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IL FUTURO DI GERUSALEMME
ANGELO MACCHI S.I. GIOVANNI RULLI S.I.
Da
La Civiltà Cattolica del 15 giugno 1996, anno147, n. 3504
Con il permesso degli autori e dell’editore.
li
5 maggio 1996, a Taba, sul Mar Rosso, ebbero luogo i primi incontri
tra le delegazioni israeliana e palestinese, che, in nome della
Dichiarazione di princìpi firmata a Washington il i 3 settembre
1993, dovevano dare inizio alla seconda tappa dei negoziati bilaterali
tra le parti, quella finalizzata al raggiungimento di un Accordo
sullo «statuto» permanente dei territori palestinesi nego-ziati
devono ora affrontare questioni importanti e ritenute fonda- mentali
per stabilire una situazione definitiva di pace in Terrasanta: Gerusalemme,
il problema dei rifugiati palestinesi, quello degli insediamenti
israeliani in Cisgiordania e Gaza e le questioni riguardanti la
sicurezza e le frontiere. Oggi si è verificato un cambio alla guida
dei Governo israeliano. Infatti, nelle elezioni del 29 maggio scorso
è risultato vincitore, anche se di stretta misura, Binyamin Netanyahu,
candidato del Likud, oppositore degli accordi con i palestinesi,
negoziati dai precedenti Governi presieduti da Rabin e Peres. Il
risultato non ha mancato di suscitare preoccupazioni, sia all'interno
sia fuori d'Israele. Il Primo Ministro eletto ha cercato di calmare
tali ansie, riconfermando quanto aveva già detto durante la campagna
elettorale. Egli ha assicurato i Paesi vicini e la comunità internazionale
che il suo futuro Governo riconoscerà come vincolanti gli impegni
assunti dai pre- decessori a nome dello Stato d'Israele. Questo
impegno non fa che ribadire la volontà dello Stato d'Israele di
rimanere nella legalità internazionale e di continuare su questa
base la ricerca della pace, che possa offrire sicurezza al proprio
popolo e a quelli vicini.
La
realtà Gerusalemme
La
«questione di Gerusalemme» riveste un interesse del tutto particolare,
che va ben oltre quello delle due parti. Per israeliani e palestinesi,
la Città è simbolo, conteso, della loro stessa identità nazionale
i primi l'hanno proclamata «capitale unica e indivisibile» del loro
Stato e tale vorrebbero mantenerla, i secondi la sognano ed evocano
come capitale del proprio futuro Stato. Ad essa guardano come «capitale
spirituale i fedeli delle tre grandi religioni. ebraismo, cristianesimo
e islàm. Connesso con la soluzione dei problema c'è un timore chiaramente
espresso da Giovanni Paolo II, quando, il i 3 gennaio scorso rivolgendosi
al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, disse di
aver invocato Dio affinché israeliani e palestinesi potessero d'ora
in avanti «vivere gli uni accanto agli altri, gli uni con gli altri,
in pace, in reciproca stima e in sincera collaborazione[2]. Si potrebbe dire che, nell'insieme della «questione di
Gerusalemme», convivono, si intersecano e, qualche volta, sembrano
contrapporsi diverse «identità» alle quali corrispondono altrettanti
«interessi»-. due identità nazionali, la palestinese e la israeliana,
tre identità reti ,giose locali, l'ebraica, la cristiana e la musulmana,
una identità internazionale, dovuta agli interessi che, dal punto
di vista religioso e culturale, una gran parte dell'umanità nutre
per la Città. Questa identità internazionale risulta rafforzata
dal futuro del processo di pace per la regione.
Il
13 gennaio 1996 non fu certamente la prima volta che il Pontefice
fece riferimento alla questione: alla Città Santa aveva dedicato
numerosi interventi, il principale dei quali fu la Lettera apostolica
Redemptionis anno (20 aprile 1984). Tutti i suoi predecessori
di questo secolo e, in particolare, Paolo VI, avevano anch'essi
pronunciato numerosi e preoccupati appelli a proposito della Città
e dei suoi Luoghi Santi[3]. Parlando al Corpo Diplomatico, il Papa ha ripreso gli
elementi che si possono già trovare in precedenti documenti della
Santa Sede [4] e ha insistito su di un impegno di «tutta la comunità
internazionale affinché [la Città Santa] conservi la sua specificità
e resti una realtà vivente».
Gerusalemme e la comunità internazionale
Di
fatto, la comunità internazionale già si era preoccupata di salvaguardare
Gerusalemme, con la Risoluzione dell’ Assemblea Generale dell’
ONU, n. 181 (II) (29 novembre 1947), proponendo di fare di essa
un corpus separatum dai due Stati proposti - uno per
gli ebrei e uno per gli arabi - e sotto «speciale regime internazionale,
amministrata dalle Nazioni Unite»[5]. Il progetto, benché all'inizio fosse stato favorevolmente
accolto dai rappresentanti della Comunità ebraica di Palestina,
fu categoricamente rifiutato dagli arabi, cosicché la Città Santa
divenne anch'essa campo di battaglia nella prima guerra arabo-ebraica
(1947-49). L'armistizio israelo-giordano, al termine di quella guerra,
vide Gerusalemme divisa tra i due eserciti e, successivamente, ciascuno
dei due Stati, Giordania e Israele, dichiarò annessa, incorporata
nel proprio territorio, la parte che aveva militarmente occupato.
