La dottrina del cuore nel Tasawwuf
di
Chiara Casseler
Iddio
non ha posto, nelle viscere dell'uomo, due cuori. (Cor., XXXIII,
4)
Lo Spirito Fedele è disceso [con il Corano] sul tuo cuore.
(Cor., XXVI, 194)
"Ci
sono simboli che sono comuni alle forme tradizionali più
diverse e più remote le une dalle altre, non in seguito
a 'prestiti' che, in molti casi, sarebbero assolutamente impossibili,
ma perché appartengono in realtà alla tradizione
primordiale da cui queste forme sono tutte derivate in modo diretto
o indiretto.
Questo è precisamente il caso del vaso o della coppa"
.
Conformemente
all'unicità della Tradizione primordiale , riflesso dell'Unità
trascendente dell'Essere necessario (wahdat al-wujûd), in
tutte le forme tradizionali non solo è presente, bensì
riveste particolare importanza e fondamento la dottrina del cuore,
considerato, nella sua verità essenziale, la sede della
conoscenza metafisica ed il centro dell'essere umano .
Si tratta pertanto di una dottrina eminentemente iniziatica, poiché
il cuore, secondo la Tradizione, costituisce il punto centrale
dell'essere umano, la sede dello Spirito, sua stessa ragion d'essere
e la dimora in cui l'uomo realizza le verità metafisiche,
vale a dire il suo percorso spirituale.
Per tale ragione, i riferimenti di questo nostro studio saranno
principalmente i testi dell'esoterismo islamico (Tasawwuf), con
particolare riguardo per le opere di colui che viene chiamato
al-Shaykh al-Akbar, "Il massimo Maestro", vale a dire
Muhyî 'l-dîn Ibn 'Arabî (m. 1240).
La
circonferenza non avrebbe alcuna possibilità di esistere
senza il proprio centro: analogamente, l'uomo non potrebbe esistere
senza il proprio cuore . Ora, si comprenderà facilmente
come qui non si abbia in vista il cuore in quanto mero organo
fisiologico preposto al controllo della circolazione sanguigna;
tuttavia, per la perfezione della legge d'analogia che collega
armoniosamente tutti i livelli cosmici ed i piani di esistenza,
anche a livello fisico il cuore costituisce realmente l'organo
corporeo centrale rispetto all'insieme del corpo umano: "la
funzione [del cuore] come centro organico è dunque veramente
completa e corrisponde esattamente all'idea che dobbiamo farci,
in modo generale, del Centro nella pienezza del suo significato"
.
Così si esprime Ibn 'Arabî in proposito: "Sappi
che, quanto all'uomo, il Vero (al-Haqq) l'ha diviso di due parti,
nella disposizione della città del suo corpo fisico (badan)
, ed ha posto il cuore (qalb) in mezzo alle due parti (di esso)"
.
Il
triangolo rovesciato.
Il
vocabolo arabo corrispondente a "cuore" è qalb:
questi è innanzitutto il masdar del verbo qalaba, che significa
"girare, voltare; rovesciare, invertire; capovolgere".
Ciò significa che il cuore porta il nome di qalb proprio
a motivo della sua intima natura connessa con
l'essere rovesciato;
il capovolgere, vale a dire il riflettere.
Per
quanto riguarda il primo aspetto linguistico, si deve osservare
che la forma del cuore può essere realmente assimilata
ad un triangolo (isoscele od equilatero) il cui vertice sia rivolto
verso il basso: rispetto alla sua base, perciò, il triangolo
è rovesciato (maqlûb) "sottosopra". Di
più, "il nome arabo del cuore (qalb) significa propriamente
che esso si trova in posizione "rovesciata" (maqlûb)"
. Al livello corporeo, poi, si tratta di un "pezzo di carne"
(mughda) a forma di pigna (al-sanawbarî al-shakl) , la quale
è, del resto, triangolare, e, secondo un detto del Profeta:
"V'è un pezzo di carne nel corpo dell'essere umano
che quando è in un buon stato, tutto l'essere migliora,
ma quando questo è in un cattivo stato, tutto l'essere
va in rovina. Fate attenzione, quel pezzo di carne è il
cuore" .
