Il suo mistero, la vita lo
rivela un po' per volta come frutto di incessanti trasformazioni,
e lo disvela interamente alla morte quando l'universale torna al
particolare; il destino resta non dimostrabile, né percepibile.
È vero che il passato può influire sull'evento futuro,
così come la memoria della propria esistenza permane caratterizzante
sulla volontà e sull'intelletto, solo come immagine di un
ricordo, gemito della propria memoria; ma ciò accade per
mancanza di quei pensieri del cuore nella propria coscienza, giacché
la memoria del passato non è più potente della volontà
del presente e della possibilità di osservare il futuro con
maggiore discernimento, nel falò della speranza che proviene
dall'universale a noi.
Al termine di un ciclo gnoseologico, tutto quanto rimane si dissolve
per ricominciare la tradizione e la trasformazione di ogni istante
del particolare; la vita dell'uomo e quella del poeta accomunate
non si disperdono, e dalla quiescenza ritornano alla possibilità,
quando, giunti il tempo e la storia, la memoria dell'amore rinasce
nella luce del futuro, poiché ciò che il ricordo serba
di sé non può che essere la sua stessa luce; se destino
c'è, è solo nella revulsione di ciò che è
stato, per rinascere nella propria vita, perché essa è
una eppure in sé molteplice.
Se dunque il ritorno ad Itaca è un segreto racchiuso nel
tempo, la vita, senza debiti, diviene un mistero di cui percepiamo
i contorni della sua forma: la forma del tempo e della nostra storia,
sempre nascosta, appena sussurrata dalla nostra quotidianità;
dolcezza di un istante in cui si distinguono forme continue ed elementi
discreti, perché Nel suo profondo vidi che s'interna/legato
con amore in un volume,/ciò che per l'universo si squaderna;/sustanze
e accidenti e lor costume,/quasi conflati insieme, per tal modo/che
ciò ch'i' dico è un semplice lume (Paradiso, XXXIII,
85-90); in quell'Amore che muove il sole e le altre stelle.
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