UNIVERSALITÀ
DEI DIRITTI UMANI, LIBERTÀ DI COSCIENZA E LIBERTÀ DI RELIGIONE
NELL'INSEGNAMENTO SOCIALE DELLA CHIESA
Giorgio Filibeck
"Attingendo alle ricchezze delle nostre rispettive tradizioni
religiose, dobbiamo diffondere la consapevolezza che i problemi
di oggi non si risolveranno se non ci conosceremo e rimarremo
isolati gli uni dagli altri. Conosciamo tutti le incomprensioni
e i conflitti del passato e sappiamo che ancora gravano pesantemente
sui rapporti fra Ebrei, Cristiani e Musulmani. Dobbiamo fare tutto
il possibile per trasformare la consapevolezza delle offese e
dei peccati del passato in una ferma determinazione a edificare
un nuovo futuro nel quale non ci sarà altro che la cooperazione
feconda e rispettosa tra noi". (Giovanni Paolo II, Gerusalemme,
23.3.2000)
Premessa
Ho voluto iniziare la mia relazione con le parole pronunciate
da Giovanni Paolo II durante la riunione interreligiosa tenutasi
a Gerusalemme il 23 marzo scorso, poiché mi sembrano in sintonia
con lo spirito di questo Convegno.
Evocare i "diritti dell'uomo e delle genti nel Mediterraneo" non
può non suscitare immediatamente la visione degli incontri - ma
anche degli scontri - tra popoli, culture e religioni, che hanno
contrassegnato la storia del mare nostrum, veramente nostro, "al
plurale", dopo la perdita del dominio esercitato "al singolare"
da coloro i quali avevano coniato tale espressiva definizione.
I "diritti dell'uomo" hanno costituito un aspro terreno di divisione
nel contesto mediterraneo ma, insieme, un potente segno di unità.
I particolarismi che hanno accompagnato e spesso ostacolato l'af-fermazione
storica di tali diritti hanno infatti affinato, per un effetto
a contrario, la progressiva percezione della loro universalità,
consacrata dalle Nazioni Unite nel 1948 con la Dichiarazione Universale
dei Diritti dell'Uomo.
Le sfide dell'universalità
È noto che uno dei "padri redattori" della Dichiarazione
del 1948, il giurista francese René Cassin, in una delle ultime
riunioni della 3a Com-missione dell'Assemblea Generale delle Nazioni
Unite, incaricata della revisione del progetto, durante l'esame
del Preambolo propose un emendamento destinato ad essere il marchio
d'origine del documento: la qualificazione della Dichiarazione
come "universale". Una piccola aggiunta gravida di conseguenze
poiché, per la prima volta si attribuiva a un testo elaborato
in un ambito intergovernativo il carattere di universalità. Un
simile attributo comportò il riconoscimento del valore sopranazionale
dei diritti dell'uomo e tale Dichiarazione, per quanto sia considerata
da molti giuristi come un testo tecnicamente privo di effetti
cogenti, è diventata col tempo una vera e propria fonte del diritto
internazionale, ancor più di uno strumento giuridico vincolante
per le parti contraenti, nel senso che fissa i parametri per misurare
il grado di conformità di un ordinamento giuridico nazionale ai
principi ispiratori della Carta delle Nazioni Unite.
Oggi, a più di cinquant'anni dell'adozione di quella celebre Dichiarazione,
possiamo e dobbiamo interrogarci sui risultati della sua proclamata
universalità. Tenterò di farlo proponendo tre chiavi di lettura,
pur nella certezza che si tratta di una scelta limitata, poiché
le molteplici implicazioni dell'argomento consentono diversi approcci.
a) Una prima chiave potrebbe essere data dall'antinomia tra rispetto
e violazione dei diritti umani. Mai come oggi si è tanto parlato
di tali diritti e operato in loro favore, ma il loro effettivo
rispetto resta ancora problematico: ecco una delle varie aporie
del nostro tempo "post-moderno". Si dice che le violazioni di
tali diritti non sono mai state così numerose, ma si dovrebbe
piuttosto dire che non sono mai state così conosciute. Siamo di
fronte a un fenomeno nuovo. A lungo si è pensato che per facilitare
il rispetto di tali diritti si dovesse denunciarne ampiamente
le violazioni, lanciando campagne d'informazione per sensibilizzare
l'opinione pubblica: ora, cominciano a registrarsi segnali di
stanchezza e quasi di smarrimento davanti al largo ventaglio di
situazioni che richiederebbero un intervento.