La comunità internazionale comunque non riconobbe mai la validità
di tali annessioni, anzi si preoccupò di esprimere il suo non-riconoscimento,
tra l'altro (ma non solo) - come si vedrà in seguito - per mezzo
di uno speciale Corpo Consolare presente a Gerusalemme. La comunità
internazionale mantenne con coerenza lo stesso giudizio anche quando
Israele, nel corso della guerra arabo-israeliana «dei sei giorni»
(1967), Occupò militarmente e dichiarò incorporata al proprio territorio
nazionale anche la parte della Città sino ad allora controllata
dalla Giordania. Gli effetti di quest'ultimo atto di annessione
sul legittimo sentimento nazionale e sui diritti civili e politici
della popolazione araba della parte ncoannessa della Città rese
ancora più evidente la problernaticità della situazione e l'urgenza
di trovare per essa un'equa soluzione. Questo senso di rinnovata
urgenza fu espresso anche da una serie di Risoluzioni dell'ONU su
Gerusalernme. Una di esse[6], dichiarò inesistente e senza valore la «legge fondamentale»
israeliana, che proclamava Gerusalernrne unificata capitale eterna
dello Stato d'Israele. Senza entrare nella discussione tecnico-giuridica
sul valore da attribuire ai singoli pronunciarnenti e alle relative
richieste della comunità internazionale, si può ritenere che la
ricordata Risoluzione 181 (11) e le altre Risoluzioni dell'ONU
su Gerusalemme, benché non rispettate, mantengano tuttora la loro
validità sostanziale, perché inalterata è rimasta la problematico
alla quale si riferivano, così come gli obiettivi che si proponevano.
Se la internazionalizzazione territoriale prevista con la proposta
del corpus separatum risulta per ora non realizzata, rimane pur
sempre valida la necessità di riconoscere - difendendone l'identità
globale - a Gerusalemme il suo particolare valore universale in
tutti i suoi aspetti: nazionali, culturali, demografici, religiosi,
urbanistici, tradizionali ecc. Un'altra espressione dei coinvolgimento
della comunità interna- zionale e della sua volontà di trovare per
la «realtà di Gerusalemme» un adeguato e speciale status si può
riscontrare anche nella presenza nella Città - dal 1948 o da prima
- di Consoli Generali[7] . Queste Missioni consolari sono sempre state indipendenti
e distinte, mai sottomesse né alle ambasciate dei rispettivi Paesi
in Giordania, né a quelle dei medesimi in Israele. Con ciò si sottolineava
la posizione degli stessi Paesi, secondo la quale l'annessione arbitraria
di Gerusalemme, o di parte di essa, operata contrariamente alla
volontà formalmente espressa dalla comunità internazionale, non
doveva essere riconosciuta. La Rappresentanza Pontificia per la
Terrasanta, creata l'11 febbraio 1948 con sede a Gerusalemme, era
ed è denominata «Delegazione Apostolica di Gerusalemme e Palestina»[8].
Nella
Lettera apostolica dei 1984 Giovanni Paolo II ha ripetuto l'espressione
«statuto speciale internazionalmente garantito» e, nel discorso
di quest'anno al Corpo Diplomatico, ha chiesto alla comunità internazionale
«strumenti giuridici e diplomatici» adatti a garantire che Gerusalemme
sia veramente «crocevia di pace». Che la situazione di fatto esistente
sia da considerarsi moralmente non accettabile, perché illegittima
e ingiusta e motivo di perdurante conflitto, lo dimostrano anche
gli sforzi di tante personalità del mondo culturale e accademico
mediorientale e occidentale, che hanno cercato proposte di soluzione
adatte a rispondere, più o meno adeguatamente, alle richieste israeliana
e palestinese, insieme con quelle ebraica, cristiana e musulmana[9]. Preoccupazioni e richieste della Santa Sede La Santa
Sede aveva considerato soddisfacente la Risoluzione dei novembre
1947[10] la sua preoccupazione costante fu la conservazione,
nel loro carattere sacro, dei Luoghi Santi così come la tutela dei
diritti dei credenti. La situazione divenne più complessa e inestricabile
con la «guerra dei sei giorni», la conquista israeliana di Gerusalemme
e quello che ne seguì. Fu la stessa preoccupazione che ispirò i
numerosi interventi dei Pontefici e la citata Dichiarazione (cfr
nota 4) del dicembre 1979, che rimase incompresa e inascoltata.
Un primo motivo di incomprensione fu da molti riscontrato nella
separazione che la Dichiarazione sembrava operare tra «aspetto religioso»
di Gerusalemme e «aspetto politico» (sovranità territoriale), quasi
relegando questo a problema secondario[11]. In realtà, il documento non trascurava l’aspetto politico
e chiedeva per esso <<una soluzione basata su principi di
giustizia e raggiunta attraverso vie pacifiche>>. E’ comunque
chiaro che, a quel tempo come oggi, l’identità prevalente di Gerusalemme,
quella che ne fa oggetto d’interesse universale, era ed è la sua
particolare qualità di Città Santa, caratteristica da salvaguardare
e che, necessariamente, dovrebbe condizionare ogni soluzione politica
che sia negozialmente conseguita. Per porre in evidenza tale aspetto,
la Dichiarazione operava una distinzione- che potrebbe essere considerata
solamente di metodo –lasciando aperta qualsiasi ipotesi di soluzione
circa la sovranità. Poiché, a qualla data, non era presente alcuna
prospettiva di negoziato politico, si rendeva urgente un impegno
internazionale <<almeno>> per evitare il lento ma evidente
deteriorarsi della situazione[12]
Ciò
non significava che la Santa Sede non avesse una chiara visione
e un netto giudizio sul problema palestinese, al quale l’aspetto
politico di Gerusalemme era ed è strettamente connesso: invocando
negoziati di pace, sostenendo le legittime aspirazione del popolo
palestinese, chidendo per esso giustizia e rispetto dei diritti
fondamentali, la Santa Sede ha sempre fatto riferimento anche ai
Palestinesi di Gerusalemme. D’altra parte, si tratta di un legame
tante volte messo in evidenza dalle numerose Risoluzioni dell’ONU,
alle quali, la Santa Sede non ha mancato di fare riferimento[13]. La stessa insistenza della Santa Sede nello spiegare
che l’oggetto delle garanzie richieste non potevano e non possono
essere soltanto i Luoghi Santi[14] materialmente intesi significa che esiste una profonda
sollecitudine per la popolazione della Città Santa e per tutti i
diritti fondamentali, compreso quello all’autodeterminazione.La
Santa Sede ha preso atto con soddisfazione dell'inizio forma- le
e dello svolgimento del negoziato politico, auspicando che sia equo,
ma, come ha fatto il Papa, attirando l'attenzione sulla neces- sità
che esso tenga conto delle caratteristiche principali e specifiche
della Città. Di fronte a questa prospettiva di negoziati, si sono
pro- nunciati anche i Patriarchi e i Responsabili delle comunità
cristiane di Terrasanta[15], affermando che «è necessario accordare a Gerusa- lemrne
uno statuto speciale, che le permetta di non essere vittima di leggi
imposte come risultato di ostilità o guerre, ma di essere una città
aperta che trascenda i conflitti politici locali, regionali e mondiali».