Mentre un altro hadîth recita: "I cuori dei figli di
Adamo si trovano tra le due dita del Misericordioso. Egli li rivolta
come vuole" .
Quanto
al secondo significato connesso alla radice QLB, bisogna notare
innanzitutto che il capovolgimento è il risultato della
riflessione di un'immagine rispetto ad uno specchio. Ora, secondo
la dottrina tradizionale, il cuore è propriamente lo specchio
in cui si riflette la Realtà divina, secondo il hadîth:
"Invero Allâh ha creato Adamo secondo la Sua forma
('alà sûrati-Hi)". L'Uomo stesso è dunque
uno specchio in cui appare il riflesso inverso di al-Haqq, della
Verità , per cui Ibn Arabî può affermare:
Fa-anta maqlûbu-Hu.
Fa-anta qalbu-Hu.
Wa-Huwa qalbu-ka!
"Tu
sei il Suo riflesso inverso.
Tu sei il Suo cuore.
Ed Egli è il tuo cuore!"
Di
più: "Se tu rivolti (qalabta) l'Uomo Universale, vedi
il Principio (al-Haqq)" . L'Uomo Universale, al-insân
al-kâmil, è dunque l'essere che ha realizzato pienamente
ed integralmente le possibilità spirituali inerenti alla
sua propria costituzione naturale, non certo l'individuo comune,
l'uomo come essere animale nella sua forma esteriore.
La
politura dello specchio.
Affinché
il cuore diventi in atto uno specchio riflettente il Divino, bisogna
pulire la ruggine che ne offusca la superficie, vale a dire tutto
ciò che, ad ogni livello, allontana e vela la visione e
la "coscienza" di Dio nell'intimo dell'uomo, ed è
Dio stesso a ribadirlo nella Sua Rivelazione: "Anzi, ciò
che essi operano [iniquamente] corrode (râna) i loro cuori
[come ruggine]" .
È nella medesima prospettiva che Ibn 'Arabî scrive:
"Il velo dell'occhio della vista interiore ('ayn al-basîra)
sono la ruggine (ruyûn) , le passioni (shahawât) e
l'attenzione prestata agli altri (al-aghyâr), [ossia a tutto
ciò che fa parte] del mondo naturale grossolano" .
Il Profeta, inoltre, disse: "In verità i cuori s'arrugginiscono
come s'arrugginisce il ferro; puliteli dunque con l'invocazione
(dhikr)" , ossia tramite la menzione rituale di Allâh
e la lettura del Corano, ed ancora: "Il sapiente illustra
[esteriormente le cose], mentre il conoscitore è occupato
a lucidare [interiormente il suo cuore]" .
La ruggine che opaca la superficie del cuore non è altro
che la distrazione o disattenzione (ghafla) offerta, in tutte
le sue modalità, dal mondo manifestato, in relazione alla
pura contemplazione della Realtà divina . Nei Fusûs
al-Hikam Ibn 'Arabî illustra il significato della radice
GHFL (da cui ghafla), presente in un versetto coranico, grazie
al senso della radice GHLF, che si trova in un altro versetto
ed è composta dalle medesime radicali, le due ultime in
posizione invertita (maqlûb): i cuori di coloro che non
si preoccupano (ghâfilûn) della vita futura, essendone
immemori, sono incirconcisi (ghulf), vale a dire "chiusi
in un involucro" (ghilâf) , ed esso non è altro
che un velo che impedisce loro di percepire la realtà in
quanto tale .
