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Il "Re-Pontefice" nella dottrina tradizionale
di
Alberto De Luca
La
figura del "Re-Pontefice" nella dottrina tradizionale
è strettamente legata all'idea di una mixta persona, che
è investita di una funzione sacrale, in cui s'incarna il
principio del governo temporale. Il nome di tale figura cambia,
da tradizione a tradizione, in virtù del fatto che ognuna
di queste, non è altro che una manifestazione della "Unica
Verità avente molti nomi", la quale è presente,sempre
e incessantemente, in ciascuna tradizione ortodossa, senza però
esaurirsi in alcuna di esse.
Si può parlare, infatti,di ortodossia e di eterodossia non
solo da un punto di vista squisitamente religioso, bensì
anche da un punto di vista più generale della tradizione
in tutti i suoi aspetti.
L'eterodossia di una concezione tradizionale è la sua stessa
falsità. Utilizzando il significato etimologico di eterodossia,
si è portati, infatti, ad accettare, come valida e possibile,
l'esistenza di qualcosa "altra" che l'"Unica Verità".
Si capisce, quindi, come essa sia la cifra del disaccordo con i
principi fondamentali della già citata "Unica Verità".
Come vedremo più sotto, quando delineeremo il preciso significato
etimologico di tradizione con riferimento, ad esempio, a Livio,
l'eterodossia di una concezione tradizionale consiste nella sua
non fedele "consegna", che viene quindi, ad essere resa
"impura" nel suo autentico contenuto originario da qualcosa
di "altro".
In definitiva, tale falsità risulta essere per lo più
una palese assurdità: tutto ciò che è ipotetico
deve essere escluso, a tutto vantaggio di quanto ammetta unicamente
ciò, di cui la comprensione implichi immediatamente la vera
certezza.
L'ortodossia, contrariamente all'eterodossia, fa tutt'uno con la
conoscenza vera, risiedendo in un accordo costante con i principi,
garantito dalla fedele corrispondenza al "messaggio" ricevuto,
che viene a sua volta "tramandato" nella sua interezza
e purezza. L'unità della dottrina tradizionale ortodossa,
specificazione dell'Unità di tutte le tradizioni, con la
sua forza intrinseca, è la guida più sicura per impedire
alle divagazioni individuali di espandersi liberamente, in quanto
priva di "altri" e rigorosamente "una".
Crediamo utile, prima di ogni ulteriore considerazione in merito
al "Re-Pontefice", spiegare il significato etimologico
del termine tradizione onde evitare ogni possibile confusione. Il
suo significato originario, che deriva dal latino traditio, è
in realtà triplice:
1. L'atto materiale della "consegna" dunque anche nel
senso di "resa" (Livio);
2. "Consegna mediante parole", dunque insegnamento: traditio
praeceptorum è l'"esposizione verbale dei precetti"
affinché vengano appresi (Quintiliano);
3. Tradizione (Gellio).
Traditio indica l'atto di tradere, da trans-dare, con il significato
di "consegnare" ed anche "trasmettere", come
un insegnamento effettuato sia a parole che per iscritto (ad esempio:
tradere virtutem hominibus, "insegnare agli uomini la virtù",
Cicerone).
A ben vedere, la preposizione presente nel composto trans-dare indica
"al di là", "oltre", riferendosi sia
ai limiti temporali, che la memoria tramandata sorpassa e vince,
sia ai limiti dello spazio fisico, sia all'esperienza soggettiva
di colui che, possedendo una conoscenza, la partecipa ad altri mediante
la trasmissione. Trans-dare evidenzia anche una consegna "trans-personale"
di un dato culturale (in senso stretto), che esiste anteriormente
a colui che lo riceve e che questi apprende per la prima volta da
chi lo istruisce per poi, a sua volta, trasmetterlo. Esso indica
dunque un ricevere e un dare.
Vediamo allora delinearsi unitamente all'idea di trasmissione anche
quella di successione, ma è bene rilevare che il senso primo
della radice, del termine in esame, indica un rapporto che può
essere tanto simultaneo che successivo, tanto spaziale che temporale.
La trasmissione, di cui parliamo, deve intendersi ovviamente come
regolare e ininterrotta, inoltre essa determina una "direzione"
che, attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso
la sua fine e lo ricongiunge all'origine, e che, prolungandosi anche
di là da questi due punti estremi, per il fatto che il suo
principio è intemporale e "non-umano", lo ricollega
armonicamente agli altri cicli.
