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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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LA DONNA NELLA RELIGIONE EBRAICA
Roberta Simini

La religione è l’espressione più completa della cultura e della mentalità di un popolo antico.

L’uomo tradizionale percepiva il proprio essere e la propria esistenza, collettiva ed individuale, come inserita ed immersa nel rapporto con il soprannaturale. Ogni azione umana, dalla nascita alla morte, in pace come in guerra, la migrazione, la transumanza (in un contesto nomade o seminomade), la semina, il raccolto, la trebbiatura, la tosa delle pecore, era posta sotto gli auspici della o delle divinità.

Ancora la divinità era testimone dei patti, sia tra privati (compravendite, sponsali, regolamenti di confini, di uso delle acque e così via), che tra popoli e tribù (alleanze, armistizi e così via). In ultima analisi la sanzione più temuta e quindi la vera garanzia della certezza dei rapporti era l’ira della divinità coinvolta come testimone della fedeltà dei contraenti.

I rapporti familiari, considerati in tutte le società, a tutte le latitudini, come il fulcro della organizzazione dei popoli, erano rigidamente regolati dalla tradizione religiosa. Ed è in questi che si evidenziano, nel mondo antico, le differenze di ruolo tra uomo e donna.

Le tipologie familiari non sono le stesse ovunque ed in tutti i periodi dell’evo antico, la stessa Bibbia ci descrive epoche in cui la struttura familiare era poligamica, per giungere a proporre un modello monogamico, ma una condanna esplicita della poligamia sarà inutilmente cercata nei molti precetti della Bibbia e del Talmud, solo intorno al 1000 d.C., il rabbino Ghershom di Mainz proclamò un bando di scomunica su chiunque avesse più di una moglie. Ma la struttura della famiglia è strettamente legata alle esigenze di un popolo ed in questo caso del popolo ebreo e del suo passaggio dalla vita nomade o seminomade, all’insediamento stabile in un territorio, nella specie quello che i romani chiameranno Palestina.

Qual era il ruolo della donna in quel contesto? Sia in regime di poligamia che di monogamia la posizione della donna, nella famiglia e nella società, era di assoluta sottomissione all’uomo: al padre prima e poi al marito. I suoi compiti erano strettamente legati alla maternità e al servizio del proprio sposo e signore. Spesso la Bibbia per indicare un uomo come marito di una delle protagoniste dei racconti che vedono coinvolti personaggi femminili, usa il termine: colui che la comanda.

La donna trova il massimo della sua dignità nella maternità e nella maternità di un figlio maschio, la figlia femmina infatti non dà discendenza al padre e quindi non conta, è necessario che nasca almeno un figlio maschio. La donna sterile è guardata con disprezzo, perché Dio l’ha considerata indegna di entrare nella promessa (del Messia) incapace di dare una discendenza al suo sposo, e questo fatto adombra chissà quali peccati occulti, getta sulla sventurata il sospetto di chissà quali abiezioni, la Scrittura presenta sovente questi casi di donne che portano la loro sterilità come una vergogna e che pregano Dio perché cancelli la loro ignominia dalla casa d’Israele.

La donna dee quindi essere assolutamente madre per giustificare la sua esistenza, anche se questo concetto nella realtà fortunatamente non fu così rigoroso. Rachele, la moglie che Giacobbe amava più di ogni altra, rimase sterile per molti anni, i suoi figli infatti erano molto più giovani dei figli di Lia e delle concubine, eppure Giacobbe amò lei sempre più di ogni altra evidenziando la realtà di un paradosso: la moglie sterile infatti era chiamata l’odiata.

Ma non solo figure di madri la Bibbia ci presenta. Troviamo infatti in essa modelli femminili non immediatamente riconducibili alla maternità: Ester, Ruth e Giuditta sono tre personalità indicative della concezione della donna in quel contesto.

Apprendiamo dal Libro di Ester che sotto il regno di Assuero (siamo durante la cattività babilonese) asti, la bella regina, aveva rifiutato di comparire davanti al re ed ai capi del popolo, per mostrare loro la sua bellezza. Un sussulto di dignità che viene subito stigmatizzato come ribellione. Al sovrano, già adirato per conto suo, venne fatto notare dai consiglieri che l’atteggiamento ribelle della regina Vasti aveva in sé una forza destabilizzante di portata generale. Dice testualmente la Bibbia: …quello che la regina ha fatto si saprà da tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti; esse diranno: il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina ed essa non vi è andata. D’ora innanzi le principesse di Persia e di Media che sapranno il fatto della regina ne parleranno a tutti i principi del re e ne verranno insolenze ed irritazioni in eccesso. Se al re sembra bene, emani un editto in cui Vasti non possa più comparire alla presenza del re Assuero e il re conferisco la dignità di regina ad un’altra migliore di lei. Quando l’editto sarà emanato dal re e sarà conosciuto nell’intero suo regno per quanto è vasto, tutte le donne renderanno onore ai loro mariti, dal più grande al più piccolo.