Il verbo ghafala, da cui ghâfilûn, ha i sensi di "non
badare, non prestare attenzione, trascurare" e quindi "essere
immemore". Ora, il termine insân, che in arabo designa
l'uomo, secondo un'interpretazione etimologica dello stesso Shaykh
al-Akbar, deriva dalla radice NSY, "dimenticare": "la
sua natura individuale è fatta d'oblio (nisyân),
di distrazione e di negligenza" . È a motivo di tale
costituzione dimentica che l'essere umano ha bisogno del dhikr,
vale a dire della "menzione", che conduce poi al "ricordo"
e da ultimo alla perpetua "rammemorazione" della Verità
: "il significato di "ricordo" insito nel vocabolo
dhikr, definisce indirettamente lo stato normale di oblio e d'incoscienza
(ghafla) dell'uomo: l'uomo ha dimenticato il proprio essere pretemporale
in Dio, e quest'oblio innato causa altre dimenticanze e altre
inconsapevolezze" .
'Abd al-Qâdir al-Jîlânî ne parla allo
stesso modo: "La purezza del cuore (safâ' al-qalb)
proviene da un cuore che si è liberato dall'ansia provocata
dal peso delle preoccupazioni mondane per il cibo, per il bere,
per il dormire, per i vani discorsi. [
] Il modo per liberare
il cuore e purificarlo è quello del ricordo (dhikr) di
Allâh" .
Ed egli così descrive l'esito della purificazione del cuore:
"Quando lo specchio del cuore è completamente lucidato
mediante la pulitura che avviene coll'invocazione costante dei
Nomi divini, allora l'individuo ottiene la Conoscenza intuitiva
(ma'rifa) ed accede agli Attributi divini. La realizzazione di
questa visione (mushâhada) è possibile soltanto nello
specchio del cuore" .
Il cuore è allora uno specchio polito (mir'ât masqûla),
tutta la superficie del quale non potrà mai più
arrugginirsi, secondo le parole di Ibn 'Arabî , e rifletterà
la Bellezza, la Grazia e la Perfezione di Allâh .
Sarà strumento di Scienza, al-'âlim, il conoscitore
per eccellenza . Quanto all'Oggetto della Scienza, ebbene, un
altro hadîth dichiara che "Il credente è lo
specchio del Credente" , al-mu'min mir'ât al-Mu'min,
dove al-Mu'min è un Nome divino.
Il
Centro.
La
Scienza che Dio depone nei cuori è illimitata, dal momento
che il Conosciuto è illimitato ; ciò che il cuore
conosce in sé è Dio stesso, ed Egli lo afferma nel
noto hadîth qudsî: "La Mia Terra ed il Mio Cielo
non Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio servo fedele
(al-mu'min)". La realtà manifestata più piccola,
ossia l'intimo del cuore, comprende dunque in sé tutte
le realtà del mondo e la Realtà divina, al-Haqq,
ossia ciò che è propriamente senza limiti: è
questo il paradosso, dal punto di vista razionale, della legge
metafisica dell'analogia inversa .
"Quando si passa analogicamente dall'inferiore al superiore,
dall'esterno all'interno, dal materiale allo spirituale, una simile
analogia, per essere correttamente applicata, dev'essere intesa
in senso inverso: così, l'immagine di un oggetto in uno
specchio è rovesciata rispetto all'oggetto, ciò
che è più grande o primo nell'ordine principiale
è, almeno in apparenza, più piccolo e ultimo nell'ordine
della manifestazione" .
In considerazione della sua posizione centrale ed unica, il cuore
è analogo al punto a-spaziale, di indifferenziazione primordiale,
a partire dal quale si origina l'intera dimensione spaziale, la
quale poi viene caratterizzata dalle peculiarità di ognuna
delle sei direzioni. Si può identificare così al
centro della circonferenza, dal quale essa procede nella sua esistenziazione
per via di un vero e proprio irraggiamento nella totalità
indefinita di tutte le direzioni dello spazio : il punto, rispetto
ad esse, si troverà sempre in una posizione centrale di
equilibrio, equidistante rispetto a tutti i singoli punti della
circonferenza. "Il mezzo fra gli estremi rappresentati da
punti opposti della circonferenza è il luogo ove le tendenze
contrarie, che fanno capo a tali estremi, per così dire
si neutralizzano e si trovano in perfetto equilibrio. [
]
L'idea che si esprime qui in modo particolare è quindi
l'idea di equilibrio, che fa tutt'uno con quella di armonia. [
]
Vi è inoltre un terzo aspetto, [
] ed è l'idea
di giustizia" .
