UNA TESTIMONIANZA DI PELLEGRINAGGIO IN TERRASANTA
di Pasquale Corsi
Una
critica abbastanza diffusa, anche se a volte un po' troppo severa,
vuole che le ricorrenze (bimillenari, millenari, centenari, ecc.)
si riducano quasi sempre a celebrazioni di tipo retorico, senza
apportare alcun autentico progresso allo sviluppo degli studi.
Indubbiamente c'è qualcosa di vero in questo giudizio,
che tuttavia dimentica o sottovaluta gli aspetti positivi che
pure ci sono. In fondo, mettendo in pratica qualche esercizio
di pazienza riguardo ai consueti rituali (soprattutto per le cerimonie
inaugurali e conclusive), le ricorrenze costituiscono una buona
occasione per fare il punto circa i risultati conseguiti dalla
ricerca e sulle mete ancora da raggiungere. La concorde attenzione
di molti studiosi intorno ad un medesimo argomento promuove e
facilita il confronto, così come stimola ad una rilettura
di testi dimenticati o comunque noti solo ad un numero assai ristretto
di specialisti. Tralascio ovviamente di considerare quegli aspetti
(religiosi, politici, economici, ecc.), che in relazione alle
caratteristiche di ciascuna ricorrenza possono accompagnare o
addirittura prevalere sulle questioni propriamente scientifiche.
Nel caso in questione, è appena il caso di ricordare che
l'anno duemila si qualifica, anche per i credenti e per i fedeli
di altre confessioni religiose, per la ricorrenza del Giubileo.
Nell'ambito circoscritto degli studi, ciò ha significato
una reviviscenza di indagini sul fenomeno del pellegrinaggio,
sui rapporti di quest'ultimo con le crociate, sulle elaborazioni
dottrinali del Giubileo e sulle sue radici bibliche, sulla politica
pontificia riguardo alla prassi ed alla gestione degli eventi
giubilari e così via. In questo quadro, non c'è
da meravigliarsi che si rispolverino studi di vecchia data, sia
per ricostruire al meglio la progressiva formazione di una tradizione
storiografica sia per recuperare qualche elemento ancora utile
per l'attuale dibattito.
La finalità di questa nota è molto più modesta,
non avendo alcuna pretesa né in un senso né nell'altro.
Si tratta invece, se proprio si vuole qualificarla, del recupero
di un testo (a quel che mi risulta) quasi completamente dimenticato,
anche perché al di fuori del circuito dei testi specificamente
eruditi. Classificherei piuttosto questo opuscolo (di formato
ridotto e di appena 133 pagine, comprese le illustrazioni), come
una testimonianza di prima mano circa la situazione dei Luoghi
Santi nei primi decenni del secolo XX, così come appariva
agli occhi di un osservatore d'eccezione, ma sicuramente non inseribile
in alcun ambito di competenze specifiche. La qual cosa, a dire
il vero, rende più genuine ed interessanti le sue annotazioni,
per non parlare della legittima curiosità (se è
lecito usare questo termine) circa le considerazioni di tipo biografico
che ne derivano in maniera più o meno diretta.
Il libro in questione, capitatomi tra le mani in maniera del tutto
fortuita (ma pur sempre propiziata da una indagine affine per
tematica), è intitolato Pellegrini in Terra Santa ed è
opera di Silvio D'Amico; venne pubblicato per le Edizioni Alpes
di Milano nel 1926, con l'ornamento di sette incisioni di I. Callot,
nella collana "Libri di viaggio". Dell'autore, Silvio
D'Amico (Roma 1887-1955), è presto detto: fu scrittore
e critico teatrale di grande fama, che conseguì soprattutto
per la pubblicazione di un'ampia Storia del teatro drammatico
in quattro volumi (1939-1940); a lui si deve anche la fondazione
dell'Accademia d'arte drammatica in Roma. Nella sua Prefazione
alla Storia, giustamente Renato Simoni (commediografo, critico
e regista teatrale) lodava non solo la dottrina e la finezza critica
dell'opera di D'Amico, ma anche la sua esperienza diretta della
realtà scenica. In tal modo gli era stato possibile risolvere
alcuni gravi problemi che la mera erudizione non era riuscita
a spiegare. Il Simoni, tra l'altro rilevava l'importanza delle
pagine dedicate allo studio delle strutture architettoniche dei
teatri classici greci, sulla cui base si potevano appunto spiegare
e meglio comprendere alcuni peculiari aspetti del teatro antico.
