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IL RITUALE DEL S. SEPOLCRO DI GERUSALEMME
CONSERVATO A BARLETTA
( SEC. XI- XII- XIII )
di Matteo de Meo
Nel 1828, Giuseppe Maria Giovene, arciprete della Cattedrale di
Molfetta , s'imbatte in un rituale del Patriarcato latino di Gerusalemme,
del XIII sec., di proprietà della Chiesa del Santo Sepolcro
di Gerusalemme in Barletta di cui pubblica alcuni frammenti .
Secondo il Kohler il testo di Giovene è introvabile , molto
raro in Italia e inesistente all'estero per la sua poca diffusione
.
Il Kohler studia il manoscritto basandosi soprattutto su appunti
dal testo presi in loco in pochi giorni e avendo come riferimento
alcuni excerpta pubblicati dal Giovene. Egli trova già il
manoscritto in uno stato di avanzato deterioramento, in molte sue
parti, a causa dell'inchiostro usato altamente corrosivo, ed in
altre parti, a causa della scrittura lavata via dall'umidità;
inoltre interventi vari, per fare emergere lo scritto, usando del
mallo di noci, hanno peggiorato la situazione (per cui oggi in molte
sue parti è illeggibile).
Un riferimento viene fatto in un testo di Mazzatinti alla fine del
secolo scorso .
Una sommaria descrizione del rituale, priva tuttavia di apporti
critici, è data da Sabino Loffredo di Barletta .
Un'altra citazione del nostro testo è data da A. Prologo,
in un articolo che contiene una descrizione delle reliquie del tesoro
di Barletta .
Ancora si fa riferimento al rituale da parte di Marin Sanudo il
Vecchio, riguardante l'arrivo del nostro testo a Barletta .
L'unica notizia più vicina ai nostri giorni è di De
Sandoli, che riporta in una sua opera alcuni excerpta del nostro
testo .
E' citato in un articolo di N. Bux che contiene lo studio sulla
liturgia del fuoco a Gerusalemme .
Ultimamente possiamo trovare ulteriori informazioni in un testo
di R. Russo riguardante uno studio sulle chiese di Barletta .
La maggior parte di questi studi si limitano alla citazione del
nostro testo per cui possiamo concludere, senz'altro, di trovarci
di fronte ad un documento storico/liturgico di cui fino ad oggi
si è letto poco. Pur essendo una fonte storica e liturgica
di grande interesse, la mancanza di un'edizione critica ostacola
la possibilità che essa possa essere conosciuta ed utilizzata.
Ambiente storico- Diamo una breve cronaca delle vicissitudini storiche
che accompagnano il nostro "Rituale". Nel 1291 i Saraceni
conquistano Tolemaide (Acco, Acri); è l'ultima a cadere dopo
Tripoli e Sidone.
I canonici del Santo Sepolcro cercano scampo nella fuga, così
come numerose altre comunità religiose stabilite nei luoghi
sacri.
Con la caduta di Acri sembra tramontare il sogno della cristianità
di possedere i luoghi santi. Tuttavia la cristianità, nonostante
i disastrosi avvenimenti, non era per nulla rassegnata ad una sconfitta
tanto che i tentativi di riconquistare i luoghi santi si succedettero
continuamente e saranno seguiti, promossi e sostenuti dai vari pontefici
almeno fino al XV-XVI sec . Seguono due secoli di dominio latino,
sebbene con tanti problemi e insicurezze . Una vera e propria spiritualità
promuoveva e accompagnava la crociata, un fenomeno per altro molto
complesso e vario. Fedalto afferma che sembra riapparire quella
mistica dell'Antico Testamento, dove vere e proprie guerre erano
combattute per la gloria di Dio e la salvezza del suo popolo .
Sulla strada per Gerusalemme si incontrano accenti di entusiasmo
e di fervore religioso che non si possono capire seguendo criteri
storici posteriori, anche di pochi secoli, all'impresa . Difesa
della cristianità, libertà o liberazione del Santo
Sepolcro, paura di fronte ai nemici musulmani: erano questi gli
ideali e i timori ricorrenti in quelle imprese . Il 14 luglio del
1099 Gerusalemme e il Santo Sepolcro vengono presi dai Crociati.
Risolto il problema dell'organizzazione civile del territorio, con
l'elezione di un capo, scelto tra non poche difficoltà (Goffredo
di Buglione) col titolo di "advocatus sancti sepulcri"
, si poneva quello della guida spirituale. Gerusalemme era sede
patriarcale per cui si poneva il problema di formare l'organo giuridico
competente, atto ad eleggere il patriarca . Si trattava di venti
ecclesiastici sostenuti dalle offerte dei fedeli che, secondo la
consuetudine occidentale, erano dediti al culto liturgico, nella
recita quotidiana del coro, ripartita nelle ore stabilite dai libri
sacri, nelle celebrazioni del sacrificio divino.
