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UNO
STATUTO PER LA MISSIONE GLI INTENTI
DEI COLLOQUI INTERNAZIONALI
di
Nicola Bux
L'intento
centrale del lavoro dell'Europe-Near East Centre è il sostegno
alla presenza cristiana in Terra Santa, come in tutto il Vicino
Oriente, attraverso le dimensioni della cultura, della carità
e della missione. Avendo a cuore il futuro di questa presenza, con
l'incoraggiamento di prelati e di studiosi abbiamo preparato un
Colloquio internazionale che potesse approfondire e delineare soluzioni
all'interno della formula della Santa Sede "uno statuto speciale
internazionalmente garantito": formula decisiva per Gerusalemme
e cruciale per la 'libertas Ecclesiae' in Palestina, Israele e Vicino
Oriente. Dopo due anni e mezzo di preparazione e di incontri, si
tenne a Bari il 13 e 14 Dicembre 1991 il I Colloquio. Bari, una
delle 'porte' euro-mediterranee a Oriente, lo ospitò col
sostegno lungimirante della Camera di Commercio, come prima fase
intercattolica, con i più noti esperti del settore. Il 2
Colloquio seguì a Otranto, col patrocinio dell'Arcidiocesi
salentina, nel Gennaio 1993: fu la fase intercristiana di confronto
con gli studiosi greci-ortodossi, armeni e anglicani. Il 3 ed ultimo
Colloquio si tenne ancora a Bari nel giugno 1995, col patrocinio
dell'Archivio di Stato e della Fiera del Levante: fu la fase interreligiosa
di lavoro con gli studiosi ebrei e musulmani.
Per la Santa Sede Gerusalemme è santa alle tre religioni
monoteiste. Iniziatori delle Crociate per restituire alla Cristianità
la libertà di accesso ai Luoghi Santi, i Sommi Pontefici,
dopo i due secoli di regno latino, si limitarono a sostenere, confermare
e talvolta correggere le iniziative altrui.
Nei tredici secoli di dominio musulmano, con interventi in forme
diverse e in periodi successivi, avviarono trattative bilaterali
tra potenze cristiane e dominatori musulmani pro tempore; un ruolo
particolare fu svolto con successo dalla Francia, quale protettrice
dei cattolici nel Vicino Oriente. Con la fine del periodo ottomano,
non venne meno la struttura costituzionale islamica, anche se mitigata
e modificata da una serie di trattati; rimase però inevaso
il bisogno di sistemazione dei diritti delle comunità religiose.
Nel XX secolo ci si affidò alla Società delle Nazioni,
che diede alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina, ritenuto
dai Pontefici del tutto inadeguato.
Il 29 Novembre 1947 l'Assemblea generale dell'ONU approvò
la risoluzione 181,II, rilevando la situazione della Palestina dopo
il periodo mandatario; questa volta essa ricevette una sostanziale
approvazione da Pio XII, ben attento a non interferire con le competenze
politiche della comunità internazionale. Ma la Risoluzione
non risolse l'internazionalizzazione territoriale di Gerusalemme,
il corpus separatum, mentre diede mandato per creare due stati nazionali
indipendenti, uno giudaico e l'altro arabo, cioè islamico
in modo predominante se non esclusivo, data la comune accezione
del termine 'arabo'. Ecco donde ha origine l'impasse.
La questione è stata riproposta sul tavolo dei Colloqui e
attentamente studiata da studiosi di storia, diritto, diplomazia
e politica internazionali, confrontandosi sull'importante proposta
di effettivi diritti e libertà alle tre storiche comunità
religiose, con i loro membri e istituzioni: ebrea, cristiana, musulmana.
L'elemento centrale della proposta è la necessità
di una garanzia internazionale per Gerusalemme.
Si sa che il piano dell'ONU non andò ad effetto se non per
la costituzione dello Stato ebraico, che comunque non ne adempì
i dettati. Il resto del territorio della Palestina fu occupato da
Egitto e Giordania, mentre la città di Gerusalemme fu divisa
e annessa: la parte est con quella murata alla Giordania, la parte
ovest ad Israele.