Questa intuizione critica, giova ricordarlo, venne successivamente
ripresa ed estesa, sempre con ottimi risultati, anche ad altri
ambiti drammaturgici.
Ma torniamo ora al contenuto di questo "libro di viaggio".
Il nostro Autore prende le mosse dall'imbarco sul piroscafo "Gianicolo"
di circa duecento pellegrini, partiti alla volta della Terrasanta
con la massima semplicità possibile, appunto come semplici
pellegrini. Un quarto almeno di loro era costituito da sacerdoti,
provenienti da ogni parte d'Italia, così come lo erano
i restanti viaggiatori, tra cui alcuni ragazzi arabi e siriani,
che l'Opera "Cardinal Ferrari" (fondata a Gerusalemme
solo due anni prima) aveva fatto venire in Italia per il Giubileo.
L'occhio del narratore corre curioso da un tipo all'altro e sull'atmosfera
generale, che dalla variopinta confusione trapassava improvvisamente
nel misticismo di tante messe celebrate nei posti più impensati,
per quanti preti erano a bordo. Si cominciava anche prima dell'aurora,
sicché "il sole che si leva a poco a poco, annegando
nel suo oro la luce trepida delle candele, trova sul mare questa
chiesa navigante" (p. 14). Quando si sta per giungere alla
meta, l'energico segretario del Comitato organizzatore (già
cappellano durante il vicino conflitto mondiale) fornisce gli
ultimi consigli, mentre le più volenterose signore e signorine
mettono a punto il gonfalone del pellegrinaggio, tutto bianco
e con la croce purpurea dei Cavalieri Gerosolimitani, adornato
con ricami di stelle azzurre e di nastri tricolori.
La nave trasportava anche, come avveniva di solito, profughi ebrei.
I loro canti si mescolavano così a quelli dei pellegrini,
lungo quelle rotte del Mediterraneo che hanno visto passare tanta
storia e tanto sangue. Si giunge finalmente in Terrasanta, che
non è terra per semplici turisti. La Terrasanta, dice il
nostro autore, per sentirla bisogna essersela portata con sé,
dentro di sé: "La Terrasanta non si scopre, si riconosce"
(p. 30). Bisogna rievocarla dalle profondità più
segrete del proprio spirito, non certo cercarla distrattamente
entro un paesaggio aspro e spesso impietoso o nelle deluse valutazioni
di qualche esteta raffinato. Quello che tutto sublima e trasfigura,
osserva D'Amico, è il passaggio per questi luoghi di Gesù.
Qui si è sentita la Sua voce, in questa polvere si sono
impresse le orme dei Suoi passi. Qui "si cammina nel Soprannaturale,
si respira l'Eterno" (p. 32).
Lo sbarco avviene a Caifa, mediante una enorme zattera; poi subito
in auto verso il Carmelo, per raggiungere successivamente Nazaret.
Le auto rallentano la loro corsa e si raggiunge il convento dei
Francescani. Tra i saluti della popolazione palestinese, in gran
parte cristiana, i pellegrini si recano cantando nella chiesa
dell'Annunciazione, perché questo è il paese della
Madonna: le antiche litanie ("Rosa mistica / Turris eburnea
/
/ Ianua Coeli / Stella matutina
") brillano
ora di nuova luce e sembrano lanciare un ponte fra la terra e
il Cielo.
Bisogna ora lasciare "il secolo mediocre", per tornare
a contatto con la Rivelazione. Poco importa tutto il resto. Da
Nazaret si passa a Tiberiade, passando per Cana: il lago si slarga
dinanzi allo sguardo, lungo la linea intatta del paesaggio. Piccoli
e immiseriti, se non addirittura in rovina, sono i paesi d'intorno:
Tiberiade, Magdala, Betsaida, Cafarnao. Ma proprio qui la figura
del Maestro è rimasta più presente che altrove,
qui sono dapprima risuonate le parole del Sermone della Montagna
che hanno capovolto e scardinato i valori del mondo.
