Il
cuore: Luce e Spirito.
di
Chiara Casseler
“Il cuore è l’inverso (maqlûb) delle realtà contingenti,
nel senso che è il loro contrario: la sua luce è primordiale
e divina (qadîm ilâhî)”[1].
L’Altissimo ha detto: «L’Uomo è il Mio segreto ed Io sono il suo
segreto»[2].
Il
nostro precedente intervento si concludeva con una menzione della
natura spirituale dell’Unità, considerata in particolar modo nel
suo significato iniziatico, come il raggiungimento del «centro
del cerchio», ossia il centro del proprio essere, in cui tutti
i contrasti e tutti gli opposti cessano di esistere, poiché sublimati
nella loro comune origine superiore.
Tutto
ciò ha luogo nel cuore dell’uomo: l’Unità ivi realizzata viene
espressa, tradizionalmente, come Pace, dal momento che essa è
il contrario della guerra, intesa come lotta opponente forze contrarie
e contrastanti, che nel punto originale non hanno più modo di
esistere[3].
La
Presenza pacificante (Sakîna)
nel cuore.
Un
equivalente simbolico della Pace è, in questo senso, la Sakîna:
il vocabolo designa la “Presenza divina, pacificante” e deriva
dalla radice SKN che esprime, in arabo, le idee di “essere calmo;
placarsi; stare tranquillo”. “Essere quieto” e “sentirsi sicuro”
passano poi a significare, soprattutto nel contesto di una civiltà
fortemente nomadizzata, come quella semitica, “abitare, risiedere
in un luogo”. La Sakîna, che è l’esatto equivalente dell’ebraico
shekinah, è la serenità, la trasformante pace interiore
che deriva dalla presa di coscienza, fatta dal credente, dell’operante
presenza di Dio nel suo cuore. Si tratta, evidentemente, di una
presenza comune ad ogni essere, in quanto spirito e soffio vitale,
poiché altrimenti la creatura non potrebbe nemmeno esistere, mancando
in essa la sua propria ragion d’essere, il suo principio. È la
stessa Rivelazione coranica a rammentarlo: “In verità Noi abbiamo
creato l’uomo e Noi sappiamo ciò che la sua anima gli sussurra.
Noi siamo più vicini a lui della sua stessa vena giugulare”[4]. Tuttavia nell’ordinaria condizione dell’esistenza mondana,
l’uomo ne è dimentico, e questo stato d’oblio gli rende necessaria
l’entrata nella Via (tarîqa) ed il percorso di realizzazione
spirituale, affinché per mezzo della morte iniziatica (fanâ’)
e dello svelamento intuitivo (kashf) l’uomo percepisca
e gusti l’originaria realtà divina, di cui fino a quel momento
era rimasto immemore.
Ecco
dunque un passo in cui l’Unità e la Sakîna si presentano
congiunte ed inequivocabilmente legate: “Allâh fece quindi scendere
su di loro [cioè i cuori] la Presenza pacificante (sakîna)
della Sua intimità (uns) e stabilì l’albero dell’Unità
nei loro cuori, albero le cui radici scendono fino al settimo
livello sotto di noi ed i cui rami si diffondono nei sette cieli
sopra di noi, fino al Trono divino e forse più in alto ancora”[5].
L’albero
rappresenta qui la realizzazione effettiva, nella costituzione
spirituale umana, della natura di Servo e Vicario perfetto, in
quanto l’Uomo Universale (al-insân al-kâmil) è il compendio
dell’Universo intero, Cielo e Terra[6]. Più avanti, nello stesso testo di Jîlânî, si legge infatti:
“L’uomo contiene tutto l’universo nel suo essere: è per questo
motivo che viene chiamato l’essere sintetico (kawn jâmi‘),
il microcosmo”[7].
Il
legame di correlazione e, secondo una certa prospettiva, di identità
tra la Sakîna e la Pace trova poi una sua conferma tradizionale
grazie all’applicazione della scienza sacra delle lettere: il
Nome divino che corrisponde a Sakîna è Sâkin, vale
a dire «l’Abitante, Colui che risiede» nel cuore. Ebbene, il valore
numerico di quest’ultimo termine, che è 131 (S + Â + K + N = 60
+ 1 + 20 + 50 = 131), è lo stesso del Nome divino Salâm,
«la Pace» (S + L + Â + M = 60 + 30 + 1 + 40 = 131)[8]: la Sakîna è, infatti, “una manifestazione circostanziata
della Pace divina, mentre si identifica, rispetto agli uomini,
alla «forza pacificatrice»”[9].
La
Rivelazione coranica, inoltre, mette in stretta correlazione la
discesa della divina Presenza pacificante nei cuori con la fede,
anzi, con un aumento di fede: “Egli [cioè Dio] è Colui che fa
discendere la Presenza pacificante (Sakîna) nei cuori dei
fedeli (mu’minîn), affinché essi aumentino fede (îmânan)
con fede”[10].
