GERUSALEMME,
LA NECESSITA' DELLA CONDIVISONE
ED IL RUOLO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
di
Antonello Indelicati
Premessa
Il fine di questo articolo è analizzare il problema di Gerusalemme
dopo il fallito vertice di Camp David, e la impressionante serie
di violenze innescate dalla visita di Sharon alla spianata della
moschee lo scorso 28 Settembre, cercando di trarre delle indicazioni
per il futuro. E' probabile che noi osservatori esterni sappiamo
assai poco del vertice di Luglio, ma molti hanno attribuito il
suo fallimento alla intransigenza mostrata da Arafat su Gerusalemme.
Barak infatti avrebbe offerto ai Palestinesi una certa autonomia
amministrativa su alcuni quartieri arabi proponendo anche una
sorta di controllo congiunto Israelo-Palestinese su di essi. Assai
meno disponibile invece si sarebbe mostrato nella trattativa per
lo status del Monte del tempio o spianata delle moschee, sulla
definizione del quale le trattative si sarebbero definitivamente
arenate. In questo scenario altamente incerto, si possono tuttavia
intravedere alcuni punti fermi. 1) Nessuna delle parti in causa
ha parlato di internazionalizzazione della città, e pertanto si
conferma che la parte della risoluzione 181 - v. più avanti -
concernente Gerusalemme si deve considerare per facta concludentia
decaduta o incompatibile sia con le aspirazioni delle parti sia
con l'orientamento della Comunità internazionale attuale. 2) Nessuna
delle parti - e soprattutto i Palestinesi - ha parlato di redivisione
di Gerusalemme, così confermando la trasversalità e la generalità
di una sorta di sfavor redivisionis. 3) Israele ha accettato di
parlare con la controparte di Gerusalemme, in tal modo riconoscendo,
sia pure indirettamente, la fondatezza delle pretese arabe e palestinesi
alla parte orientale; d'altronde però, i Palestinesi stessi hanno
fatto riferimento durante le trattative soltanto a tale parte,
così mostrando una definitiva acquiescenza nei confronti della
piena acquisizione israeliana di Gerusalemme ovest. 4) Si è confermato
che le parti accettano soltanto la mediazione americana, mentre
tendono a lasciar fuori dalla questione sia l'Europa sia la Comunità
internazionale tutta, la quale al contrario è portatrice di un
legittimo interesse spirituale e politico nei confronti di Gerusalemme.
5) Anche la possibilità di un eventuale successo della proposta
vaticana per uno statuto speciale internazionalmente garantito
non esce affatto rafforzata, perché essa non è mai stata all'ordine
del giorno, anzi, lo stesso Segretario di Stato USA Albright ha
dichiarato che essa non è in sintonia con le richieste israeliane
e palestinese. 1. Determinazione dello status attuale di Gerusalemme
est. Il primo punto da analizzare e se possibile al quale dare
soluzione è quello relativo a qual è oggi lo status della parte
orientale. 1.A. Lo status di Gerusalemme ovest. Preliminarmente
apro una parentesi su Gerusalemme ovest, la quale, pur essendo
compresa nell'enclave internazionalizzata di cui alla risoluzione
181 (v. avanti) fu conquistata dagli Israeliani durante la guerra
del 1948. La Comunità internazionale ha mostrato sostanziale acquiescenza
nei confronti delle acquisizioni territoriali compiute da Israele
in quella guerra, ergo essa riconosce di fatto almeno il pieno
controllo israeliano su questa parte della città, nella quale
(oltre al centro delle attività economiche cittadine) si trovano
tutti i più importanti edifici governativi dello Stato ebraico.
Vi è poi almeno una ragione per riconoscere la fondatezza della
titolarità alla sovranità piena di Israele su Gerusalemme ovest,
la quale già nel 1948 era da lungo tempo abitata in grande maggioranza
da cittadini ebrei, e pertanto, stanti i principi di effettività
e di autodeterminazione, non può che riconoscersi al popolo ebraico
la titolarità della sovranità stessa su di essa. Invece la internazionalizzazione,
come si vedrà, costituiva la negazione di questo diritto, e non
a caso i fondatori dello Stato di Israele dichiararono sin dal
principio di "accettarla con dolore". 1. B Determinazione dello
status di Gerusalemme est quale territorio under belligerent occupation.
