EDITORIALE
di Franco Cardini
Gerusalemme oggi.
Le basi storiche del problema.
Quel che accade a Gerusalemme interessa tutto il mondo.
Il perché è evidente. Si tratta della Città Santa per le tre
religioni sorelle, nate dal ceppo abramitico:
e una delle principali ragioni che da che mondo è mondo fanno
litigare fra loro fratelli e sorelle, si sa, è quella dell’eredità. A
volte mi chiedo se l’anello autentico e prezioso che il padre
vuol lasciare ai tre figli, e che sta alla base della medievale
“favola delle tre anella” - questo paradigmatico testo della tolleranza
religiosa, dal Novellino al Boccaccio al Lessing
- non sia per caso, oltre alla fede di
cui il gioiello è evidente metafora, anche la città di Gerusalemme.
Alla quale guardano i fedeli dei due credi più diffusi nel mondo,
il cristiano e il musulmano, uno dei quali costituisce il forse
superato ma non dimenticato fondamento della civiltà occidentale
che oggi egemonizza il mondo; e alla quale guardano coloro che,
per fede o per cultura e per ragioni storiche, si riconoscono
nell’ebraismo, che nella civiltà mondiale di oggi ha un peso civile, culturale ed etico straordinario.
Ecco perché qualunque cosa riguardi Gerusalemme diventa di centrale
importanza.
Oggi più che mai Gerusalemme è contesa.
Tra israeliani e palestinesi, tra ebrei e arabi,
tra ebrei osservanti nel nome della fede, ebrei laici in quello
dell’ideologia sionista e della storia dello stato d’Israele,
arabi musulmani, arabi cristiani, cristiani non arabi e tuttavia,
in modo e misura differenti, alla Città Santa legati. Appartiene
in senso assoluto a qualcuno? Può accettare formule di coabitazione,
sia pure non paritaria? Ha un senso che un popolo sostenga
che una data terra gli appartenga? E
i popoli, poi, mantengono intatta la loro identità nel corso della
storia, e tale identità conserva loro intatti anche i relativi
diritti? Ha senso che gli ebrei d’oggi rivendichino
la proprietà di Gerusalemme nel nome del profeta e re David, che
l’ha fondata circa tremila anni fa o che ha comunque obliterato
una precedente città gebusea? Ha un
senso che i cristiani ne rivendichino
una qualche comproprietà perché secondo la loro tradizione vi
è morto e risorto Gesù? E i musulmani
perché, secondo la loro, Muhammad vi
ha iniziato il suo viaggio notturno nei cieli, e perché il califfo
Umar l’ha conquistata nel 638? Ma, se non confidiamo nelle tradizioni e nei diritti quanto
meno storici e morali che ne conseguono, che cosa ci resta mai?
Il chiaro ma brutale messaggio del diritto che nasce dalla forza?
O quello che emerge da trattati e convenzioni
stipulati da forze in gran parte estranee a quello di cui discutono
e su cui decidono, come l’Organizzazione degli Stati Uniti?
Chissà se ripercorrere per linee generali
la storia della Gerusalemme moderna può aiutarci a meglio comprendere.
Vale comunque la pena di provare.
La
Gerusalemme dell’età moderna, quella caduta nelle mani dei turchi
nel 1517 dopo essere pasata dagli ebrei
ai romani, quindi ai bizantini, poi agli arabi, successivamente
ai crociati, in seguito agli ayyubiti
e infine ai mamelucchi, continuava ad essere per l'Islam una Città Santa:
ma per il sultano d’Istanbul, il “Padisha”
che aveva rivendicato fino dal Cinquecento la dignità califfale
e si presentava come "Principe dei Credenti", era anche
un affare; e così per i suoi governatori e funzionari in loco.
La tassa d'ingresso alla chiesa del Santo Sepolcro, che in
pieno Ottocento era stata abolita dal
grande riformatore Ibrahim Pasha, si era trasformata in un diritto di esazione fisso
che veniva pagato dalle comunità cristiane che si dividevano la
gestione della basilica; nel 1874 fu abolita anche la tassa d'ingresso
in città, ma a sostituire il cespite di guadagno da essa costituita
c'erano i diritti di cessione di terreni e edifici (sovente dei
ruderi) ceduti a governi e a comunità occidentali.
Nel 1877 la Russia dichiarò guerra alla Turchia: lo
czar non riteneva tollerabile oltre lo stato di soggezione e di
abiezione in cui i cristiani ortodossi soggetti al sultano, specie
nella penisola balcanica, venivano mantenuti. L'esercito russo,
giunto alle porte di Istanbul, fu arrestato
dalla pace detta "di Santo Stefano" (3 marzo 1878).
L'impero turco si avviava ormai allo smembramento, e le prerogative
che esso dovette concedere in quell'occasione allo
czar annientarono definitivamente il suo prestigio e la sua indipendenza.
A quel punto, l'Europa occidentale si preoccupò
di nuovo: soprattutto l'Inghilterra, che temeva un'egemonia russa
sulla Turchia (che avrebbe significato le navi russe nel Mediterraneo
e l'utilizzazione intensa da parte dei russi del canale di Suez,
con una concreta minaccia per la talassocrazia britannica), e
l'Austria, che si preoccupava per l'equilibrio nei Balcani.
Si giunse alla soglia d'una guerra anglorussa.
Un altro conflitto si andava frattanto profilando. La guerra
francoprussiana del 1870 aveva umiliato
la potenza francese, il che non poteva non aver ripercussioni
sul prestigio e le prerogative da oltre tre secoli detenute dalla Francia nel Vicino Oriente in ordine alla rappresentanza
e alla tutela delle comunità cattoliche ivi esistenti e residenti.