E
la fede è “una luce divina (nûr ilâhî) che Dio getta nel
cuore di chi Egli vuole fra i Suoi servi”[11], poiché in un versetto coranico è detto: “Così Noi ti
rivelammo uno spirito, per Nostro ordine. Tu non sapevi cosa fosse
il Libro né la Fede (îmân), ma noi l’abbiamo posta come
una luce (nûran) con la quale guidiamo chi vogliamo
fra i Nostri servi”[12].
Una
volta di più è presente, negli sviluppi dottrinali relativi al
cuore, il complesso simbolismo della luce, connessa con la Sakîna,
con la Fede, con la Scienza[13] e, si vedrà meglio in seguito, con lo Spirito. L’aspetto
luminoso di queste realtà viene, per così dire, rifratto dallo
specchio lucidato del cuore: questo specchio è propriamente la
superficie che riflette in maniera migliore e più perfetta la
luce incidente che proviene dall’alto. Lo specchio non origina
la luce, ma quanto più è tornito e polito, tanto più ne dà un
riflesso forte e sfolgorante: è questa l’azione trasformante,
nel cuore del Santo, della Luce divina, che è insieme Fede e Spirito.
La
luce riverbera nello specchio del cuore, illimpidito grazie al
dhikr ed al lavoro di purificazione interiore, sicché esso
risulta perfettamente riflettente, ed è per questo che possiamo
affermare che la Sakîna, in questo senso, è luce proveniente
dalla Luce (si ricordi che al-Nûr, «la Luce», è uno dei
Nomi dell’Essenza, asmâ’ al-dhât[14]), proiettata sul cuore, accolta da questo e da lui irradiante
in ogni direzione. Si potrà dire anche in tutto l’universo, poiché
l’Uomo Universale è il centro dell’Universo, ossia il Cuore del
Mondo. Il centro dell’Uomo è il suo cuore, e il cuore contiene
la Luce.
L’«occhio
del cuore» (‘ayn al-qalb).
Il
cuore non opera soltanto un’azione di riflessione della luce,
bensì anche la percepisce, poiché possiede un occhio, chiamato
appunto “occhio del cuore” (‘ayn al-qalb). Si tratta precisamente
di un organo capace di percezione, poiché contiene in sé, in maniera
connaturata, un elemento coessenziale all’oggetto percepito. Se
non fosse così, non sarebbe di fatto possibile, da parte dell’occhio,
avvertire la luce: in altre parole, se l’organo di senso e l’oggetto
di questo medesimo senso fossero del tutto eterogenei, non avrebbero
alcun aspetto in comune, dunque non vi sarebbe alcuna relazione
possibile fra i due. Semplicemente, l’uno non potrebbe avere alcun
sentore dell’altro.
È
questo il principio irrinunciabile di qualsiasi gnoseologia tradizionale:
“Il vero organo della vista non è il globo oculare, né la pupilla,
e neppure la retina, ma un principio luminoso che risiede nell’occhio,
ed entra in comunicazione con la luce emanata dagli oggetti esterni
o da essi riflessa; [...]. Bisogna inoltre notare che il raggio
luminoso mediante il quale si effettua la percezione visiva, e
si estende tra l’occhio e l’oggetto percepito, può essere inteso
nei due sensi, sia come se partisse dall’occhio per raggiungere
l’oggetto, o, reciprocamente, come se provenisse dall’oggetto
e procedesse verso la pupilla oculare”[15]. In totale conformità a quanto detto si esprime, infatti,
Ibn ‘Arabî: “la luce non è percepita che dalla luce”[16] e “Sappi che la luce diffusa sulla terra, proveniente
dall’irraggiamento del sole pervadente l’atmosfera, non possiede
alcuna realtà ontologica che grazie alla luce della vista che
percepisce. È per questa ragione che quando s’incontrano i due
“occhi”, quello del sole e quello della vista, gli oggetti ne
sono illuminati”[17].
Poiché
l’intera realtà manifestata non è che un simbolo dell’autentica
Realtà principiale, sarà sempre possibile e lecito trasporre l’ambito
e la struttura di ogni elemento sensibile, in questo caso il senso
della vista, nella sfera spirituale corrispondente, ossia l’occhio
del cuore. “La trasposizione del simbolismo solare[18] dall’ordine cosmico a quello principiale ci è suggerita
dall’evidenza stessa del versetto coranico della Luce: «Allâh
è la luce dei cieli e della terra» (Cor., XXIV, 35)”[19].
L’occhio
del cuore si apre[20] grazie ai mezzi operativi forniti dall’iniziazione e
dalla realizzazione spirituale, simboleggiata dal viaggio, dal
cammino (sulûk) interiore compiuto all’interno di sé stessi.
