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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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MUSICA DALL'ALTRA SPONDA DELL'ADRIATICO
di Dinko Fabris


Mi ha sempre affascinato il contatto tra popoli e culture, soprattutto tra isole e penisole, coste e montagne divise da un mare unificatore (devo molte suggestioni al Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejevic). Forse perché i miei avi, di origine veneta, si trasferirono in una isoletta della Dalmazia adriatica dal nome greco (Pharos, Lesina, Hvar), luogo mitico di nostalgici ricordi ereditati. Vivendo sulla opposta costa dell'Adriatico, mi è parso naturale e doveroso segnalare l'uscita quasi simultanea di due contributi su musiche e musicisti che esprimono la circolazione artistica tra le due sponde. Si tratta di prodotti molto diversi, un dotto libro di musicologia (derivato da una tesi dottorale) e un CD di moderne esecuzioni di canti medievali, opera di giovani autori di distinte aree geografiche ma, posso affermarlo, accomunati dal comune entusiasmo per il viaggio e la ricerca.

Metoda Kokole
Isaac Posch (Ljubljana, Zalozba Zrc 1999), 296 pp.

Isaac Posch è uno dei tanti musicisti del passato che non hanno lasciato una traccia di sé sufficientemente luminosa da considerarlo un protagonista. Eppure la storia della musica europea è stata scritta passo dopo passo da buoni professionisti come Posch: i
protagonisti di cui si tramanda memoria sono le eccezioni e spesso la considerazione che si ha di loro, al di fuori da un contesto più ampio, non rispecchia la verità storica.
Interessarci ad un musicista di un'area lontana dalla nostra e che scarsi contatti ebbe con la realtà musicale italiana può sembrare una operazione poco utile. Invece è proprio la lontananza e la diversità che può insegnare a vedere con altri occhi il proprio passato. Tanto più che i rapporti di Posch con il territorio adriatico, dominato da Venezia, sono dimostrati almeno da una parte della sua produzione. E poi, che cosa sappiamo dei musicisti dell'età barocca lontani da Roma e da Versailles, da Londra e da Venezia, da Firenze e da Vienna o Lipsia? Nella sua breve esistenza (1591-1622/23) Isaac Posch fu un contemporaneo di Monteverdi e di Giovanni Gabrieli, nato e attivo in un territorio che oggi si chiama Slovenia, e che allora si trovava all'estremità sud-orientale del Sacro Romano Impero austriaco, tra il ducato di Carniola e l'arciducato di Carinzia. Nomi che evocano favole e leggende per il lettore, di difficile collocazione nella moderna cartina geografica.
Gli studi di Posch si svolsero in pieno territorio tedesco, a Regensburg, per poi esordire come organista in Carinzia dal 1614 e quindi come costruttore e riparatore di strumenti in Carniola dal 1617. Pubblicò almeno tre volumi di composizioni musicali che oggi sopravvivono, mettendosi in luce soprattutto per il suo contributo allo sviluppo della suite strumentale nel territorio tedesco. A questa produzione si riferiscono infatti i volumi Musicalische Ehrenfreudt (1618) e Musicalische Tafelfreudt (1621), editi modernamente dalla stessa studiosa autrice del volume di cui ci occupiamo. Metoda Kokole è nata nel 1964 a Ljubljana (la capitale dell'antica Carniola: da qui l'interesse per Posch) ed ha studiato musica e musicologia nella sua città, dedicando a questo autore una tesi di dottorato che ha recentemente ricevuto un importante premio sloveno. Nonostante la sua giovane età, si tratta di una delle più note e stimate personalità della nuova musicologia in grande sviluppo nei paesi del vicino est adriatico (ho incontrato Kokole, dal 1994, in convegni a Edinburgo, Parigi, Londra, Venezia, Dublino). Si tratta inoltre di una delle più attive e competenti organizzatrici di musica barocca in Slovenia.
Il lavoro su Posch è di una altissima qualità sia storiografica sia analitico-musicale. Il metodo di scuola tedesca impone la suddivisione in categorie e sezioni dell'argomento prescelto. Nella monografia ne troviamo sei, che seguono l'arco esistenziale del compositore, e approfondiscono ogni singola opera superstite, per giungere a considerazioni generali di stile e di influenza sulle generazioni a lui vicine.
A parte l'importanza della sua produzione strumentale, le danze e le suites, è analizzato l'unico volume di musica vocale, intitolato Harmonia concertans, del 1623. Qui si incontrano ben 42 brevi concerti sacri per diversi complessi vocali, in puro stile veneziano. I modelli dichiarati del compositore sloveno sono Lodovico da Viadana e Alessandro Grandi, autori che ebbero con Monteverdi e soprattutto i due Gabrieli una influenza enorme su tutta la produzione musicale dei paesi di lingua tedesca del tempo, come testimoniano le tante riduzioni in intavolatura d'organo rimaste. Ma l'internazionalismo della scrittura di questo compositore tutto da riscoprire sta nella sua capacità di unire a queste inevitabili forti influenze italiane la consapevolezza di una base di conoscenza della musica tutta austriaca, più avvertibile nelle suites strumentali, ma sempre presente anche nella parte vocale. E' questa facilità di sintesi, così comune per i tanti musicisti viaggiatori dell'età barocca, la vera lezione che ci giunge dall'altra sponda dell'Adriatico dopo quattro secoli di oblìo, grazie ad una giovane studiosa anch'essa viaggiatrice ed instancabile osservatrice delle diversità.