Anche a Cafarnao come a Tiberiade, anzi come quasi ovunque, i
missionari italiani sono presenti, per assistere i pellegrini
e per custodire le reliquie più sacre della cristianità.
Continua intanto il viaggio, durante il quale i pellegrini sono
affidati (con qualche insistito sgomento del nostro autore) a
spericolati autisti arabi, alla guida del corteo di trenta auto.
Si raggiunge così il Tabor, ove D'Amico riesce ad apprezzare
(per la prima volta da quando è in Palestina) l'estetica
del tempio costruito da un italiano: la nuda severità dell'edificio
permetteva quel trionfo della luce, che la Trasfigurazione appunto
richiama. Nel paesaggio luminoso sfumava la linea dei colli di
Galilea e dei monti di Efraim, oltre alle rovine del castello
di Belvedere, posto dai crociati a guardia del guado del Giordano.
Dalla Galilea si passa poi al cuore della Giudea, attraversando
spericolatamente con le auto la Samaria. C'è poca simpatia
in D'Amico per i greci "scismatici", ma i tempi e i
pregiudizi reciproci favorivano indubbiamente le incomprensioni.
Appare intenta, con le sue mura grigie, erta su due colli la fatale
Jerusalem. Una folla di uomini e di animali ne affollava le strade,
idiomi di ogni genere si accavallavano e si incrociavano. Inizia
subito la visita al Santo Sepolcro. La basilica sembra smisurata
nel buio, punteggiata dalle luci di innumerevoli lampade. La commozione
dei pellegrini si scioglie apertamente in pianto, mentre i loro
sguardi si posano sul Mistero di in Sepolcro che squarcia il mistero
dei secoli passati e di quelli ancora a venire.
Rispetto a qualsiasi altra tomba di personaggio illustre, il S.
Sepolcro si distingue per un fatto essenziale e sostanziale: questo
è un Sepolcro vuoto; non è un segno di morte ma
di vita. Per il nostro pellegrino, tutta la poesia che la Terrasanta
esprime con una vitalità straordinaria può essere
condensata in una sola parola, brevissima eppur risonante di mille
echi: "hic". E' "qui" (a Nazaret, a Betlem
e in ogni altro luogo del Vangelo) che s'incarna il Messaggio.
Ovunque, ma non al Santo Sepolcro: "Non est hic". Richiamandosi
ad un libro di Roberto Paribeni, Silvio D'Amico rievoca l'affollarsi
intorno alla tomba del Cristo vivo di gente d'ogni stirpe e di
ogni credo, per adorarlo o per negarlo, sempre però sentito
come presenza eternamente viva.
La molteplicità dei riti e la complessità della
storia, quale si è stratificata intorno al S. Sepolcro,
risultano ai visitatori evidenziati dalle mille propaggini, di
stile e di epoche totalmente differenti, che si diramano dal nucleo
centrale dell'edificio. Tutto è stato rimescolato, tramutato,
riassestato e certo sconvolto all'interno di questo Luogo, come
giammai altrove. Sembra quasi che il mondo abbia voluto lasciare
i segni del suo cammino, incerto e tortuoso, intorno alla pietra
del Golgota quasi nascosta entro un'oscura cappella a due navate,
adorna di un grande altare di stile bizantino e di due più
piccoli di rito cattolico.
Ai nostri pellegrini toccò di visitare anche la sede, molto
meno sublime ma pur sempre dignitosa, del Patriarcato latino di
Gerusalemme, restaurata per volontà di Pio IX verso la
metà dell'Ottocento; meno apprezzabile risulta invece a
D'Amico lo stile della chiesa annessa al Patriarcato, manierata
secondo improbabili modelli "gotici". Gli incontri con
le autorità politiche e religiose di Gerusalemme, tra cui
il console generale d'Italia e il Custode francescano di Terrasanta,
inducono ad un'ampia riflessione sull'opera e l'influenza esercitata
in Terrasanta nel corso dei secoli da tante congregazioni religiose
italiane. Esse appaiono, agli occhi di D'Amico, le interlocutrici
più affidabili del costante impegno del papato di Roma
per la tutela dei Luoghi Santi. Essi gli sembrano ora divenuti
preda dell'imperialismo inglese, secondo un'ottica ben spiegabile
con le polemiche coeve circa le prevaricazioni subite dall'Italia
con i trattati di pace susseguenti alla vittoria nella prima guerra
mondiale. Altrettanto datate sono le pagine fortemente polemiche
nei confronti del clero ortodosso, che appariva favorito dagli
Inglesi a danno dei cattolici.