L’esito ed il fine ultimo coincidono con la Conoscenza suprema
e senza limiti, esperita e vissuta tramite il cuore e nel cuore,
poiché esso è l’unico organo e ricettacolo capace di accogliere
il Principio nella sua Assolutezza (itlâq)[21]. Ne consegue che “colui che conosce se stesso nella «verità»
dell’«Essenza» eterna ed infinita, quegli conosce e possiede ogni
cosa in se stesso e da se stesso, poiché è giunto a quello stato
incondizionato che non lascia fuori di sé nessuna possibilità”[22]. A ciò si riferisce il famoso hadîth: “Colui che
conosce se stesso conosce il suo Signore” (man ‘arafa nafsa-hu
fa-qad ‘arafa Rabba-hu), “e tale conoscenza è ottenuta mediante
quello che viene chiamato l’«occhio del cuore», il quale non è
altro che l’intuizione intellettuale stessa”[23].
Tramite
l’occhio segreto del suo cuore, dichiara Jîlânî, il credente vedrà
la Verità divina; ciò si verifica grazie ad una sublime specie
di digiuno, chiamato «digiuno della Verità» (sawm al-haqîqa),
che consiste nel “prevenire il cuore dall’amare qualche cosa che
non sia Allâh. Questo digiuno si attua rendendo l’occhio del cuore
cieco a tutto quel che esiste, perfino ai mondi nascosti al di
là di questo nostro mondo[24], ad esclusione dell’amore per Allâh”. Il premio finale
di questa disciplina iniziatica sarà, come dono di grazia elargito
da Dio al Suo servo amato, la Visione suprema: “Il mio cuore ha
visto il mio Signore mediante la luce del mio Signore”[25], disse ‘Umar. Qualche secolo più tardi, al-Hallâj esclamerà
estaticamente:
“Ho
visto il mio Signore con l’occhio del mio cuore;
Gli
ho chiesto: «chi sei?», m’ha detto: «tu»!”[26] .
È
Dio stesso a garantire all’uomo la realizzazione di questa stazione
spirituale, nel notissimo hadîth qudsî: “Affinché il Mio
servo si avvicini a Me, nulla Mi è più gradito di quanto gli ho
prescritto. Con le sue pratiche supererogatorie (nawâfil)
egli si avvicina ancor più a Me, al punto che Io lo amo. E se
Io lo amo, Io sono il suo orecchio con il quale egli sente, il
suo occhio con il quale egli vede, la sua mano con la quale egli
lavora e il suo piede con il quale egli cammina”[27]. È per tale ragione che Ibn ‘Arabî può scrivere: «Nessuno
Lo percepisce se non Lui! Dunque io Lo vedo – Gloria a Lui! –
mediante il Suo Occhio, come nel detto profetico: “Io divengo
l’occhio con cui egli vede”», poiché «Egli è Luce e la luce non
è percepita che dalla luce, quindi non è percepita che da Lui»[28].
La
Luce.
Ghazâlî
argomenta, da parte sua, che in realtà “l’intelletto” -inteso
come la facoltà sovrarazionale che ha sede nel cuore- “più che
l’occhio esterno, sarebbe da chiamarsi «luce»”[29]: il cuore purificato e puro diviene esso stesso, per
così dire, “tutto luce”, sicché più volte si potranno leggere
affermazioni come quella di Jîlî: “il cuore è la luce eterna (al-nûr
al-azalî)”[30].
Queste
parole ci richiamano immediatamente al noto e già citato versetto
coranico detto “della luce”[31]: “Dio è la Luce dei cieli e della terra. Il Simbolo della
Sua luce è quello di una nicchia in cui sta una lampada, la lampada
sta in un vetro, il vetro è come una stella lucente, accesa all’olio
di un Albero benedetto, un olivo che non è d’Oriente né di Occidente;
olio che quasi splende anche se il fuoco non lo tocchi, Luce su
luce: Dio guida verso la Sua Luce chi vuole e propone similitudini
agli uomini, e Dio è di ogni cosa Sapiente”[32].
Si
tratta qui di un contesto che illustra, attraverso similitudini
(amthâl, in arabo), vale a dire espressioni allegoriche,
una complessa realtà simbolica, come si può comprendere facilmente,
secondo quanto si afferma in modo esplicito nell’ultima parte
del versetto: “E [Dio] propone similitudini agli uomini”, che
riguardano l’intero cosmo. Ghazâlî così commenta: “Non vi è nulla
in questo basso mondo che non sia l’immagine di una cosa del mondo
superiore”[33]. Le stesse immagini presenti nel versetto sono suscettibili
di una pluralità di interpretazioni ed applicazioni dottrinali:
le une non escludono le altre, ma anzi si completano e si arricchiscono
a vicenda, in una pluralità di punti di vista tutti ugualmente
validi e legittimi[34].
Tutto
ciò si applica anche a proposito del versetto “della luce”, oggetto
di molteplici approccî esegetici nell’opera di Ibn ‘Arabî: “la
ricchezza del suo [del versetto, N.d.T.] contenuto permette al
commentatore di accostarvisi secondo diversi punti di vista, metafisico,
cosmologico, iniziatico”[35].