Il primo agosto del 1099 è eletto patriarca Arnolfo di Rohes,
cappellano di Roberto di Normandia, sotto cui si organizza il culto
liturgico nel Santo Sepolcro. Ad Arnolfo succede Daimberto (legato
del Papa) arcivescovo di Pisa. Sotto Daimberto muore Goffredo, il
18 luglio del 1100, lasciando la città di Gerusalemme in
donazione al patriarca, naturalmente non senza problemi per quest'ultimo
.
Daimberto muore, invece, nel 1107, gli succede Evremaro. Nel 1108
con lui si stabilisce un allargamento dei compiti dei canonici,
alle funzioni tipiche dei collegi canonicali dell'Occidente (cantore,
primicerio, tesoriere, sacrista etc.), con un aumento delle donazioni
beneficiarie . Importante nella storia dei patriarchi, in questo
periodo è Arnolfo (1112-1118), che s'insedia alla presenza
del re Baldovino e dei canonici del Santo Sepolcro il 20 giugno
del 1112. I suoi rapporti con i canonici e con il popolo furono
molto tesi. Riformò l'istituto dei canonici del Santo Sepolcro,
sistema che i "primi principes" avevano introdotto e che
egli invece costituì da "secolari" in " regolari",
sotto la regola di Sant' Agostino ; fece inoltre molti interventi
in materia liturgica . Il Santo Sepolcro aveva molti beni, frutto
di varie donazioni, i cui donatori erano spesso ricompensati con
invio di celebri reliquie cui si dava grande importanza soprattutto
quelle della Santa Croce, che, si asseriva, al tempo della conquista
araba fosse stata divisa in venti parti, quattro delle quali ancora
conservate a Gerusalemme. Le processioni con tali reliquie erano
molte e frequenti e stavano ad indicare il bisogno di particolare
protezione divina quando le sorti della guerra volgevano al peggio
. Nuove disposizioni liturgiche vengono ancora emanate sotto il
patriarca Guglielmo (1130-1145) prima priore del Santo Sepolcro,
probabilmente fin dal 1126; con lui avviene nel 1142 la dedicazione
del santo Sepolcro .
Nel 1146 gli succede Fulcherio , anche lui diede nuove disposizioni
liturgiche. Infatti, vengono ricordati suoi interventi nella costruzione
di edifici, in ordinamenti liturgici, il suo interessamento per
reliquie; nessuna difficoltà con i canonici ma una grave
questione con gli Ospedalieri di San Giovanni, dopo che Papa Anastasio
IV, il 21 ottobre 1154, aveva loro concesso l'esenzione dalla giurisdizione
dei vescovi . Dal 1180 al 1191 con il Patriarca Eraclio (1180,16
ottobre 1191, 11 luglio c.) avviene la disfatta finale per opera
dei Saraceni presso Hattìn il 5 luglio 1187. In questa occasione
la reliquia della Santa Croce cade nelle mani dei Saraceni del Saladino
. Fino a questo primo periodo le disposizioni liturgiche sono tante
e in continuo cambiamento con il succedersi dei vari patriarchi,
questo almeno fino alla fine del XII secolo . Il tutto è
spiegabile se si tiene presente che la missione primaria e l'attività
principale degli ecclesiastici latini presenti a Gerusalemme si
concentravano nel culto. Celebri e sognate mete della cristianità,
Gerusalemme, Antiochia, Nazareth, Betlemme, erano i centri naturali
dove i crociati praticavano il culto e i riti religiosi con tanto
fervore e tanta intensità giustificati dallo stato di continuo
pericolo da cui erano segnati gli inizi degli insediamenti occidentali
in Terra Santa. Naturalmente il primo interesse andava a quanto
costituiva l'oggetto principale dell'impresa: il Santo Sepolcro.