Non adempiendosi il 'corpus separatum', nacque la "questione
di Gerusalemme", che fece dimenticare il problema iniziale
riguardante le tre comunità religiose, a favore della questione
della sovranità territoriale; anzi, la questione iniziale
fu ridotta ad una delle sue dimensioni: i Luoghi Santi, la loro
protezione e accessibilità in genere. Così Gerusalemme
e i Luoghi Santi hanno ecclissato tutto il resto.
L'interesse
dei cattolici per la presenza cristiana in Terra Santa, come in
tutto il Vicino Oriente, deve innanzitutto rispettare la priorità
delle chiese cattoliche orientali. L' ecumenismo postconciliare
le ha ritenute un ostacolo al dialogo con gli ortodossi: per quelle
di Terra Santa è stata una sofferenza più grande di
quella provocata dalla difficile situazione economica e politica;
inoltre, ha ritenuto 'stranieri' gli arabi cristiani di tradizione
latina, preoccupato di salvaguardare la fisionomia delle chiese
locali, dimenticando che in esse vive la Chiesa universale, nella
quale nessuno è straniero, ovunque viva la sua fede. Un pensiero
non cattolico ha falsato i principi cattolici dell'ecumenismo, enunciati
nel decreto conciliare Unitatis Redintegratio: così, sono
stati abbandonati e spesso ritenuti inesistenti i cattolici orientali,
indicati come i primi fautori del dialogo con gli ortodossi nel
decreto conciliare Orientalium Ecclesiarum. L'identità cristiana
è unica, pur declinata in differenti tradizioni: quando queste
sono diventate vere e proprie etnie hanno sommerso l'origine; l'accusa
degli ortodossi ai cattolici di intrusione o tradimento, a motivo
di presunti o reali passaggi appartenenza etnica più che
confessionale, è solo il sintomo di un'assenza di missione.
L'eredità della 'chiesa delle origini' non appartiene ad
una o all'altra delle chiese di Terra Santa, ma a tutta la Chiesa
universale. Anche in forza di ciò, la Santa Sede opera in
favore di tutti cristiani, anche quando parla a nome della Chiesa
cattolica, valorizzando le posizioni delle chiese particolari. I
problemi intercristiani dunque, saranno affrontati nella conversione
all'Origine, che è il cuore dell'ecumenismo, e nella preoccupazione
di dilatare la missione; questa vincerà ogni altra preoccupazione,
ivi compresa quella di perdere fedeli a favore di altre comunità.
Questa è l'essenziale condizione del dialogo ecumenico.
Queste rapide riflessioni spiegano il motivo di riservare agli ambiti
intercattolico e intercristiano, i primi due Colloqui.
Il
futuro della presenza cristiana in Terra Santa dipende anche da
una ridefinizione della missione della Chiesa nella società
israeliana; nel quadro generale di abbandono della missione in favore
del dialogo, che ha caratterizzato il Postconcilio, si è
imposto un atteggiamento relativistico nei confronti del Giudaismo.
Evitare il paradosso di vedere questo come la contraddizione del
Cristianesimo, porta a fondare su basi fragili il dialogo cristiano-ebraico,
che ha origine, appunto paradossalmente, dal disaccordo sul Messia.
Di certo gli ebrei ci tengono a sottolineare la loro identità,
ma non a riconoscere la distinta identità cristiana, se continuano
ad accusare la Chiesa di pregiudizio antisemita, perché continua
a escludere la soluzione di una salvezza al di fuori della Croce.
Ma il Giudaismo - si afferma in casa cattolica - è la religione
dell'Antico Testamento: è un pensiero abbastanza diffuso,
ma vero solo in parte per l'ebraismo odierno. Gesù riformò
infatti largamente il Giudaismo del suo tempo; il cristianesimo
è quindi quello che il Giudaismo avrebbe dovuto diventare.