Più
precisamente, secondo una prospettiva interpretativa, il vetro
o cristallo (zujâj) rappresenta il cuore che si trova all’interno
della nicchia (mishkât), immagine del corpo umano. La natura
del cuore, diafana ed irraggiante insieme, è analoga a quella
del vetro. Se la trasparenza propria di quest’ultimo è un’immagine
del cuore che accoglie e riflette nella maniera più perfetta la
luce, subito dopo, nel versetto coranico, vi è la menzione di
una stella lucente (kawkab durrî)[36], quindi irraggiante, alla quale il vetro, a motivo della
sua estrema luminosità, deve essere assimilato. Ciò corrisponde
a quanto detto poco sopra, a proposito della natura irraggiante
(quindi in un certo senso “attiva”) del cuore stesso, o meglio
dell’occhio del cuore, che contiene la luce, perciò può spanderla,
e quindi non si limita a rifletterla passivamente.
Il
cristallo contiene al suo interno una lampada, in arabo misbâh,
che designa precisamente la lucerna, lo strumento con cui si fa
luce: essa raffigura, per eccellenza, lo Spirito[37]. Ed ecco la spiegazione di questo versetto fornita, brevemente,
da Jîlânî: “La ‘nicchia’ sta a simboleggiare il cuore del credente;
la ‘lampada’ che la rischiara è il segreto del centro del cuore,
mentre la luce che essa emana è il segreto divino, lo ‘spirito
sovrano’. Il vetro è trasparente e non trattiene la luce, piuttosto
la protegge e le permette di diffondersi, ed è per questa ragione
che viene paragonato ad una stella. La fonte della luce è un albero
divino. Quell’albero è lo stato dell’Unità (al-tawhîd al-khâss)[38] che si estende con i suoi rami e le sue radici, diffondendo
i princìpi della fede, comunicando, senza intermediario alcuno,
nella lingua della santità (lisân al-quds)”[39].
Secondo
i principî ermeneutici applicati da Ibn ‘Arabî, “al livello dell’individuo,
l’aspetto di cavità della nicchia ne fa l’immagine del cuore illuminato
dalla scienza divina che procura la fede[40]. In una interpretazione più precisa, essa designa l’involucro
esterno del cuore che essa ripara dal soffio delle passioni (maqâm
al-sitr min al-ahwâ’). Il vetro è allora il simbolo del cuore
che ha ottenuto la stazione della purezza (maqâm al-safâ’)”[41]. Maggiore è la sua trasparenza, maggiore è la sua somiglianza
alla luce stessa[42].
Analogamente,
secondo questa visione dottrinale, l’olivo che non è né orientale
né occidentale rappresenta il Conoscitore (al-‘ârif) “giunto
alla stazione suprema che è infatti un’assenza di stazione o una
trascendenza rispetto ad ogni qualificazione secondo un qualunque
stato”[43].
Lo Spirito e la Luce.
Questo
versetto ci introduce ad una delle espressioni metafisiche più
pregnanti ed imprescindibili dell’intero Tasawwuf, vale
a dire l’assimilazione essenziale di Luce e Spirito, la prima
essendo un equivalente simbolico del secondo. Le seguenti parole
di Guénon chiariscono brillantemente il rapporto fra queste due
realtà e la loro relazione, nell’aspetto macrocosmico, con l’Uomo
Universale che è il vero Cuore del Mondo, secondo un’applicazione
“cosmica” del valore simbolico del cuore: “la Luce intelligibile
è l’essenza (dhât) dello «Spirito» (Er-Rûh), e quest’ultimo,
quand’è inteso in senso universale, si identifica con la Luce
stessa; è per questa ragione che le espressioni En-Nûr el-Muhammadî
e Er-Rûh el-muhammadiyah[44] sono equivalenti, poiché sia l’una sia l’altra indicano
la forma principiale e totale dell’«Uomo Universale», il quale
è awwalu khalqi’Llah, «il primo della creazione divina».
È il vero «Cuore del Mondo»[45] […], «Cuore dei cuori e Spirito degli Spiriti» (Qalbul-qulûbi
wa Rûhul-arwâh)”[46].
Come
già ricordato, al-Nûr, «la Luce» è un Nome divino, ed è
un Attributo essenziale del Principio; ora, “essendo la luminosità
di ordine essenziale in rapporto alla luce (al-diyâ’ li-l-nûr
dhâtî), il suo Reame (mulk al-diyâ’) è quello dei Nomi
divini, in quanto essi costituiscono la luminosità dell’Essenza”[47]. Perché l’Essenza suprema è in se stessa al di là di
qualsiasi manifestazione o conoscenza possibile, ed è soltanto
attraverso i Suoi innumerevoli Nomi che essa si manifesta e può
essere conosciuta. Dato che la prima determinazione dell’Essenza,
rispetto al mondo manifestato, è costituita dalla Funzione di
Divinità (ulûhiyya)[48], quest’ultima rappresenta la stessa essenza della luminosità.