La tradizione è dunque la trasmissione di ciò che
si conserva com'era in principio, sebbene non nella sua espressione
esteriore. Proprio questa immutabilità, sotto le sue modificazioni,
rende trasmissibile la tradizione, diversamente da tutto ciò
che nel mondo profano è soggetto ad un continuo cambiamento.
La trascendenza della tradizione implica che questa si comunichi
allo stato umano procedendo dai principi. Dietro l'etimo di tradere
come trans-dare si intravede, allora, una dinamica di trasmissione
svolgentesi secondo due movimenti: uno "verticale, dal sovraumano
all'umano", e uno "orizzontale, attraverso gli stati o
gli stadi successivi dell'umanità"; parafrasando il
primo, da Dio all'uomo, mentre il secondo, dall'uomo agli uomini.
È ovvio che "la trasmissione verticale è d'altronde
essenzialmente 'intemporale', poiché solo quella orizzontale
implica una successione cronologica".
Per effetto della graduale corruzione del linguaggio operata dalla
cultura egemone, la parola tradizione ha perso gran parte della
sua primitiva connotazione, esprimendo così concetti talmente
differenti o del tutto secondari e derivati rispetto al significato
originario. Questo processo degenerativo, che sfocia nella deviazione,
prende forma quando, da tante parti contemporaneamente, si tenta
di utilizzare illegittimamente "l'idea stessa di tradizione"
ad opera di persone che vorrebbero identificarla con le loro proprie
concezioni in qualsiasi campo.
Tale tendenza reale alla "falsificazione del linguaggio"
è stata spiegata da Guénon con la "legge della
regressione delle caste". Nei paesi di tradizione araba, ad
esempio, corre il detto che "nei tempi più antichi gli
uomini si distinguevano fra di loro per la sola conoscenza; furono
poi prese in considerazione la nascita e la parentela; più
tardi ancora fu la ricchezza a venir considerata un segno di superiorità;
negli ultimi tempi, infine, gli uomini non sono più giudicati
se non secondo le sole apparenze esteriori". Questo comprova
come l'idea "progresso", è esattamente opposta
alla dottrina ciclica tradizionale: non v'è alcuna "ascesa"
bensì (questa sì) "caduta", come un allontanamento
in continua accelerazione dalla vetta della spiritualità
agli abissi oceanici della materialità grossolana.
Chiarito ciò che noi intendiamo per tradizione, ci è
possibile ritornare all'oggetto del presente studio, già
d'altronde abbozzato all'inizio. Il "Re-Pontefice" è
posto idealmente al centro del dominio che è soggetto al
suo potere. Egli ne è il Polo, l'asse immutabile intorno
al quale si svolge la rotazione del mondo, il perno attorno al quale
gira lo swastika (lo swastika, di genere maschile, è un simbolo
polare e non solare).
La sua legittimazione dipende direttamente dalla sua "investitura"
che deve avvenire effettivamente nel punto in cui l'Axis mundi s'interseca
col piano terrestre della manifestazione, in questo punto, che è
unico, egli sarà "intronizzato". Il trono, su cui
si siederà, è l'immagine terrestre dell'unico Trono
celeste dove ha eternamente sede il Governo divino di tutte le cose
(ta¡arruf).
Nella posizione in cui si trova, egli attua la mediazione tra questo
mondo e i mondi superiori e stabilisce la comunicazione tra il mondo
sensibile e quello sopra-sensibile, gettandovi un ponte: egli assicura
e vigila sul "guado", indicante propriamente un passaggio
da uno stato all'altro. Diviene necessario allora come per la parola
tradizione, fornire l'etimo di Pontifex, che consta di tre significati:
Facitore di ponti (pontem facere);
Colui che "può" farli (posse facere, nel senso
di rendere le condizioni opportune alla manifestazione dell'atto
sacro);
Colui che ha la competenza totale e universale (pomptis), perché
egli è l'unico che può per primo percorrere senza
timori la "via pericolosa" identificandosi con la via
stessa.
Ecco perché il "Re-Pontefice" riunisce in sé
un duplice potere pontificale e regale in uno ed in una sola persona.