Se volgiamo retrospettivamente lo sguardo sul cammino dei diritti
umani negli ultimi cinquant'anni, potremmo dividerlo in tre tappe.
La prima ha visto svilupparsi il lavoro di elaborazione normativa
a partire dalla Dichiarazione del 1948, per assicurarne l'applicazione
mediante strumenti giuridici vincolanti. Si è trattato di un lavoro
condotto essenzialmente nel quadro delle organizzazioni inter-governative,
da giuristi e diplomatici. A tale tappa, verso la fine degli anni
sessanta, ha fatto seguito un periodo segnato da una nuova sensibilità,
da un'attenzione più viva verso il tema dei diritti umani da parte
dell'opinione pubblica e, conseguentemente, dei responsabili politici,
almeno nei Paesi occidentali. Si scoprì allora che il tema era
in grado di influenzare gli orientamenti governativi sotto la
pressione di richieste provenienti dalla società civile. Al tempo
stesso, si comprese che l'identificazione degli obiettivi da perseguire
in nome della difesa dei diritti dell'uomo non avveniva in base
a rigorosi criteri di imparzialità, ma era frequentemente dettata
da considerazioni di ordine politico od economico che spingevano
verso una selettività scandalosa e negatrice di un'autentica universalità.
Così, nell'epoca della c.d. "guerra fredda", i diritti umani sono
stati branditi come un'arma nella contesa ideologica e politica
tra i due blocchi allora esistenti e contrapposti.
Giovanni Paolo II, parlando il 2 ottobre 1979 all'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite, aveva messo in guardia dal dimenticare l'origine
e il significato della Dichiarazione del 1948, maturata dopo le
atrocità perpetrate durante la Seconda Guerra Mondiale: "Se
le verità e i principi contenuti in questo documento venissero
dimenticati, trascurati, perdendo la genuina evidenza di cui rifulgevano
al momento della nascita dolorosa, allora la nobile finalità dell'Organizzazione
delle Nazioni Unite potrebbe trovarsi di fronte alla minaccia
di una nuova rovina. Ciò avver-rebbe se sulla semplice e insieme
forte eloquenza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo
prendesse decisamente il sopravvento un interesse, che si definisce
ingiustamente "politico", ma che significa spesso soltanto guadagno
e profitto unilaterale a danno di altri, oppure volontà di potenza
che non tiene conto delle esigenze altrui, tutto ciò quindi che,
per sua natura, è contrario allo spirito della Dichiarazione.
"L'interesse politico" così inteso, perdonatemi, Signore e Signori,
porta disonore alla nobile e difficile missione che è propria
del vostro servizio per il bene delle vostre Nazioni e di tutta
l'umanità" (n. 9).
Anche il momento attuale, malgrado i cambiamenti e gli avanzamenti
intervenuti dopo il 1989, non è esente da esitazioni, contraddizioni
e incoerenze nel delineare una nozione oggettiva ed effettiva
di giustizia internazionale, come gli avvenimenti degli anni più
recenti hanno tragicamente provato proprio nella regione mediterranea,
nei suoi confini più larghi, dallo stretto di Gibilterra fino
alle montagne del Caucaso.
Si ha a che fare con un paradosso: nella difesa dei diritti umani,
l'efficacia sembra essere inversamente proporzionale all'estensione
del relativo dibattito!
In un simile contesto, si è aperta ormai una terza fase, che si
potrebbe definire di assestamento. Come dicevo prima, l'opinione
pubblica appare stanca davanti ai ripetuti appelli e alle rinnovate
sollecitazioni tendenti a un maggior impegno: invece di essere
decisa, la risposta diventa apatica e il bombardamento di notizie
da parte dei mezzi di comunicazione sociale rischia di provocare
una reazione di rigetto. È un pericolo preoccupante, il quale
va superato spostando l'accento dall'informazione all'educazione,
poiché solo in tal modo si può arrivare alla radice del problema.
