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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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L'ICONOGRAFIA EBRAICA

di Roberta Simini

Dio allora pronunciò tutte queste parole:
Io sono il Signore Dio tuo, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. (Esodo 20, 1-4)
Sembra, leggendo questo brano di Esodo e soprattutto mettendolo in relazione con la successiva vicenda del vitello d'oro e la sua tragica conclusione (Esodo 32), che non ci sia assolutamente spazio nella cultura ebraica per alcuna raffigurazione iconografica, però, solo dopo qualche capitolo, ci si imbatte in una sorprendente quanto affascinante disposizione divina cui verrà data pronta esecuzione da Mosè e dal popolo eletto:
Fece il coperchio di oro puro: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. Fece due cherubini d'oro: li fece lavorati a martello sulle due estremità del coperchio: un cherubino ad una estremità e un cherubino all'altra estremità. Fece i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità. I cherubini avevano le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; erano rivolti uno verso l'altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il coperchio. (Esodo 37)
Proprio su quello che fu il massimo segno visibile della presenza di Dio in Israele, fra il suo popolo, nel cui interno doveva essere custodita la Torah, la parola dell'Alleanza, la Legge che suggellava l'appartenenza al Dio che aveva vietato con energia le immagini, proprio sull'arca dell'Alleanza: due cherubini dall'aspetto antropomorfico con le ali spiegate ed il volto rivolto verso il basso, sembra una contraddizione sorprendente, testimone evidente di quanto quella proibizione fosse soggetta ad interpretazioni non del tutto univoche e letterali, di come anch'essa fosse soggetta ad eccezioni a volte veramente eclatanti. Se esaminiamo infatti il significato che nella tradizione interpretativa ebraica fu dato all'immagine dei due cherubini sul coperchio dell'arca dell'Alleanza troveremo conferma di quanto andiamo dicendo.
Antichi Midrashim e lo stesso Talmud affermano l'identità tra il duplice nome di Dio YHWH ed Elohim i due cherubini dell'arca e gli attributi divini o Sefiroth. Recita infatti il Midrash Tadshe: …i due cherubini dell'arca della testimonianza corrispondono ai due nomi santi: il Tetragramma ed Elohim… .
Autori come Filone d'Alessandria, nei loro commentari alla Sacra Scrittura, affermano anch'essi questa identità tra cherubini, nomi di Dio ed attributi divini, dando anche un'interpretazione del modo in cui sono raffigurati e della loro postura:
Poiché è necessario che le potenze creatrici e regali si volgano l'un l'altra a contemplare la loro rispettiva bellezza, e allo stesso tempo siano concordi a beneficio delle cose che sono state create.
In secondo luogo, poiché in Dio, che è uno è insieme Creatore e Re, per natura le potenze, benchè divise si uniscono nuovamente. Era utile infatti che fossero divise affinchè l'una potesse avere la funzione creatrice, l'altra di governare, dal momento che tali funzioni differiscono. E le potenze creatrici erano riunite insieme in modo diverso, in grazia della giustapposizione dei nomi, affinchè la potenza creatrice potesse essere condivisa dalla regale e la regale dalla creatrice. Entrambe tendono alla sede della clemenza. Perché se Dio non fosse stato clemente verso le cose esistenti, non sarebbe stato creato niente per mezzo della potenza creatrice, né sarebbe stato ordinato niente per mezzo della potenza regale .
Gli attributi di Dio: "clemenza" e "rigore", che sarebbero diventati, nella mistica ebraica le Sefiroth Gevurah (Potere) ed Hesed (Amore), erano identificati con i due cherubini dell'arca chiamati du-parsufim, ai quali veniva dato sesso maschile e femminile.
Scrive ancora Abraham ben David di Posquières (noto come Rabad):