È a questa qualità di "equità",
vale a dire di "misura" e di "giustizia",
che si riferisce il capitolo dei Fusûs dedicato alla Saggezza
"del cuore" (qalbiyya), appartenente al profeta Shu'ayb
: "essa gli viene attribuita in modo particolare, in ragione
del "movimento in tutte le direzioni" (tasha''ub) ,
di cui le ramificazioni sono innumerevoli" , poiché
il nome del profeta deriva dalla radice SH'B, come i termini shu'ab
(ramificazioni) e tasha''ub.
Quest'ultima forma radicale è presente inoltre, in un contesto
simbolico analogo, in un'altra opera dello Shaykh al-Akbar, sebbene
lì la prospettiva dottrinale sia propriamente iniziatica:
l'irraggiamento omnidirezionale a partire dal punto centrale è
quello delle innumerevoli Vie spirituali, le quali sono appunto
il cammino che conduce il Viaggiatore (sâlik) dalla sua
iniziale posizione periferica, posta sulla circonferenza , fino
al Centro, vero Cuore del Mondo. "Le Vie spirituali (turuq),
anche se sono molteplici e [variamente] ramificate (tasha''abat),
tutte quante emanano da Lui ed a Lui ritornano, come i raggî
(khutût) uscenti dal centro del cerchio (nuqta al-dâ'ira)
verso la circonferenza (muhît)" .
Il medesimo simbolismo viene illustrato, in perfetta armonia con
l'espressione di Ibn 'Arabî, in uno scritto di Guénon:
"A ogni punto della circonferenza corrisponde un raggio,
e tutti i raggi, anch'essi in moltitudine indefinita, confluiscono
ugualmente al centro. Si può dire che questi raggi sono
altrettante turuq adatte agli esseri che sono "situati"
sui diversi punti della circonferenza, secondo la diversità
delle loro nature individuali" .
Se, ancora, osserviamo i passi coranici in cui viene menzionato
il profeta Shu'ayb, v'è contenuta l'ingiunzione che egli
dà al suo popolo di misurare con equità e di pesare
con una giusta bilancia, per non causare torto ad alcuno , il
che corrisponde con esattezza alla funzione del cuore considerato
il centro dell'essere, dal momento che fisicamente è il
centro del corpo, e rappresenta l'unità dell'insieme della
facoltà umane, corporee e spirituali, rette con armonia
ed equilibrio .
L'Uomo
Universale e le Teofanie.
Come
il punto contiene in sé tutto lo spazio, poiché
è il principio dello spazio, senza avere alcuna dimensione
spaziale, essendone, qualitativamente, l'essenza, così
il cuore contiene ogni cosa, poiché contiene il Principio
di ogni cosa , a motivo della costituzione sintetica e totalizzante
dell'Uomo Universale, Vicario divino (khalîfat Allâh)
e Compendio (mukhtasar) dell'Universo : "Il compendio [dell'Universo]
è la circonferenza (al-muhît), ed il compendio di
quest'ultima è il punto [centrale] (al-nuqta), e viceversa.
Osserva, dunque!" .
"L'Uomo Perfetto contiene principialmente tutte le forme.
Egli è allo stesso tempo il Cuore divino ed il Cuore del
Mondo . Il suo emblema è il triangolo rovesciato che simboleggia
la misericordia provvidenziale di Colui che sostiene e regge tutto
l'universo" .
Si deve pertanto comprendere che "il Cuore, come il Califfo,
è lo specchio di Dio" . In questo specchio si riflettono
i Nomi divini, le teofanie (tajalliyât) che si rinnovano
ad ogni istante: il cuore è un luogo di costante cambiamento
e fluttuazione (taqlîb o taqallub) da uno stato all'altro,
e perciò porta il nome di "qalb" . Analogamente,
le teofanie divine si rinnovano ad ogni istante, né mai
si ripetono nel cuore del Conoscitore, che è il loro ricettacolo
(qâbil) : "Non c'è alcuna ripetizione (takrâr),
da parte del Principio, a causa dell'Assolutezza (itlâq)
che Gli è propria, e per la divina vastità (ittisâ'),
dal momento che [al contrario] la ripetizione è conseguenza
della ristrettezza (dîq) e della limitazione (taqyîd)"
.