Terra Adriatica
Italian and Croatian medieval sacred music
Ensemble Dialogus, direttore Katarina Livljanic
L'Empreinte Digitale (Paris) ED 13107 @1999

Ho incontrato Katarina Livljanic a Parigi alle spalle di Notre Dame, in un giorno di febbraio insolitamente caldo. Per contrasto, pensando al nostro mare comune, mi raccontò subito dei suoi viaggi nella fredda Irlanda, dove aveva appena iniziato ad insegnare all'Università di Limerick, dopo essere stata 'visiting lecturer' negli Stati Uniti, ad Harvard ed essere docente principale al Centre de Musique Medievale de Paris. Questa giovane studiosa croata è una delle più apprezzate voci della musica medievale, che oggi vive in tutta Europa un momento di notevole fortuna. Dopo numerose esperienze con gruppi storici, come "Alla Francesca", Katarina decise di fondare un suo gruppo nel 1996: il nome Dialogus ne esprime in pieno l'ideologia. Anche per questo mi è sembrato opportuno accostare il primo CD prodotto dal gruppo al mio discorso sul dialogo delle diversità simili, quello dei suoni tra le due sponde dell'Adriatico. Ancor più calzante il titolo del CD, "Terra Adriatica", che trova il segreto della comunicazione nel più straordinario di tutti i repertori musicali scambiati tra i due territori: il canto gregoriano. Pochi sanno che nei secoli intorno all' XI, la particolare scrittura "beneventana" del canto gregoriano che gli studiosi definirono "tipo Bari", si ritrova identica nei documenti redatti e provenienti dalla costa dalmata, da Ragusa soprattutto. Da quel momento gli scambi sono continuati, come dimostrano i tanti manoscritti musicali italiani del Settecento custoditi nell'Archivio del Monastero francescano di Dubrovnik. La risposta slava alle melodie italiane, restando al medioevo esemplato nell'affascinante CD di cui parliamo, fu quella produzione denominata "glagolitica", basata sulla polifonia semplice del "falsobordone", che si è tramandata oralmente fino ai nostri giorni. Il disco accosta con gusto ed efficacia i brani italiani ed europei del XII-XIII secolo e queste magiche armonie raccolte nel territorio di Zagabria o Spalato ancora nel 1981. Il risultato è strabiliante, anche per la bravura di tutti i componenti del complesso: Gro Siri Ognoy Johansen, Christine Laveder, Aino Lund Lavoipierre, Lucia Nigohossian, Cornelia Schmid, Sandrah Silvio, giovani cantori provenienti da Bulgaria, Venezuela, Svezia, Norvegia, Francia, Germania, Italia oltre alla croata Livljanic. Basterebbe questo a dimostrare che non servono gli atteggiamenti nazionalistici per promuovere le migliori tradizioni culturali di una o più terre.
  

 
 
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