All'indomani della conquista della parte orientale, la dottrina
filo-israeliana, nel tentativo di avallare la legittimità della
sovranità israeliana sulla intera città, avanzò alcune teorie
su quello che sarebbe stato lo status della parte orientale al
momento della sua conquista. Secondo una prima teoria, la legittimità
della sovranità israeliana scaturirebbe dal fatto di essere stata
Israele oggetto di una aggressione armata da parte araba, sicché
lo Stato ebraico avrebbe conquistata Gerusalemme est nel difendersi
da questa aggressione (tesi della conquista difensiva). Si sarebbe
trattato allora di una forma di autotutela individuale perfettamente
ricadente sotto l'Art. 51 della Carta ONU, quale eccezione al
divieto dell'Art. 2.4 (divieto dell'uso della forza). L'interpretazione
è evidentemente forzata e va quindi respinta, ove anche si consideri
che sebbene l'Art. 51 permetta l'uso della forza (solo) per respingere
una aggressione armata, non legittima in alcun modo né una conquista
territoriale né tanto meno una annessione, ammettendo al limite
soltanto una occupazione temporanea. Del pari da respingere è
la qualifica del territorio di Gerusalemme est come territorio
res nullius. Tale vacuum di sovranità si sarebbe, secondo questa
tesi, determinato in seguito al terminare degli effetti del mandato
britannico, allo scadere del quale il territorio di Gerusalemme
sarebbe diventato, per l'appunto nullius. La infondatezza della
tesi si dimostra facilmente, ma non facendo riferimento, come
fanno taluni autori, alla risoluzione 181 che individuerebbe nelle
Nazioni Unite le uniche legittime gestrici della città (da notare:
gestrici, non sovrano), bensì affermando, in base ai principi
di autodeterminazione e di effettività, la sovranità su quel territorio
della popolazione autoctone, cioè degli Arabi Palestinesi che
in esso abitavano da secoli. Qualche anno fa, in un convegno tenutosi
a Bari su Gerusalemme, si avanzò la qualifica di Gerusalemme est
come "territorio oggetto di una contesa internazionale" Questa
costruzione, interessante dal punto di vista concettuale, non
è priva di rischi. Infatti, essa non ha un grande significato
dal punto di vista internazionalistico, perché per esempio non
individua la normativa di riferimento applicabile a questo territorio,
lasciando così la popolazione soggetta ad occupazione pericolosamente
priva di qualsiasi normativa internazionale di tutela. La qualificazione
della parte orientale come territorio sotto occupazione militare
va pertanto tenuta ferma e ribadita, come ferma va tenuta la applicabilità
di tutte le norme internazionali di tutela, prima tra tutte la
IV Convenzione di Ginevra sulla protezione dei diritti dei civili
in tempo di guerra e le norme della Convenzione dell'Aia sulla
protezione dei beni culturali in tempo di guerra. In questo senso
sono peraltro tutte le risoluzioni dell'Assemblea Generale dell'ONU
sulla città, la communis opinio della Comunità internazionale
che si manifesta nel tenere ancora oggi le ambasciate a Tel Aviv
anziché a Gerusalemme, e la stessa diplomazia USA, che pur sottolineando
come la città debba rimanere indivisa, ha sempre specificato come
lo status della parte orientale vada definito tramite negoziazioni.
Più netta la terminologia europea e vaticana che insistono sulla
necessità di considerare il settore orientale come territorio
occupato la prima (così la UE) e sul fatto che - lo si dice nell'Accordo
fondamentale tra Santa Sede ed ANP - le modificazioni unilaterali
dello status materiale e giuridico di Gerusalemme sono inaccettabili.