La disfatta di Hattìn del 1187 e la ripresa da parte saracena
della città santa aveva notevolmente diminuito la presenza
latina .
Molte comunità religiose lasciano i loro monasteri; il Santo
Sepolcro era l'unico luogo protetto dal Saladino, ma, monasteri,
chiese e santuari furono profanati e devastati dai Saraceni, molti
tramutati in moschee; l'abbazia del monte Sion è la più
provata; Nostra Signora della Valle di Giosafat è completamente
distrutta .
Nel mese di febbraio del 1229 la città venne restituita ai
latini, con il trattato decennale tra Federico II e il Saladino
Malek el-Kamil. Nel trattato, però, i musulmani si tenevano
la regione dove è il Tempio del Signore (moschea di Omar),
e il tempio di Salomone. Era proibito ai latini fare manifestazioni
pubbliche e processioni se non intorno al Santo Sepolcro e in poche
altre zone stabilite dai Saraceni . Comunque questo trattato se
rese la città ai latini, non rese certamente loro pace e
sicurezza; infatti, i Saraceni subito dopo tentarono di riprenderla
ma furono respinti .
Possiamo supporre che nelle precarie condizioni, nei continui pericoli
a cui si era esposti a Gerusalemme molte congregazioni non facessero
ritorno ai loro monasteri. Pertanto l'abbazia di Nostra Signora
della valle di Giosafat non fu riedificata, e così quelle
del monte Sion, del Tempio del Signore, del monte Oliveto; né
abbiamo documenti che possono attestarci una loro presenza nel breve
periodo di ripresa della città da parte dei latini. Sappiamo
per certo, invece, che nel 1244, al momento della ripresa saracena
della città, parecchi canonici furono massacrati nel santo
sepolcro, in cui numerosi cristiani si erano rifugiati e lo stesso
fu devastato. Coloro che riuscirono a sfuggire al massacro raggiunsero
Acri, dove si ristabilì di nuovo la comunità25.
Quindi possiamo presumere che tra il1129 e il 1244 un certo, seppur
limitato culto, continuava ad essere fatto nel Santo Sepolcro a
Gerusalemme.
In questo periodo noi supponiamo il Rituale già esistente
e in un certo qual modo, anche usato26.
Arrivo a Barletta- Se
è difficile stabilire con certezza le modalità e la
data dell'arrivo del manoscritto in Italia, a Barletta, è
più probabile pensare che esso vi sia giunto tramite una
comunità ecclesiastica in fuga dalla Palestina dopo la caduta
di S.Giovanni d'Acri , in cerca di rifugio nei nuovi stanziamenti
in Occidente; così d'altra parte arrivarono molte altre raccolte
liturgiche ad uso delle Chiese latine di Terra Santa .
La tradizione vuole che il patriarca Randulfus, imbarcatosi con
un gruppo di canonici, si sia messo in salvo con alcune preziose
reliquie del Santo Sepolcro, e che giunto a Barletta le abbia affidate
ai canonici del Santo Sepolcro . E' il de Anapiis, secondo un'altra
notizia, che organizza la fuga alla caduta d'Acri (8 maggio 1291)
con i canonici della chiesa e parte del tesoro del Tempio. Ma ci
fu un naufragio e si salvarono solo coloro che portarono la croce
e l'immagine del crocifisso .
Arcangelo Prologo fa una descrizione delle reliquie di Barletta:
di una croce patriarcale contenente le reliquie della vera croce,
un ciborio di legno, una pisside a forma di colomba con sotto incisa
una data "1184", un ostensorio rarissimo per forma, una
stola molto rovinata, e infine un codice membranaceo lungo 25 cm,
largo 12 cm, trascritto verso la fine del XIII sec. contenente la
liturgia particolare della chiesa gerosolimitana fin dal XII sec
.
Secondo il Santeramo questo "Breviario" fu scritto a Barletta
per uso del coro dei canonici regolari della chiesa del Santo Sepolcro
.