Negli stessi termini si esprime Guénon, a proposito della
Possibilità universale -espressione che corrisponde all'arabo
itlâq- e del principio di non-ripetizione nell'esistenza:
"la Possibilità universale e totale è necessariamente
infinita e non può essere concepita in modo diverso, poiché,
comprendendo tutto e non lasciando niente fuori di sé,
non può essere limitata assolutamente da nulla; una limitazione
della Possibilità universale, dovendo essere esteriore
ad essa, è propriamente e letteralmente una impossibilità,
cioè un puro nulla. Ora, supporre una ripetizione nell'ambito
della Possibilità universale [
] equivale ad attribuirle
una limitazione, in quanto l'infinità esclude qualsiasi
ripetizione" .
Il cuore corrisponde all'unica facoltà umana in grado di
percepire e gustare lo svelamento iniziatico (kashf), poiché
partecipa della medesima natura dello Svelato, nell'inesauribile
mutamento delle Sue Teofanie: "La fluttuazione (taqlîb)
nel cuore è analoga alla trasmutazione divina (al-tahawwul
al-ilâhî) nelle forme" . Si tratta della "facoltà
che va oltre il limite della facoltà ragionativa ('aql)"
: è l'unico organo che può percepire ed abbracciare
il Vero in se stesso. Al contrario, "l'intelletto ('aql)
condiziona, e riduce la manifestazione ad una qualificazione unica,
ciò che è contrario alla vera e propria realtà"
.
La
coppa.
Sembra
opportuno, a questo punto, presentare la traduzione della risposta
fornita dallo Shaykh al-Akbar alla domanda formulata da Hakîm
al-Tirmidhî : "Che cos'è la coppa dell'Amore
(ka's al-hubb)?". La coppa, accennammo all'inizio, è
un equivalente simbolico del cuore, pertanto viene tradizionalmente
assimilata ad esso; in questo passo, Ibn 'Arabî illustra
compiutamente le modalità di tale assimilazione, ed inoltre
attribuisce al cuore una relazione essenziale con l'Amore :
"La coppa dell'Amore è il cuore dell'amante (al-qalb
min al-muhibb), e non la sua facoltà ragionativa ('aql)
né i suoi sensi (hiss), giacché il cuore fluttua
[continuamente] (yataqallabu) da uno stato all'altro, allo stesso
modo in cui Allâh, che è l'Amato (al-Mahbûb),
"è ogni giorno [occupato] in un'opera (sha'n)"
. L'amante, dunque, si modifica in relazione al suo Amore (hubb)
con la [stessa] variazione dell'Amato nei Suoi Atti (af'âl),
come la bianca e pura coppa di cristallo si modifica a seconda
della variazione del liquido che contiene. Il colore (lawn) dell'amante
è il colore del suo Amato.
Tutto ciò non appartiene che al cuore, giacché la
facoltà ragionativa deriva dal mondo condizionato ('âlam
al-taqyîd) , perciò si chiama 'aql, "ragione",
da 'iqâl, "pastoia" . Quanto ai sensi, si sa che,
necessariamente, derivano dal mondo condizionato, al contrario
del cuore.
L'Amore possiede numerosi, molteplici e contraddittorî statuti
attributivi (ahkâm): non può accettarli (yaqbalu)
se non chi detiene, fra le sue capacità (quwwa), [quella
di] essere continuamente rivoltato (inqilâb) , con l'Amore,
nelle sue attribuzioni. Tutto ciò non appartiene ad altri
che al cuore.
Se tu vuoi attribuire qualcosa di simile al Principio (al-Haqq),
allora si tratta delle Sue parole: "Io rispondo all'invocazione
di chi invoca, quando Mi invoca" e "In verità
Allâh non si stanca finché voi [non] vi stancate"
e "Chi Mi menziona in se stesso, Io lo menziono in Me stesso".