I tempi di Francesco I e del signor di
Villeneuve erano lontani. Nel 1870,
nel Salone degli Specchi della reggia di Versailles, era stato
proclamato l'impero federale tedesco: il suo sovrano, il re di
Prussia, era senza dubbio luterano, e il suo cancelliere, il principe
di Bismarck, avversava notoriamente
la Chiesa cattolica; il che non toglieva tuttavia che buona parte
dei sudditi del nuovo impero fossero
di religione cattolica e che non si potesse lasciar il monopolio
della tutela del prestigio dei cattolici germanici all'imperatore
d'Austria, al quale troppi tedeschi guardavano con rimpianto perché
fino al 1866 era spettata a lui la guida almeno morale della confederazione
germanica. Nel 1875, nonostante fosse pienamente in corso il Kulturkampf
e il governo tedesco stesse scatenando
contro la Chiesa cattolica una persecuzione che nulla aveva da
invidiare in durezza a quella, vergognosa, condotta nello stesso
periodo dal governo italiano - che anzi tendeva a emulare in modo
grottesco il principe di Bismarck -, il console generale tedesco in Egitto aveva dichiarato
formalmente che il suo governo non era disposto a riconoscere
ad alcuna potenza nessun diritto esclusivo di rappresentanza e
tutela degli insediamenti cattolici in Oriente e si riservava
anzi la prerogativa di esercitare ogni diritto su qualunque suddito
tedesco che in tali insediamenti fosse presente.
Il principe di Bismarck convocò
tra il giugno e il luglio del 1878 a Berlino un Congresso durante
il quale egli si propose a mediatore disinteressato tra Russia,
Austria, Inghilterra, Francia e Turchia; vi partecipò anche l'Italia,
il cui governo si guadagnava così un po' di prestigio internazionale,
premio del suo costante servilismo nei confronti della politica
tedesca. Erano sul tappeto fondamentalmente le questioni del riassetto
balcanico: in realtà, si trattava di fare un paso avenati
sulla via dello smembramento dell'impero ottomano e della distribuzione
dei suoi brandelli. L'Inghilterra ottenne il diritto a
occupare Cipro, la Francia quello a impadronirsi di Tunisi (lo
avrebbe fatto nel 1881),l'Italia - che aveva a sua volta sperato
in un'espansione tunisina, geostoricamente non implausibile
- venne tenuta a bada con vaghe promesse di un "compenso"
in Albania. Per salvar la faccia, le potenze occidentali imposero
al sultano l'obbligo di alcune riforme "liberali" nel suo impero: in questo
modo il Congresso di Berlino potè presentarsi
- al solito... - come una fulgida tappa sulla via della civiltà
e del progresso e non, per quello che era, un nuovo atto di brigantaggio
colonialistico.
Per partecipare al Congresso, la Francia aveva chiesto esplicitamente che le questioni egiziana,
siriaca e relativa ai Luoghi Santi restassero
fuori della discussione: tuttavia, alla fine, si confermò il famoso
statu quo ch'era stato quasi la causa occasionale della
guera di Crimea ma che ora la Francia
rivendicava nella misura in cui esso riconosceva i suoi diritti;
d'altro canto, usciva chiaro dal Congresso di Berlino che da allora
in poi ecclesiastici e pellegrini cristiani che avessero avuto
qualunque problema avrebbero dovuto rivolgersi alle rispettive
autorità consolari e pertanto ai governi rispettivi. L'autorità
sultaniale risultava del tutto emarginata dall'esercizio di prerogative
di sorta su cose e persone occidentali, per quanto l'oggetto del
problema - i Luoghi Santi - restasse parte del territorio da essa
governato.
La
questione dei Luoghi Santi si era di fatto,
almeno a partire dalla guerra di Crimea, a tal punto internazionalizzata
che il pur fatiscente governo ottomano si trovava nella necessità
d'isolarla in qualche modo dal resto della sua compagine. E' necessario
tener presente che, nel frattempo, il governo del sultano Abdul-Hamid
II (1876-1909) si era andato ponendo
con decisione sul piano delle riforme e della modernizzazione,
nonostante forti tensioni interne e lo scatenarsi in tutto l'impero
di contrastanti passioni nazionalistiche sulle quali naturalmente
soffiavano i paesi interessati a utilizzarle (soprattutto la
Grecia e la Russia). Nel 1889 il sultano staccò Gerusalemme dalla
provincia di Siria per erigerla in sangiaccato distinto, il pasha del
quale sarebbe stato nominato direttamente dalla capitale. Gerusalemme,
ormai invasa da pellegrini ch'erano sempre
più anche turisti, stava diventando di nuovo un fiorente centro
di cultura e di scambi; sobborghi "all'europea" le sorgevano
attorno; si andava delineando una città nuova, una specie di piccola
metropoli coloniale. Nel 1892 una ferrovia lunga 87 chilometri
collegava Gerusalemme a Giaffa: tale tronco ferroviario, in sé relativamente modesto,
va considerato nel quadro di un'ampia attività d'innervamento
ferroviario dell'impero che si stava allora conducendo con l'appoggio
soprattutto di capitali, mezzi, macchinari e personale specializzzato
tedesco e inglese. Nel 1888 si era inaugurato il tratto da Budapest
a Istanbul e si erano affidati a concessionari tedeschi i lavori
per il tratto Istanbul-Ankara, primo
segmento della progettata linea Istanbul-Baghdad,
tra 1900 e 1908 si sarebbe costruita la ferrovia che, partendo
da Damasco, si dirigeva ai Luoghi Santi islamici e doveva quindi
servire alle esigenze del pellegrinaggio musulmano (lo haj).
Il che, naturalmente, apriva nuove prospettive e nuove linee di
attrito anche nei confronti dell'Inghilterra, che nel 1882
aveva occupato l'Egitto.
