Ma
la partita si vince in Africa
Intervista
ad Andrea Riccardi, fondatore della Comunita' di Sant'Egidio
A Bin Laden che chiama a raccolta i poveri di tutto il mondo,
risponde il fondatore della Comunità di Sant'Egidio. Che
avverte: questo conflitto si deciderà nel Terzo mondo. E
scommette: da questo scontro fra culture uscirà il nuovo
Papa.
di
ANTONIO GALDO
L'incubo
della guerra santa. Lo scontro frontale tra Islam e Cristianesimo.
Come si evita? Andrea Riccardi, fondatore e presidente della Comunità
di S. Egidio, indica una via d'uscita. E avverte che il prossimo
conclave sarà deciso proprio da questo scenario: il rapporto
con l'universo musulmano.
Professor Riccardi, siamo solo agli inizi di una lunga spirale
di violenze nel nome di Dio?
Purtroppo siamo sull'orlo di una guerra santa e Bin Laden punta
a diventare un moderno Che Guevara: verde, dal colore dell'Islam.
Lo
aiuta il fatto che i focolai dei conflitti religiosi sono ovunque.
Ma sono conflitti antichi, talvolta secolari, e locali. Bin Laden
sta tentando di unificarli in un'unica guerra dei musulmani contro
Satana, l'Occidente cristiano. Un disegno su misura per il mondo
globale, una vera trappola nella quale non bisogna cadere.
Come
si rompe il fronte integralista?
Vedo tre punti di azione. Il primo: un forte impegno a risolvere
i conflitti locali, e comunque a non farli allargare. Il secondo:
sviluppare il dialogo interreligioso. Il terzo: l'Occidente deve
stringere nuove alleanze e riprendere, per esempio, un'iniziativa
in Africa. Quest'ultimo è un punto decisivo per l'evoluzione
del conflitto.
Perché?
Mi chiedo: nel mondo polarizzato Islam-cristiani, con chi sta l'Africa?
Per me, fa parte della civiltà occidentale; è l'estrema
periferia dell'Europa. E ha una dimensione demografica che, come
in tutte le guerre, conta.
Ma
in questo momento l'Africa ci sembra lontanissima e marginale.
Negli ultimi anni l'Occidente, e innanzitutto l'Europa, ha fatto
l'enorme errore di ritirarsi dall'Africa, abbandonarla al suo destino
di fame, guerre tribali ed epidemie. Così abbiamo rinunciato
a un prezioso alleato che, senza un nostro ripensamento, potrebbe
perfino finire nella rete di Bin Laden.
Qui
più che la religione conta la politica.
Con la tragedia dell'11 settembre è diventata chiara l'importanza
di una politica religiosa, da parte di tutti gli stati. Nessuno
ne può prescindere, e noi occidentali abbiamo un grave deficit
di conoscenze, di cultura.
Noi
avremo trascurato l'Islam, ma nel Rapporto 2000 sulla libertà
di religione è scritto che «i musulmani ignorano, nelle
loro regioni, la tolleranza e il rispetto delle diversità
di fede».
All'integralismo dobbiamo rispondere con la forza dei nostri valori:
il riconoscimento dei diritti, la liberazione delle donne, la libertà
di culto. Sono i contenuti di una politica religiosa e del dialogo
tra le diverse fedi.
La
Comunità di Sant'Egidio è uno dei luoghi sacri del
dialogo interreligioso. Con la guerra, il vostro lavoro non rischia
di ridursi a pura accademia?
Il dialogo interreligioso ci consente di smontare il piano di Bin
Laden e fa arrivare la nostra voce in un mondo dove i cristiani
sono una minoranza. Spesso perseguitata, e sacrificati sull'altare
del benessere occidentale.
Segnali un risultato concreto che avete raggiunto dopo l'11 settembre.
Abbiamo riunito, a Sant'Egidio, diversi leader religiosi islamici.
Quando queste personalità sono tornate nei loro paesi, in
alcuni casi hanno scritto delle fatwa per autorizzare i musulmani
americani a combattere, con gli Stati Uniti, contro il terrorismo.