Tutta quanta la Legge tradizionale (al-Shar'), o la maggior parte
di essa, è in questo tono.
La bevanda è il contenuto stesso della coppa, e noi abbiamo
già illustrato [in precedenza] che la coppa è il
luogo stesso di manifestazione (al-mazhar), la bevanda non è
altro che Colui che si manifesta (al-Zâhir) in essa e l'atto
del bere è quanto ottiene, da parte di Chi si manifesta
(al-Mutajallî), colui cui Egli si manifesta" .
La
prosternazione del cuore.
Se
la natura del cuore è strettamente connessa con il mutamento
ed il capovolgimento incessante, vi è, tuttavia, ai vertici
della realizzazione iniziatica, una Stazione spirituale (maqâm),
in cui si verifica un superamento qualitativo di questo stato
per uno di natura superiore e permanente: è la "prosternazione
del cuore" (sujûd al-qalb) .
Il termine sujûd designa l'atto di prosternarsi, toccando
con la fronte la terra, durante la salât, di cui costituisce
in realtà il punto cruciale, dal momento che "non
v'è stato che sia più nobile del sujûd"
.
Una prima menzione della prosternazione del cuore viene fatta
all'interno del capitolo 73 delle Futûhât, che contiene
una trattazione delle categorie esoteriche (tabaqât) all'interno
della Santità. Per la precisione, si trova menzionata nel
paragrafo dedicato alla categoria dei "Recitatori coranici"
(qurrâ'), altro nome delle "Genti del Corano"
(ahl al-Qur'ân), ossia le Genti di Allâh e la Sua
élite (khâssa), così descritte: "L'uomo
la cui [intima] natura (khuluq) sia il Corano, costui fa parte
delle sue Genti, e chi fa parte delle Genti del Corano fa parte
delle Genti di Allâh, poiché il Corano è la
Parola di Allâh (Kalâm Allâh), e la Sua Parola
è la Sua Scienza, e la Sua Scienza è la Sua Essenza
(dhât)" .
Il riferimento al Corano deriva dal fatto che questo termine non
designa, nel Tasawwuf, unicamente il Libro rivelato dell'Islam,
ma anche una realizzazione iniziatica intimamente connessa alla
Scienza: "Il Corano è la Scienza totalizzante e sintetica
chiamata Intelletto coranico, che conduce alla Stazione della
Sintesi (o dell'unione) (Maqâm al-Jam')" . Esiste un
legame diretto fra il "Corano" e la "Sintesi",
poiché la radice QR', da cui deriva Qur'ân, implica
in sé le idee di "riunione" e di "sintesi",
esattamente come la radice JM', da cui jam' . D'altra parte, non
si può non osservare come la nozione di Maqâm al-jam'
rimandi alla Stazione divina (al-maqâm al-ilâhî)
che è "quella che riunisce i contrasti e le antinomie"
(maqâm ijtimâ' al-diddayn) , è "il punto
centrale dove tutte le distinzioni [
] sono superate, dove
tutte le opposizioni sono cancellate e risolte in un equilibrio
perfetto" .
Secondo questo passaggio delle Futûhât, "La maggior
parte dei Santi vede il passaggio [continuo] del cuore (taqlîb
al-qalb) da uno stato spirituale all'altro, perciò esso
si chiama "qalb"; quanto al signore di questa Stazione
[spirituale], anche se i suoi stati spirituali fluttuano continuamente
(taqallabat), essi derivano da un'unica essenza (min 'ayn wâhida)
che rimane costante (thâbit) su di loro e viene designata
come "prosternazione del cuore" (sujûd al-qalb)"
.