Il cristianesimo è qualcosa di nuovo ed imprevedibile, una
ricomprensione di tutta la storia dell'umanità, non una derivazione
del Giudaismo. Così l'hanno visto i testimoni oculari, giudei
diventati scrittori apostolici, apostoli e padri della Chiesa. Solo
quando il cristianesimo guarda a sé stesso in tal modo, e
solo quando il Giudaismo guarda a sé stesso nel modo in cui
i saggi della Torah orale l'hanno visto, cioè come affermazione
della Torah di Dio per tutta l'umanità - ha detto uno studioso
ebreo proprio a Bari - solo allora le due religioni riconosceranno
di essere davvero l'una dall'altra. Il dialogo inizierà dal
riconoscimento della differenza, con una ricerca del terreno necessario
a stabilire una qualche forma di comunicazione, invece che con l'assunzione
delle similitudini e dei punti d'identità o con la ricerca
degli elementi in comune.
L'Antico Testamento rimarrebbe un'utopia se non ci fosse stata l'Incarnazione
del Verbo. Il primo capitolo del libro della Sapienza, ad esempio,
risulterebbe addirittura beffardo nel suo ottimismo, se non ci fosse
stato il parto della Vergine. Purtroppo certi cristiani a volte,
da seguaci di Cristo presente nella compagnia della Chiesa, sono
regrediti alla fede in un Messia da attendere; da seguaci di Cristo,
principe della pace, sono diventati cultori delle religioni 'per
la pace'. Dunque, è arduo identificare in questo uno dei
filoni del pensiero non cattolico, che Paolo VI riteneva essere
penetrato nella Chiesa? L'unica linea che ci congiunge agli ebrei
è la fede di Abramo che trova il suo compimento in Gesù
Cristo, perché egli 'vide il suo giorno e ne gioì'.
Questo è il vero Giudaismo - diceva Edith Stein - perché
entrando nell'unità con Cristo si entra nel cuore stesso
di questa religione. E' quanto in sostanza aveva detto S. Paolo.
Non si dica che in tal modo il dialogo è impossibile: è
noto che gli ebrei, inclusi i rabbini capi, considerano il cristianesimo
una forma di idolatria; perciò, non si capisce perché
i cristiani non debbano avere il diritto di vedere il Giudaismo
come uno stadio preliminare verso il cristianesimo. Ciò lascia
libero il Giudaismo di ritenersi autosufficiente, anche se da una
riflessione sul mistero della Chiesa potrebbe essere aiutato nel
comprendere il suo stesso mistero. Dunque ci dobbiamo reciproci
riguardi.
Il
travaglio del popolo ebraico è degno di grande rispetto:
omettere di considerarlo è già antisemitismo (ma anche
gli arabi sono semiti e un analogo atteggiamento è riscontrabile
nei loro confronti). D'altro lato, accostarlo da parte cattolica
in modo autolesionista, ritenendo la Chiesa responsabile di buona
parte del male loro inferto, porta ad impostare in modo semplicistico
e confuso il rapporto col Giudaismo da un lato e con lo stato d'Israele
dall'altro. Certo non è facile in tal caso mantenere distinti
gli aspetti religioso e politico. Bisogna infatti tenere presenti
gli interrogativi che persistono all'interno dello stesso mondo
ebraico: che genere di nazione vuol essere Israele? Cos'è
Israele? Il consenso prodottosi in Israele, secondo Aba Eban, era
così definibile: tutti sono concordi nel definire collettivamente,
ciò che nessuno crede individualmente.
La distinzione tra piani politico e religioso è presente
in verità anche tra pensatori ebrei. Scholem, in Fedeltà
e utopia, parla di un popolo degenerato non più riconoscibile
nell'osservanza della Torah; un popolo nel quale dilaga la corruzione
politica, la speculazione economica, l'abbandono indifferente o
il cieco fanatismo per la propria tradizione, ma soprattutto dei
rischi, anzi del radicale tradimento consistente nell'identificazione
o nell'assimilazione della causa secolare di uno Stato, o anche
di un popolo, che tante generazioni ebraiche avevano invocato e
atteso come miracolo di Dio, Un popolo perciò non diverso
da altri popoli.