I nuovi insediamenti occidentali nella Città Santa seguivano
linee che senza dubbio erano in prima istanza religiose, assistenziali-umanitarie
e culturali. La Santa Sede vi era presente in modo molto forte
e deciso, promovendo la costruzione o il restauro di chiese, scuole,
ospizi e ospedali, orfanotrofi e ricoveri aperti alla popolazione
locale. ll sultano aveva ceduto dopo la guerra di Crimea l'area
della piscina di Bezetha al governo
francese, che l'aveva affidata ai Padri Bianchi: nel suo circuito
confinario sorgeva la splendida chiesa francese romanico-gotica
di Sant'Anna, uno dei più bei monumenti crociati di Terrasanta,
che i Padri poterono cominciar a restaurare. Sull'Eleona,
il convento delle carmelitane diventò celebre per il suo chiostro
decorato a piastrelle di ceramica che recano
il testo del Pater Noster tradotto
in una lunga serie di idiomi.
Erano arrivati anche
i protestanti: alcuni abbastanza bizzarri, come quei luterani
in fama di semieresia che a sud-ovest dell’impianto della città
vecchia, non lontano dalla stazione ferroviaria, fondarono un
insediamento dall’inequivocabile sapore vecchio-tedesco: erano
una colonia di “cavalieri” neotemplari, da sempre desiderosi di
passare e di terminare la loro vita nella Città Santa.
E c’erano anturalemnte
anche loro, con tanto di bianchi mantelli rossocrociati,
a render omaggio al Kaiser Guglielmo II, che con gran pompa
- molto diverso, anche in questo, da quanto aveva fatto nel '69
il suo più illustre collega Francesco Giuseppe d’Austria - visitò
Gerusalemme nel 1898. Guglielmo profuse in città ingenti mezzi
economici: favorì e finanziò la costruzione della grande
chiesa del Salvatore presso il Santo Sepolcro, eretta in stile
neoromanico sull'impianto corrispondente all'antica Santa Maria
Latina, e dell'enorme chiesa a pianta centrale della Dormizione
della Vergine che, sul Sion, staglia ora il suo profilo un po'
wagneriano sul luogo approssimativo sul quale sorgeva l'antica
chiesa fatta distruggere dal Saladino. Il visitatore attento noterà
che la perfetta cinta muraria cinquecentesca della Città santa
s'interrompe solo in un punto, per pochi metri, tra la possente
muraglia della Torre di David e la Porta di Giaffa:
si tratta di una breccia aperta appunto per consentire l'ingresso
in città del baldacchino d'onore del Kaiser di
Germania. La Città santa ricevette la visita di
altri principi europei illustri: Edoardo VII d'Inghilterra
quando ancora era principe di Galles, l'arciduca Massimiliano
d'Asburgo poi imperatore del Messico, il principe ereditario d'Austria
Rodolfo d'Asburgo che compose a ricordo del suo viaggio anche
un diario, Eine Orientreise, edito
a Vienna nel 1884 e inscrivibile in quel gusto esotico che aveva
affascinato Gérard de Nerval, René de Chateaubriand, Pierre Loti, Gustave Flaubert e tanti altri..
Appunto nel 1898, l'anno medesimo della fastosa visita
di Guglielmo II di Hohenzollern a Gerusalemme,
gli anglicani, senza dubbio non senza una qualche volontà di concorrenza
nei confronti dei tedeschi - non dimentichiamo la rivalità anglotedesca
scatenatasi alla fine del secolo, che col revanscismo francese
e l'impedialismo russo fu uno dei fattori
fondamentali che avrebbero condotto alla prima guerra mondiale
- avevano fondato la loro cattedrale di San Giorgio a nord della
città, non lontano dalla bellissima tomba della regina Elena di
Adiabene; nella stessa area settentrionale,
due anni prima, nel 1896, il negus d'Etipopia
Menelik II non dimentico delle grandi tradizioni che legavano
la cultura del suo paese a Gerusalemme: monaci etiopi sono presenti
anche al santo Sepolcro - aveva fatto costruire la chiesa chiamata
Monte del paradiso.Nel 1890 infine il
biblista Lagrange
fondò, sull'area nella quale l'imperatrice Eudossia aveva fatto
edificare la chiesa di santo Stefano, la grande Scuola Biblica
Domenicana. Essa, con lo Studium Biblicum Franciscanum della chiesa
di San Salvatore presso la stazione della Via Crucis della
Flagellazione e con il Pontificio Istituto Biblico della compagnia
di Gesù, è la massima istituzione culturale cattolica a Gerusalemme.
Potrà sembrare strano - a proposito della presenza tedesca
e di quella inglese - quest'interesse
per Gerusalemme da parte di paesi dove si era diffusa la Riforma:
sappiamo che Lutero aveva fato delle reliquie e dei pellegrinaggi
uno dei principali obiettivi della sua polemica. Ma non bisogna
dimenticare come ormai Gerusalemme fosse diventata
una specie di microcosmo degli appatiti
coloniali nel Vicino Oriente. Diverso il caso
degli insediamenti statunitensi: nella spieitualità
e nell'apocalittica americana - magari tradotte in termini laici
e sociali - la presenza della Città santa è molto forte; l'Ordine
francescano negli Stati Uniti ha un centro di forza fiorente,
dove il ricordo dei Luoghi Santi - ad esempio nella sede francescana
di San Francisco - è molto celebrato; infine, fin dal 1841, un
rappresentante della Chiesa mormona, Orson
Hyde, si era recato a Gerusalemme per
rinsaldarvi i legami tra "Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi
dell'Ultimo Giorno" e Palestina: Secondo la tradizione mormona,
molti gruppi di native Americans sarebbero discesi dai profeti dell'Antico Testamento
emigrati nel Nuovo Mondo, nel quale Gesù stesso avrebbe predicato
dopo la Resurrezione. Si noti che oggi uno dei principali
centri di studio della storia delle crociate e dei pellegrinaggi
medievali è situato nell'Università di Milwakee,
a Salt Lake
City, la "città santa" dei mormoni statunitensi.