La prosternazione è il riconoscimento della propria radice
o origine, asl in arabo, da parte dell'essere che non è
altro che una diramazione (far') da essa, e di fatto ne dipende
come l'ombra rispetto al corpo. Ciò significa che la sua
esistenza, pur avendo un suo grado di realtà, è
illusoria nel suo credersi indipendente e bastante a se stessa,
ed il sujûd si identifica alla testimonianza, per mezzo
di una contemplazione diretta (mushâhada), della realtà
della radice rispetto all'evanescenza dell'ombra manifestata:
"[Come l'ombra] non ha alcuna sussistenza (baqâ') se
non grazie all'esistenza della [sua] radice (wujûd al-asl),
il Mondo (al-'âlam) non ha alcuna sussistenza se non grazie
ad Allâh" . Vi è una corrispondenza perfetta,
allora, con quanto Guénon scrive a proposito del termine
"esistere": "in effetti, intesa nel suo significato
rigorosamente etimologico (dal latino ex-stare), tale parola indica
l'essere che è dipendente nei confronti di un principio
diverso da lui, ovvero, in altri termini, quegli che non ha in
sé la propria ragion sufficiente, vale a dire l'essere
contingente, che fa tutt'uno con l'essere manifestato" .
E "se lo stato della prosternazione è detto essere
il più nobile ciò è dovuto al fatto che esso
procura la conoscenza delle radici, vale a dire della propria
essenza immutabile" , come illustra lo Shaykh al-Akbar in
un passo dedicato alla spiegazione del sujûd :
"L'abbassare il capo (tata'tu') non si verifica che rispetto
ad una [sua] elevazione (rif'a), e l'elevazione, per tutto ciò
che è altro che Allâh, consiste nell'"uscire"
(khurûj) dalla propria radice. Perciò gli si dice:
"Prosternati!", ossia "Chinati dal tuo presunto
innalzamento e piegati dal tuo orgoglio ", osservando la
tua radice. In questo modo tu conoscerai la tua realtà
essenziale (haqîqa) [
].
E chi conosce la sua radice conosce la sua essenza, ossia se stesso
.
Chi conosce se stesso conosce il suo Signore .
Ora, chi conosce se stesso non alza [più] la testa".
La
prosternazione del cuore è una Stazione che si acquisisce
definitivamente, e per sempre, poiché avviene nei confronti
di Colui che non scompare mai: "Quando il cuore si prosterna,
non si rialza [più], poiché s'è prosternato
al suo Signore, la sua qibla è il suo Signore ed il suo
Signore non svanisce. La Sua Signoria (rubûbiyya) non verrà
mai meno , perciò il cuore non rialza più la testa
dal sujûd, per sempre. Poiché la sua qibla non verrà
mai meno. Questo è il significato del sujûd"
.
Più precisamente, "il cuore si prosterna ai Nomi divini
(al-asmâ' al-ilâhiyya), non all'Essenza [suprema]
(al-Dhât), poiché essi l'hanno reso un "cuore"
, lo fanno fluttuare di stato (hâl) in stato in questo mondo
e nell'altro" . La moltitudine indefinita dei Nomi presiede
infatti all'inesauribile susseguirsi delle Teofanie divine nel
cuore, ossia il mutamento incessante da uno stato all'altro ,
mentre l'Essenza suprema, in se stessa, è inconoscibile
tranne che per se stessa: "Sappi che l'intima profondità
(kunh) dell'Essenza trascendente (al-dhât al-aqdas), del
mistero dell'Ipseità (ghayb al-Huwiyya), dell'Assoluto
(al-itlâq) e della pre-eternità (al-azaliyya) [
]
non può essere né contemplata né compresa
né conosciuta né percepita" .
La
prosternazione è dunque un movimento contrario all'uscita
dalla propria radice ontologica, significa, per così dire,
essere riassorbiti nel punto centrale originario. Rispetto a questo
simbolismo spaziale, Ibn 'Arabî parla allora della Stazione
della Prossimità (maqâm al-qurba) , in stretta correlazione
al sujûd al-qalb, anche a motivo dell'ingiunzione coranica
"Prosternati ed avvicinati!" , sicché la prosternazione
è il mezzo per conseguire la prossimità :
"La prima cosa che ti dona il sujûd è la Prossimità
(al-qurba). [
] L'avvicinamento (taqrîb) è un
dono del sujûd.
Ed il sujûd è un dono dell'osservazione del mutamento
[incessante] degli stati (taghayyur al-ahwâl).