Per quanto riguarda Randulfo, una cosa è certa che il suo
necrologio è contenuto nel calendario del nostro rituale
alle tre delle none di novembre . Non vi è indicato l'anno
del decesso ma si tratta certamente di quel Radulfo di Grandeville
patriarca di Gerusalemme che la tradizione vuole abbia portato le
reliquie a Barletta. Egli però non è del tutto estraneo
a questa storia. Nel 1291, dopo la morte del de Anapiis fino al
1294 la sede è vacante. Celestino V nomina patriarca il domenicano
Ridulfus di Grandeville, consacrandolo a Parigi. Nel 1299 Bonifacio
VIII lo dimette, sostituendolo con Guglielmo Estendart . Randulfo,
lo stesso anno della sua rimozione, esule da Parigi, si ritirò
a Barletta, nell'ospizio-ricovero del Santo Sepolcro dove morì
nel 1304.Il Kohler mette addirittura in dubbio la presenza del patriarca
a Barletta, ma lo ritiene a Cipro, luogo più vicino alla
sua diocesi . Ritengo non giustificabile questa deduzione del Kolher;
infatti Randulfo lo si trova a Barletta per la prima volta nel 1299
per risolvere una vertenza sorta fra il vescovo di Canne Opizo e
alcuni barlettani, e il 25 febbraio del 1300 per benedire la chiesa
di S. Lucia dipendente dall'Abbazia di S. Caterina di Monte Sinai,
che rientrava nella giurisdizione del suo patriarcato . Infine il
Kohler a prova della sua tesi non trova la tomba del patriarca nel
Santo Sepolcro a Barletta. Si deve tener presente però che
molte lastre tombali sono talmente logore che ogni traccia d'iscrizione
è scomparsa.
Il Salmi, nel suo approfondito studio sul tesoro della chiesa del
S. Sepolcro, ha posto in evidenza la provenienza francese dei pezzi,
datandoli .Non ritengo una coincidenza le numerose aggiunte nel
calendario liturgico di festività proprie delle diocesi francesi:
indizio non indifferente di presenza del nostro testo in quelle
zone. E' un'ulteriore prova di collegamento tra il "Rituale",
il "Tesoro", e il Patriarca Randulfo .
FINALITA'
DEL MANOSCRITTO
Secondo
C. Kohler il tempo in cui fu scritto il "Rituale" è
intorno al XIII sec. Fu lo stesso Kohler a chiamarlo "Rituale",
perché nella maggior parte dei fogli di pergamena si leggono
rubriche e testi, riguardanti gli Uffici Divini, le Messe e altre
funzioni cultuali che erano celebrate dal patriarca latino di Gerusalemme
e dai canonici agostiniani nella chiesa del Santo Sepolcro dal 1099
al 1187 e dal 1229 al 1244 .
Questa "raccolta", interamente in pergamena è composta
da 274 fogli, di 224 mm per 161 mm, alcuni scritti su una colonna
e altri su due colonne . In molti fogli la scrittura è di
difficile lettura perché intaccata dall'umidità, in
altri quasi del tutto scomparsa, in altri ancora è stata
coperta da mallo di noci e in alcune parti l'inchiostro sembra aver
danneggiato la stessa pergamena .
Alcuni titoli e alcuni capoversi sono fatti con piccole capolettere
colorate (rosso, blu, verde) in modo molto grossolano. I titoli
e alcune parti del testo manoscritto, soprattutto quelle riguardanti
il "Rituale", sono accompagnati da rubriche .
La rilegatura che è possibile vedere oggi è abbastanza
recente; potrebbe non essere precedente al XVII sec.; pochissimo
è rimasto della pergamena che lo ricopriva. Sulla prima parte
interna della copertina,una mano del XVII-XVIII sec., scrisse il
seguente titolo: "Breviarum patriarche delatum cum vene. Cruce
ab anno MCLXXXIIII, 1184". L'autore credeva che il "Breviario"
fosse giunto a Barletta nel 1184 . Tutto ciò viene riportato
in forma più dettagliata nella descrizione protocollare fatta
dalla Soprintendenza alle Belle Arti del 1931.
Il volume si divide in due parti: la prima parte (ff. 2-10) è
composta di fogli staccati che contengono diversi soggetti d'origine
pure diversa. Il foglio 1° e 273° e 274° sono più
che altro di guardia (posti tra il titolo e la copertina), in pergamena
che contengono i frammenti di un trattato di diritto civile del
XIII sec .Poi dal foglio 2° al 10° vi sono diversi soggetti
provenienti da altri manoscritti; 2a-2b contiene un frammento di
salterio (sec. XII-XIII), col salmo 1 e il salmo 2 e inizio del
salmo 3 che è interrotto . Segue un'invocazione alla Vergine
risalente al XII sec. ; esso è mancante dell'inizio; troviamo
le seguenti parole: "
lucida gemma Virginum mirabilis
dignitas
" e termina "
quid lungi, Maria, memoriam
diligentibus ab eius Filio. Sit pax et longe salus, ipso prestante
qui vivit et regnat dies clarus, dies eternus in longitudine dierum.