Scholem non era un ebreo osservante, ma un insigne maestro dell'halakhah,
Jeshajahu Leibowitz ha confermato in un'intervista al Jerusalem
Post (20 Aprile '89) le sue tesi che negano il valore religioso
della terra d'Israele e lo stato-nazione, concepito come miwwah,
cioè come adempimento di un precetto della Legge di dio.
Egli vede la falsificazione più cinica in uno stato e in
una società che si fingono religiosi per assicurarsi rispettivamente
potere e identità. Giunge a dichiarare di non essere "sicuro
della futura esistenza del popolo ebraico", perché pensa
che esso avanzi verso la sua distruzione. Ma già il grande
Emmanuel Levinas ha più volte additato il rischio di secolarizzazione
dell'ebraismo, della strumentalizzazione dell'Olocausto e dell'accusa
di antisemitismo a chi critica la politica israeliana.
Con tali premesse, bisognerà giudicare almeno affrettate
le valutazioni riguardo ad argomenti 'classici' della polemica cristiano-giudaica,
come fa Thomas Friedman in Da Beirut a Gerusalemme. L'interpretazione
della distruzione di Gerusalemme e del secondo tempio nel 70 d C
come punizione divina per il mancato riconoscimento del Messia,
va compresa nel confronto tra Scritture profetiche e neotestamentarie.
La letteratura apocalittica è entrata nel canone ecclesiastico
in dosi limitate. Ne va confusa una corrente di pensiero, anche
patristico, con un pronunciamento dommatico, inesistente in merito.
La diaspora ebraica inoltre, non fu mai totale dopo 1l135 d C; come
del resto, il territorio da Dan a Bersheba non era mai stato occupato
unicamente da ebrei, i quali raggiunsero l'unità politica
solo con il regno di david in Gerusalemme, e parte del regno di
Salomone.
Per la Chiesa cattolica dunque, non esiste alcun "dilemma teologico".
Il popolo d'Israele resta caro a Dio a motivo della sua elezione,
afferma il concilio Vaticano II, ricollegandosi a S.Paolo. Ma la
Chiesa ha ritenuto di adempiere anche alla missione universalistica
additata dai profeti per quel popolo, andando fino ai confini della
terra, secondo il comando di Gesù Cristo.
Se il Sionismo alla fine del XIX secolo ha prodotto un movimento
che ha rimpatriato tanti ebrei in Palestina, che, come ai tempi
dell'Esodo, vi hanno trovato altri popoli, ciò non può
ricevere un sigillo di eternità, analogo a quello che il
marxismo-leninismo volle imprimere al proletariato internazionale.
Le conseguenze dell'autoaffermazione di un popolo a scapito di altri,
che pure hanno diritto a una patria, è sotto gli occhi di
tutti. Questo è un elementare diritto umano e quindi - dispiace
per Friedman - il Papa a Roma non ha "un problema irrisolto".
Né si può accettare una 'teologia' per la quale un
popolo, oggi quello palestinese, non ha diritto alla terra ove risiede
da due millenni, perché è stata promessa da Dio a
un altro popolo. Quets lettura della Bibbia, avallata anche da cattolici,
è ideologica. La promessa ad Abramo era condizionata al fatto
che la sua discendenza fosse rimasta fedele ai comandamenti di Dio,
che consistono nell'aver fede e nel trattare ogni uomo come essere
creato alla stessa immagine in cui furono creati Abramo e la sua
generazione. La Scrittura dice che la discendenza di Abramo abbandonò
il Signore, facendo il male contro l'uomo. Inoltre, dopo l'esilio
babilonese, mutò il significato della terra 'promessa': Isaia
preannuncia cieli nuovi e terra nuova, sicché sarà
possibile vivere ovunque i comandamenti del Signore. Cristo ha siglato
l'annuncio profetico con la generazione della Chiesa.
