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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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IL RAPPORTO TRA AUTORITA SPIRITUALE E POTERE TEMPORALE ALLA LUCE DELLE RISPETTIVE SFERE DI APPLICAZIONE, OVVEROSIA TRA CONOSCENZA E AZIONE
di Alberto De Luca

Nel precedente intervento in questa rivista, avevamo esaminato la figura del "Re-Pontefice" nella dottrina tradizionale, chiarendo, speriamo sufficientemente, quella che è la sua "natura", vale a dire quella che riunisce in sé il temporale allo spirituale, ossia l'Imperium al Sacerdotium . A tal proposito avevamo affermato, in ciò comprovati da innumerevoli testi tradizionali, che, in questo "vertice" della struttura tradizionale, quale è il "Re-Pontefice", vi è la sintesi indissolubile e la perfetta armonia tra l'aspetto puramente contemplativo, rivolto al Principio, e quello di chi è stato da Esso incaricato di prendersi cura degli affari delle Sue creature.
In questo articolo, ci dedicheremo, invece, all'analisi dei rapporti intercorrenti tra le due "nature" del "Re-Pontefice", soprattutto quando queste non vi siano contenute, vale a dire quando venga a mancare in una struttura informantesi a dei principi tradizionali, quella unica e sola "persona", in cui il divino e l'umano siano riuniti.
Pare ovvio da subito che i rapporti tra autorità spirituale e potere temporale, le due "nature" del "Re-Pontefice", debbano essere regolati dai rapporti delle loro sfere rispettive, che sono il "contemplativo" e la "cura degli affari", dove quest'ultima può tranquillamente essere letta come azione.
Conoscenza e azione , che sono alla base dello spirituale e del temporale, possono essere prese in considerazione a seconda di quale dei tre rapporti, che indicheremo appresso, sono relazionate fra loro. È importante ricordare, prima di proseguire, che ad ogni rapporto che esamineremo, si riferiscono altrettanti punti di vista , la cui importanza non può essere uguale, essendo essi stessi corrispondenti ad un certo ordine di realtà, necessariamente, quindi, gerarchizzati.
I tre aspetti secondo i quali conoscenza e azione possono essere considerate, sono: opposizione, complementarietà e subordinazione.
Prima però di accingerci ad esporli singolarmente, vogliamo sottolineare come la loro precedente elencazione sia avvenuta secondo un ordine che va dal più "esterno" al più "interno", fornendo quindi già un'anticipazione in merito al quale sia l'aspetto "più adatto" per considerare il rapporto tra conoscenza e azione, e quindi tra autorità spirituale e potere temporale.
Entrando quindi in media re, diremo che l'opposizione è il punto di vista più superficiale e esteriore [ed] è quello consistente nell'opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione, al titolo di due contrari nel senso proprio del termine. Nessuno esclude l'apparente opposizione tra i due termini, ma proprio perché apparente, essa non è irriducibile: almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo.
L'apparenza che ci inganna è data dal fatto che l'attività umana non può esercitarsi in maniera omogenea e simultanea in tutti i domini e in tutte le direzioni: ecco allora che una di queste due tendenze dominerà l'altra, di modo che lo sviluppo dell'una sembra effettuarsi a detrimento dell'altra. Ma l'opposizione tra due contrari è vera solo relativamente ad un dato livello, potendosi, infatti, porsi al di là di codesto livello e osservarne la loro risoluzione.
Il secondo aspetto è quello della complementarietà, che indubbiamente si situa ad un livello superiore al precedente, poiché, infatti, notiamo la trasformazione dell'opposizione, prima incontrata, in un equilibrio reciproco. Ma, dice Guénon, che chi si tenesse solo ad essa, sarebbe però tentato, per via della correlazione così stabilita, di porre la contemplazione e l'azione sullo stesso piano, così che tutto si ridurrebbe a tutelare il loro equilibrio, senza mai porsi il problema di una qualunque superiorità dell'una di fronte all'altra; ma dal momento che tale problema si pone, è necessario dunque indicare l'insufficienza e non già la falsità del rapporto di complementarietà.
Anzi, a essere rigorosi, ricordiamo come l'aver posto conoscenza e azione su uno stesso piano, abbia alla fine fatto perdere l'intellettualità a tutto vantaggio del "pragmatismo", teoria che postula l'azione al di sopra di tutto e che nega, al contempo, l'esistenza di qualsiasi cosa eccetto essa stessa.