L'associazione, in una mixta persona, del temporale allo spirituale,
come abbiamo già riportato all'inizio, costituisce quella
che è la Signoria Universale. Con ciò, si badi bene,
non intendiamo qualificare però un dominio su di un ambito
territoriale più o meno vasto e neppure la quantità,
in termini materiali, del potere posseduto, bensì un'auctoritas,
un principio comune, superiore e intrinsecamente metafisico. A ciò
si richiama Guénon quando allude all'esistenza, nella tradizione
indù, di un vertice da cui si sarebbero originati i due poteri
corrispondenti ai Brâhmani (Sacerdotium) e agli Kshatriya
(Imperium), vertice evidentemente al di là e al di sopra
di queste due funzioni considerate distintivamente. In tale vertice
v'è la sintesi indissolubile e la perfetta armonia tra l'aspetto
puramente contemplativo, rivolto al Principio, e quello di chi è
stato da Esso incaricato di prendersi cura degli affari delle Sue
creature.
Questa figura ativarna è ravvisabile nel Wang cinese, nel
Cakravartî indù e nel Califfo islamico mentre richiederebbe
uno studio a parte il caso dell'Imperator romano.
Per quanto riguarda quest'ultimo, ci limiteremo qui solamente a
riportare un accadimento storicamente avvenuto, per attestare la
presenza, nella tradizione romana, di una figura riunente in sé
lo spirituale e il temporale, sottolineando però, che esso
non vuole essere il punto di partenza per una presa di posizione
nella diatriba tra Papato e Impero.
Zosimo, nella sua Storia nuova (IV 36), narra come Graziano, primo
fra tutti gli imperatori, si fosse rifiutato di ricevere la veste
sacerdotale e divenire quindi Pontifex Maximus, ritenendola incompatibile
con la sua appartenenza alla fede cristiana. Era l'estate dell'anno
376 dell'era volgare. Quello che ci interessa in questa vicenda
storica è la riunione in una sola persona delle due massime
cariche del mondo romano, che nella tradizione cinese è espressa,
come abbiamo già visto, dalla figura del Wang, il "Re-Pontefice".
Inteso in tal senso, cioè come riunione in una sola persona
del divino e del umano, è possibile utilizzare Imperator
come altra espressione di "Re-Pontefice", precisando sempre
che la sua localizzazione hic et nunc ha per noi un valore simbolico
che non intacca la sua realtà propria in quanto fatto, ma
gli conferisce, oltre a questa realtà immediata, un significato
superiore. Ogni considerazione di durata e di successione ha un
valore meramente simbolico e richiede di essere trasposta analogicamente;
la successione temporale sarà allora solo un'immagine della
concatenazione, insieme logica e ontologica, di una serie "extra-temporale"
di cause ed effetti.
L'Imperator, al pari delle altre accezioni tradizionali, è
l'immagine simbolica di un uomo equilibrato, armonico, pacificato
con se stesso e con il cosmo che lo circonda ed espressione dell'auctoritas.
Egli è l'Uomo Universale, imago Dei come lo stesso Califfo
il cui fondamento metafisico va ricercato nell'accezione coranica
del suo significato indicante l'Uomo che "prende il posto"
di Dio nella Sua creazione conformemente a quanto espresso nel versetto
coranico: "E ricorda quando Dio disse agli Angeli: 'Ecco vado
a porre sulla Terra un khalîfa'" (Cor., II, 30). Il Califfo
è "Vicario di Dio", creato "secondo la Forma
divina" e scelto da Dio stesso (Philos Theou).
La "successione" o "luogotenenza" nei confronti
del Profeta (khilâfa rasûli-Llâh) non va confusa
quindi con la "Luogotenenza divina" (khilâfati-Llâh).
Trasposto il tutto nel Cristianesimo, il vero Imperator è
Theomimètes e non Christomimètes.
Il "Re-Pontefice" di cui stiamo trattando, unitamente
alle sue diverse accezioni tradizionali, sarà realmente tale
solo se in possesso del "mandato del Cielo" (Tien-ming),
in virtù del quale viene legittimamente riconosciuto come
suo Figlio (Tien-tseu). Quanto detto prova che il "Re-Pontefice"
non si sposa al principio dinastico, perché la Saggezza-Perfezione,
come la capacità di governare rettamente, non sono caratteri
genetici; l'ereditarietà ne ridurrebbe la portata simbolica
individuale, rendendola debitrice di un carisma burocratico, spesso
maschera di una personale e sfrenata sete di potere. Tutto ciò
è confermato da Tchoang-tseu: "il potere del Sovrano
deriva da quello del Principio; la sua persona è scelta dal
Cielo".