Se allora si parte dal presupposto che Gerusalemme est è territorio
occupato, ad esso vanno applicate tutte le norme consuetudinarie
e pattizie sulla occupazione (tra le quali, per esempio, riveste
massima importanza il divieto per l'occupante di trasferire popolazione
autoctona per inserirvi la sua propria: tutti gli insediamenti
ebraici intorno alla zona araba costituiscono la rappresentazione
materiale della violazione di questa norma). Inoltre, se si parte
dai principi di autodeterminazione e di effettività, tutti gli
argomenti israeliani (Gerusalemme era la capitale del popolo ebraico
3000 anni fa, non è mai menzionata nel Corano mentre lo è tante
volte nella Bibbia, Gerusalemme non è mai stata capitale di uno
stato arabo) non hanno alcun pregio per il diritto internazionale
e pertanto vanno decisamente respinti, perché, al di là della
loro rilevanza politica contingente, non possono in alcun modo
fondare o giustificare le pretese israeliane sulla zona araba.
Le soluzioni proposte 1. Inopportunità della internazionalizzazione
E' la soluzione ufficialmente prevista dalle Nazioni Unite. A
termini della risoluzione 181 del 1947 Gerusalemme dovrebbe costituire
territorio autonomo, separato e dalla parte ebraica e dalla parte
araba della Palestina. In sostanza, dopo la sua neutralizzazione
(totale esclusione di un area da ostilità belliche) e demilitarizzazione
(assenza totale di forze armate e armi in quell'area) la città
sarebbe divenuta un'enclave internazionalizzata direttamente amministrata
dalle Nazioni Unite per mezzo di uno speciale Governatore dotato
di ampi poteri, tra i quali quelli di polizia ed emergenza e quello
di essere titolare "relazioni estere"(competenza davvero inusuale
se si pensa che in diritto internazionale solo uno stato può essere
titolare di una competenza per i suoi affari esteri). I suoi sostenitori
lodarono la estrema precisione della delimitazione dell'area da
internazionalizzare e l'attenzione della 181 per la libertà di
culto e di accesso nei e ai luoghi santi. Dall'altra parte, più
numerosi, i suoi detrattori. In particolare i Paesi Arabi ed Islamici
criticarono duramente la scelta dell'ONU, richiamandosi al principio
di uguaglianza degli Stati che anche le Nazioni Unite sarebbero
tenute a rispettare. Affinché un territorio possa essere internazionalizzato
- si disse - occorrerebbe il consenso degli Stati preesistenti
sul cui territorio l'enclave internazionalizzata verrebbe ad insistere;
essi consentirebbero alla internazionalizzazione vincolandosi
in un apposito trattato per mezzo del quale esprimerebbero la
loro rinuncia a quel territorio. Oltre ai Paesi arabi anche Israele
dopo il 1948 (ed ancor più dopo il 67) mostrò di ritenere inopportuna
la internazionalizzazione della intera città, piuttosto insistendo
sulla necessità di approntare una forma di tutela sui luoghi santi,
allora tutti sotto il dominio giordano. Tra i maggiori sostenitori
di questa soluzione, invece, spiccava la Santa Sede, la quale
considerava un regime giuridico internazionale l'unico atto a
preservare ed ad affermare il carattere unico, sacro ed universale
della città ed in particolare la protezione dei luoghi santi cristiani
e della comunità cristiana gerosolimitana. Tutti i paesi cattolici,
ispirati dal Vaticano, mantenevano (ed almeno ufficialmente tuttora
mantengono) un approccio favorevole alla internazionalizzazione.
Ma Gerusalemme non è stata internazionalizzata, e ne vediamo brevemente
le ragioni. Al di là della tendenziale contrarietà dei soggetti
interessati, vi sono almeno tre ragioni per respingere la validità
della internazionalizzazione e che di fatto ne hanno impedito
la verificazione. A) la risoluzione 181 è stata votata ormai oltre
mezzo secolo fa, quando la situazione politica e la composizione
stessa della Assemblea Generale erano assai differenti dalle attuali.
E' appena il caso di notare come nella Assemblea odierna risulta
enormemente accresciuto il peso dei Paesi Islamici e del Terzo
Mondo; proprio quelli che si può supporre tendenzialmente contrari
alla internazionalizzazione. Allo stato attuale la risoluzione
181 sembrerebbe non rispettare e non riflettere la propensione
della Comunità internazionale verso Gerusalemme. B) tutti i tentativi
di internazionalizzare città o territori sono, nella storia, sempre
falliti o rimasti lettera morta. Basti pensare a Danzica e Trieste.