Così si esprime Ibn ‘Arabî in proposito: “(Allâh) «ha fatto del
sole una luminosità» (ossia una luce diffusa)»[49], grazie alla presenza dello Spirito vitale [rûh]
in tutto il cosmo, e mediante la Vita [hayât] ha manifestato
la Misericordia [rahma] al mondo (intero), poiché la Vita
è la sfera della Misericordia che è più vasta [wasi‘at]
di ogni cosa”[50]. […] Essa è la Misericordia essenziale (al-rahmat
al-dhâtiyya) più vasta di tutti i Nomi, ed è la luminosità
della Luce dell’Essenza (diyâ’ nûr al-dhâtî)”[51].
Il
Trono e la Misericordia.
Lo
Shaykh al-Akbar ci suggerisce, grazie a queste parole,
un sentiero dottrinale che conduce, per più parti, dal cuore alla
Misericordia, per ritornare, in qualche modo, al cuore stesso:
si rammenti il detto profetico secondo cui “i cuori dei figli
di Adamo si trovano tra le due dita del Misericordioso. Egli li
rivolta come vuole”[52]. Ora, al-Rahmân, il Misericordioso, è il Nome
divino corrispettivo della rahma, la qualità essenziale
della Misericordia.
Un
altro hadîth, poi, dichiara: “Il cuore del credente è il
trono (‘arsh) di Allâh”[53], che Ghazâlî così interpreta: “la forma del cuore per
quanto riguarda il governo umano è come quella del Trono”[54]. Ma il trono di Allâh non è altro che il trono del Misericordioso,
secondo il versetto divino che suggerisce un’equivalenza Allâh
– al-Rahmân: “Invocatelo come Allâh (Iddio) o invocatelo
come Al-Rahmân (il Misericordioso), comunque lo invochiate,
a Lui appartengono i Nomi più belli”[55].
Secondo
l’astronomia tradizionale, il Trono è l’ultima delle nove sfere
che circondano quella centrale della Terra, è la sfera suprema;
la sua sfericità è però una forma puramente simbolica, poiché
serve a designare, in conformità ai limiti del linguaggio umano,
“il passaggio dall’astronomia alla cosmologia integrale e metafisica”[56]. Il Trono è infatti “il simbolo della manifestazione
universale considerata nel suo dispiegamento totale, che comporta
l’equilibrio e l’armonia”[57], come si può dire che lo Spirito (al-Rûh) “si
identifica in certo modo con il «Trono» stesso, dato che quest’ultimo,
circondando e avvolgendo tutti i mondi (da cui l’epiteto el-Muhît)[58], viene a coincidere con la «circonferenza prima»”[59]. Quest’ultima “delimita ed avvolge l’ambito dell’Esistenza
universale” e “d’altronde, considerata simultaneamente in tutte
le direzioni possibili, è un realtà una sfera, la forma primordiale
e totale dalla quale nasceranno per differenziazione tutte le
forme particolari”[60].
Ora,
la Rivelazione coranica esprime a chiare lettere come il Trono
sia la dimora dell’“assise” di al-Rahmân: “Il Misericordioso
s’è assiso (istawà) sul Trono”[61]. Questo Nome divino ha un significato prettamente ontologico,
e si rapporta in modo particolare alla manifestazione di questo
mondo[62], come si può leggere nella sura che ha per titolo questo
Nome: “Al-Rahmân ha insegnato il Corano e ha creato l’Uomo”[63]. Recita poi un altro versetto: “Colui che ha creato i
Cieli e la Terra e ciò che essi contengono in sei giorni, poi
s’assise sul Trono: al-Rahmân”[64]. L’assise sul Trono avviene in seguito alla menzione
della creazione in sei giorni, dal momento che “i sei giorni simboleggiano
le sei fasi del tempo, che corrispondono alle sei direzioni dello
spazio, mentre il trono di ar-Rahmân rappresenta il «Cuore
del Mondo»”[65]. Dal punto di vista macrocosmico, il Trono non è altro
che il punto centrale e principiale della sfera dell’Essere, che
si espande indefinitamente secondo le sei direzioni dello spazio;
ed è a ciò che si riferiscono le parole di Guénon: “siccome […]
le direzioni dell’estensione ricoprono tutte lo stesso ruolo,
l’espandersi che si effettua a partire dal centro può venir considerato
sferico, o per meglio dire sferoidale: il volume totale, come
da noi già indicato, è uno sferoide che si estende indefinitamente
in tutti i sensi”[66].
Nell’esoterismo
islamico questa realtà viene designata specificamente dal termine
tasha‘‘ub che identifica il «movimento (di ramificazione)
in tutte le direzioni», a partire dal punto centrale, di una serie
indefinita di raggî o rami, chiamati shu‘ab, dalla medesima
radice[67].
In
una prospettiva simbolica relativa allo spazio, viene dunque ribadito
il valore della centralità del cuore, come punto di origine (e
di riassorbimento finale) dello sferoide indefinito, mentre dall’altro
lato viene riaffermato il simbolismo luminoso del cuore, a motivo
del suo irraggiamento, che poi è anche irradiazione, secondo le
direttive delle sei direzioni spaziali[68].