Questa dunque la preoccupazione di fondo: un isolato gesto di ribellione poteva innescare una serie di atteggiamenti di rivalsa, di ricerca di un rispetto e di una dignità che non rivenisse solo dall’ammirazione per l’aspetto fisico. Un gesto da punire, da reprimere prima che diventasse modello di comportamento.  

Contrapposto a Vasti è il modello di Ester, regina dopo di lei, che pure agirà con coraggio e determinazione, svolgerà il duplice ruolo di mediatrice, avvocata del suo popolo dinanzi al re e di vendicatrice dell’ingiustizia, ma agirà utilizzando modalità tipicamente femminili, sfruttando abilmente la sua debolezza e la sua sottomissione al marito re, per commuoverlo e spingerlo ad aderire alla sua volontà. Quindi una donna coraggiosa, determinata, pronta a morire, paladina del suo popolo, ma femminilmente sottomessa, sensualmente abbandonata al volere dell’uomo che soggiogando è soggiogato.

Ruth, poi, è il modello della donna virtuosa, laboriosa, sottomessa al clan familiare del marito, fedele anche dopo la morte di lui al suo servizio verso la suocera, che la ama per questo come una figlia. Esempio di pietà parentale, diverrà moglie di un uomo ricco, che accetterà di darle una discendenza e l’amerà più che per il suo aspetto fisico, che comunque si lascia intuire molto gradevole, per le sue virtù morali e per la sua laboriosità.

Con Giuditta, invece, siamo di fronte all’esaltazione della seduzione e del coraggio. L’arma della seduzione è vista come una reale alternativa alla superiorità fisica dell’uomo. L’uomo che domina con tutta la sua autorità è realmente in pericolo di fronte alla capacità di seduzione, all’astuzia della donna. Ma Giuditta non è solo la coraggiosa decapitatrice di Oloferne, è anche la saggia amministratrice dei beni ereditati dal marito, è la donna ricca e rispettata, virtuosa e accorta, che costituirà uno  stereotipo nella letteratura giudaica postesilica.

In Proverbi 31,10 e segg. È descritta con grande enfasi la perfetta padrona di casa:

Una donna perfetta chi potrà trovarla?

Ben superiore alle perle è il suo valore.

In lei confida il cuore del marito

E non verrà a mancargli il profitto.

Essa gli dà felicità e non dispiaceri

Per tutti i giorni della sua vita.

Si procura lana e lino

E li lavora volentieri con le mani.

Ella è simile alle navi di un mercante,

fa venire da lontano le provviste.

Si alza quando ancora è notte

E prepara il cibo alla sua famiglia

E dà ordini alle sue domestiche.

Passa ad un campo e lo compra

E con il frutto delle sue mani pianta una vigna.

Si cinge con energia i fianchi

E spiega la forza delle sue braccia.

E’ soddisfatta, perché il suo traffico va bene,

neppure di notte si spegne la sua lucerna.

Stende la sua mano alla conocchia

E mena il fuso con le dita.

Apre la mano al misero,

stende la mano al povero.

Non teme la neve per la sua famiglia,

perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste.

Si fa delle coperte,

di lino e di porpora sono le sue vesti.

Suo marito è stimato alle porte della città

Dove siede con gli anziani del paese.

Confeziona tele di lino e le vende

E fornisce cinture al mercante.

Forza e decoro sono il suo vestito

E se la ride dell’avvenire.

Apre la bocca con saggezza

E dalla sua lingua c’è dottrina di bontà.

Sorveglia l’andamento della casa,

il pane che mangia non è frutto di pigrizia.

I suoi figli sorgono a proclamarla beata

E suo marito a farne l’elogio:

“Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti,

ma tu le hai superate tutte!”

Fallace è la grazia e vana è la bellezza,

ma la donna che teme Dio è da lodare.