Anche gli immigrati ebrei fornirono
un loro contributo molto importante al ripopolamento, l'ampliamento
e l'abbellimento di Gerusalemme. La città vecchia fu riabitata e restaurata in gran parte, ma le mura di Solimano
ne costituivano una specie di cintura fortunatamente inviolabile:
i nuovi arrivati compresero quindi ch'era
necessario fondare e sviluppare nuovi quartieri urbani fuori da
essa e attorno ad essa. Nel 1860 un intraprendente ebreo inglese
d'origine livornese, Moses Montefiore, costruì un mulino a vento e attorno ad esso un piccolo quartiere a occidente delle mura, di fornte alla Torre di David: esso fu il primo nucleo del quartiere
di Nachlat Shiva.
Pochi anni dopo, fuori dall'area di nord-ovest
delle mura che cingono la città vecchia, nasceva il quartiere
di Mea Sharim (in ebraico "cento volte tanto", con riferimento
augurale a quel che si dice nel Genesi a proposito della
semina di Isacco benedetta dal Signore), tuttora abitato da ebrei
ashkenazi di severa, assoluta ortodossia.
Non va comunque sottovalutato,
in questa voga gerosolimitana che invase l'Europa della fine dell'Ottocento,
l'interesse scientifico e più propriamente archeologico. Il mausoleo
"dei re", ritenuto dapprima di David e dei suoi successori
e poi identificato come il sepolcro della regina di
Adiabene, fu scoperto nel 1863 da Félicien
de Saulcy. Nel 1865 si costituì a Londra
un Palestine Exploration Fund che avviò le ricerche nell'area del Tempio; nel 1883
il generale Gordon scoprì a nord delle
mura di Solimano un complesso funerario del I
secolo che egli un po' frettolosamente pretese essere l'autentico
Santo Sepolcro, ma che resta un reperto archeologico di grande
importanza; nel 1893 avviò la sua attività la Società Imperiale
di Palestina voluta dallo czar per sottolineare e rafforzare la
presenza russa dopo l'eclisse avviata con la guerra di Crimea:
essa ebbe una certa importanza sotto il profilo archeologico e
anche erudito, ma soprattutto mirò, al solito, a contrastare l'influenza
del clero greco sul mondo arabo-ortodosso. A tale riguardo, i
russi perpetuavano anche l'ostilità nei confronti dei cattolici:
né le cose cambiarono con l'alleanza francorussa
stipulata nel 1894 con un carattare
evidentemente antitedesco e antiaustriaco. Si sarebbe potuto pensare
che la Francia avrebbe tenuto a ribadire
il suo ruolo storico di tutrice degli interessi cattolici, ancorché
ridimensionato dopo il Congresso di Berlino: ma preoccupazioni
del genere erano lontane dagli orizzonti della Terza Repubblica.
Nel 1900 si fondò infine l'American School
af Archeology.
Certo è che questa fase "coloniale" di Gerusalemme
giovò alla città: essa, nonostante ripetute carestie ed epidemie,
passò da 15.000 abitanti nel 1845 al 45.600 nel 1900 a 55.000
nel 1918.
Intanto, la Turchia uscita dalla rivoluzione
del 1909 aveva in più occasione chiesto al consesso internazionale
che le Capitolazioni fossero abolite;
con l'inizio della prima guerra mondiale, le aveva unilateralmente
denunziate. Il 2 novembre del 1914 la Russia dichiarò guerra alla
Turchia, trascinandola nel conflitto contro le potenze dell'Intesa.
Era questa senza dubbio - come fu detto - la conseguenza della
politica germanofila del partito dei
"Giovani Turchi" e degli accordi segreti che, dal 2
agosto, legavano la Turchia ai destini dell'impero tedesco: ma
la scelta filogermanica del governo
turco era a sua volta e il risultato di lunghi decenni di
umiliazione e di prepotenze subite dal congiunto imperialismo
dei russi che avevano minato la sicurezza e il prestigio turco
sul mar Nero, negli Stretti e nei Balcani e dei francesi e degli
inglesi che si erano spartiti i resti della compagine ottomana
dalla Tunisia all'Egitto.
La risposta franco-britannica fece leva sul nascente spirito
patriottico e unitario del mondo arabo, al quale si prometteva
la nascita di una "grande Arabia",
un regno unico sotto una dinastia locale che unisse tutte le genti
arabe dalla Siria e dalla Mesopotamia fino alla penisola arabica
e all'Egitto. Per questo, però, bisognava liberarsi dai turchi:
e non era cosa facile, dato che la pietas
musulmana recalcitrava all'idea di prender le armi contro
il sultano ch'era insignito di dignità califfale;
e che la mentalità musulmana, la quale si riconosceva nell' umma
(la comunità dei credenti), aveva difficoltà a comprendere i concetti
occidentali di "patria" e di "nazione". Francesi
e inglesi quindi, per i loro immediati interessi politici e militari
che richiedevano la sollevazione degli arabi contro i turchi,
fornirono un contributo obiettivamente importante alla modernizzazione
e all'occidentalizzazione dell'Islam arabo appoggiandone e anzi
provocandone le istanze di liberazione
dal giogo turco.