Secondo i firmatari, tale statuto dovrebbe essere elaborato con
l'apporto dei responsabili religiosi dei posto e «dovrebbe anche
essere garantito dalla comunità internazionale. In effetti, i Patriarchi
e gli altri Responsabili religiosi cristiani mettono in evidenza
come la dimensione religiosa della questione di Gerusalemme sia
naturalmente legata alla questione politica e da essa non disgiungibile.
Infatti, a nome dei carattere sacro della Città, richiedono che
la soluzione politica preveda per Gerusalemme lo status di «città
aperta»[16]. In relazione ai negoziati sul futuro della Città, essi
non mancano di esprimere pure che l'apporto eventualmente chiesto
ai cittadini si debba intendere con riferimento non soltanto ai
soggetti locali politici, ma anche a quelli religiosi. Un secondo
motivo di incomprensione della posizione presentata dalla Santa
Sede con la Dichiarazione dei dicembre 1979 sembrerebbe essere derivato
dalla stessa identificazione dell'oggetto del discorso: di quale
Gerusalemme si parla? della municipalità del 1947-49? di quella
(e) del 1967, prima della conquista israeliana? di quella risultata
dall'unificazione ad opera israeliana? della «Città Vecchia», entro
le mura? La Santa Sede ha fatto soprattutto riferimento al carattere
sacro e, insieme, vivente di Gerusalemme, insistendo sull'esigenza
che la so- luzione data al problema debba consentire ai fedeli delle
tre religioni monoteistiche di vivere in piena libertà religiosa,
uguale per tutti, e di esprimere totalmente la propria identità
anche negli altri ambiti, compresi quelli educativi e sociali. Anche
il Discorso del gennaio scorso al Corpo Diplomatico si concentra
soprattutto su questa indicazione, quasi a lasciare la questione
propriamente territoriale aperta a soluzioni accettate dalle parti
più direttamente interessate. Nella Lettera apostolica dei 1984,
si trova, comunque, un particolare riferimento alla «Gerusalemme
storica»[17]. Ciò potrebbe significare che la Santa Sede, consapevole
dell'enorme espansione della Gerusalemme moderna, guardava e guarda
con attenzione del tutto particolare a quei settori del territorio
a suo tempo destinato ad essere corpus separatum. Aree che
si distinguono per una singolare «densità» o «intensità» di significati
religiosi, storici e culturali, tali da renderli punti locali dell'interessamento
internazionale per il futuro di Gerusalemme. Tra queste zone o settori,
il posto di massimo rilievo sarebbe evidentemente riservato alla
parte della Città compresa dentro le mura di Solimano (la «Città
Vecchia»). In essa, infatti, sono concentrati alcuni dei più importanti
luoghi santi delle tre religioni e attorno ad essi - e, in un certo
senso, forse, pure in funzione di essi o, almeno, in stretto rapporto
con essi - si sono costituiti consistenti nuclei di ebrei, cristiani
e musulmani. Questa potrebbe essere considerata l'area geografica
al centro del particolare sistema di garanzie giuridiche. Partendo
da essa -- come se la sua applicazione fosse l'«analogato principale»
-- tale sistema potrebbe essere adeguatamente applicato, con gli
adattamenti più opportuni, ad alcune altre zone sacre fuori dalla
«Città Vecchia»[18]. Naturalmente, l'intera città di Gerusalemme dovrebbe
godere di un regime di «città aperta», per un naturale movimento
di cittadini locali - in gran parte seguaci delle tre religioni
-, di pellegrini e di altri visitatori provenienti dalla regione
e dal resto del mondo, desiderosi di sperimentare il legittimo godimento
di questo patrimonio religioso e culturale dell'umanità. Inoltre,
già nel 1980, erano state chiaramente individuate le fi- nalità
e il contenuto dello «statuto speciale internazionalmente garantito»-.
1) garantire con misure appropriata il carattere globale
di Gerusalemme come patrimonio sacro, comune alle tre religioni
monoteistiche; 2) salvaguardare per loro la libertà religiosa
in tutti i suoi aspetti; 3) tutelare il complesso di diritti
acquisiti dalle varie comunità sui santuari (status quo),
sui centri di spiritualità, di studio e di assistenza; 4)
assicurare la permanenza e lo sviluppo delle rispettive attività
di carattere religioso, educativo e sociale; 5) dare attuazione
a tutto questo con trattamento paritario per le tre religioni; 6)
mediante un «presidio giuridico appropriato» che non sia emanazione
di una sola delle volontà interessate[19].