Non esiste quindi allo stato dei fatti alcun territorio internazionalizzato
al mondo, e non vi sono precedenti cui ispirarsi o fare riferimento
anche dal punto di vista normativo ed amministrativo. Di fatto
e di diritto dunque, la internazionalizzazione è un istituto giuridico
di fatto inapplicato e la sua (inedita) applicazione alla città
di Gerusalemme comporta a mio avviso rischi enormi. C) la storia
dimostra ampiamente come la caratteristica prima dei regimi di
internazionalità sia proprio la loro temporaneità; mentre la definizione
dello status di Gerusalemme dovrebbe, se possibile, essere definitiva.
Alla luce di tutto questo, si può ritenere che la parte della
risoluzione 181 inerente a Gerusalemme, sia di fatto, decaduta.
L'argomento secondo il quale la risoluzione 181 non è mai stata
abbandonata ufficialmente dalla Comunità internazionale non ha
pregio, perché si può agevolmente replicare che da tempo nelle
risoluzioni ONU su Gerusalemme manca qualsiasi riferimento alla
internazionalizzazione, piuttosto insistendosi sulla necessità
di considerare il settore orientale territorio occupato e sulla
necessità che Israele si astenga da iniziative tendenti ad alterare
il carattere della città. Sottolineo che la stessa Santa Sede
da tempo ha modificato il suo approccio orientandolo alla richiesta
di uno Statuto speciale internazionalmente garantito per la città
(rectius, dai vari documenti vaticani in materia si può supporre
limitato territorialmente alla sola città storica). 2. Inapplicabilità
della redivisione E' la meno possibile delle soluzioni. Dopo aver
conquistato Gerusalemme est nel 1967 i governi Israeliani attuarono
profondi cambiamenti nel suo status giuridico e materiale. In
particolare furono rimossi tutti i segni della precedente divisione
della città, della quale Israele annunciò la avvenuta riunificazione
sotto la sua sovranità. Ciò nondimeno, una parte minoritaria della
dottrina, sostanzialmente identificabile con gli autori arabi,
ha preso posizione in favore della redivisione stessa. Per esempio,
secondo la proposta del Prof. Khalidi la città santa dovrebbe
essere governata da uno speciale Consiglio Interreligioso assistito
da un Consiglio Interstatale che amministrerebbe i servizi comuni
essenziali. Un'altra proposta formulata da Lord Caradon, assume
che debba essere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
a ridisegnare i confini (tra le varie parti) di Gerusalemme e
in particolare in modo da garantire la libertà d'accesso ai luoghi
santi. Altre proposte sembrano propendere per una sistemazione
federalistica per Gerusalemme, che dovrebbe essere condivisa fairly
tra Israeliani e Palestinesi, ma tra di esse non vi è accordo
sul come disegnare il suo status e la gestire sua amministrazione.
Come ho detto, la redivisione è la meno auspicabile e la meno
possibile delle soluzioni. Sebbene la città sia, come vedremo,
profondamente divisa politicamente e socialmente, è ormai vista,
almeno dal punto di vista urbanistico, come un unicum, e le modifiche
urbanistiche intervenute dopo il 1967 rendono di fatto impossibile
una redivisione nel senso tecnico del termine. Tutte le proposte
per la definizione del suo status sottolineano la necessità di
garantire ora la sua indivisibilità fisica, ora, e soprattutto,
quella psicologica. Inoltre Israele afferma continuamente come
la città debba restare per sempre unita sotto la sua sovranità,
palesandosi così un dogma trasversale e diffusissimo nella società
israeliana. Spesso si sente dire che nessuno può veramente volere
che il passato di Berlino sia il futuro di Gerusalemme, ed in
effetti la osservazione si può condividere, salvo precisare che
la politica di occupazione acuisce piuttosto che attutire le divisioni
già ampiamente esistenti nella città. Solo in parte mi pare che
questo dogma sia stato sfatato al recente vertice di Camp David,
dato che sondaggi attendibili dicono che il 94% degli Israeliani
non è disposto a rinunciare alla sovranità su (tutta) Gerusalemme,
mentre solo la metà ammetterebbe al limite una forma di condominio
con i Palestinesi sulla parte araba. Sarebbe interessante peraltro
notare come nella terminologia palestinese ufficiale la condizione
della restituzione della zona araba non faccia necessariamente
rima con "redivisione", ma si insista per l'appunto su una soluzione
di sovranità condivisa. Le soluzioni possibili Forse uno dei motivi
per cui non si riesce a superare l'impasse sulla città è proprio
quella che essa è vista e considerata come un unicum. Se da un
lato ciò è positivo, complica, dall'altro la risoluzione del problema.
