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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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IL PERICOLO ISLAMICO?

di Franco Cardini

Ha fatto molto rumore la relazione tenuta, ai primi XXI secolo, al Sinodo europeo, in Vaticano, dal francescano Giuseppe Germano Bernardini, vescovo di Smirne in Turchia. Secondo monsignor Bernardini, saremmo ormai dinanzi al concreto pericolo che l'Islam possa avanzare ed espandersi fino a dominare "l'Europa cristiana". Secondo l'analisi dell'autorevole prelato, la strategia dei nuovi conquistatori o quanto meno egemonizzatori procederebbe "a tenaglia", dall'alto e dal basso. Da una parte la finanza dominata dai musulmani utilizzerebbe i petrodollari non per creare lavoro nei paesi poveri dell'Africa settentrionale e del bacino mediterraneo, bensì per costruire moschee e centri culturali nei paesi di tradizione cristiana in cui più forte è la presenza degli immigrati musulmani; dall'altra questi immigrati stessi si organizzerebbero in termini di mantenimento della loro identità, di propaganda, di proselitismo. Le parole di monsignor Bernardini, che ha chiesto la convocazione di un Sinodo speciale per affrontare il problema da lui in termini tanto drammatici denunziato, hanno fatto eco a quelle nei giorni scorsi pronunziate nella stessa sede da un autorevole "uditore" laico, Alain Besançon, presidente dell'Institut de France. Questa convergenza di pareri tra membri della gerarchia ecclesiale e rappresentanti d'un pensiero laicista che almeno fino a questo momento era apparso molto lontano da consonanze con il pensiero cristiano-cattolico, se non addirittura schierato su posizioni, anticiericali, agnostiche ed atee, è un interessante fenomeno dei tempi più recenti: si pensi, ad esempio, alla condivisione di vedute appunto su questo tema tra Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, e una studiosa di fama e di prestigio come Ida Magli.
Il "pericolo" islamico sembrerebbe, in altri termini, aver avvicinato non genericamente - si badi bene - cattolici e laicisti, ma addirittura, con un paradosso in fondo solo apparente, cattolici vicini a posizioni tradizionaliste e laicisti almeno fino a ieri convinti che il processo di desacralizzazione della società europea fosse un dato positivo e comunque inevitabile e persuasi che la cultura occidentale - uno dei connotati della quale è senza dubbio la radice cristiana, ma un altro è la modernizzazione di cui il processo di desacralizzazione è parte - fosse la migliore e la più alta possibile e dovesse procedere nel cammino che la sta portando a scrollarsi di dosso gli ultimi residui della tradizione cristiana, specie nella sua facies cattolica.
I segnali inquietanti si moltiplicano: s'insiste sul "fondamentalismo" come matrice di violenza politica e di terrorismo; si rilevano fenomeni inquietanti che vanno dalla sistematica persecuzione dei cristiani in paesi come il Sudan all'aggressione dei musulmani di Nazareth in Galilea al santuario mariano cattolico presentatasi sotto forma della pretesa di costruirvi in un terreno immediatamente adiacente una moschea il minareto della quale dovrebbe superare in altezza la cupola della basilica; si ripete che termini come "giustizia", "popolo" e "democrazia" non hanno nel mondo islamico il medesimo valore che posseggono in Occidente; s'insiste sul fatto che i musulmani invocano piena libertà religiosa e culturale da noi mentre nei paesi nei quali essi sono la maggioranza e detengono il potere si guardano bene da applicare il principio di reciprocità. Ho molto rispetto per l'impegno religioso, civile e umanitario di personaggi come monsignor Bernardini; e, dal momento che conosco abbastanza la situazione vicino-orientale e mi capita di viaggiare sovente in quell'area, conosco bene le difficoltà e i pericoli nei quali i cristiani in genere e i cattolici in particolare si muovono e il coraggio con cui sanno affrontarli. Sino a poco tempo fa, il clima era sensibilmente diverso: ma oggi è vero che la propaganda di alcuni gruppi radicali (non userei l'ambiguo e generico termine "fondamentalismo") fa di tutto per allontanare - giungendo anche alle calunnie e all'intimidazione - i musulmani, specie quelli di più modesta condizione, dai rappresentanti e dalle organizzazioni della chiesa cattolica, e proprio perché in tal modo si vuol sminuire o cancellare l'ammirazione, l'affetto e la gratitudine che quelle genti da parecchie generazioni nutrono nei confronti di persone e di istituti che hanno svolto e svolgono una benefica azione umanitaria accogliendo, curando, sfamando, istruendo. I leaders di alcuni gruppi radicali ritengono che tale azione della Chiesa sia in qualche modo obiettivamente volta a perpetuare con altri mezzi l'oppressione coloniale e che essa, proprio in quanto benefica, possa sviare le coscienze dei musulmani dalla lotta per riacquisire completamente quell'identità religiosa e culturale che ormai a molti islamici sembra l'unica via per l'emancipazione di fronte al dilagare degli