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ATTENTI AL PANTHEON
di Nicola
Bux
I diritti
fondamentali della persona sono 'indisponibili'. Purchè lo
siano dappertutto. Strano che non la pensino così i governanti
dei paesi arabi e musulmani. Non si pensi all'Arabia Saudita o all'Afghanistan,
ma al moderato Egitto dove i cristiani non possono costruire una
chiesa: quando ci riescono dopo anni e pratiche estenuanti possono
anche vedersela distruggere; o in Turchia dove chi si converte al
cristianesimo viene torturato dalla polizia e le poche chiese esistenti
hanno la facciata nascosta, perché non sia notata dalla pubblica
strada. Se è vero che il diritto a esercitare la libertà
religiosa è fondamentale, i musulmani italiani almeno devono
dire come giudicano tutto questo e cosa farebbero se ciò
avvenisse in Italia e in Europa nei loro confronti. Forse bisogna
attendere che faccia progressi quella che Mario Scialoia, vicepresidente
della Lega musulmana mondiale, chiama 'l'identità islamica
europea' ? Ma allora perché la Lega non comincia a criticare
il fatto che in tutti i paesi arabi i cristiani sono cittadini di
seconda categoria? Il cardinal Biffi e nessuno dei vescovi hanno
paura delle conversioni di cristiani all'islam in Italia. Se un
cristiano diventa musulmano vuol dire che non ha potuto o voluto
fare veramente esperienza di fede in Cristo. Quanto al califfo Omar
che nel 638 sarebbe entrato a Gerusalemme e avrebbe concesso libertà
di culto, si sa invece che il patriarca S. Sofronio, dopo una disperata
difesa della Città Santa, fu costretto ad aprirgli le porte
e a consegnargli le chiavi (si veda l'Omelia 7, 10), poi morì
di crepacuore.
In Giordania e Marocco ci sarebbe libertà religiosa? Chi
conosce quei paesi sa che c'è una 'libertà vigilata'
garantita dalla dhimmitude coranica, la sottomissione di quanti
sono ebrei e cristiani. Laggiù, come in tutti i paesi arabi,
non si può in alcun modo divulgare il Vangelo, pena la morte.
Avviene anche nella 'tollerante' Giordania. Ma questo non stupisce,
per chi conosce il testo coranico. C'è differenza o no con
l'Europa dove il verbo islamico si può liberamente propagandare?
Allora è bene che quanto avviene laggiù sia conosciuto
e valutato anche dai musulmani di casa nostra, altrimenti ha ragione
il card.Biffi quando dice che "la perfetta immedesimazione
tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e
irrinunciabile, anche se di solito a proclamarla e farla valere
aspettano prudentemente di essere diventati preponderanti"
(La città di S.Petronio nel terzo millennio, Bologna 2000,
n.44).
Il cristiano non ha paura dell'islam come di qualsiasi altra proposta
religiosa, perché Cristo non ha avuto paura di incontrare
chicchessia - il Vangelo lo attesta - e ha invitato i suoi a non
avere paura. Per questo la Chiesa si è diffusa nel mondo
incontrando tutti i popoli e le nazioni, senza distinzione di razza,
cultura, lingua e religione. In Europa non ha avuto paura dei 'barbari'
che la invadevano, come, negli altri continenti, degli indigeni
che li abitavano. La verità del Vangelo non si impone se
non in forza di se stessa. In nessun testo del Nuovo Testamento
se ne giustifica l'imposizione: chi l'ha fatto ha piegato il testo
evangelico alla propria testa. Volentieri appunto si amano ricordare
le pagine di storia in cui il cristianesimo è stato imposto,
molto meno invece le ben più numerose ed attuali pagine di
persecuzioni. Queste si spiegano anche perché i cristiani,
a differenza di ogni altra religione non solo non accettavano l'annessione
del loro Dio fatto uomo al pantheon politeistico, ma insistevano
nel sostenere che l'unico salvatore è Gesù Cristo.
Su questo punto Giovanni Paolo II ha chiesto ai vescovi di promuovere
l'unità nella dottrina. Questo era ed è uno scandalo.
Ma, come ricorda David Jaeger, la Dichiarazione sulla libertà
religiosa Dignitatis Humanae del Vaticano II sostiene che una società
fraterna, libera e pacifica è proprio quella in cui i cristiani
possono liberamente spiegare le ragioni della loro speranza e i
contenuti della loro fede, così come lo possono fare ebrei,
musulmani, induisti, buddisti e membri di qualunque altra religione,
senza che ciò possa procurare pressioni da parte della società
o dello stato, o alcuna interferenza da parte del potere civile.
Coloro che obiettano a questo, dicono in altre parole che la condizione
del dialogo è che essi possano dettare alla Chiesa cattolica
cosa deve credere per poter dialogare con loro. E' il colmo dell'assurdità.
Questo però non può impedire a un cittadino italiano,
anche se cardinale, di esprimere e rivolgere allo Stato le sue preoccupazioni.
E' abbastanza strano che non si voglia ammettere che uno Stato debba
salvaguardare la propria identità, rispettando ma contenendo
nei giusti limiti quella delle minoranze. Quanto sta accadendo in
Terra Santa dovrebbe indurre a riflettere coloro che amano la multietnicità.
Un trapianto, quello di Israele nel mondo arabo, da più di
cinquant'anni, non ancora riuscito e con puntuali crisi di rigetto.
Come mai?
Se non si vuole arrivare alla situazione dei Balcani o del Medioriente,
poiché non pare che in Italia i musulmani desiderino essere
assimilati, sebbene siano poco più del 2 % della popolazione,
accettino la convivenza con la maggioranza di 55 milioni di italiani,
che però, come del resto non fa nessuno dei loro stati di
provenienza, non possono mutare le leggi fondamentali. Sono essi
che devono adeguarsi nel rispetto e nella libertà, come fa
chiunque decide di stabilirsi in un paese straniero. E' vero che
in Italia ci sono il divorzio e l'aborto (il primo accettato e il
secondo rifiutato dall'islam), con la differenza che un cristiano
che non li accetti non è perseguibile per legge, mentre un
musulmano che pratica l'aborto in uno stato islamico è perseguibile,
si "da trasformare - come il laico Taradash scrive sul Il Giornale
del 22.IX.2000 - ogni 'peccato' in 'reato', ogni idea anticonformista
in bestemmia, ogni 'vizio' privato in crimine contro lo Stato
Non è giusto allora chiedere cautela, e imporre clausole
di rispetto dei diritti civili, nel caso di accordi bilaterali sull'immigrazione
in Italia?" Dunque la convivenza è possibile, se si
vuole, ma senza pretese, attraverso il dialogo. Quello con le altre
religioni, per i cattolici, non è un compromesso circa quello
che si crede, ma la collaborazione per la difesa della persona e
della libertà da ogni potere, sia esso di establishment religioso
o di Stato laicista. Dunque, è necessario che i cittadini
italiani di fede musulmana e gli altri immigrati islamici dichiarino
se sono per l'integrazione o meno. Altrimenti non potranno accusare
nessuno di averli ghettizzati.
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