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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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DA TRIESTE A GERUSALEMME
di FLORA RANDEGGER-FRIEDEMBERG
IL CORAGGIO E LA PASSIONE

Roberta Simini

Gli eroi sono sempre in viaggio, da Ulisse a Parsifal, da Gilgamesh a Sigfrido, il viaggio è un itinerario dell'anima prima che un percorso reale. Flora Randegger Friedemberg non fa eccezione, ed anche se forse sorriderebbe nel vedersi paragonata ai miti di antiche civiltà, non è loro da meno per tenacia, coraggio, determinazione e spinta ideale.
DA TRIESTE A GERUSALEMME, viaggi in Terrasanta di una giovane maestra ebrea. (Ed. Terziaria, Il Periplo, collana diretta da Attilio Agnoletto, Milano 2000, pp.56) non è solo un'autobiografia, non contiene solo gli appunti di viaggio, le avventure, le impressioni di una donna che anticipava di molto il suo tempo, ma è il racconto di un percorso che da interiore diviene sociale, "pubblico", permettendoci così di leggere i primi segnali del sionismo nascente, e si dilata ad un'intera epoca la cui storia avrebbe dovuto e forse avrebbe potuto prendere altre direzioni.
Flora Randegger Friedemberg, giovane maestra, figlia di un rabbino di larghe vedute, ragazza piena di ideali e dotata di una carica di entusiasmo e di una tenacia tali da permetterle di superare ostacoli, che avrebbero dissuaso un giovane guerriero, è in grado di coniugare in sé due mondi culturali spesso rimasti rigorosamente distinti: il mondo della cultura ebraica, legato ai Testi Sacri ed alla tradizione contenuta nel Talmud, nei Midrashim, nella Mishnah, e quello della cultura classica ed europea, nella quale viveva immersa, ed alla luce della quale era stata formata. Infatti, come racconta lei stessa, (non senza quella sottile vena di autoironia che rende amabili le persone intelligenti), a sorreggerla nella sua impresa concorsero la lettura delle Sacre Scritture e della Gerusalemme Liberata, del Tasso, alle cui eroine s'ispirava.
La sua capacità di superare le difficoltà che si frapponevano tra il suo progetto di trasferirsi in Terra d'Israele, alla ricerca delle radici della propria ebraicità, e la realizzazione effettiva dello stesso, è sorprendente. Non ci sono ostacoli economici, timori, disagi, anche gravi, di viaggio, incertezze sul futuro, rinunce, che siano tali da fermare questa giovane, cresciuta nell'agio e nella tranquillità di una famiglia, che le offriva garanzie di un avvenire decoroso. Lo spirito che la anima è quello stesso che caratterizza i veri missionari di una fede o di un'idea. Vuole vivere a Gerusalemme, vuole respirare la spiritualità della Città Santa, fare del suo meglio per sollevare il tenore di vita dei suoi fratelli, che le sembrano i veri custodi di un modo di vivere tradizionale. Non saranno le difficoltà del viaggio, né gli stenti, né il clima, e nemmeno le incomprensioni, soprattutto degli askenaziti, che anatematizzeranno il suo tentativo di fondare una scuola per fanciulle ebree, a fermarla, ma la totale penuria di mezzi, la grande povertà di coloro ai quali i suoi sforzi erano diretti, bisognava pagar loro (alle allieve della scuola) il lavoro e dar loro pane tanto sono poveri…Né dai parenti né dai concittadini potei ottenere un aiuto regolare, efficace…Questo grave stato di disagio costrinse, dopo due diversi tentativi, sostenuti al prezzo di grandi rinuncie e rischi per la stessa salute propria e dei propri cari, la nostra a ritornare in Europa, ma non a rinunciare a lottare per Gerusalemme, a spingere i suoi fratelli a non dimenticare la patria comune ed aiutare chi vi era rimasto, come in attesa di un grande ritorno.
Un affresco della Terrasanta, nella seconda metà dell'ottocento, emerge fresco e affettuoso dalle pagine di questo diario. Paesaggi, quartieri, abitazioni, costumi, usi, riti sono descritti con uno stile vivace, brillante e a volte appassionato. Un velo di nostalgia per gli splendori passati si unisce alla compassione per una situazione di grande povertà, vissuta però con un'ancor più grande dignità.
E ti scopri ad amare ciò che lei ama, a soffrire ciò che lei soffre, al di là delle differenze, delle appartenenze, in un desiderio comune di giustizia. Qualche chiusura verso gli altri, pur presente nel libro, qualche motto sprezzante nei confronti dei "coinquilini" palestinesi, è figlio dei suoi tempi e penso non infici la fondamentale grandezza di questa testimone di un'epoca piena peraltro di contraddizioni.
  

 
 
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