Un terzo motivo di incomprensione della menzionata Dichiarazione
del 1979 emerge dal problema dei soggetti, o del soggetto, che dovrebbero
fornire le «garanzie internazionali» e, conseguentemente. dello
strumento giuridico a tal fine adottabile. Nei documenti e pronunciamenti
della Santa Sede, emessi dopo il venir meno di fatto della Risoluzione
181 (II) dell'Assemblea Generale dell'ONU, non vi sono indicazioni
concrete circa l'«ente» che avrebbe dovuto e che dovrebbe farsi
garante e circa le modalità da seguire per rendere concretamente
operativo lo «statuto», in tutti i suoi aspetti, compreso un adeguato
«meccanismo di controllo» e una necessaria «istanza di ricorso».
Neanche i Patriarchi e gli altri Responsabili cristiani di Gerusalemme,
nel loro Memorandum, vanno oltre una generica richiesta di
garanzie da parte della comunità internazionale. Evidentemente,
si tratta di scelte operate al fine di lasciare, anche in questo
caso, il campo aperto a diverse possibilità, senza escludere, per
altro, l'organismo maggiormente rappresentativo della comunità internazionale,
l'ONU, che già si era fatto carico di chiedere particolari e determinate
soluzioni. D'altra parte, il carat- tere specifico della Santa Sede
e la tradizione da essa seguita, se, da un lato, esigono che essa
si pronunci sulle situazioni con un giudi- zio morale e di valore,
dall'altra la esonerano dal fornire indicazio- ni in certo qual
modo tecniche. La mancanza di un tale genere di indicazioni non
ci impedisce, comunque, un certo sforzo, già compiuto da altri,
per esporre delle 19 ipotesi, ricorrendo a strumenti già esistenti
e da inventare, che, soli o integrati tra di loro, potrebbero rispondere
adeguatamente alle esigenze dei caso. Evidentemente la stessa Assemblea
Generale del- l'ONU potrebbe, come nel 1947, assumersi un suo ruolo
- suffragato autorevolmente, come già in passato, dal Consiglio
di Sicurezza - ripristinando lo spirito e le finalità della Risoluzione
181 (II) e coordinando il suo operato con israeliani e palestinesi
e gli stessi sponsor del processo di pace, intenti a portare
avanti la tappa ulteriore della Conferenza Regionale di Pace inaugurata
a Madrid. In ogni caso, anche se l'iniziativa diretta dovesse essere
di un'altra istituzione o gruppo multilaterale, potrebbe essere
necessario che almeno il risultato finale sia, in qualche modo,
avallato dall'ONU, a indicare che esso corrisponde sostanzialmente
alle finalità che l'organismo internazionale avrebbe inteso raggiungere,
per Gerusalemme e dintorni, con la Risoluzione 181(II), anche
se conseguito tramite mezzi e strumenti diversi da quelli allora
previsti.
Le
parti politiche immediatamente interessate, israeliani e palestinesi,
nella misura in cui si accorderanno per condividere la loro sovranità
su Gerusalemme e dintorni, potrebbero, tra l'altro, sottoscrivere
impegni come quelli contenuti nella convenzione dell'UNESCO sulla
protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale, dei 1972[20]. Impegni che sono stati ulteriormente specificati nella
Raccomandazione sulla salvaguardia degli insiemi storici tradizionali,
del 1976[21]. Per quanto riguarda la salvaguardia delle distinte comunità
presenti, non si possono dimenticare gli elementi validi delle proposte
a suo tempo avanzate, seppure in un contesto dei tutto diverso,
dall'ex sindaco di Gerusalemme, Teddy Kollek, che prevedevano una
larga autonomia per distinti ceti e aree della Città[22]. Evidentemente, però, nel nuovo contesto creato dal processo
di pace, tali misure non si concepirebbero più quali emanazioni
unilaterali, quasi concessioni benevole della volontà di una sola
parte, ma piuttosto come frutto di accordi equamente negoziati.
Ciò si potrebbe applicare in modo particolare all'ipotesi, pure
avanzata dallo stesso Kollek, di garantire stabilmente l'integrità
propria di ciascuno degli storici quartieri della «Città Vecchia»
- l'«ebraico», l'«armeno», il «musulmano» e il «cristiano» - storicamente
destinati alle istituzioni delle rispettive comunità e ai gruppi
umani ad esse collegati. La Conferenza di Madrid, iniziata il 30
ottobre 1991, accanto ai negoziati bilaterali[23] aveva anche prospettato, dandovi inizio, negoziati multilaterali
su alcuni problemi ritenuti particolarmente importanti e che, per
la loro stessa natura, superano l'ambito di mera bilateralità, essendo
necessariamente multilaterali[24]. Non sembra fuori luogo ipotizzare, come hanno fatto
i partecipanti a colloqui internazionali organizzati dall'ENEC (Europe
- Near East Centre)[25] che possa essere costituito un ulteriore gruppo di lavoro,
espressamente su Gerusalemrne o sulla salvaguardia dell'intero patrimonio
culturale rnediorientale. Tale gruppo, mentre potrebbe indirettamente
favorire un equo svolgimento di negoziati bilaterali tra israe-
liani e palestinesi, avrebbe la capacità di assicurare un'adeguata
protezione della Città in tutti i suoi aspetti sopra accennati.