Per
quanto riguarda la natura del Trono, le sue designazioni esoteriche
sono molteplici, ma variamente equivalenti, poiché ognuna di esse
implica un diverso riferimento metafisico. Ciò rende impossibile,
al momento, una trattazione che vada oltre la loro mera elencazione[69]: diremo soltanto che si parla del Trono della Vita (‘arsh
al-hayât), poiché in un versetto viene detto che “il Trono
era presente nell’Acqua”[70] e l’acqua è, tradizionalmente, la radice di ogni forma
di vita[71]; e ancora, di Trono dell’Ipseità (‘arsh al-huwiyya),
che è un equivalente dell’Essenza suprema. Ed il Trono dell’Essenza
suprema (‘arsh al-Dhât), secondo Abû Tâlib al-Makkî, altro
non è che la Volontà divina (mashî’a)[72], vale a dire quella che viene altrimenti chiamata, negli
scritti guenoniani, “Possibilità universale” ovvero “perfezione
passiva”[73]. Più precisamente, si può affermare che la mashî’a
sia l’Essenza suprema considerata secondo il suo aspetto passivo,
come “origine di tutte le limitazioni” e “principio ultimo i condizionamenti
considerati in quanto possibili”[74].
Tornando
al livello cosmologico, quanto detto sulla passività della mashî’a
non può non esser messo in correlazione con il medesimo carattere
passivo attribuito al Rûh, identificato al Trono stesso:
“Questo carattere di passività è effettivamente inerente al doppio
ruolo di «strumento» e di «luogo» universale […][75]; così, in arabo er-Rûh è una parola femminile”[76].
L’istmo
(barzakh).
La
citazione delle righe precedenti continua illustrando la doppia
natura dello Spirito, attivo e passivo ad un tempo, dal momento
che esso è passivo rispetto alla Verità divina (al-Haqq),
ma attivo rispetto alla creazione (al-khalq). Il Trono
è il limite estremo fra l’una e l’altra, è insieme il loro punto
di contatto ed il loro punto di separazione, ciò che nel Tasawwuf
si definisce barzakh, vale a dire la realtà intermedia,
l’istmo che divide e separa, ma allo stesso tempo unisce e sintetizza
i due estremi. La derivazione di questo termine è coranica: “(Iddio)
ha dato libero corso ai due mari, uno dolce e fresco, l’altro
salato e amaro, e ha posto fra i due un istmo (barzakhan)
ed un limite invalicabile”[77] e ancora “Egli ha lasciato libero corso ai due mari,
perché s’incontrassero, e fra di loro v’è una barriera (barzakh)
che essi non oltrepassano”[78]. I due mari, lo accenniamo soltanto, rappresentano il
mondo dell’anima ed il mondo dello Spirito, il cui punto d’incontro
è, simbolicamente, il luogo in cui si trova la «Fontana di Vita»[79].
Il
Trono è il barzakh per eccellenza, poiché è il termine
divisorio “attraverso cui la creazione è separata dal suo Principio
divino e al tempo stesso gli è unita, a seconda del punto di vista
dal quale la si considera”[80]. Trasposto nell’ambito microcosmico, il barzakh
per eccellenza è il cuore, come ci fa capire al-Tadilî: “Tutti
i barâzikh [gli istmi, plurale di barzakh] dell’uomo
dipendono dal suo barzakh centrale, che è il cuore (qalb),
mediatore fra i domini dello Spirito (Rûh) e dell’anima
individuale (nafs)”[81]. Il punto più interno del cuore è il punto di contatto
con il Divino[82], supporto misterioso e nascosto della Presenza divina,
la Sakîna, poiché “l’azione divina si esercita sempre dall’interno,
e per questo essa non colpisce lo sguardo, volto necessariamente
verso le cose esterne”[83].
Nella
prospettiva iniziatica, attraverso la realizzazione spirituale,
l’uomo si fa poi “tutto cuore”, potremmo audacemente dire, poiché
egli attua in se stesso la sua natura di epitome dell’Universo
e di Vicario divino, ossia di barzakh microcosmico: “[Dio
l’Altissimo] mise [nell’uomo] una Copia di tutto il Mondo, per
cui non vi fu realtà nel mondo senza che si trovasse [anche] nell’Uomo:
la Parola Totalizzante, il Nobile Compendio (al-mukhtasar al-sharîf)”[84].
Se
il barzakh è la realtà mediana che unisce tutti gli estremi
altrimenti incompatibili, ciò significa che il cuore, il barzakh
dell’Uomo Universale effettivamente realizzato, è il punto centrale
che sintetizza ogni cosa, comprendendola in sé in maniera compendiosa
ed essenziale.
Il cuore contiene ogni cosa.