Così hanno dimostrato che questa non è una guerra
di religione.
Però,
nelle stesse riunioni, il teologo islamico Yusuf Al Qaradawi ha
detto: «Noi rifiutiamo il terrorismo, ma voi non dovete considerare
terrorismo la difesa della nostra terra».
Sono parole che non condivido, ovviamente. Però il caso della
Palestina è emblematico per capire gli spazi di cui dispone
Bin Laden con il suo diabolico disegno. Lo sceicco sta tentando
di identificare la fede dei musulmani con la causa palestinese:
un grave conflitto locale rischia di trasformarsi in un anello della
guerra santa.
Vi
hanno rimproverato di non avere ancora invitato, dopo l'11 settembre,
i rappresentanti degli ebrei.
Non capisco l'obiezione. Sant'Egidio organizza ogni anno «il
giorno della memoria», e io ero l'unico cristiano invitato
a parlare durante la recente cerimonia per il rabbino Toaff.
Anche
lei pensa che gli ebrei dovrebbero fare una forte autocritica?
Ognuno fa le autocritiche che vuole. Il vero problema è un
altro: o impariamo a vivere insieme, oppure siamo condannati a morire
insieme. Cioè alla fine del mondo. Le Torri gemelle rappresentano
una moderna arca di Noè: dentro vi erano uomini e donne di
tutte le religioni. Morti insieme.
È
vero che i musulmani vincono grazie alla loro fortissima spiritualità?
Il Cristianesimo non si ridurrà a una ristretta minoranza.
Certo, con l'11 settembre esplode l'illusione di vivere in un mondo
popolato in larga parte dai buoni occidentali. E arriva al capolinea
la febbre degli anni Novanta, una lunga belle époque ispirata
alla divinità del mercato e dello sviluppo globale.
Fino
a che punto l'Islam può essere considerato una religione
per i poveri?
Anche questa equazione fa parte del disegno di Bin Laden. Confortato
dal precedente di Khomeini, e dalla crisi del marxismo che ha aperto
lo spazio per una specie di teologia della liberazione. Poveri contro
ricchi. Non a caso, mi hanno riferito di alcune manifestazioni di
massa a sostegno di Bin Laden, in America Latina e in Africa, dove
sfilavano anche i cattolici.
L'abisso
della guerra di religione non segna anche la sconfitta di Giovanni
Paolo II che ha speso una buona parte dei suoi 23 anni di pontificato
per il dialogo interreligioso?
Questo è il Papa che, con il dialogo e non solo con la forza,
ha già sconfitto un potente avversario: l'impero comunista,
dove i cristiani erano perseguitati.
Vince
su Marx, ma perde con l'Islam.
La partita è ancora lunga. Il Papa cristiano la affronta
con una sostanziale differenza rispetto agli anni della persecuzione
comunista.
Quale
differenza?
Nelle nazioni dell'Est, il Papa si sentiva il rappresentante del
paese reale contro una nomenclatura al potere. Oggi, in gran parte
dei paesi musulmani, i cristiani non arrivano al 2 per cento della
popolazione e in Medio Oriente sono all'8 per cento. Betlemme, un
tempo città di arabi cristiani, adesso è in larga
parte musulmana. Siamo una minoranza, spesso condannata per motivi
religiosi a essere cittadini di serie B.
La
tragedia dell'11 settembre come condizionerà il prossimo
conclave?
Il rapporto con l'Islam sarà un problema centrale per il
futuro della Chiesa cattolica. E avrà, quindi, un peso determinante
anche nel prossimo conclave che dovrà fare una scelta.
Quale?
La scelta tra quanti, anche nella Chiesa cattolica, spingono per
le nuove crociate, e quelli che sono ancorati, con realismo, al
dialogo tra le religioni e le fedi. Il nuovo Papa sarà l'espressione,
forse sorprendente, di questa scelta.
da
Panorama, 15 novembre 2001
|