Amen".
E' interessante notare all'interno di questo discorso il riferimento
a: "
desperate apostata iefonia
atitulatur diabolo
in servitute per nefandi Hebrei" .
L'Igumeno Daniil (fa il suo viaggio in Terra Santa tra il 1104 e
il 1109) riferisce che, a proposito di quest'avvenimento, vi è
un monastero a Gerusalemme, a pochi metri dalla parte della città
dove è ricordato il fatto. Vede le sue rovine, perché
trattasi probabilmente del Monastero di S. Maria e dell'annesso
monastero femminile fondato nel V sec. dalla diaconessa Ikelia.
Potrebbe quindi trattarsi di un'omelia o elogio fatto a Gerusalemme
dove ciò sembra già noto . Segue una Bolla di Onorio
III al clero di Puglia, Calabria, datata 24 luglio 1216 . Dai fogli
5-10b abbiamo una serie di benedizioni liturgiche di tutto l'anno
(sec. XII-XIII) . E' importante tener presente che le seguenti benedizioni
sono contenute nel Sacramentario gregoriano, quindi di provenienza
romana. Il Kohler ritiene che la seconda parte dei fogli 11-272
è formata da due rituali del patriarcato latino di Gerusalemme
al tempo delle crociate. Sostiene, inoltre, che il volume non fu
mai usato dai canonici del Santo Sepolcro di Gerusalemme come libro
liturgico, ma trattasi di una copia abbreviata di uno scriba che
voleva conservare il ricordo di antichi usi liturgici che si praticavano
a Gerusalemme durante la prima occupazione da parte dei crociati
della Terra Santa. Vi furono delle aggiunte posteriori al 1244,
fatte dagli stessi canonici quando si rifugiarono a Barletta, come
le feste di alcuni Santi della Puglia (le aggiunte si notano nel
calendario liturgico del Rituale a partire dai ff. 23a ss.). Secondo
il sopraddetto studioso si tratta di un unico scriba all'opera.
Ad un attento esame del testo però lo stile sembra cambiare,
non solo riguardo allo stile, ma cambia anche la grafia . Ritengo
molto più probabile che esso sia stato opera di più
mani; da notare inoltre la particolarità e la puntualità
con cui sono descritti i riti, che fa supporre inoltre che gli scribi
non abbiano solamente copiato da altri testi ma siano a conoscenza
diretta di ciò che scrivono perché protagonisti in
prima persona.
I vari riti in esso contenuti: il calendario (ff.29-34b), le regole
delle lezioni dell'Ufficio Divino (38a, col. 1-42b, col. 1),benedizioni
per l'amministrazione dei sacramenti e degli oggetti di culto (ff.
241b-251b), gli Uffici del Comune dei Santi (ff. 264-272), non sono
affatto propri del Patriarcato di Gerusalemme tali da richiedere
una trascrizione di essi come ricordo storico; infatti la maggior
parte di essi sono presi dai vari Rituali e Pontificali in uso nella
Chiesa Romana .
In conclusione, se si tiene presente l'ipotesi del Kohler, di una
raccolta ai fini di una memoria storica, sorgono delle domande:
in un ambiente così arroventato e pieno di continui pericoli
da parte araba, poteva uno scriba avere una preoccupazione così
erudita? Se così fosse, che senso avrebbe avuto ricopiare
riti e uffici ampiamente conosciuti nella Chiesa? Inoltre perché
continuare ad usare, aggiornandolo, un calendario facente parte
di una raccolta ad uso meramente storico?
Domandiamoci invece che cosa intenda l'autore del testo manoscritto
con "Breviarum adbreviatum" . Il volume contiene, per
la maggior parte, sui suoi 274 fogli manoscritti materia liturgica
(riti, uffici delle ore canoniche, sacramentari, etc) .
Convenzionalmente è chiamato "Breviario", prendendo
senz'altro nome dagli "incipit" contenuti nel testo stesso.
Ritengo non trattarsi di un Breviario né tanto meno di un
Rituale.