Ciò
vuol dire che in una ancora ulteriore prospettiva, il cuore non
solo è il Trono, bensì lo contiene e quest’ultimo “sparisce” di
fronte alla divina vastità dal cuore abbracciata. Ibn ‘Arabî,
nei Fusûs al-hikam, nel corso del capitolo su Shu‘ayb[85], cita in proposito un detto di Abû Yazîd al-Bistâmî:
“Se il Trono e ciò che contiene si trovassero cento milioni di
volte in un angolo del cuore del Conoscitore, egli non li percepirebbe”,
e commenta: “Un cuore che è capace (yasi‘u)[86] dell’Eterno, come potrebbe percepire l’esistenza prodotta
del contingente?”[87]. Non v’è, infatti, possibile comune misura fra i due.
È quanto afferma Guénon, nell’ottica specifica della realizzazione
spirituale: “non vi è d’altronde alcuna possibilità di paragone
fra uno stato particolare, per elevato che sia, e lo stato totale
ed incondizionato; non bisogna mai dimenticare che, rapportata
all’Infinito[88], tutta la manifestazione[89] è rigorosamente nulla”[90].
La
medesima esperienza iniziatica viene espressa da Al-Hallâj, nel
linguaggio del suo personale gusto spirituale:
“Mi
stupisco di come il mio tutto riesca a regger la mia Parte:
essa
è così pesante che la terra non la sopporterebbe.
Se
anche si espandesse, per tutto l’orbe estendendosi,
quella
distesa nel mio pugno rimarrebbe racchiusa”[91].
Ed
in altri versi canta:
“Ti
fa posto il mio cuore tutto intero,
lì
non c’è spazio per cosa creata.
Tra
la pelle e le ossa Ti trattengo,
che
ne sarà di me se mai Ti perdo?”[92].
Lo
scrigno ed il tempio.
Tutto
ciò è possibile poiché lo Spirito risiede nel cuore, il quale
ne è il tempio, vale a dire un ricettacolo, un supporto esteriore
della Presenza divina. Quest’idea tradizionale viene espressa
in ambito islamico dal termine tâbût, “cofano, scrigno”,
che designa sia l’Arca dell’Alleanza, che eminentemente contiene
la Sakîna[93], sia la cesta in cui viene posto Mosè bambino[94].
A
proposito dei rapporti fra il barzakh ed il tâbût,
considerati come due differenti modalità funzionali e significative
del cuore, bisogna senz’altro notare come i due siano per lo meno
ravvicinabili, poiché i loro valore numerico è il medesimo, e
ciò implica -nel contesto dottrinale della Scienza delle Lettere-
una qualche sostanziale identità fra i due termini, almeno ad
un certo livello: infatti, B + R + Z + KH = 2 + 200 + 7 + 600
= 809 e T + Â + B + W + T = 400 + 1 + 2 + 6 + 400 = 809.
Il
centro che è sede della Sakîna è “il luogo della manifestazione
divina, sempre rappresentata come «Luce»”[95] e può essere costituito da un tempio o da un tabernacolo,
detto in arabo mishkât, «nicchia», in ogni caso rappresentazioni
sensibili della funzione reale del cuore dell’Uomo, con il quale
sono in stretta ed esplicita correlazione[96]: “si tratta sempre, in fasi diverse della manifestazione
ciclica, del Pardes, il centro di questo mondo, che il
simbolismo tradizionale di tutti i popoli paragona al cuore, centro
dell’essere e «residenza divina» (Brahma-pura nella dottrina
indù), come il Tabernacolo che ne è l’immagine e che perciò è
detto in ebraico mishkan o «abitacolo di Dio», parola la
cui radice è la stessa di Shekinah”[97].
Analogamente,
nella tradizione indù, la Città divina, è questo il significato
di Brahma-pura, designa il centro dell’essere, rappresentato
dal cuore: essa è la residenza di Purusha, vale a dire
il Principio divino in quanto reggitore di tutto l’insieme dell’essere
e delle sue facoltà. Queste ultime, assieme alle funzioni vitali,
sono paragonate ai sudditi del re, che risiede nel tempio-palazzo
al centro della città[98]. Per la sua sola presenza, Purusha illumina ogni
cosa con il suo irradiamento, “immagine della sua attività ‘non-agente’
mediante la quale è realizzata ogni manifestazione, secondo la
‘misura’ determinata dall’effettiva estensione di tale irradiamento”[99].
Nell’Islâm,
il tempio non è altro che la Ka‘ba, chiamata infatti Bayt
Allâh, la Casa di Dio, che viene allora identificata, nel
suo significato autentico, al cuore dell’Uomo[100], il quale è l’unico essere che è capace di contenere
la Presenza divina, secondo il noto hadîth qudsî: “La Mia
Terra ed il Mio Cielo non Mi contengono, ma Mi contiene il cuore
del Mio servo fedele (al-mu’min)”. È per questo che Tirmidhî
può dire: “Il cuore è il forziere di Allâh”[101], dove khizâna, “forziere, scrigno, cassa” è in
effetti un sinonimo di tâbût. “A livello spirituale, si
tratta della residenza divina nell’uomo, che […] è anch’essa celata
nella cavità più profonda del cuore, a partire dalla quale viene
irraggiato lo spirito (rûh)”[102].