Certamente in casa cattolica non s'è voluta considerare la
costante posizione della Santa Sede, che ha evitato di riconoscere
un legame temporale tra il popolo ebraico e la terra d'Israele
.?
L'ambito religioso e quello politico cioè, van tenuti ben
distinti. Del resto la comunità internazionale non ha risolto
la questione dei confini dello stato d'Israele. Per i fondamentalisti,
in occasione del terzo millennio del regno di David hanno detto
che il territorio dovrebbe abdare da Dan a Beer Sheva, cioè
dai confini meridionali del Libano al deserto del Negev, non essendo
possibile dal Sinai all'Eufrate. Su quali confini, allora, dovranno
pronunciarsi quei cattolici ancora prigionieri del complesso di
colpa per le ondate di antisemitismo prebellico? E poi, non si approfondirà
il solco di incomprensione con i cristiani arabi, che attribuiscono
a ciò la loro drammatica situazione e il deterioramento dei
rapporticon i musulmani? Chi ha più volte visitato la Terra
Santa sa che in essa c'è spazio sia per gli ebrei che per
i palestinesi. E'dunque questione di giustizia, termine ricorrente
nei documenti pontifici, a partire dal discorso di Giovanni Paolo
II ad Arafat il 15 settembre 1982. Dunque i Colloqui internazionali
hanno inteso delineare le possibilità della giustizia per
i cristiani, quale condizione di vera pace.
5.La situazione precaria della comunità cristiana a Gerusalemme
è una causa non secondaria dell'emigrazione; ciò non
è senza conseguenze nelle relazioni tra gerarchie cristiane
e governo israeliano. A questi due problemi vanno aggiunti: l'assenza
di unità tra i cristiani, anche sulle questioni di proprietà
dei Luoghi santi, e i pregiudizi e le incomprensioni tra i cristiani
e i musulmani. L'interesse della Chiesa cattolica per uno status
internazionale di Gerusalemme è solo stimolato da questi
problemi, non certo dal desiderio di accrescere l'influenza della
cristianità occidentale, o di privilegiare la questione dei
Luoghi santi a scapito del destino dei cristiani indigeni. Caratteristica
del vero cristianesimo è la sua concezione universalistica
che deve vivere in ogni chiesa particolare. Non si può non
ricordare in proposito il discorso di Paolo VI il 22 Dicembre 1967
e l'Esortazione Apostolica 'Nobis in animo' del 1974. D'altro lato
è nota l'opposizione ufficiale araba e islamica allo statuto
internazionale.
L'intento principale dei Colloqui prende così forma: suggerire
modalità con cui garantire i legittimi diritti dei cristiani,
e tra questi in primis i cattolici. La partecipazione ai Colloqui
di rappresentanti della diplomazia italiana, francese, spagnola,
belga e statunitense, egiziana, è indice dell'avvertita utilità
di una loro collaborazione a formulare lo schema dello statuto speciale,
che essi poi potrebbero garantire, laddove l'ONU non potesse o volesse.
Si potrebbe anche accettare una sovranità nazionale, ma soggetta
a supervisione internazionale. E' nota la posizione evoluta della
Santa Sede in questo secolo, fino all'accostamento di Giovanni Paolo
II alle dimensioni politiche del problema, evidente nella Redemptionis
Anno del 1984. Il desiderio quindi di recarsi a Gerusalemme, espresso
dal Santo Padre, andrebbe sostenuto, perché gioverebbe alle
comunità cristiane; insistendo sul riconoscimento dei pieni
diritti religiosi e civili, incoraggerebbe i cristiani a rimanere
in Terra Santa, sottolineando in particolare la necessità
di uno statuto speciale internazionalmente garantito.