Appoggiato da francesi e soprattutto inglesi, nel 1916
il "custode dei Luoghi Santi", lo sharif (con tale titolo, che letteralmente significa
"nobile", si qualificano i membri delle famiglie discendenti
dal Profeta) Hussein ibn
Ali della dinastia dei Beni Hashem (o,
come preferiscono dire gli occidentali, degli hashemiti)
innalzò la bandiera della "rivolta del deserto": il
10 giugno la Mecca veniva tolta ai turchi
e il 16 novembre Hussein si proclamava "re degli arabi", mentre suo
figlio Feisal continuava la campagna
militare sostenuto soprattutto dagli inglesi un ufficiale dei
quali, il colonnello Thomas E. Lawrence (più noto poi
come "Lawrence d'Arabia"),
ha narrato le vicende di quegli anni nel libro I sette pilastri
della saggezza.
Dopo due successivi falliti attacchi
al canale di Suez, nel '15 e nel '16, le forze turche inquadrate
da ufficiali tedeschi dovettero evacuare il Sinai e attestarsi
ai primi del 1917 su una linea di resistenza che aveva i suoi
punti forti in Gaza, Bersheva e Aqaba.
Il 30 ottobre del 1916 ebbe luogo l'attacco inglese, mentre gli
arabi delle varie tribù beduine guadagnate alla rivolta tormentavano
il retroterra turco con incessanti azioni di guerriglia. Tra novembre
e dicembre cadevano, l'una dopo l'altra, Giaffa,
Ramleh ed Hebron.
Il 9 dicembre Gerusalemme, sgombrata dalla piccola guarnigione
turca che la difendeva, veniva occupata
da un esercito alleato composto principalmente d'inglesi, di francesi,
d'italiani (i Savoia re d'Italia avevano ereditato attraverso
i Lusignano il titolo formale di re di Gerusalemme) e da un
corpo di spedizione della "Legione Ebraica". Due giorni
dopo il comandante delle truppe britanniche dell'area, generale
Edmund Allenby,
entrava nella Città Santa.
Il contributo arabo alla liberazione della siria
Palestina dalla presenza militare turca era stato notevole, forse
determinante: ma le ragioni della diplomazia
ne avrebbero reso vano il significato. Gli accordi
franco-inglesi detti (dai nomi dei due diplomatici che
li firmarono) Sykes-Picot non tenevano
alcun conto delle promesse fatte allo sharif
Hussein e stabilivano che alla fine
della guerra il Vicin Oriente sarebbe
stato ripartito in due distinte zone d'influenza: alla Francia
sarebbero toccati Siria e Libano, secondo una tradizione di presenza
culturale già antica; all'Inghilterra sarebbero invece andate
Palestina, Transgiordania, Mesopotamia, mentre l'Arabia avrebbe dovuto
essere organizzata - a parte alcuni emirati minori sulla costa,
che la Gran Bretagna desiderava riservare alla propria influenza
diretta per assicurarsi i propri interessi nell'Oceano Indiano
e nel Golfo Persico - in monarchia sotto la famiglia wahabita
dei sauditi. Gli accordi erano stati tenuti segreti: ma il governo
russo ne era naturalmente a conoscenza.
In tal modo, quando con la Rivoluzione la Russia, ormai trasformata
in Unione Sovietica, uscì dal conflitto, la loro sostanza fu rivelata:
la propaganda turca e quella tedesca fecero l'impossibile per
far sapere agli arabi che le promesse degli alleati a Hussein
erano state una beffa e che la "grande
Arabia" non sarebbe stata mai fatta. Ma
intanto gli alleati erano già entrati a Baghdad, a Damasco e nella
stessa Gerusalemme. Gli inglesi salvarono, per Feisal
figlio di Hussein, un trono in Irak:
ma i francesi gli impedirono con la forza di aggiungervi la Siria,
che pur gli era stata promessa ma che essi intendevano erigere
in repubblica sotto il loro controllo. Il fratello di Feisal, Abdullah, ebbe - anch'egli
come re - la Transgiordania. Il trattato
di Sanremo dell'aprile 1920 confermava gli accordi Sykes-Picot,
aboliva le Capitolazioni e avviava una serie di complesse manovre
diplomatiche alla fine delle quali il Consiglio della Società
delle Nazioni affidava il controllo temporaneo della Palestina
a un "mandato" britannico.
Nel frattempo, però, un capitolo fondamentale
della storia di gerusalemme era stato
scritto altrove. Nel 1862 il rabbino Zevì
Hirsch Kalischer aveva sostenuto
che la restaurazione messianica, che il popolo ebraico attendeva,
non si sarebbe verificata miracolosamente: gli uomini avrebbero
dovuto cooperare alla sua realizzazione.
Il rientro degli ebrei nella Terra Promessa, in Eretz
Israel, sarebbe stato il pegno e il segno della rinascita.
Fino dal 1841 il governo ottomano aveva
consentito agli ebrei di disporre di un rabbino-capo in Palestina,
che sarebbe risieduto in Gerusalemme. In seguito all'iniziativa
del rabbino Hirsch Kalischer
l'Alleanza Israelita Universale fondò in Palestina la scuola di
agricoltura Mikve Israel.
L'inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei orientali,
specie in Russia, avevano determinato
nella seconda metà del secolo XIX un vero esodo: molti scelsero
gli Stati Uniti, altri si stabilirono in Europa e specie in Francia,
ma circa 30.000 preferirono volgersi, a partire dal 1882 circa,
alla Palestina. Tra 1889 e 1895 l'associazione Chowewei Zion ("Amici
di Sion") raccolse per l'insediamento dei coloni in palestina
ingenti somme di danaro, anche con l'aiuto
di facolotosi filandropi come il barone
Edmond de Rotschld.