Già nel 1947 era evidente - e oggi lo è ancora di più - che la salvaguardia,
su un piano di parità, dei diritti delle diverse comunità in Gerusalernrne,
così come del patrimonio culturale e religioso da esse storicamente
custodito e tramandato, non si potrebbe prevedere efficace se non
inserita in un ambiente politico e giuridico caratterizzato dal
rispetto dei diritti umani, civili, politici, culturali, individuali
e collettivi. Solamente un simile vasto contesto di libertà, di
legalità, di rispetto dell'uomo e della sua dignità può garantire
veramente gli interessi di una o più comunità e il pieno valore
e il libero godirnento di un bene culturale universale. Nella già
ricordata Risoluzione 181 la stessa Assemblea Generale dell'ONU
volle indicare formule ben precise che gli erigendi Stati ebraico
e arabo avrebbero dovuto incorporare nelle rispettive Costituzioni,
formule riguardanti diritti umani, uguale trattamento per tutti
e libertà religiosa. Oggi, lo specifico strumento giuridico internazionale
riguardante la dimensione «universale» di Gerusalemme risulterebbe
veramente efficace a condizione che contenga garanzie liberamente
e sinceramente offerte come oggetto di vincolo internazionale dallo
Stato o dagli Stati che avrà o avranno la sovranità territoriale.
Garanzie circa l'osservanza nel proprio territorio dei diritti umani
e, specialmente, della libertà religiosa, così come risulta dall'insieme
degli strumenti internazionali sulla materia. In questo contesto
potrebbe essere, per esempio, utile la ricezione esplicita della
Dichiarazione sull’eliminazione di ogni forma di intolleranza
e di discriminazione motivata sulla religione o sulla convinzione,
approvata dall'ONU il 2 5 novembre 1981. La necessità di collocare
la tutela di interessi religiosi particolari nel contesto più vasto
del rispetto per la libertà religiosa, fondamento dei diritti umani,
è anche solennemente avvertita nell'Accordo Fondamentale tra
la Santa Sede e lo Stato di Israele (30 dicembre 1993), che
vi dedica il suo primo articolo.
Ora,
se la tutela dei patrimonio culturale e religioso a Gerusalemme
richiede un ambiente di rispetto per i diritti umani, specie per
la libertà religiosa, nella Città e nella nazione o nelle nazioni
che vi esercitano il potere civile, non si deve certo escludere
anche la possibilità di studiare e giungere, come logica conseguenza,
a strumenti atti a promuovere i diritti umani nella regione, tra
i quali il più importante è il diritto alla libertà di religione
e di coscienza. Potrebbe anche essere pensabile un consenso su di
un «Atto Fi- nale», analogo a quello della Conferenza di Helsinki.
Essendo già iniziata la seconda tappa dei negoziati bilaterali tra
israeliani e palestinesi, qualcuno potrebbe, forse, obiettare che
l'introduzione di altri meccanismi potrebbe apparire ai negoziatori
e a coloro che li assistono quasi come un pericolo di divagazione
o un elemento di disturbo, soprattutto in relazione ai tempi, cosi
importanti per l'opinione pubblica sia palestinese sia israeliana.
In verità, però, guardando ai fatti che hanno condotto a questa
seconda tappa dei negoziati, affiancare ad essi un accompagnamento
multilaterale potrebbe risultare non un disturbo, ma un valido aiuto,
utile a renderli più equi e a rasserenare le rispettive popolazioni,
insieme con tanti altri che si ritengono legittimamente interessati.
Sempre dai fatti precedenti e connessi con la presente tappa, emergono,
in ogni caso, elementi veramente interessanti e di non poco conto,
anche in rapporto a una «salvaguardia internazionale» di Gerusalemme.
Accanto
ai negoziatori israeliani e palestinesi si collocano, come organizzatori
e garanti gli Stati Uniti e la Russia e, di fatto, con un ruolo
di non trascurabile importanza, l'Egitto e la Giordania. Inoltre,
nel Trattato di pace tra Israele e la Giordania (26 ottobre 1994),
c'è un esplicito riferimento al «ruolo» della Casa Reale Hashemita
sui luoghi santi musulmani di Gerusalemme[26]. Parrebbe giusto e doveroso interpretare questo riferimento
non in senso esclusivo, ma piuttosto come un riconoscimento - suggerito
dal contesto specifico - che ai grandi santuari dell'islàm in Gerusalemme
sono legittimamente legati non solo gli abitanti locali musulmani,
ma anche le istanze islamiche che si trovano fuori della Città[27]. Sembra importante aggiungere che la stampa non ha mancato
di sottolineare quanto affermato dall'allora viceministro degli
Esteri israeliano Yossi Beilin, in occasione dell'annuncio delle
relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato d'Israele. Egli
riconobbe che, per quel che riguarda i luoghi santi di Gerusalemme,
lo Stato d'Israele non potrebbe limitarsi a negoziare con la sola
controparte palestinese, ma che dovrebbe, invece. negoziare anche
con altri, legittimamente interessati. I mezzi di comunicazione
hanno anche riportato propositi analoghi, attribuiti allo stesso
Yasser Arafat o ad altre personalità a lui vicine, dell'OLP o dell'Autorità
Palestinese. Non si tratta, evidentemente, di impegni formali, ma
si può sperare che siano propositi espressi con intenzioni che superano
le circostanze che li hanno provocati[28]. Dunque, non mancherebbero le premesse affinché, anche
nell'attuale contesto, si possano individuare e attivare «strumenti
giuridici e diplomatici» offerti dalla comunità internazionale,
in modo che le esigenze nazionali siano opportunarnente coniugate
con le altre, di carattere religioso e culturale, che fanno di Gerusalemme
una realtà di interesse mondiale.