Arriviamo così al terzo rapporto menzionato all'inizio, per cui le dottrine autenticamente tradizionali, siano esse orientali o occidentali, affermano invece che la conoscenza è superiore all'azione, come ciò che è immutabile è superiore al mutamento. L'azione è, infatti, una modificazione momentanea e transitoria dell'essere e, come tale, non ha in sé il proprio principio, che quindi necessariamente deve risiedere altrove, cioè nella conoscenza. Se l'azione restasse confinata al dominio del transeunte, essa sarebbe una mera illusione poiché priva del suo centro o, per citare Aristotele, del suo "motore immobile".
Il principio di ogni azione è proprio la sua causa finale, che è anche l'obiettivo a cui si tende, nello sviluppo delle possibilità di ordine contingente; perciò prima di operare (operari = sacra facere) bisogna avere ben chiaro il fine che si deve raggiungere. Sbagliare nell'agire corrisponde quindi a mancare il bersaglio e ciò succede a chi agisce istintivamente, ricercando una forma di compiacimento che non tiene conto dell'ordine (rta), quindi privo di conoscenza.
Per quanto è espresso dalla tradizione, non vi sono dubbi sul fine ultimo dell'uomo, che è il suo ritorno al Principio, da cui tutto dipende, e ciò sarà possibile solo attraverso la conoscenza. Ricorrendo all'immagine del bersaglio poc'anzi usata, diciamo che se la vita è come un arco, l'anima come una freccia e lo Spirito Assoluto come bersaglio da trapassare, unirsi (identificarsi) con questo Spirito è come se la freccia scoccata si conficcasse nel suo bersaglio.
Guénon afferma, infatti, che è evidente che l'azione appartiene al mondo del "divenire" e del mutamento essendo solo la conoscenza in grado di far uscire da questo mondo e dalle limitazioni ad esso inerenti, fino a quando, raggiunto l'immutabile, possiede essa stessa l'immutabilità, ogni conoscenza vera essendo essenzialmente identificazione col suo oggetto, ossia identificazione con lo Spirito Assoluto.
A ben vedere quindi, la mancanza di una prospettiva trascendente fa decadere l'azione a mero attivismo, agitazione tanto vana quanto sterile. Questo è accaduto e accade nella fase ciclica in cui ci troviamo attualmente, in cui il bisogno di un mutamento continuo si riflette nello svolgimento degli avvenimenti. Non ci stupisce quindi vedere gli individui e i loro "raggruppamenti", dedicarsi a un'azione febbrile e frenetica priva di senso, le cui sintomatiche manifestazioni, accessibili a tutti, sono: la precipitazione, la fretta, l'impazienza, la smisurata ambizione, l'aggressività, l'ansietà, l'angoscia, l'insoddisfazione permanente, l'instabilità e la tensione.
Tutto quanto appena riportato porta verso la dispersione nella molteplicità, considerata come non unificata dalla coscienza di un qualche principio superiore. Invece che muoversi dal molteplice all'Uno, la ricerca di se stessi (la ricerca del Sé) è stata indirizzata in direzione opposta, verso il dominio della materia, regno della dispersione e della frammentarietà, in cui è necessario differenziarsi per rendersi visibili agli altri. Più ci si sprofonda nella materia, più i fattori di divisione e di opposizione si accentuano e si estendono. Per contro, più ci si innalza verso la spiritualità pura, più ci si avvicina all'unità, la quale può realizzarsi pienamente solo mediante la coscienza dei principi universali.
Il primato che nel dominio della materia è accordato alla quantità, è diametralmente all'opposto delle parole di Albert Schweitzer, quando avvertiva che non è la quantità dell'attività, ma la sua qualità, ciò che realmente importa. Ora la qualità di un'azione discende dal suo corretto orientamento e fondamento: qualsiasi cosa si vada a fare, essa deve essere fatta ad arte e l'arte è la conoscenza di come le cose vanno fatte, l'arte è il principio della produzione (recta ratio factibilium).
Da qui l'esigenza indispensabile di ricondurre tutto ai principi, che sono conoscibili tramite l'insegnamento tradizionale ortodosso, e non per mezzo della "libera interpretazione" individuale (libero arbitrio). Per questo il ritorno ai principi coincide con il ritorno alla tradizione regolare, dove spirituale e temporale sono gerarchicamente ordinati.
Quindi la conoscenza, la sola che meriti veramente questo nome nel suo significato pieno […] appartiene esclusivamente ai detentori dell'autorità spirituale, in quanto nulla di essa dipende dalla sfera temporale [Imperium], anche intesa nell'accezione più estesa. Al potere temporale spetta quindi una conoscenza soltanto per partecipazione, diretta meramente all'applicazione di quanto conservato dall'autorità spirituale: la conoscenza dà all'azione la sua legge.