L'osservazione del mutamento degli stati è la caratteristica
(hukm) del mutamento degli stati.
E il mutamento degli stati è il tuo essere secondo le forme
"Ogni giorno Egli è [occupato] in un'opera" e
"il tuo essere è un luogo di manifestazione (mazhar)
per i Nomi divini (al-asmâ' al-ilâhiyya)""
.
Il mutamento nella stazione del sujûd corrisponde allora
alla stabilità nella modificazione, al-tamkîn fî
'l-talwîn, e chi consegue questa suprema stazione detiene
la vera stabilità: "Il cuore desidera ardentemente
testimoniare (shuhûd) questa Realtà (haqîqa)"
.
L'Unità.
Se
l'uomo consegue questa stazione, significa che gli attributi della
sua natura individuale illusoria sono svaniti, insieme alla molteplicità
delle forme esteriori, mentre sussistono unicamente gli Attributi
dell'Unità (sifât al-ahadiyya), poiché Iddio
è Unico, ed è il solo Reale (al-Haqq). Tuttavia,
"in realtà, quest'Unità è sempre presente;
Essa non scompare né declina, avviene soltanto che il credente
realizza e diventa una cosa sola col Signore eterno ed, essendo
con Lui, ottiene il Suo compiacimento. Sussiste allora solo il
cuore estinto (al-qalb al-fânî) assieme all'eterno
segreto (al-sirr al-bâqî). [
] Quando l'io è
stato estinto, si raggiunge allora la Stazione della sussistenza
in Allâh (baqâ'), Stazione che si situa nel dominio
della Prossimità ('âlam al-qurba)" .
E proprio al simbolismo dell'unità, nell'ambito specificamente
matematico, fa ricorso lo Shaykh al-Akbar, nel corso del passo
già menzionato sulla prosternazione del cuore:
"La radice (asl) dei numeri è l'uno (al-wâhid)
, ed essi non hanno esistenza se non per suo mezzo e grazie ad
esso sussistono. Chi non conosce l'unità del suo Creatore
(ahadiyya Khâliqi-hi), allora i suoi dei sono numerosi,
gli manca la Sua Conoscenza, perciò ignora il suo Signore
(Rabb)" .
In maniera del tutto analoga si esprime, in proposito, René
Guénon: "l'Unità produce tutti i numeri, senza
che la sua essenza ne riesca modificata o intaccata in alcuna
maniera" . Si tratta sempre, ad ogni modo, di una trasposizione
simbolica della nozione di unità dalla prospettiva matematica
al campo metafisico: "l'unità aritmetica non è
l'Unità metafisica, ne è solo una figura, ma una
figura nella quale non c'è niente di arbitrario, poiché
esiste tra l'una e l'altra una relazione analogica reale, ed è
questa relazione che permette di trasporre l'idea dell'Unità
oltre l'ambito della quantità, nell'ordine trascendentale"
.
Il cuore che realizza l'Unità diviene realmente dimora
della Pace, poiché non essendo abitato che dall'Unico,
nulla può più trovarsi in opposizione o in contrasto
al suo interno. "La pace, anche nel suo senso più
comune, è in fondo non altra cosa se non l'ordine, l'equilibrio
o l'armonia, inteso che questi tre termini sono pressocché
sinonimi e designano tutti e tre, sotto riguardi un po' diversi,
il riflesso dell'unità nella molteplicità, quando
quest'ultima sia ricondotta al suo principio. Di fatto, la molteplicità
non è allora veramente distrutta, ma "trasformata";
e quando tutte le cose sono ricondotte all'unità, l'unità
appare in ogni cosa, la quale, lungi dal cessare di esistere,
acquisisce al contrario -per ciò stesso- la pienezza della
realtà" .
"La
Verità mostrerà allora il Suo Volto.
Tutto ciò incomincerà quando lo specchio del tuo
cuore sarà pulito. La luce dei Segreti divini si proietterà
su di esso se tu aspirerai a Lui, e cercherai Lui, da Lui, in
Lui".