Duplice è il segreto dei du-parsufim: in primo luogo è noto che furono emanati due opposti, il giudizio severo e la sua controparte, la clemenza totale. E se non fossero stati emanati du-parsufim, e (se) ognuno avesse dovuto compiere le sue azioni (separatamente) secondo le sue caratteristiche, sarebbe stato possibile vederli come due potenze agenti (separatamente) senza alcuna connessione e aiuto reciproco. Ma poiché furono emanati du-parsufim, le loro azioni sono eseguite in cooperazione e parità, in unione totale, senza alcuna separazione. Inoltre se non fossero stati du-parsufim, essi non si unirebbero e l'attributo del giudizio non convergerebbe in quello della clemenza, né quello della clemenza in quello del giudizio. Ma poiché furono emanati du-parsufim, ciascuno di loro può avvicinarsi al suo compagno, in modo che il Tabernacolo sia uno .
Esiste ed è attestata ampiamente una tradizione rabbinica dei cherubini come forme (morphè) di Dio, recepita nel Talmud, che risalirebbe a Filone e che presenta una forte affinità col pensiero gnostico . I du-parsufim vennero identificati anche, nella letteratura della Qabbalah, con le diverse manifestazioni di Dio nelle Sue Sefiroth Tifereth (Bellezza) e Malkuth (Regno), che contenevano rispettivamente l'elemento maschile e femminile della divinità.
Come si vede, anche se ai tempi in cui questi commentatori scrivevano, l'arca dell'Alleanza con il suo coperchio erano ormai perdute, come oggetti, non ha procurato loro alcun disagio considerare una effige scolpita nel metallo immagine di Dio.
E' evidente che la proibizione di farsi delle immagini, pur permanendo i rischi dell'idolatria, pur in un contesto di mondo circostante pagano, non era senza eccezioni.
E qui non siamo in ambito di degradazione del culto, di commistione esecrata dalla Sacra Scrittura, non si tratta di immagini di divinità della fertilità, pure presenti nella cultura dell'antico Israele, ma di immagini che la stessa Sacra Scrittura propone al culto,
In Numeri 21, 4-9, ancora il comando di Dio: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita"(Nm 21,8), così in contrasto con Esodo 20, 4, ha costituito un serio problema interpretativo nell'ambito della stessa esegesi ebraica. Filone d'Alessandria vede nel serpente di Mosè l'immagine della temperanza, che vince i morsi dei serpenti, cioè i piaceri, figli del serpente di Eva .
E' probabile che la proibizione delle immagini sia stata inserita interpolando il testo di Esodo 20, col versetto 4 solo in un secondo tempo, a seguito delle lotte contro l'idolatria di cui al 2Re, conseguenza di una lunga evoluzione, che passa attraverso il rifiuto di culti tradizionali troppo simili a quelli dei vicini popoli pagani.
In Genesi 28, 18 troviamo un'allusione all'uso di erigere steli ad indicare il luogo di una teofania, di una rivelazione o comunque un luogo di culto. Questa stele unica, ereta in luogo isolato o in un tempio costituiva la rappresentazione visiva dell'unicità di Dio, una beth- El, casa di Dio, il cui culto, in Arad, fu eliminato attraverso il seppellimento rituale delle steli, verso la fine della monarchia israelitica (fine dell'VIII secolo a.C.). Queste steli erano per lo più prive d'immagini, ma portavano al più iscrizioni votive e preghiere.
Che la cultura ebraica non abbia mai conosciuto raffigurazioni è un'affermazione che può essere facilmente smentita, basti pensare agli affreschi della sinagoga ebraica di Dura Europos, in Mesopotamia, risalenti al III secolo d.C. Questi affreschi riproducono oltre alle storie tratte dalla Bibbia, quali la visione di Ezechiele, il Trionfo di Mardocheo, Mosè salvato dalle acque, anche simboli tradizionali quali la Menorah e gli arredi del Tempio, l'arca dell'Alleanza. Figure umane ed animali si alternano a simboli, la potenza di Dio che fa rivivere le ossa rinsecchite viene rappresentata atrraverso una serie di mani che paiono scendere dal cielo, la prima delle quali afferra per i capelli il primo da sinistra degli uomini ricomposti.
E' probabile che sugli affreschi di Dura Europos si sia fatto sentire l'influsso dell'affermantesi cultura cristiana, così affine all'ebraica, soprattutto nella sua fase iniziale, detta appunto giudeo-cristiana.