E' noto che la Santa Sede ha sempre protestato vigorosamente di
fronte alle riduzioni cui è stata sottoposta la Risoluzione
181 dell'ONU, sottolineando le originali preoccupazioni per la presenza
cristiana. A seguito della lenta erosione dello status quo ante
con le guerre del '48 e del '67, quando Israele ha occupato Gerusalemme
e la Palestina mandataria, Paolo VI in particolare, è intervenuto
più volte, sottolineando nella Risoluzione la distinzione
tra i fini perduranti e validi da un lato, e i significati contingenti
dall'altro. Questa distinzione - posizione ormai caratteristica
dei Sommi Pontefici sulla questione - dovrebbe avere l'effetto di
sbloccare gli impedimenti politici al problema della sovranità
su Gerusalemme, e di elaborare una distinta ed adeguata soluzione
alla querelle specificamente religiosa, mescolatasi nelle dispute
politiche e territoriali dell'area.
L'iniziativa vaticana poi, non può essere sospettata di faziosità
antisraeliana, perché la Santa Sede certamente si domanda
se un futuro stato palestinese potrà ammettere l'esistenza
delle comunità cristiane; si sa infatti, che lo stato islamico
non ammette al suo interno l'esistenza di un altro potere. Gli avvenimenti
del Libano stanno ad insegnare. D'altro canto c'è da chiedersi
se gli ebrei non vogliano ricopiare lo stato islamico, a loro modo.
Anche se c'è chi, come Aba Eban, giudica irrazionale e contrario
all'identità ebraica una nazione come Israele che governi
un popolo straniero, come i palestinesi, totalmente diverso per
i suoi valori religiosi, per la sua esperienza, per la lingua e
per la storia. Sono parole applicabili a quell'identità etnica
sui generis che sono i cristiani.
La Santa Sede dunque ,riafferma continuamente il suo diritto e dovere,
quale rappresentante della cristianità, di richiedere alla
comunità internazionale che dia espressione giuridica ai
diritti dei cristiani in Terra Santa; e questo specialmente nei
momenti in cui questa si presenta debole. In tal modo la Santa Sede
rifiuta di ridurre il tutto ad una disputa bilaterale territoriale
sulla sovranità di Gerusalemme e dintorni; di fronte all'esclusivismo
ebraico e islamico ribadisce poi il non inferiore jus civitatis
della cristianità sulla Città e sulla Terra Santa,
fornendo sempre la 'chiave', approntata da Paolo VI, per leggere
la Risoluzione 181: la distinzione tra i fini, perpetuamente validi,
e i significati contingenti, soggetti a sviluppo e modificazioni.
I diritti da salvaguardare, come da lui ribadito nel discorso alla
Curia Romana del 22 Dicembre 1967 sono: la libertà di culto,
il rispetto, la preservazione e l'accesso ai Luoghi Santi; e ad
un tempo, il libero godimento dei diritti religiosi e civili che
legittimamente spettano alle persone, alle sedi, alle attività
di tutte le comunità presenti nel territorio della Palestina.
Così l'interesse per i Luoghi Santi manifesta il fine essenziale:
una chiesa viva. Se la Chiesa cattolica è convinta che Gerusalemme
appartiene moralmente alle tre religioni monoteiste, come ha ribadito
più volte Giovanni Paolo II, le quali hanno sulle popolazioni
e sui luoghi un diritto preesistente alla nascita di qualsiasi stato,
non può invece consentire che i cristiani siano ridotti a
'dhimmi' o a 'goym' rispettivamente nelle società islamica
ed ebraica. Proprio questo status potrebbe far diventare museo la
Terra Santa, perché provoca l'esodo dei cristiani.
Per poter proseguire nel cammino ecumenico ed interreligioso la
Chiesa deve ridare impulso alla missione in Oriente, come ha esortato
Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio. Come fare? I lavori
dei Colloqui internazionali, i cui esiti sono stati offerti alla
Santa Sede, hanno tentato una risposta.
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