standards occidentale: mentre la modernizzazione, in un primo tempo accolta con entusiasmo, perpetuerebbe a loro avviso la subalternità dei non-occidentali all'Occidente e costituirebbe un'insidia per la sopravvivenza della cultura islamica. Va al riguardo aggiunto che nel mondo musulmano è molto diffusa e quasi indiscutibile l'equazione fra civiltà cristiana e modernizzazione occidentale, mentre ben poco note sono le ragioni per le quali tali dimensioni sono, sotto molti aspetti, antitetiche. Ma l'Islam ha molti volti, sostanzia di sé differenti realtà; esso è inoltre profondamente diviso al suo interno non solo nelle confessioni sunnita e sciita a loro volta articolate in gruppi diversi, ma conosce molteplici scuole di pensiero teologico-giuridico e manca di autorità universalmente condivise e di istituzioni in grado di proporre norme univoche. Monsignor Bernardini vive - non dimentichiamolo - la realtà d'un paese come la Turchia, nel quale le leggi "modernizzatrici" e liberticide imposte dall'ideologia autoritaria kemalista a partire dagli Anni Venti hanno per molto tempo imposto un'occidentalizzazione e una modernizzazione forzate, profondamente lesive delle tradizioni e della dignità del popolo turco al quale s'intendevano tagliare le radici religiose per sostituirle con una coscienza nazionalistica desunta da modelli occidentali (soprattutto francesi e tedeschi); un paese nel quale si sono potentemente diffuse le Logge massoniche. Qualcosa del genere accadde sempre negli Anni Venti nell'Iran di Reza Shah: e la "rivoluzione isiamica" dell'imam Khomeini fu, alla fine degli Anni Settanta, una risposta alle scelte laiciste e occidentalizzanti d'un regime che puntava unilateralmente alla modernizzazione sacrificando ad essa l'identità e la dignità d'un intero popolo, la sua cultura e la sua sensibilità. In Turchia, il kemalismo è sembrato reggere in modo più solido, laddove in Iran il nazionalismo della dinastia dei Palhevi aveva fallito: ma oggi esso è sottoposto alla pressione d'un rinnovato successo del radicalismo religioso, e spesso gli organi di governo - con la loro coda di paglia - per strizzar l'occhio ai radicali sono i primi, pur protestando di voler rimanere laici, a perseguitare i cristiani. D'altronde, al solito, la verità è complessa. L'Occidente ha sempre custodito gelosamente la sua autoimmagine gratificante: il suo è il migliore dei mondi possibili, le formule ch'esso propone le più naturali e ragionevoli, i suoi metodi sono quelli fondati sulla democrazia e sulla tolleranza. Tutti sappiamo bene che le cose non stanno esattamente in questi termini: sappiamo che l'egemonia occidentale ha coinciso con lo sfruttamento, anche se ha fornito in cambio elementi di progresso e di benessere; sappiamo che la pretesa della tolleranza si accompagna a una dura presunzione di primato, e che in realtà gli occidentali si mostrano disposti a tollerare benevolmente forme culturali diverse dalla loro solo nella misura in cui sono convinti ch'esse dovranno prima o poi cedere alla "naturale" superiorità di quest'ultima; sappiamo che la formula "vincente" o tale ritenuta, da noi, accoppia il "pensiero unico" alla globalizzazione e tende a un generale livellamento delle culture e alla riduzione delle comunità a masse d'individui e di essi a consumatori. Ma di questa violenza, l'Occidente non sembra neppur consapevole: esso tende a darne definizioni rassicuranti e banalizzanti, la chiama "leggi del mercato" e "libero gioco della domanda e dell'offerta". D'altro canto, ancora una volta, guai a generalizzare. Se è vero che nell'Islam esistono anche istanze moderate e disposte al dialogo, è non meno vero che esistono anche gruppi di potere e di pressione "musulmani" (nel senso che sono costituiti o egemonizzati da personaggi nati nella fede islamica) i quali collaborano potentemente al processo di globalizzazione anche nei suoi aspetti più deleteri: e non lo fanno certo - si rassicuri monsignor Bernardini - per far trionfare l'Islam su una Cristianità che non c'è più. Ormai, in tutto l'Occidente, l'allarme nei confronti del "fondamentalismo" è comune e diffuso e i mass media lo propagano: tuttavia, il duro e chiuso tradizionalismo dei sauditi e l'ignoranza fanatica dei "talibani" afghani non paiono da noi particolare oggetto di attacchi e di critiche da parte di pubblicisti e di opinion makers pronti sempre a stigmatizzare gli integralisti algerini o egiziani o a denigrare senza remissione - e senza neppur curarsi d'una corretta informazione - l'esperienza iraniana khomeinista. Il perché è evidente: sauditi e talibani sono alleati solidissimi e indiscussi della politica della superpotenza mondiale e dei suoi supporti immediati, la NATO e per troppi versi, ohimè, la stessa ONU. Non so se monsignor Bernardini, che come prelato sarà senza dubbio attento ai simboli, si è mai preso cura di esaminare la simbologia stampata sui biglietti di banca statunitensi: perché anche i "petrodollari" che gli sembrano tanto pericolosi sono, in fin dei conti, dei dollari, emessi, gestiti e controllati