René Guénon è chiarissimo a proposito: l'autorità spirituale si fonda interamente sulla conoscenza, poiché la sua funzione essenziale, […], è la conservazione e l'insegnamento della dottrina, e la sua sfera è illimitata come la verità stessa: ciò che le è riservato dalla natura delle cose, ciò che essa non può comunicare a uomini le cui funzioni sono d'altro ordine, […] è la conoscenza trascendente e "suprema" […], e non è più fisica, ma metafisica…. In una società tradizionale ciascuno deve ricoprire il posto per cui è adatto, "qualificato".
Ecco perché il potere temporale ha bisogno, per sussistere, di una consacrazione che gli derivi da chi detiene la conoscenza; è la consacrazione che determina la sua legittimità, ovverosia la sua conformità con l'ordine stesso delle cose (rta). Il "diritto divino", (il "mandato celeste" cinese e l'istikhlâf islamico) ne è l'esempio: esso è l'esercizio del potere temporale in virtù di una delegazione da parte dell'autorità spirituale a cui tale potere appartiene "eminentemente". Afferma Coomaraswamy: un roi ne l'est que de droit divin, par délégation divine et, à cause de cela même, il est l'exécutant d'un pouvoir plus élevé que sa propre volonté; s'il gouverne en s'appuyant sur sa puissance et ne suit que son bon vouloir, il devient un tyran et doit être ramené au sentiment de son devoir. In tal senso si esprime San Paolo: ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio; ma anche la stessa autorità è chiamata ad ubbidire, in quanto strumento divino operante la giustizia e il bene: nel momento in cui non persegue questi fini, cessa di essere autorità normale che si esercita in modo normale.
Tra l'attivismo, che è azione priva di conoscenza, e il retto agire vi è dunque un abisso: agire rettamente non è tanto questione di ripetuti sforzi, bensì di coscienza, di lucidità, non essendovi in fondo che la scelta tra l'obbedienza e la ribellione. In altre parole, le azioni sono conformi all'ordine o contro di esso, esattamente come l'iconografia può essere corretta o no, cioè più o meno aderente al suo modello. Anche la Lettera ai Romani di San Paolo ricalca il senso di quanto detto sopra: è un richiamo all'ordine e un allarme contro interpretazioni false e pericolose, con implicazioni anarchiche, della libertà spirituale del cristiano. Ancora più esplicito è San Pietro nella sua Prima lettera, quando dice: comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio.
I rapporti che intercorrono tra la sfera dello spirituale, conoscenza, e quella del temporale, azione, sono, in ultima analisi, riconducibili al microcosmo, vale a dire all'uomo. L'Arthasâstra dice, infatti, che l'oggetto della totalità della scienza [del governare] è una vittoria [della conoscenza] sulla percezione e sull'azione. L'uomo è chiamato a rispettare in se stesso il proprio swadharma, che è la trasposizione microcosmica della gerarchia del macrocosmo, accordando la precedenza alla conoscenza e non all'azione e a tutto quanto sia connesso con l'"esteriore". Questo compito di non facile risoluzione, porta l'uomo a cimentarsi nel jihâd akbar, il cui esito non dipende dall'uomo stesso, bensì da Lui.
Concludiamo citando un brano di Confucio: per far risplendere le virtù naturali nel cuore di tutti gli uomini, gli antichi prìncipi si adoperavano prima di tutto a ben governare ciascuno il proprio principato. Per ben governare il proprio principato, essi mettevano, prima di tutto, il buon ordine nelle loro famiglie Per mettere il buon ordine nelle loro famiglie, lavoravano prima di tutto a perfezionare se stessi. Per perfezionare se stessi, disciplinavano prima di tutto i battiti del loro cuore. Per disciplinare i battiti del loro cuore, rendevano perfetta la loro volontà, sviluppavano il più possibile le loro conoscenze. Le conoscenze si sviluppano penetrando la natura delle cose. Penetrando la natura delle cose, le conoscenze raggiungono il loro grado più elevato. Quando le conoscenze sono arrivate al loro grado più elevato, la volontà diventa perfetta. Perfetta volontà, i battiti del cuore diventano regolari. Regolati i battiti del cuore, l'uomo tutto è privo di difetti. Dopo aver corretto se stessi, si stabilisce l'ordine nella famiglia. Posto l'ordine nella famiglia, il principato è ben governato. Ben governato il principato, presto tutto l'impero fruisce della pace.

ALBERTO DE LUCA
  

 
 
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