Normalmente, però nelle sinagoghe di tutte le epoche, difficilmente si trovano immagini del tipo di quelle presenti nella sinagoga di Dura Europos, ma solo decorazioni floreali e tutt'al più raffigurazioni simboliche quali il pesce o la Menorah (il candelabro a sei braccia).
Interessanti sono, dal punto di vista iconografico, gli arredi sinagogali, in argento e oro, riccamente decorati, che nel passare dei secoli hanno conosciuto una sempre maggiore raffinatezza e ricchezza simbolica.
Ci riferiamo essenzialmente alle corone della Torah, o Keter, che venivano poste in cima al contenitore cilindrico del rotolo della Torah, gli scudi della Torah o tass, offerti dai fedeli in occasione delle nozze o di altre liete ricorrenze, i jadaim o mani per la lettura della Torah, i bessamim, o ampolle per le essenze profumate, (utilizzate quest'ultime nei riti del sabato anche nel culto domestico). Si tratta per lo più di oggetti d'argento, tradizionali, che accompagnano il rito sinagogale, che si sviluppa interamente intorno al rotolo della Torah, la cui decorazione ha un significato simbolico molto profondo. Sulle corone della Torah si possono trovare elementi decorativi costituiti da fiori e frutti, soprattutto melagrane e uva, ma anche tavole della legge, scene bibliche, leoni, unicorni, cervi e altro.
Keter, corona è il nome della prima misteriosa Sefirah divina, che insieme all'En-Sof, costituisce la parte più impenetrabile dell'essenza divina, Keter, quindi, non semplicemente simbolo della regalità di Dio, del suo regnare sull'universo e sull'uomo, attraverso la Sua Torah, ma simbolo della stessa essenza divina. I campanelli inseriti nella corona avvertono i fedeli che sta passando non semplicemente il rotolo della Torah, ma l'immagine stessa della presenza, espressa dalla Parola (Davar) e dalla sua corona (Keter).
Gli scudi della Torah, poi, in virtù della loro superficie piatta, offrivano agli orafi ampie possibilità di esprimere la loro creatività. Gli elementi decorativi più diffusi erano leoni, uccelli, unicorni, motivi arborei e floreali che richiamavano l'albero della vita, le Tavole della Legge, l'arca dell'Alleanza e le due colonne spezzate Jachin e Boaz poste dal re Salomone all'ingresso del Tempio di Gerusalemme.
I jadaim sono delle aste lavorate, che terminano con una mano chiusa, con l'indice teso. La loro funzione era ed è quella di portare il segno durante la lettura del rotolo della Torah, che per la sua sacralità non può essere toccato da mani d'uomo. Il fusto è spesso a forma di colonna, più raramente a forma di braccio umano, è finemente decorato con motivi floreali e presenta sulla sommità un animale: leone, aquila e altri.
Le ampolle o bossoli per bessamim, veri diffusori di profumi, erano usati nel culto domestico e sinagogale, anch'essi decorati con motivi floreali e animali testimoniano che il gusto per l'immagine non è mai stato soffocato dalla rigida interpretazione di disposizioni bibliche che, capite correttamente nel loro spirito, cioè come dirette contro un uso idolatrico delle rappresentazioni, non hanno impedito lo sviluppo di una, sommessa ma non trascurabile, iconografia ebraica.
Molti di questi oggetti, appartenenti soprattutto al patrimonio culturale askenazita, sono conservati nel Museo dei tesori storici dell'Ucraina di Kiev, alcuni dei quali provenienti dal Museo della cultura ebraica "Mendele Mojcher Sforim" di Odessa, chiuso negli anni trenta, per motivi facilmente intuibili.
Come si è visto, il legame tra iconografia e teologia si è conservato molto stretto, nel corso dei secoli e la valenza simbolica è rimasta molto forte, pur nei tempi più recenti, (gli ultimi reperti qui descritti, infatti, vanno dalla metà del XVIII al XX secolo), testimoni dell' esistenza di un'iconografia ebraica che ha conservato le sue caratteristiche di profonda spiritualità sorprendentemente intatte nel tempo.
  

  

 
 
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