Continuava intanto il soggiorno a Gerusalemme, con le sue lunghe
giornate scandite da escursioni e pellegrinaggi, con le emozioni
che si sovrapponevano e si confondevano. Non mancavano neppure
gli scrupoli di chi riteneva di compiere un pellegrinaggio troppo
comodo, almeno in confronto a quella che era l'idea tradizionale
di un tal genere di viaggio, indissolubilmente legato alla prassi
penitenziale del passato. Ma occorre riconoscere che ogni uomo
si adatta ai tempi in cui si trova a vivere, con i rischi e i
pericoli che sono loro propri. Un giorno, si azzarda a profetizzare
il Nostro, a chi si recherà in aereo in Terrasanta, non
sembreranno molto piacevoli i raids automobilistici di spericolati
autisti arabi, tra il puzzo della benzina e il caldo soffocante,
intriso di polveroni e di sobbalzi continui.
Da Gerusalemme dunque e dai suoi più celebri luoghi di
culto, si andava verso il Getsemani e verso S. Giovanni in Montana:
ivi la chiesetta dedicata alla nascita del Battista, nella sua
totale povertà, sembrava rivivere nel paesaggio che aveva
sentito i canti di Zaccaria e di Maria. Ad Emmaus invece il viaggio
era stato compiuto in groppa ad asinelli, festosamente bardati
di frange e di fiocchi. E poi fu la volta delle acque plumbee
del Mar Morto, delle anse coperte di salici del fiume Giordano,
di Gerico con le sue palme e di Betania, con la tomba di Lazzaro.
A Betlem, allora quasi tutta abitata da una popolazione cristiana,
si respirava un'aria d'innocenza e di quiete. Nelle bottegucce
si lavorava quietamente la madreperla per i piccoli oggetti d'arte
sacra; viveva inoltre l'antica tradizione di deporre i neonati
nella paglia, accanto al luogo ove era nato il Salvatore. Anche
a Betlemme però i rapporti tra il clero latino e quello
ortodosso erano tutt'altro che buoni; non mancavano anzi talvolta
le risse. D'Amico non nasconde la sua partecipata indignazione
contro i soprusi (o presunti tali) dei Greci, proprio nei luoghi
che aveva sentito l'angelica invocazione alla pace. Ma i tempi
non erano ancora maturi, troppo fresco era il sangue che aveva
bagnato gli innumerevoli campi di battaglia d'Europa e del mondo
intero.
Il libro si chiude con una prevedibile riflessione sulla sorte
degli Ebrei e sul progetto, allora da poco in corso di attuazione,
di creare in Palestina un "focolare", che fosse rifugio
per tutti gli ebrei perseguitati in qualsiasi parte del mondo.
D'Amico non è molto tenero nei confronti del Sionismo,
che a suo parere poteva fomentare una nuova ondata di antisemitismo;
elenca inoltre le difficoltà pratiche di attuazione, invero
con molta perspicacia. La sua preferenza è invece, almeno
per quanto riguarda l'Italia, per una progressiva integrazione
della comunità ebraica, in piena dignità con il
resto della popolazione.
Quello che è un resoconto di pellegrinaggio non si sottrae
quindi a riflessioni di ogni genere, quali era ovvio che nascessero
nella mente di un uomo di grande cultura. Prevale però
alla fine l'umile speranza del credente, che si reca con animo
semplice a baciare la pietra del Sepolcro. Ricordando le parole
dell'Apostolo, D'Amico ripete: "Non c'è più
né Greco né Giudeo, né circonciso né
incirconciso, né Barbaro né Scita, né servo
né libero: ma Cristo è tutto, in tutti". Queste
parole, conclude il nostro pellegrino moderno, "tanto più
vive quanto più deluse da due millenni, sono ancora quelle
della preghiera che nasce spontanea in chi si genufletta su questa
terra; dove Passione e Resurrezione non possono essere state invane".
Pasquale Corsi