Conclusioni
Dopo
questo percorso storico, tra avvenimenti, documenti, riflessioni
e ipotesi e con uno speciale sguardo all'atteggiamento della Santa
Sede, su di una realtà così complessa, è certamente doveroso, pur
senza particolare pretesa, cercare di enunciare alcune conclusioni,
con il coraggio di esprimere anche qualche speranza. Esiste una
«questione o un problema di Gerusalemme», che si presenta proporzionalmente
più complesso a mano a mano che si tenta di analizzarlo in dettaglio
e di cercarne una «soluzione» possibile e concreta. Si tratta di
una concretezza che s'impone come necessaria e doverosa per i valori
locali e internazionali, politici, religiosi e culturali, che la
problematico porta con sé e per il messaggio umano e trascendente
che riveste. Soluzioni a problemi di questo genere non possono che
essere in qualche modo frutto di buona volontà e di onorevoli compromessi,
alla semplice condizione che nessuno dei valori in gioco paghi il
prezzo ad altri.
Gerusalemme
è giustamente «pretesa» in nome di aspirazioni nazionali e, ugualmente
a ragione, in nome delle sue caratteristiche storiche e religiose.
Essa si presenta a tutti quelli che vi abitano come una realtà che
oltrepassa loro stessi e le loro più intime esigenze personali,
comunitarie, politiche, culturali e religiose: la Città Santa appartiene
contemporaneamente ai suoi abitanti e all'intera umanità. Essa riveste
in se stessa una vocazione locale e internazionale, condizionante
in ultima analisi un'auspicata convivenza tra popoli e credenti,
in pace, giustizia, conoscenza reciproca, rispetto e fiducia, nella
stessa Città, nella regione e nel mondo. E’ una vocazione che esige
prima di tutto che la Città rimanga quella che è o dovrebbe essere.
Di qui, l'importanza e la necessità che tutti la difendano realmente,
per sé e per gli altri.
La
comunità internazionale se ne è interessata, con idee chiare
sull'oggetto e sugli obiettivi da conseguire. Il fatto che essa
non abbia avuto finora la forza, l'autorità o gli strumenti adeguati
per raggiungere le finalità intraviste, non significa che la realtà
non li esiga e che essa non debba continuare a impegnarsi. Anzi,
dopo decenni trascorsi inutilmente, il coraggio delle parti più
direttamente coinvolte d'intraprendere la strada della pace fornisce
alla comunità internazionale un'occasione propizia - si potrebbe
dire quasi irripetibile - di riprendere anch'essa con coraggio il
suo ruolo. Dovrebbe curare, anche se con mezzi diversi, quei nobili
scopi che si prefisse nel suo precedente e importante tentativo
di conciliare, nella Terrasanta, le legittime aspirazioni nazionali
di ebrei e arabi, tra di esse e con quelle dei fedeli delle tre
grandi religioni sparsi per il mondo, quasi a dire, con quelle di
tutta la «famiglia umana». In questo insieme di valori e, soprattutto,
di richieste - purtroppo segnato da violenza, sangue e ingiustizie
- la Santa Sede, pur non trascurando alcun elemento essenziale,
ha attirato e attira l'attenzione sulla «unicità» di Gerusalemme,
prima di tutto dal punto di vista della sua dimensione «universale».
Essa chiede uno sforzo di tutti i soggetti legittimamente interessati
- locali, regionali e mondiali - per una collaborazione obiettiva
e concreta con l'intento di uscire da un conflitto, la cui soluzione
riveste valenze evidentemente profetiche. Una parte della questione
sta sul tavolo di negoziati politici, con il proposito di rispondere
alle richieste dei più direttamente interessati e con la volontà
di tener conto delle aspirazioni di molti di più. Forse sarà un'occasione
per sentire una volta ancora la parola «pace», rispettata in modo
adeguato e giusto. Si può sperare che quanti desiderano e possono
unirsi per offrire un contributo accetto e valido siano in qualche
modo ascoltati. Su Gerusalemme, la voce di altri, unita a quella
dei palestinesi e degli israeliani, la presenza di altri soggetti
di diritto internazionale, come pure il conveniente apporto di istanze
religiose e culturali - locali e mondiali - non possono essere considerate
un'aggiunta o, addirittura, fuori luogo. Infatti, «la pace degli
accordi», certamente di fondamentale importanza, non può fare a
meno della «pace degli animi». Questa - pur con tutte le dovute
attenzioni ai problemi di sicurezza, economici, di cooperazione
e sviluppo - non può prescindere dal cercare e trovare un fondamento
e una garanzia in quei «profondo invito alla pace rivolto a tutta
l'umanità e, in particolare, agli adoratori del Dio unico e grande,
Padre misericordioso dei popoli». Quello stesso Dio, che ha scelto
Geru- salemme come «patria dei cuore di tutti i discendenti di Abramo»
e come «simbolo di unione e di pace per tutta la famiglia umana»[29].
NOTE
[1] Cfr, per le fasi precedenti, A. MACCHI, «La difficile pace
nel Medio Oriente: l'accordo di Taba», in Civ. Catt. 1995
IV 295-302. La prima tappa comprendeva: 1) l'accordo sull'autonomia
di Gaza e Gerico, firmato il 4 maggio 1994; -2) l'accordo sul
trasferimento dei poteri, firmato il 28 agosto 1994; 3) l'accordo
sul periodo intermedio e sulle elezioni palestinesi, firmato il
28 settembre 1995
[2] Il Papa ha così proseguito: “Lasciate che vi confidi che questa
speranza potrbbe rivelarsi effimera se non sarà data anche una
soluzione giusta e adeguata al particolare problema di Gerusalemme”
(Oss. Rom., 14 gennaio 1996; cfr Ci. Catt. 1996
I 508 s).