L’analogia
inversa.
Affermare
che il cuore contiene lo Spirito significa dire che nella realtà
più piccola risiede la realtà più grande: ritroviamo qui applicata
la legge dell’analogia inversa, secondo la quale il più grande
nell’ordine trascendente viene riflesso dalla realtà più piccola
nell’ordine della manifestazione sensibile[103], poiché “il simbolismo è fondato, nella sua definizione
più generale, sulle corrispondenze che esistono tra i diversi
ordini della realtà”[104]. In particolare, l’analogia è il rapporto di «ciò che
è in basso» con «ciò che è in alto», e tale rapporto “implica
essenzialmente la considerazione del ‘senso inverso’ dei suoi
due termini”[105].
È
nelle Futûhât di Ibn ‘Arabî che è possibile trovare un’illustrazione
dottrinale di tale legge simbolica, in un passo direttamente connesso
con il centro e la circonferenza: “Il Mondo è l’[essere] esistenziato
(mawjûd) di ciò che si trova fra la circonferenza (muhît)
ed il punto [centrale] (nuqta), secondo i gradi [gerarchici]
(marâtib) e secondo la piccolezza e l’immensità delle sfere;
ciò che si trova più vicino alla circonferenza è più largo di
quanto si trova nel suo interno. […] Ciò che si abbassa verso
gli elementi [corporei], discende da questo grado (daraja)
fino all’orbe terrestre (kurat al-ard). Ed ogni parte in
ogni circonferenza corrisponde (yuqâbil) di per sé (bi-dhâti-hi)
a ciò che le sta sopra e a ciò che le sta sotto, nessuna cosa
eccedendo l’altra, anche se l’una è larga e l’altra è stretta.
Questo deriva dalla trasposizione (îrâd) del grande sul
piccolo e del largo sullo stretto, senza [però] che lo stretto
s’allarghi o il largo si restringa. Tutti quanti sono rivolti
di per sé verso il punto [centrale], ed il punto [centrale], nonostante
la sua piccolezza, si rivolge di per sé verso ogni parte della
circonferenza attorno a lui.
Dunque,
il compendio (mukhtasar) [dell’Universo] è la circonferenza,
ed il compendio di quest’ultima è il punto [centrale], e viceversa.
Osserva, dunque!”[106].
Il
cuore spezzato.
Recita
un verso di Hallâj:
“Tu
dimori nel mio cuore, ove sono i Tuoi segreti,
ne
è felice questa casa, ne son felici i vicini”[107].
Se
egli può cantare l’intima gioia della divina Presenza pacificante,
è nondimeno vero che questa condizione interiore è preceduta dalle
fatiche del cammino spirituale, animato dal desiderio e dalla
nostalgia dell’Origine, ma fatto, inizialmente, di sofferenza
e di una prima morte, secondo le parole di un hadîth qudsî
:
“Chi
Mi cerca Mi trova.
Chi
Mi trova Mi conosce.
Chi
mi conosce Mi ama.
Chi
Mi ama Io l’amo.
Chi
amo uccido.
Chi
uccido debbo riscattare.
Chi
debbo riscattare, Io ne sono il riscatto”.
In
un altro hadîth qudsî, leggiamo: “Io sono con coloro il
cui cuore è spezzato per amor Mio”. Questa rottura del cuore rappresenta
la morte iniziatica, vale a dire la morte a questo basso mondo.
Si tratta del primo passo nel percorso di realizzazione spirituale,
così descritto da Ghazâlî: “la Via consiste nel dar la preferenza
alla lotta contro le passioni, nel sopprimere le qualità riprovevoli,
nello spezzare tutti i vincoli e procedere col massimo impegno
verso Dio eccelso. Ogniqualvolta si riesce a ottenere ciò, è Dio
quegli che si assume la cura del cuore del Suo servo, quegli cui
è affidata l’illuminazione con le luci della scienza. E quando
Iddio si assume la cura del cuore, la misericordia di Lui lo inonda,
la luce vi risplende, […] si dissipa per la grazia della misericordia
il velo dell’errore avanti al cuore e brillano in questo le realtà
delle cose divine”[108].
In conclusione,
diremo ancora soltanto che l’esito della Via viene descritto da
Jîlânî ricorrendo alla medesima immagine della luce divina che
sgorga nell’intimo, a suggello della trasformante politura dello
specchio del cuore:
“Anche se l’Altissimo ha creato tutto per l’uomo, ha nondimeno
creato l’uomo per Sé, ed ha detto: «L’Uomo è il Mio segreto ed
Io sono il suo segreto». Quel segreto è una luce che procede dalla
Luce divina di Allâh. È il centro del cuore, fatto della più sottile
sostanza; è lo spirito che conosce tutte le verità nascoste; il
legame segreto tra il creato ed il suo Creatore”[109].