da un preciso centro propulsore, il parere del vescovo di Smirne pare quello di chi pensa che un capitalista cristiano, o ebreo, o ateo è uno sfruttatore e uno speculatore, mentre un capitalista musulmano è anzitutto un musulmano. Ma i petrodollari servono ad alimentare i profitti che stanno ingrassando i gestori della politica giobalizzatrice mondiale e i loro accoliti: e solo in modestissima misura, e per ragioni soprattutto demagogiche e di controllo, vanno a finanziare la costruzione di moschee e le attività dei centri culturali islamici. Monsignor Bernardini dovrebbe aver ben in mente il comportamento di Gesù dinanzi alla moneta che gli fu mostrata: di chi è l'effigie? di Cesare? Allora date a Cesare quel ch'è di Cesare. Monsignore, ci faccia attenzione: che cosa vede sul dollaro? Non certo la shahada, né la basmalah, ne l'effigie del Santuario della Kaaba. La verità di fondo è che l'Occidente - costituito essenzialmente dal 17% della popolazione mondiale che gestisce l'83% delle ricchezze e delle risorse della terra - si sta alla fine del XX secolo scontrando con le sue contraddizioni e con la sua schizofrenia di fondo: ha da almeno due secoli predicato una libertà, un'uguaglianza e una fratellanza che pretendeva mondiali, ma che in realtà era convinto dovessero esser riservate anzitutto e soprattutto (se non esclusivamente) agli occidentali stessi: poi, magari, col tempo, se qualcun altro fosse maturato... Ma oggi popoli nuovi e istanze nuove premono ai nostri cancelli e pretendono quel che per troppi e troppo lunghi decenni abbiamo loro promesso, assicurando che ne riconoscevamo il sacrosanto diritto. La stessa tolleranza, di cui dalle nostre parti si va tanto fieri, contiene una sfida. Per esser tale su serio, deve astrarre da qualunque pretesa di reciprocità: non si può esser tolleranti "a condizione che". Se si ritiene giusto che i musulmani adorino il loro Dio - che è lo stesso dei cristiani - anche in una moschea eretta a Roma, non si può condizionare questa scelta e questa convinzione alla ridicola pretesa che, in cambio, si costruisca una chiesa alla Mecca. Si deve, al contrario, prendere atto che in questa e in molte altre cose il modo di vedere cristiano e quello liberaldemocratico, diversi e magari contrastanti fra loro ma cresciuti su uno stesso humus, sono diversi dall'Islam; e comporre questo dato obiettivo con l'altro, secondo il quale a loro volta cristianesimo e Islam hanno radici comuni dalle quali tuttavia l'Occidente, accettando il processo di laicizzazione, si è in parte allontanato. Due considerazioni banali, infine, per quei cattolici che in buona o in malafede stabiliscono una relazione più o meno stretta ed implicita di causa-effetto tra la crisi della loro fede e il supposto dilagare dell'Islam. Primo: rileggetevi Lo scisma sommerso di Pietro Prini, un libro che non me la sento di sottoscrivere del tutto ma che contiene grandi verità. Può anche darsi che le chiese si svuotino e che al contempo si riempiano le moschee (così come - e secondo me è peggio - si riempiono i bislacchi santuari del new age): ma fra le due cose non c'è un rapporto immediato. Le chiese non si svuotano affatto perché si stanno riempiendo le moschee. Il fatto è che l'identità cattolica di oggi è debole: scarsa la fede, compromessa la disciplina, quasi dei tutto assente la cultura scritturale e liturgica, le verità metafisiche ridotte alla dimensione di stanche ovvietà umanitarie, il senso dei Sacro pressoché azzerato. Se davvero altre comunità - la musulmana., ad esempio - possiedono un'identità e un'autocoscienza più forte, ciò è un merito e non una colpa di quanti ne fanno parte: ma ciò non minaccerebbe affatto cristiani sicuri nella loro fede e coscienti di essa. Le minacce all'identità vengono sempre dall'interno: i pericoli esterni, anzi, se mai le rafforzano. Secondo: sembri o no, l'Islam non è meno in crisi del cristianesimo. Lo è in modo diverso, ma non meno grave. La propaganda politica travestita da propaganda religiosa dilaga: molti fondamentalisti usano la religione come un'ideologia politica ma pregano poco e credono ancora meno; e la mancanza di istituzioni ecclesiali rende ancor più difficile, per i musulmani, resistere all'ondata omologatrice della civiltà dei consumi e dei profitti. I falsi miti massmediali, le prospettive del facile arricchimento e del benessere, l'attrazione della vita comoda e opulenta veicolata dal cinema e dalla televisione occidentali o occidentalizzati stanno minando le coscienze dei musulmani non meno di quelle degli altri. Per tutti questi motivi ritengo sviante e pericoloso l'appello di monsignor Bernardini, della cui buona fede non dubito. Dalla prospettiva di Smirne, le cose possono sembrar come lui le descrive. Ma guai ad assumere il suo appello e la sua testimonianza come misura d'una realtà più ampia e profonda. Guai ad appiattire la complessità del reale rinunziando a considerarlo nelle sue prospettive globali. Non smirnizziamo il mondo.

Franco Cardini
  

 
 
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