[3] Cfr. E. FARHAT (ed.), Gerusalemme nei Documenti
Pontifici, Città dei Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, l987: Cfr
Particolarmente i discorsi di Paolo VI del 22 dicembre 1967, del
24 giugno e 23 dicembre 1971, del 22 dicembre 1973.
[4] Cfr. per esempio, Dichiarazione dell'Osservatore Permanente
della .Santa Sede presso l’ ONU (5 dicembre 1979), ivi, 214-216;
«Gerusalemme», in Oss. Rom., 30 giugno- I°luglio 1980 e
la menzionata Lettera apostolica (in E. FARHAT [ed.], Gerusalemme....
cit., 196-199). Insieme con questi documenti, appare importante
ricordare la Dichiarazione della Sala Stampa della Santa
Sede (30-31 dicembre 1993) in occasione della firma dell'Accordo
Fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele (Cfr Civ.
Catt. 1994 I 286-297).
[5] Il corpus separatum avrebbe dovuto includere, oltre
l'allora municipalità di Gerusalernmc, Betlemme a Sud, Ein Kerem
a Ovest, Abu Dis a Est e Shu'fat a Nord.
[6] Riroluzione del Consiglio di Sicurezzaa dell’ONU, n.
478 (20 agosto 1980).
[7] Di Francia, Spagna, Italia, Belgio, Grecia, Turchia, Gran
Bretagna e USA.
[8] Fino
al 1929, la Terrasanta era stata compresa nell'allora Delegazione
Apostolica di Siria, con sede a Beirut. Nel 1929 Pio XI la unì
alla Rappresentanza Pontificia dei Cairo, con una residenza a
Gerusalemme. Fino al 1994 il territorio della Delegazione Apostolica
di Gerusalernmc e Palestina comprendeva Gerusalemme, i territori
nazionali d'Israele e di Giordania, e i territori palestinesi
di Cisgiordania e Gaza. Da quando sono stati allacciati rapporti
diplomatici tra la Santa Sede e lo Stato d'Israele e il Regno
di Giordania, appunto nel 1994, furono erette le rispettive Nunziature
a Tel Aviv e ad Amman e il territorio della medesima Delegazione
Apostolica comprende pur sempre Gerusalemme insieme con i suddetti
territori palestinesi.
[9] Accademici israeliani ne hanno raccolte oltre 60, esponendole
in una pubblicazione: cfr M. HIRSCH - D. HOUSEN-COURIEL
- R. LAPIDOTH, Whither Jerusalem? Proposals and Positions Concerning
the Future of Jerusalem, The Hague - London - Boston, 1995.
[10] Cfr
G. RULLI, «Proposte per i Luoghi Santi», in Civ. Cat. 1971
III 110- 121. Sull'atteggiamento della Santa Sede in quest'epoca
o in seguito vedi P. PASTORELLA, «La Santa Sede e il problema
di Gerusalemme», in Storia e Politica, 1982, n. 1; S. FERRARI,
Vaticano e Israele dal secondo conflitto mondiale alla guerra
del Golfo, Firenze, 1991, soprattutto pp. 191 - 216 e dello
stesso Autore, «Gerusalemme e le Nazioni Unite attraverso le risoluzioni
del Consiglio di Sicurezza (1968-1980)», in Il Politico,
1980, n. 4, 659 s; «Quale "status" per Gerusalemme?»,
in Nuova Antologia, aprile-giugno 1985, 140-152; «La Santa
Sede e lo “status” di Gerusalemme», in Aggiornamenti Sociali
40 (1989) 717-734, «La Santa Sede e lo "status" di Gerusalemme»,
in Credere oggi, 1996, n. 1, 69-79.
[11] In essa si leggeva: «La Santa
Sede è dell'avviso che tali considerazioni [sul carattere religioso]
abbiano un’importanza primaria e determinante rispetto alla stessa
questione della sovranità politica sulla città […]. Qualunque
sia, cioè, la soluzione del problema della sovranità su Gerusalemme
(non esclusa l’ipotesi di una “internazionalizzazione” della Città)
dovranno sempre essere asscurati il soddisfacimento e la salvaguardia
delle predette esigenze [religiose]. […] Si manifesta, in questa
prospettiva, l’esigenza di uno “statuto speciale internazionalmente
garantito” (cfr. E. Farhat, Gerusalemme…, cit., 215).
[12]
Vedi <<Gerusalemme>>, in Oss. Rom., 22-23 marzo
1971 e G. Rulli, <<Nuove mura intorno a Gerusalemme>>,
in Civ. Catt. 1971 II 538-549.
[13]
Vedi, per esempio, il Comunicato congiunto della Santa Sede
e dell’OLP, diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede il 25 ottobre
1994, quando si stabilirono rapporti uffciali tra le due parti.
[14]
Cfr Dichiarazione, cit., e <<Gerusalemme>>,
cit. Nel citato discorso del 1996 al Corpo Diplomatico, Gioanni
Paolo II ha detto: “I Luoghi Santi, cari alle tre religioni monoteistiche,
sono certamente importanti per i credenti, ma essi perderebbero
molto del loro significato se non fossero permanentemente circondati
da comunità attive di ebrei, cristiani e musulmani, che godano
di una vera libertà di coscienza e di religione e che sviluppino
le proprie attività religiose, educative e sociali”.
[15] Memorandum sul significato
di Gerusalemme per i cristiani,
firmato a Gerusalernme iI 14 novembre 1994, dai Patriarchi Greco-ortodosso,
latino, Arrneno-ortodosso, dal Custode di Terra Santa, dagli Arcivescovi
Copto, Siro, Etiopico, dai Vescovi Anglicano e Luterano e dai
Vicari Patriarcali Greco-cattolico, Siro-cattolico e Maronita
(Cfr La Documentation Catholique, t. 92 [1995] 85-87).