Nel 1896, in poche settimane, il giornalista Theodor
Herzl scrisse un libro intitolato Der
Judenstaat, considerato il vero
manifesto del sionismo: Herzl sarebbe
stato ricevuto nel 1898, a Gerusalemme, dal Kaiser Guglielmo II.
Nel 1902 fece la sua comparsa anche un sionismo di tipo religioso,
differente dalle istanze laiche e nazionaliste
sulle basi delle quali lo Herzl aveva
proposto e auspicato "una patria finalmente garantita per
il popolo ebraico": invece il rabbino Abraham Isaac Kook,
fondatore del partito Mizrahi,
portava avanti il programma riassumibile nella formula "il
paese d'Israele al popolo d'Israele nel nome della Torah
d'Israele".
I primi pionieri ebrei in israele furono accolti in genere abbastanza bene. Tuttavia già dal 1891 i notabili arabi di palestina avevano rivolto al governo ottomano un appello affinché
s'impedisse agli ebrei un ingresso indiscriminato e un incontrollato
acquisto di terre. Un malinteso di fondo
si celava dietro l'afflusso ebraico in Terrasanta:
l'idea cioè che essa potesse costituire "una terra senza
gente per una gente senza terra". Ora, la gente palestinese
invece c'era eccome: e bisognava tenerne conto, per quanto sia
il governo ottomano sia le potenze occidentali fossero concordi
nel fatto che, adeguatamente messa a coltura, quella terra potesse
ospitare molta più popolazione di quanta non ve ne fosse.
Il malinteso fu alimentato dalla diplomazia britannica,
la quale aveva bisogno di far quadrare il cerchio mettendo insieme
_ e vi riuscì...- tre obiettivi inconciliabili: sollevare gli
arabi contro i turchi con la promessa d'una grande
patria araba unita e indipendente; allontanare gli ebrei sionisti,
i quali erano in gran parte d'origine tedesca e patriotticamente
molto legati alla loro Germania e perfino alla casa imperiale,
dalla causa delle potenze centrali nella prima guerra mondiale;
soddisfare (al fine di conseguire lo scopo di allontanare o attenuare
le simpatie sioniste nei confronti della Germania) le esigenze
di una parte del movimento sionista, che non si accontentava
più di una terra qualunque per un popolo senza terra bensì voleva
proprio quella terra, Eretz
Israel, e Gerusalemme.
Il 2 novembre 1917 lord Arthur James Balfour,
ministro degli esteri britannico, inoltrava
una lettera al finanziere Lionel Walter
Rotschild, presidente onorario della World Zionist
Organisation: in essa si affermava
che il governo britannico vedeva con favore la costituzione di
un national home ebraico
in Palestina. Tale dichiarazione, poi passata al patrimonio diplomatico
ufficiale, era in contraddizione patente con la promessa della
"grande Arabia" formulata allo
sharif Hussein.
Ebrei e arabi si trovavano così, all'indomani del conflitto,
entrambi giocati. Già tra la fine dell'Ottocento e i primi del
Novecento isolate bande arabe avevano attaccato le terre dei coloni
ebrei: ma si era trattato di episodi messi sul conto di un brigantaggio endemico, e ancora
nel marzo del 1919 Feisal dava il benvenuto
agli ebrei che si andavano stabilendo in Siria-Palestina
e si diceva convinto della possibilità di un futuro comune sviluppo
delle due comunità in spirito di concordia.
L'area
del mandato britannico, una regione che gli arabi avevano sperato
di poter includere nella loro nuova patria nazionale e gli ebrei
di poter utilizzare in parte come territorio d'insediamento, s’identificò
tra 1921 e 1922 nella Palestina, tra Mar di Levante e linea del
Giordano, mentre ad est di quella si organizzava il regno hashemita
di Abdullah. Un primo tentativo di amministrazione
arabo-palestinese, che vedeva uniti arabo-musulmani e arabo-cristiani,
finì praticamente nel nulla. Iniziarono invece drammaticamente,
a partire dagli Anni Venti, i massacri dei coloni ebrei: non solo
di quelli sionisti, ma anche di quelli delle comunità “tradizionaliste”
dello Yishouv che da
tempo erano insediate attorno alle Città Sante di Gerusalemme,
Hebron, Safed
e Tiberiade e che erano piuttosto avverse al sionismo. Al massacro
nel 1929 della colonia ebraica di Hebron,
particolarmente efferato, alcuni sionisti
risposero con la creazione di organizzazioni paramilitari terroristiche,
quali l'Irgun, l' Haganah,
il Gruppo Stern. Cominciò allora
una specie di "guerra triangolare" tra militari inglesi,
armati arabi e organizzazioni ebraiche,
e si verificarono episodi di vera ferocia: dopo il 1936, quando
il mufti di Gerusalemme Haji
Amin al-Husaini
scatenò una vera e propria rivolta araba, gli ebrei si organizzarono
capillarmente in modo militare.
Nel 1937 una commissione britannica visitò la Palestina
dopo gli incidenti dell'anno prima: ne dedusse che lo sviluppo
delle due comunità insieme era improponibile e ipotizzò la possibilità
della divisione del territorio in due stati distinti, uno ebraico
e uno arabo. Il movimento sionista accettò
la proposta; ma gli arabi palestinesi - in parziale disaccordo
con i loro fratelli di Siria e di Giordania - risposero che non
avrebbero mai accettato menomazioni a quello che ormai consideravano
essi stessi il loro territorio nazionale. Cominciava in altri
termini a profilarsi, all'interno di quella compagine araba che
non riusciva a credibilmente proporsi nel suo insieme come nazione
unitaria, una "nazione palestinese".