In realtà, anche se questo può apparire in contraddizione con
quanto detto fin qui, Gerusalemme non può essere vista come un
unicum. Ancor prima che dalle religioni e nazionalità, essa è
strutturalmente una città composita. Gerusalemme ovest è una parte
della città in cui esistono e si sviluppano un tessuto urbano,
modi di vita, attività e simboli diversi da quelli tipici della
città vecchia o dei quartieri arabi fuori le mura. Gerusalemme
est è e continua ad essere (insediamenti ebraici a parte) una
città araba, con ritmi di vita arabi e gestita da arabi: è noto
che la agenti palestinesi addirittura provvedono ufficiosamente
a garantire l'ordine nei quartieri arabi, il commercio è gestito
da arabi, e lo stesso avviene per le scuole, i servizi di trasporto
e le iniziative culturali. Se così è, perché non provano le parti,
durante le trattative, a dividere idealmente Gerusalemme ed a
ricercare una sistemazione ragionevole per le diverse parti della
città in base alla loro vocazione? Può veramente lo statuto della
città vecchia o del quartiere di Silwan essere pensato come quello
della Gerusalemme moderna? Io credo di no. Ciò non importa nessuna
divisione della città; significa solo riconoscere a ciascuna parte
della stessa la sua vocazione propria, al sua storia e la sua
tipicità. Si potrebbe cioè pensare una autonomia ampia per le
diverse zone modellata su quella dei neighboroughs londinesi,
come effettivamente proposto dall'ex sindaco della città, Kollek.
Procedo allora alla analisi seguente partendo dal presupposto
concettuale appena espresso. 1.Soluzione per Gerusalemme ovest
Rinvio a quanto detto in apertura di questo studio. E' giusto
che questa parte, ebraica da secoli, continui ad essere la capitale
di Israele, e che vi si trasferiscano tutte le ambasciate estere.
Soluzione per la città vecchia: ambiguità del concetto di capitale
religiosa La città vecchia si compone (vedi grafico) di quattro
quartieri: Musulmano, Ebraico, Cristiano e Armeno, tutti racchiusi
all'interno delle mura di Solimano. Il quartiere ebraico, distrutto
parzialmente nella guerra del 48, è abitato esclusivamente da
ebrei; vi si trovano molte sinagoghe e scuole ebraiche, e si sviluppa
intorno al Muro del pianto, il massimo luogo santo dell'Ebraismo.
Gli altri tre quartieri sono abitati in gran parte da arabi, ma
circa 300 Israeliani vi abitano, essendovisi "infiltrati" durante
gli anni di occupazione, in barba al principio elaborato da Kollek
e poi fatto proprio dalla Corte Suprema israeliana secondo il
quale (affinché sia preservata la omogeneità etnico-religiosa
di ciascun quartiere) ognuno - secondo la sua nazionalità e religione
- deve vivere nel proprio. Si è spesso proposto di affidare la
città vecchia a forme di governo religioso. Essendo essa la città
santa alle tre grandi religioni monoteistiche, essa dovrebbe,
in ossequio a questo dato di fatto, essere governata dalle autorità
religiose per mezzo di una qualche forma di Consiglio, Comitato,
o, come dice qualcuno, Internazionale Religiosa. La composizione
di tale entità poi, varia a seconda delle proposte ma è sempre
influenzata dalle rispettive appartenenze e fonte di gelosie ed
invidie anche ai massimi livelli. Sembra così configurarsi un
ruolo di capitale religiosa per la città vecchia, proprio in ragione
del suo tessuto storico, sociale ed architettonico. Lo scrittore
israeliano Yehoshuha, per esempio, ritiene che la città vecchia
dovrebbe essere governata da un Consiglio Interreligioso ed essere
una città libera, ma nel contempo aggiunge che bisogna considerare
la religione ebraica come primus inter pares all'interno del Consiglio
stesso. Ipotesi, questa, da respingere nettamente. Vi è da dire
che tale tipo di proposte non è mai stata rigettato del tutto
dalle parti interessate, ma anche che, ad una attenta analisi,
mostra i suoi limiti ed i suoi rischi. Anzitutto mi pare che da
più parti il concetto di capitale religiosa si presti ad equivoci.