Nell'Islam, quanto riportato sopra, è ravvisabile nel fatto
che Allâh sceglie tra i suoi servi (ogni creatura Gli è
ontologicamente servo) uno di essi per rivestirlo con l'abito d'onore
della signoria e ordinandogli di apparire in esso. L'abito d'onore
della Forma divina è ciò che lo rende Califfo, "Re-Pontefice",
Wang.
Il mandato celeste cinese o l'istikhlâf islamico conferiscono
così, come si vede, l'auctoritas senza di cui non potrebbe
esservi imperium, la prima significando la capacità di far
nascere e di accrescere, dal verbo augeo indicante l'atto di produrre
dal proprio seno, mentre il secondo significando l'impulso fecondo
della prima, da in paro "porto ad esistere". L'atto creativo
è privilegio di Dio non degli uomini, questi possono esserne
dotati solo se direttamente designati da Dio stesso e da nessun
altro.
La complementarietà tra le due funzioni (Sacerdotium e Imperium),
che qualcuno ha affermato, non è falsa quanto insufficiente
perché corrisponde ad un punto di vista esteriore, qual'è
del resto la divisione stessa dei due poteri, necessaria in una
conduzione del mondo il cui potere unico e supremo non è
più a portata dell'umanità ordinaria.
Esiste invece una subordinazione del temporale allo spirituale perché,
nel caso d'assenza della mixta persona al vertice della gerarchia,
se il Regnum (Imperium) agisce di sua propria sponte senza il consiglio
del Sacerdotium, promulgherà non la Legge ma soltanto delle
regole: il temporale (imperium), espressione della finitezza, deve
necessariamente essere subordinato a ciò che ne dà
il proprio principio e la propria ragione sufficiente: lo spirituale
(auctoritas).
Da quanto detto, in merito alla supremazia dello spirituale sul
temporale, risulta strano che, parlando del "Re-Pontefice",
si anteponga al Sacerdotium quella che è la funzione propriamente
regale (legata all'imperium e perciò stesso temporale). Ebbene,
ciò è del tutto lecito, perché si esprime così
la funzione più prossima al mondo esteriore e quindi quella
manifestata più immediatamente.
Noi, situandoci nel mondo manifestato (ad-dunya) che è il
regno dell'esteriore, vediamo dal basso verso l'alto (la scorza
prima del nocciolo): è per questo che la funzione regale
ci appare per prima. In altre parole anteporre l'esteriore, che
è la regalità, all'interiore, il Sacerdotium, è
conforme al concetto di "passaggio" dallo stato "profano"
di dispersione nella molteplicità a stati più profondi
e finalmente "metafisici" di non manifestazione.
Il "Re-Pontefice", bi-unità riunente in sé
il Sacerdotium e il Regnum, è quindi la "presenza reale"
di Dio sulla terra in quanto unione del divino all'umano. Il "Re-Pontefice"
è in realtà una vittima, nel senso che, quantunque
raggiunto un tale livello di spiritualità che lo pone al
di là di qualsiasi tipo di limitazione, gli viene ordinato
di ritornare là da dove lui si era dipartito (avâtara).
Egli fa ancora una volta atto di rinuncia: se prima, nel suo cammino
ascendente, aveva rinunciato alla sua individualità (intesa
come nafs), ora rinuncia alla dimora spirituale più elevata
per fare ritorno in questo basso mondo.
In forza di questo egli non ha bisogno di nessuna arte per governare,
perché segue non la volontà del popolo che è
una chimera, ma la volontà del Cielo; signore (rabb') agli
occhi degli altri servi, cui lui appartiene ontologicamente (per
natura egli è un 'abd), egli è il mezzo tramite cui
si manifesta la Sua volontà.
Da ciò si evince come ogni vero Wang, Cakravartî, Califfo
o "Re-Pontefice" sia un "essere" più
che un agire: dà il "tono" ad una civiltà
per mezzo di un'azione "catalitica", cioè di un'azione
esercitata dalla semplice presenza.
Egli, anthropos teleios, è colui che dotato d'auctoritas
detiene l'imperium vero, colui che ordina lo spazio "misurandolo"
come fa nella tradizione estremo-orientale il Wang, anche detto
Tien-ki, "vetta del Cielo", quando "passeggia"
nel Ming-tang, il "Tempio della Luce".
Alberto De Luca
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