"Incipit Breviarum adbreviatum id est quoddam excerptum de
pluribus libris
" questi incipit si trovano in due parti
esattamente con la stessa intestazione; chiedamoci che cosa s'intende
per "Breviarum adbreviatum". Il termine "Breviarum"
vuol dire propriamente: compendio, sommario, rapporto, inventario
oppure può significare: breve, catalogo, breve relazione,
riassunto di uno scritto o più scritti. Tutto ciò
prescindendo dal significato strettamente liturgico che esso ha
acquisito nel tempo e con il quale oggi è indicato, ossia
il libro liturgico contenente l'Ufficio Divino secondo il rito della
Chiesa Romana. Sino alla fine del medioevo il senso della parola
"Breviario" è molto fluido con un significato variegato
.
"Adbreviatum": riassunto, abbreviato, in breve, oppure
anche semplice.
"Excerptum": estratto, tratto, cavato fuori staccando,
raccolto, scelto, ricavato soprattutto detto di scritti. Qui si
dice "de pluribus libris", da vari libri; proviamo a precisarne
il significato letteralmente: "Compendio breve ricavato da
più libri" oppure "Breve sommario estratto da più
libri", sembra affermare che si tratti di una "Guida"
. A sostegno di quest'ipotesi concorrono sia il contenuto (riguardante
per la maggior parte cose da dire e da fare) che il modo con cui
vengono riportate.
Ritengo che si tratti di una guida per essere più agevolati
nelle celebrazioni liturgiche richiedenti una moltitudine di libri
spesso difficili da trasportare. Inoltre, se si tiene presente la
nutrita componente stazionale e processionale dei riti, le celebrazioni
che iniziavano in un luogo e terminavano in un altro, se ne intuisce
anche la necessità.
Per quanto concerne la lingua latina è evidente che nel Ms.
che il copista tralascia talvolta i testi originari dimenticando
qualche parola nel suo latino e qualche volta il senso non è
chiaro; usa termini generici invece dei particolari, senza un sostantivo
di specificazione; il congiuntivo presente esortativo o dell'indicativo
futuro al posto dell'indicativo presente.
Dando uno sguardo a questi brani del "Rituale" è
interessante notare che alcune pratiche liturgiche di quell'epoca
sono rimaste inalterate in qualche modo ancora oggi ; come per esempio:
La partecipazione di Monsignor Patriarca (latino) e dei suoi canonici
insieme ai PP. Francescani ed altri istituti religiosi di Gerusalemme
alle solenni processioni dei sabati di Quaresima e alle domeniche
successive; alla processione delle Palme che muove da Betfage al
"Pater" e al Getsemani, e termina alla chiesa di S. Anna;
agli Uffici Divini e Messe del Triduo sacro e della Domenica di
Resurrezione; ai Vespri, processioni e Messe di Natale a Betlemme,
ect.
L'ufficio stabile di cantore alla chiesa del Santo Sepolcro, e il
gruppo di quattro cantori vestiti in cotta negli ingressi e processioni
solenni di Monsignor Patriarca e del P. Custode di T.S..
La disposizione degli Uffici affidati ai religiosi francescani,
letta al refettorio del convento di S.Salvatore.
La processione quotidiana fatta all'interno della chiesa del Santo
Sepolcro dai Francescani con la partecipazione dei pellegrini.
La pellegrinazione o "stazione" fatta dai religiosi del
convento di S. Salvatore ai diversi luoghi santi dentro la vecchia
città di Gerusalemme e nei dintorni, cantando la Messa, e
in certi casi, soltanto inni e antifone per alcune ricorrenze dell'anno.
RIDATAZIONE
Il
Kohler ritiene che il "Rituale " o "Breviario"
appartenga al XIII sec. contenente Uffici Divini, dal 1099 al 1187
e del 1229 e trascritti nel 1244. Egli per la sua tesi di datazione
fa riferimento come termine a quo il 1202, data conclusiva contenuta
nella cronaca di TERRA SANTA ;come termine ad quem il 1268, ritenendo
l'atto di giuramento del re proprio di Ugo III il Grande, re di
Cipro . Per cui ritiene la maggior parte del Rituale trascritto
verso la prima metà del XIII sec.
Proviamo a verificare più da vicino queste tesi alla luce
dei contenuti dello stesso.