[16] A Gerusalemme «città aperta» faceva già riferimento un
Aide-Mémoire della Santa Sede apparso nell'agosto 1967,
riportato ivi, 1967, 1.549, facente seguito a una Nota del
24 giugno, consegnata da mons. Giovannetti ai Delegati dell'ONU:
Cfr B. COLLEN, Recueil de Documents concernant Jerusalem et
les Lieux Saints, Jerusalem, 1982, 29. Le numerose e lunghe
«Chiusure» di Gerusalemme, in nome della sicurezza, agli abitanti
palestinesi di Cisgiordania e Gaza hanno notoriamente creato grandi
problemi sia ai medesimi, sia all'economia dei quartieri arabi
della Città. Ma hanno anche creato problemi di libertà religiosa,
in modo più evidente nei periodi particolarmente importanti come
le festività natalizie e pasquali. Cfr, per esempio, G. MOTTA,
«La Pasqua non sblocca Gerusalemme», in Avvenire, 9 aprile
1996.
[17] «Non solo i monumenti o i luoghi santi, ma tutto l'insieme
della Gerusalemme storica e l'esistenza delle cornunità religiose,
la loro condizione, il loro avvenire non possono non essere oggetto
di interesse e di sollecitudine da parte di tutti».
[18] Per esempio, parti del Monte degli Ulivi o il Cenacolo, densissimi
di significato per i cristiani o altri santuari o luoghi santi,
anche fuori dei confini d’Israele, come il Santuario della Natività
a Betlemme, con i sacri edifici adiacenti (complesso compreso
nel corpus seporatum dell'ONU).
[19] Cfr «Gerusalemme», cit.
[20] L'UNESCO ha già riconosciuto
«l'importanza eccezionale che il patrimonio culturale della Città
Vecchia di Gerusalemme, e più in particolare dei luoghi santi,
riveste non solo per i Paesi direttamente interessati ma per l'intera
umanità a causa del suo valore artistico, storico e religioso»
(Conferenza generale, sess. XV,risoluz. 3.343, ottobre 1968).
[21] In essa, vengono prese esplicitamente in considerazione le città
storiche e si prevede una tutela estesa non solo agli edifici,
ma anche alla struttura spaziale, alle zone ambientali e alle
attività umane comprese nell'area che si vuole proteggere.
[22] T. KOLLEK, «Sharing United Jerusalern», in Foreign
Affairs, inverno 1988-89.
[23] Israele-Palestinesi, Israele-Regno di Giordania, Israele-Libano,
Israele-Siria.
[24] [ gruppi di lavoro, allora previsti ed esistenti sono: sulle risorse
idriche (coordinato dagli USA), sui rifugiati (coordinato dal
Canada), sull'ambiente (coordinato dal (Giappone), sulla cooperazione
economica e sullo sviluppo regionale (coordinato dall'Unione Europea),
sul controllo degli armamenti e sulla sicurezza (coordinato da
USA e Russia). Tra sponsor, partner regionali, Paesi arabi,
Paesi esterni alla regione e altri enti, i partecipanti ai gruppi
sono almeno 45.
[25] L'ENEC è un'associazione fondata a Molfetta (Bari) nel 1989 e con
sede a Bari, pensata da accademici allo scopo di promuovere la
conoscenza delle comunità cristiane orientali e stabilire con
esse un più profondo legame di cultura e solidarietà. Essa, sulla
questione di Gerusalemme, ha promosso quattro incontri internazionali:
tra cattolici a Bari, 13-14 dicembre 1991 e 11 - 12 maggio 1991;
tra cristiani a Otranto, 15-17 gennaio 1993; tra cristiani, ebrei
e musulmani a Bari, 29 maggio- 3 giugno 1995. Si spera, come preannunciato,
che gli «atti» di tali riunioni siano prossimamente pubblicati
[26] Nell'art. 9 del Trattato di pace - articolo dedicato
ai «luoghi storicamente e religiosamente significativi» - - al
par. 2 si legge: «[...] in accordo con la Dichiarazione di Washington,
Israele rispetta il presente speciale ruolo dei Regno Hashemita
di Giordania circa i luoghi santi islamici di Gerusalemme. Quando
si svolgeranno i negoziati sullo statuto permanente, Israele darà
particolare importanza (high priority) al ruolo giordano
su tali luoghi.
[27] Tra queste, oltre l'ovvio «ruolo» della Casa Reale Hashemita, si
potrebbe unire, a titolo esemplificativo, l'organizzazione della
Conferenza Islamica, il cui Comitato per Gerusalemme è presieduto
dal Re del Marocco, del quale è, tra l'altro, ben noto l'impegno
per promuovere e facilitare il processo di riconciliazione tra
Israele e mondo arabo.
[28] Lo stesso Yossi Beilin e Feisal Husseini («Ministro per Gerusalemme»
dell'Autorità Palestinese), in occasione di un confronto diretto
moderato dal giornalista Arrigo Levi, pur ammettendo, per Gerusalemme,
dimensioni che vanno oltre la semplice duplice aspirazione nazionale,
non hanno aperto particolari e necessari spiragli circa l'ampliarnento
del tavolo dei negoziati. L'occasione del confronto era un convegno
internazionale promosso dalla "Comunità di S. Egidio («Insieme
a Gerusalemme: ebrei, cristiani e musulmani», Gerusalemme, 29
-30 agosto 1995). Il testo, con il titolo «Le linee rosse: una
strategia per Gerusalemme», è apparso in Limes. Rivista
italiana di geopolitica, n. 4.
[29] GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Redemptionis anno, cit., passim.
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