Le persecuzioni naziste avevano intanto fatto crescere
di parecchio il numero dei componenti
della comunità ebraica in Palestina: tra 1931 e 1939 si calcola
che essa sia passata da meno di 200.000 persone a quasi mezzo
milione. Il governo mandatario britannico, nel 1939, era preoccupato
anche dal fatto che nella popolazione araba le simpatìe
per il nazismo - a causa del crescere fra loro del sentimento
antiebraico - fossero aumentate, aggiungendosi a quelle di più
antica data per il fascismo italiano. Era anche per rispondere
a questa preoccupante piega politica assunta da una parte del
mondo arabo che gli amministratori inglesi avviavano un'inchiesta
che condusse a un "Libro Bianco",
nel quale si sosteneva che la divisione della Palestina in due
stati era una strada impraticabile e che l'immigrazione ebraica
in Palestina - riconosciuta dunque come terra araba - avrebbe
dovuto esser contenuta nei limiti di 75.000 nuovi arrivi nell'arco
del futuro quinquennio. Ma si trattava di una cifra che il movimento
sionista giudicò ridicola, proposta com’era proprio nel momento
stesso in cui migliaia di ebrei premevano
per abbandonare l'Europa su cui si stendeva l'ombra del pericolo
nazista.
Nel turbolento anteguerra, la città di Gerusalemme fece
comunque anche qualche progresso. Nel
1927 si fondò a nord della città vecchia il Museo Rockfeller
che ospita bei reperti dalla preistoria
all'epoca dei crociati; una serie di archeologi (tra cui il francescano
Bellarmino Bagatti)
compì molte importanti ricerche e notevoli scoperte; si costruì
la basilica francescana del Getsemani,
detta "delle nazioni"; i musulmani restaurarono sia
la moschea di al-Aqsa (utilizzando
anche colonne di marmo di Carrara donate dal Duce, che mirava
a risolvere uno dei problemi lasciati aperti dallo statu quo,
il ritorno del Cenacolo ai francescani attraverso una donazione
all'Italia) sia la Cupola della Roccia.
All'indomani
della seconda guerra mondiale, l'aliyah
(letteralmente "salita": il pellegrinaggio, quindi
l'esodo ebraico verso la Palestina) riprese con forza: e con esso
le lotte contro gli arabi e gli inglesi che continuavano a presidiare
la regione. Fino dal 1942 la conferenza sionista aveva reclamato il diritto
a un'immigrazione numericamente parlando illimitata; al rafforzarsi
del controllo britannico si rispose, dopo il conflitto, con una
guerriglia molto dura culminata in episodi terroristici quali
l'attentato che fece saltare in aria nel 1946 l'Hotel King
David di Gerusalemme. Dopo che, nel maggio 1948, l'"Agenzia
ebraica" si fu trasformata in stato
d'Israele e fu scoppiata la prima guerra arabo-israeliana, Gerusalemme
veniva divisa - con l'armistizio del marzo del 1949 - in due parti:
una, quella occidentale e moderna, controllata dagli israeliani,
e un'altra che restava araba e che comprendeva la città antica
e i Luoghi Santi delle tre religioni. Di tale parte s'impadronì
re Abdullah di Giordania, entrando nella città con i militari
della sua splendida Legione Araba: suo primo atto fu un telegramma
al papa in cui forniva ampie assicurazioni (puntualmente mantenute)
circa il rispetto dei Luoghi Santi. La guerra del 1956 non ebbe
conseguenze per Gerusalemme. Questa fu la situazione con la quale
si confrontò nel 1964 papa Paolo VI allorché, nel 1964, visitò
Gerusalemme intrattenendosi con Atenagora
patriarca di Costantinopoli.
La Gerusalemme israeliana, a occidente del prestigioso sito della città vecchia, si andò
arricchendo dopo il 1948 di prestigiosi edifici che la fecero
in poco tempo divenire una città moderna, come la sede della Knesset
(il Parlamento), la sinagoga centrale, il Gran Rabbinato,
il Museo d'Israele con il "Tempio del Libro" che custodisce
gli originali dei rotoli del Mar Morto, l'università del Monte
Scopos, il Museo dell'Olocausto.
Dopo il giugno del 1967 l'intero impianto di Gerusalemme,
compresi i Luoghi santi e la parte antica e monumentale nel suo
compplesso, si trova sotto il controllo
dello stato d'Israele che - nonostante le risoluzioni contrarie
al riguardo formulate da parte dell' O.N.U.
- vi ha anche trasferito la sua capitale da Tel Aviv (la "Colina
della Primavera", città ebraica fondata ai primi del Novecento
dai coloni attorno al centro storico della cità
araba di Giaffa). Molte sono tuttora
le proposte d'una possibile soluzione
per il problema gerosolimitano: da quella palestinese che propone
una sola città come capitale per due distinti stati e due governi
(e cita come modello il caso di Roma e della Città del Vaticano
secondo gli accordi del 1929) a quella della Santa Sede, che è
invece orientata verso una sorta d'internazionalizzazione la quale
trova forti resistenze in tutto il mondo ebraico. Siamo alla ricerca
ardua ma necessaria di una composizione: perché quel che accade
a Gerusalemme, secondo l'antica regola storica, interessa tutto
il mondo.
E tuttavia, è il caos di essere molto franchi. La “passeggiata” di
Ariel Sharon nel recinto del
Haram esh-Sharif, che qualche mese
fa mise in crisi il governo Barak e
insieme ad esso le trattative di pace che sembravano essere arrivate
quasi al loro scopo e che stavano procedendo con una speditezza
mai verificatasi prima, solo a qualche ingenuo poté, sul momento,
apparire come un’irresponsabile bravata, una provocazione fanatica.
Era, senza dubbio, una mossa pericolosa: ma a rischio rigorosamente
calcolato. Era una scelta audace e spregiudicata, ma intelligente:
com’è provato dal dato di fatto che ha raggiunto lo scopo che
il suo protagonista si prefiggeva. La distruzione
del processo di pace israeliano-palestinese.