Giuridicamente, infatti esso rimane un concetto ambiguo. Il diritto
internazionale, governato dal principio di neutralità in materia
religiosa, nulla ha da dire a questo riguardo. Per esempio, Tokio
è la capitale dello Scintosimo, La Mecca dell'Islam, Roma del
Cattolicesimo, ma nessun trattato o norma giuridica ha mai disposto
questo status, che ha un immanente carattere storico, spirituale
ed affettivo, non certamente giuridico. Non ha senso, dunque,
per il diritto e per il diritto internazionale in primis, parlare
di capitale religiosa. Tornando alla realtà effettuale, poi, sembra
evidente che Israele non rinuncerebbe mai alla sua sovranità sul
Muro del pianto e sul quartiere ebraico e i Palestinesi (e i Musulmani)
alla loro sulla spianata delle moschee e sui quartieri arabi.
Ancora una volta, allora, vengono in soccorso delle loro rivendicazioni
i principi di effettività e autodeterminazione. Quanto al quartiere
ebraico, da secoli (ovviamente non dall'epoca di Cristo ma da
lunghe sedimentazioni medievali) è abitato da ebrei, e vi si trovano
luoghi santi fondamentali nella storia e nella coscienza ebraica.
Non vi è alcuna regione per non riconoscere a Israele la piena
sovranità su questo quartiere, sul Muro e anche sui cimiteri ebraici
fuori le mura, ove sono sepolti i Profeti. Tutti luoghi a cui
gli ebrei non poterono accedere durante l'occupazione giordana.
Sembra che a Camp David sia stata avanzata l'ipotesi, per ragioni
geografiche e politiche, di unire il quartiere Armeno a quello
Ebraico nella spartizione della sovranità sulla città vecchia.
Molte dichiarazioni del Patriarcato Armeno manifestano tuttavia
crescente preoccupazione per questa ipotesi, sottolineando la
necessità che lo status di questo quartiere sia almeno lo stesso
del limitrofo quartiere cristiano. Così si comprende il perché
dello stretto coordinamento dell'azione del Patriarcato con quella
delle altra chiese cristiane e della Santa Sede in particolare
nel richiedere uno statuto speciale internazionalmente garantito.