Datele il frutto delle sue mani

E le sue stesse opere la lodino alle porte della città.

Un modello di donna, quello proposto dal Libro dei Proverbi, libro sapienziale, sorprendente nella sua dinamicità. E’ lei che conduce gli affari, che compra, che vende, che produce, da lei essenzialmente dipendono il benessere, la prosperità della famiglia nonché la stessa rispettabilità del marito. Marito che siede alla porta della città insieme con gli anziani, che svolge cioè un’attività puramente “intellettuale”, non curandosi del lato pratico della vita, e sorge a lodarla.

Ci troviamo qui di fronte ad un modello vicino a quello che sarà il ruolo femminile nelle comunità ebraiche della diaspora.

Lo studio della Torah (la legge di Mosè, o Pentateuco) era prerogativa esclusiva degli uomini e ne costituiva la principale attività culturale. L’istruzione, infatti, garantita a tutti i maschi, almeno fino ad un certo grado, e che si basava sullo studio della Torah, delle Scritture, del Talmud e dell’Halakhà è stata per molti secoli rigorosamente riservata ai maschi, le fanciulle non ne erano ammesse. E se le donne partecipavano con l’insieme del popolo alle liturgie del Tempio, dopo la sua distruzione nel 70 d.C. e la successiva diaspora del 130, il culto per loro sarà essenzialmente domestico. La donna non era e non è ammessa in sinagoga, se non in un ambiente separato, non viene contata nel quorum minimo per la preghiera comune, ancora oggi non ha un ruolo in quella che è la spiritualità del popolo ebreo.

La donna, nella cultura ebraica, in sostanza ha sempre avuto un’ampia possibilità di gestire la vita pratica, commerciare, produrre, amministrare il patrimonio, ma non ha alcun accesso alla meditazione spirituale, a quella componente essenziale di ogni religione che è la mistica.

Spostandoci dall’epoca strettamente biblica a quella del giudaismo, per tutto l’evo medio e moderno cercheremmo invano figure femminili nella mistica ebraica e nel pensiero religioso ebraico. Là dove, per esempio, nella religione cristiana ci troviamo di fronte ad un numero grande di personalità femminili di rilievo e perfino a dottori della Chiesa donne: si pensi ad una Caterina da Siena, a Teresa d’Avila e a Teresa di Lisieux.

Non esiste una mistica ebraica al femminile, perché la mistica ebraica, nota anche come Qabbalah, si basa sullo studio e sulla meditazione della Torah, sulla conoscenza di tutta la tradizione religiosa successiva e questa conoscenza è stata negata alle donne.

Per studiare la Qabbalah è indispensabile la guida di un maestro, che sottopone l’aspirante allievo ad una prima accurata indagine fisionomica, è facile intuire come questo sia un ostacolo insormontabile per la nascita di una mistica ebraica al femminile.

E’ una mistica, come scrive Scholem, fatta da uomini per uomini: sia dal punto di vista storico che metafisico. Una mistica che non ha conosciuto alcuna Rabi’a, diversamente dalla stessa mistica musulmana. In venti secoli di Qabbalah una sola donna Hannah Rachel, che verso la metà del XIX secolo, è stata guida spirituale di un gruppo chassidico di Volinia[1], è riuscita ad avventurarsi in quest’esperienza, con risultati per altro trascurabili.

Secondo Scholem non sono sufficienti a spiegare questa esclusione le considerazioni di tipo sociologico o l’esclusione della donna dall’istruzione, ma si deve ricondurre piuttosto alla demonizzazione nel cosmo dell’elemento femminile. L’elemento demoniaco sorge, per i cabbalisti dal mondo della femminilità[2].

Solo in tempi molto recenti l’ebraismo ha incominciato ad aprirsi alle donne, si incomincia a consentire alle ragazze lo studio della Torah, a parlare di Dio anche al femminile, sulla base della considerazione che in Genesi 1,27, si dice che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza maschio e femmina[3].

Dio dunque non è più soltanto maschio neppure per gli ebrei, anche se gli ebrei ortodossi assolutamente non ammettono queste innovazioni, né d’altronde potrebbero ammetterle, essendo così tenacemente abbarbicati ad una tradizione fortemente maschilista.



[1] S.A. Horodezky, Leaders of Hasidism, 1928, pp.113 sgg.

[2] G Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, 1982, pp. 45-46.

[3] N. Solomon, Ebraismo, 1996, pp. 120-123.

 

 
 
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