Dall’altra parte, le linee politiche e le “forze in presenza”
sono molto meno chiare. A un osservatore
occidentale non-ebreo sembrerebbe evidente che Arafat
sia stretto tra l’incudine del governo israeliano di Sharon,
che unilateralmente dichiara di ritenerlo personalmente e direttamente
responsabile di qualunque atto di violenza terroristico, e il
martello dell’estremismo palestinese che gli è avverso com’è ormai
esplicitamente avverso alle trattative e che colpisce appunto
anche per dimostrare di non dipendere in alcun modo dai suoi richiami
alla moderazione e di non eseguire per nulla le sue direttive
(cosa questa che peraltro Arafat stesso
non potrebbe mai ammettere senza perdere del tutto il diritto
a rappresentare quel che si ostina a rappresentare). Eppure,
gli osservatori occidentali non-ebrei sono colpiti dalla semiunanimità
con la quale l’opinione pubblica israeliani ed ebrea afferma
quasi coralmente, con pochissime eccezioni, di essere convinta
che Arafat controlli perfettamente i
palestinesi e che sia pertanto il mandante delle azioni terroristiche.
Una semiunanimità che, appunto, impressiona nella misura in cui
nei mondi tanto israeliano quanto ebraico della diaspora si agitano
tesi politiche per il resto tutt’altro che concordi tra loro.
Pessimo consigliere, comunque, il cinismo politico. Ma,
talvolta, consigliere purtroppo veridico. Una visione disincantata
del problema di Gerusalemme ci porta difatti a considerarlo un
vicolo cieco finché in Israele prevarranno i “falchi” di Sharon
appoggiati dall’apporto dei coloni e sostenuti dalle lobbies
ebraiche americane che in molti modi influenzano e condizionano
i governi occidentali, a cominciare da quello statunitense. He
le risoluzioni dell’ONU siano applicate con tanto sollecito rigore
in altri casi (pensiamo al martoriato Irak)
e restino lettera morta nei confronti d’Israele è
un fatto obiettivo che la dice molto lunga. Così com’è evidente
che il mondo arabo non è per nulla disposto a muoversi se non
diplomaticamente in appoggio alla causa
palestinese: e ciò non solo per le sue divisioni interne, ma anche
per il peso che al suo interno ha il paese più ricco di tale mondo,
ch’è anche il più sicuro e costante alleato degli Stati Uniti
e dell’Occidente. L’Arabia Saudita. In queste condizioni, l’ultima
parola spetta alla forza delle armi e a quella degli apppoggi politico-diplomatici:
ed entrambe inclinano con decisione nel senso voluto da Sharon
e dai suoi sostenitori. Che potranno accettare che la crisi israeliano-palestinese
si prolunghi indefinitivamente, ma che
non cederanno d’un pollice su Gerusalemme e sulla sua esclusiva
appartenenza di fatto a Israele. Alla
fine, sugli infiniti progetti di composizione e di spartizione
prevarranno il fatto compiuto, che col tempo genera un diritto
acquisito. Ed è prevedibile che, per i palestinesi, quest’ultimo
smacco sia il colpo di grazia inferto a una situazione già logora: e che il non essere riuscita neppure
a ottenere un quartiere periferico di al-Quds
condurrà l’esperimento dell’Authority al fallimento e all’autoscioglimento
per stanchezza e per consunzione. Già oggi sono molti i palesinesi
dei territori soggetti alla cosiddetta amministrazione autonoma
che si dicono stanchi d’un “governo” autoritario, pomposo, corrotto
e inconcludente e che danno segni di preferire di andarsene altrove
- in altri paesi arabi, in Europa, in America - oppure di tornar
cittadini arabo-israeliani, quindi israeliani di serie B, privi
della pienezza dei diritti civili ma sereni, efficientemente governati,
decentemente e puntualmente retribuiti come lavoratori.
Anche questo è un esito di quel drammatico unicum costituito,
nella storia del mondo contemporaneo e forse dell’intera civiltà
umana, dal problema morale della shoah
e dal fatto ch’essa sia uno dei fondamenti
su cui si reggono i presupposti storico-etici
del nostro Occidente. Nulla nel mondo è stato più lo stesso di
prima, dall’indomani di Auschwitz.
L’immenso orrore e l’inumana ingiustizia che in Auschwitz
si riassumono hanno provocato un’onda lunga che ha
di fatto travolto e che travolge anche i diritti dei palestinesi,
che possono aver fatto i loro errori, aver commesso i loro delitti
e avere le loro colpe, ma che della radice storica del loro esilio
in patria non hanno responsabilità alcuna. E non c’è negoziato,
non c’è diplomazia, non c’è ONU che tenga.
Solo due fattori potranno modificare questa brutale realtà
di fatto e rimettere in gioco possibili esiti diversi del problema
di Gerusalemme. Da una parte, l’infinita e illimitata apertura
all’imponderabile nella storia, al fatto inatteso che scompiglia
le carte e che rende possibile e magari perentorio quel fino ad
allora è sembrato ragionevolmente impossibile. Dall’altra,
il prevalere non tanto nel mondo ebraico della diaspora - dove
sembra meno probabile - quanto nella società civile israeliana
d’un vento nuovo, d’una rinnovata stagione
di tolleranza, di collaborazione, di comprensione, di rispetto
per i diritti altrui. Di un nuovo prevalere degli uomini e delle
donne di buona volontà, di coloro che hanno
sostenuto Rabin e Barak. La chiave delle porte
di Gerusalemme, e d’una pace giusta e
duratura, sta nelle loro mani. Che però, adesso, sembrano troppo
deboli per poterla usare.