Non si può trascurare, però, che a parte il problema strettamente
geografico, in questo quartiere vivono (perché gli Armeni gli
hanno venduto le loro case) molti ebrei, i quali difficilmente
accetteranno una sovranità diversa da quella israeliana. I quartieri
musulmano e cristiano, essendo abitati in massima parte da arabi,
devono, per i medesimi principi dianzi richiamati, essere sotto
sovranità araba. Il pieno riconoscimento della sovranità araba
ed israeliana sui quartieri della città vecchia non esclude, peraltro,
la elaborazione di tutta una serie di normative speciali intese
a tutelare il carattere sacro della città; il suo tessuto architettonico
con chiese, moschee, sinagoghe e tutti i monumenti e le costruzioni
di interesse storico ed artistico, contro ogni alterazione che
possa nuocere loro; la vita della popolazione della città vecchia,
con la predisposizione di reasonable accomodations che ne favoriscano
lo sviluppo ed il benessere, senza distinzione di religione e
nazionalità. Una parte rilevante della normativa di questo statuto
deve inerire alla protezione dei luoghi santi, l'accesso agli
stessi e la pratica dei culti. Cioè, il famoso statuto speciale
internazionalmente garantito richiesto dalla Santa Sede. Esso
dovrebbe essere un impegno internazionale depositato presso il
Segretariato Generale ONU con diritto di appello delle parti in
caso di controversia, affinché, come specifica Giovanni Paolo
II nella Lettera Apostolica Redemptionis Anno, nessuna delle parti
possa metterlo in discussione (no party could jeopardize it, dice
il testo inglese). Ma questo solo dopo aver riconosciuto la sovranità
ai soggetti titolari della stessa. Insomma, almeno a mio avviso,
statuto speciale e sovranità araba ed israeliana sulla città non
sono in antitesi ma devono concorrere a governarla. 3. Soluzione
per Gerusalemme est fuori le mura: necessità di riconoscere il
carattere arabo di questa parte E' questa la parte di Gerusalemme
che ragionevolmente dovrebbe essere la capitale della Palestina
in ragione dei principi di autodeterminazione ed effettività richiamati
a proposito del diritto di Israele sulle zone ebraiche. Recentemente
lo scrittore israeliano Yehoshuha ha dichiarato che gli Israeliani
non hanno alcun interesse a Gerusalemme est e certo non ci vanno
a prendere il caffè. Infatti essa è tuttora, nonostante il trentennio
di occupazione, abitata da quasi 200.000 Palestinesi, è una città
araba, con modi di vita arabi, mentre la presenza palestinese
proporzionalmente non decresce anzi, dato l'altissimo tasso di
natalità arabo, aumenta. I servizi pubblici e sociali - e, in
misura minore, anche quelli di polizia e sicurezza - sono di fatto
amministrati da istituzioni palestinesi diretta emanazione dell'ANP,
che ha impostato un attivo (e talvolta violento) programma politico
per evitare la giudaizzazione della parte araba, impedendo soprattutto
ai proprietari arabi di vedere case agli ebrei. Se tutto ciò è
vero, a fortiori Israele deve restituire almeno quelle zone in
cui la continuità araba è ancora intatta. Al fallito vertice di
Luglio, Barak aveva proposto ad Arafat una ampia autonomia per
alcuni quartieri arabi delle città, fermo restando un controllo
misto Israelo-Palestinese su di essi. I Palestinesi stabilirebbero
la loro capitale presso ma non in Gerusalemme, mentre un corridoio
(del quale non è chiaro lo status) dovrebbe collegare i territori
alla spianata delle moschee, cosicché i fedeli musulmani non dovrebbero,
per raggiungerle, passare attraverso i ceckpoints israeliani.
Alcuni villaggi arabi presso la città sarebbero poi inclusi nel
municipal umbrella di Gerusalemme mentre in cambio gli insediamenti
ebraici costruiti intorno alla zona arabi sarebbero definitivamente
annessi ad Israele. Arafat, come si sa, rifiutò, suscitando l'irritazione
americana e l'apprezzamento arabo. Ed è fuori di dubbio a mio
avviso, che una soluzione come quella proposta da Barak possa
soddisfare il diritto (o le rivendicazioni) arabe verso Gerusalemme.
E' infatti evidente che se il piano fosse applicato, i Palestinesi
stabilirebbero la loro capitale in un territorio che fino ad ora
non era in realtà Gerusalemme. E' anche dubbio che la zona araba
fuori le mura possa fungere da capitale religiosa, perché a prescindere
dai dubbio concettuali espressi in merito a tale ipotesi, questa
zona è costituita - Monte degli Ulivi e cimiteri ebraici a parte
- da un agglomerato urbano densamente abitato da arabi ed il cui
stacco dalla zona ebraica è peraltro, impressionante. Ciò ovviamente
non esclude la elaborazione di uno status speciale per i luoghi
di interesse religioso e storico che vi si trovano. Ma ciò, concludo,
solo dopo aver riconosciuto la piena sovranità dei popoli che
in Gerusalemme vivono da secoli, l'Israeliano ed il Palestinese.
Antonello Indellicati.