Per la data del 1202: innanzitutto nel f.34a col.1 contenente la
cronaca di Terra Santa che riporta questa data come conclusiva dell'elenco,
risulta essere aggiunta a ciò che precede , ergo, non può
essere indicativa più di tanto come data di un termine a
quo. Inoltre è difficile stabilire se essa sia completa o
interrotta; l'ultimo capoverso è totalmente illeggibile.
La seconda data del 1268 contenente il "giuramento del re".
Ci troviamo di fronte ad una parte aggiunta per le stesse motivazioni
precedenti .Il Kohler, certamente per mancanza di ulteriori esami
sul testo, confonde la 'N'. contenuta nel brano con una 'H', confondendola
con un'iniziale di un nome abbreviato, del re che fece il giuramento,
risalendo a Ugo III.
La lettera abbreviata non è affatto la 'H' di "Hugo"
per i seguenti motivi:
ci troviamo di fronte ad una formula liturgico/giuridica, perciò
difficilmente richiede un nome proprio;
la 'N', secondo i caratteri grafici del tempo, può benissimo
essere confusa con una 'H', spesso la si distingue solo dal contesto.
Al Kohler è sicuramente sfuggito il modo con cui è
scritto sul testo questa sua ipotetica 'H.'.In esso vi è:
" ego. H. rex
"; ad un attento esame del testo scritto
si nota la lettera 'H' più i due puntini uno a destra e un
altro a sinistra: '.H.'. Se fosse stato "Hugo" avremmo
avuto, secondo la logica delle abbreviazioni giuridiche dei nomi:
"Ego H."; invece ci troviamo di fronte ad un altro tipo
d'abbreviazione: "Ego .H.
" tipica abbreviazione
giuridica del XII sec. che indica "Nomen" . Cf. Tav. VII-VIIa.
Di conseguenza, cade, il secondo termine di datazione, e così
l'attribuzione di questo giuramento ad Ugo III. E' molto più
probabile che essa sia una formula giuridica di giuramento già
in uso a partire dal XII sec.
Ulteriori indizi possono ricondurci tra l'undicesimo e il dodicesimo
secolo. Il nostro testo contiene alcune indicazioni liturgiche sui
colori dei paramenti da usarsi nelle varie festività dell'anno.
E' strano che in essa non sia citata la "Dedicazione del Santo
Sepolcro" per questo probabilmente è precedente a quest'avvenimento;
inoltre sono riportati vari colori liturgici che sembrano non seguire
ancora una chiara regola dal bianco, al rosso, al nero, all'oro,
al celeste ect .
Inoltre il calendario liturgico del "Rituale" non menziona
come prima mano alcune feste come S. Francesco, S. Domenico, S.
Tommaso Becket, per cui ci troviamo di fronte a materiale che risale
al XI sec.
La maggior parte dei riti contenuti dal foglio 11 alla fine del
volume rivelano che i canonici sono liberi di muoversi in processione
per tutta Gerusalemme, che le abbazie della valle di Giosafat e
del monte Sion sono ancora abitate dalle comunità religiose,
che il Tempio del Signore è ancora in mano ai cristiani.
Ora, tutto questo stato di cose, dopo il 1187 non era più
possibile . I fogli 22b; 72b; 82b; 85/86a e 98a fanno riferimento
alla presenza della Santa Croce a Gerusalemme. Tutto ciò
fa supporre che ci troviamo di fronte a testi precedenti all'occupazione
di Gerusalemme da parte del Saladino, quindi dell'XI-XII sec..
Infine dal foglio 43b al foglio 151b troviamo un secondo "Breviario"
molto più completo del primo; qui è citato il patriarca
Fulcherio (1146-1157) a proposito di riforme da lui attuate per
le processioni domenicali per cui le "nuove consuetudini"
possono riferirsi a questi cambiamenti .
Secondo questi "incipit" ci troviamo di fronte a "consuetudines
antiquae e consuetudines novae" riferentesi sia ai riti istituiti
e modificati, riguardanti il primo periodo dell'occupazione di Gerusalemme
(prima del 1187) e la riforma dei canonici da secolari in regolari
.
In conclusione, possiamo, con molta probabilità, ritenere
di trovarci di fronte ad un volume contenente materiale del XI-
XII sec. con alcune aggiunte del XIV sec. trascritto verso la prima
metà del XII secolo.
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