La causa dei diritti umani resta importante e merita il supplemento
di energie richiesto dalla necessaria mobilitazione, ma bisogna
puntare maggiormente su un'adeguata formazione pedagogica ai valori
che sottendono tali diritti: dignità, libertà, solidarietà. In
tale prospettiva, la Chiesa cattolica è da tempo impegnata ad
offrire il contributo del suo insegnamento sociale e del suo servizio
pastorale.
b) Una seconda chiave di lettura può venire da una riflessione
su due poli della problematica: i "vecchi" e i "nuovi" diritti
umani. Alcuni esperti hanno avanzato l'idea che nella crescita
di tali diritti si potrebbero distinguere diverse "generazioni":
i diritti di libertà (quelli civili e politi-ci), i diritti di
uguaglianza (quelli economici, sociali e culturali) e i diritti
di solidarietà , tra i quali sono annoverati alcuni diritti che
non figurano nella Dichiarazione del 1948, come, ad esempio, il
diritto allo sviluppo, il diritto alla pace, il diritto ad un
ambiente sicuro.
Altri esperti hanno criticato il concetto di "generazione" utilizzato
per i diritti umani, perché può essere causa di confusione e hanno
manifestato perplessità per la vaghezza del profilo giuridico
dei nuovi diritti.
A parte il fatto che tali riserve sono state formulate anche per
i diritti che apparterrebbero alla seconda generazione, va ricordato
che l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato due Dichiarazioni
- una sul "diritto dei popoli alla pace" (1984 ) e una sul "diritto
allo sviluppo" (1986) - che hanno fatto progredire il dibattito
circa i nuovi diritti, dibattito che non è solo di natura dottrinale,
ma è influenzato anche dalle diverse posizioni politiche.
In linea generale, si può osservare che voler troppo estendere
la nozione di diritti umani da un lato comporta il pericolo di
diluirne il nocciolo duro, indebolendone la portata reale, e,
da un altro lato, implica il rischio di distrarre l'attenzione
dai gravi problemi che si pongono in molti paesi per la mancanza
di un'effettiva tutela dei diritti già universalmente riconosciuti.
Inoltre, si può lamentare che all'aumento della "domanda", per
così dire, di diritti non corrisponde un'"offerta" appropriata
in termini di adempimento di doveri o di senso di responsabilità.
Ciò sia detto non per ridurre il valore di una ricerca mirante
a delineare i tratti distintivi di diritti ancora in fieri, tanto
più che riguardano aspetti prioritari della nostra vita. La miseria
del sottosviluppo, la violenza delle guerre, i disastri eco-logici
suscitano interrogativi la cui drammatica urgenza non sfugge a
nessuno.
Altra cosa, invece, è la pretesa di rivendicare come "nuovi diritti"
comportamenti gravemente illeciti dal punto di vista morale, se
non da quello legale, e riprovati dalle tre grandi tradizioni
religiose della regione mediterranea. È il caso dell'aborto procurato,
con cui si viola il diritto alla vita dell'essere umano non ancora
nato. È il caso dell'eutanasia, presentata quale diritto "a morire
nella dignità". È il caso delle legislazioni che, sulla base di
un preteso "diritto all'orientamento sessuale", equiparano le
unioni omosessuali al matrimonio tra una donna e un uomo.
c) Una terza chiave di lettura potrebbe ravvisarsi nella tensione
tra le minacce e le speranze che circondano la realtà attuale
dei diritti umani.
Il nostro orizzonte disgraziatamente non è sgombro da minacce
per il rispetto della dignità di tutti gli esseri umani e di ogni
essere umano: quella dignità che è il fondamento dell'universalità
dei diritti dell'uomo.
Anzitutto, tali diritti, invocati originariamente contro la sopraffazione
del potere statuale, si trovano oggi violati in misura crescente
da persone e da gruppi che non dipendono da strutture statuali,
mentre sembra diminuire la possibilità di un efficace intervento
dello Stato per impedire simili violazioni. Basti pensare ai guadagni
provenienti dal commercio della droga: colossali risorse finanziarie
sono al servizio di progetti che da una parte allungano sempre
più i loro inquietanti tentacoli negli ambienti degli affari e,
da un'altra parte, arrivano a costituire zone di sovranità piene
ed esclusiva, in cui le autorità legittime non hanno i mezzi per
poter esercitare effettivamente la loro doverosa funzione di prevenzione
e di repressione del crimine. Cosa diventano i diritti umani in
simili situa-zioni, che si diffondono per giunta in diverse parti
del mondo?
Un'altra minaccia per tali diritti sorge dallo sviluppo di tecnologie
che rischiano di essere usate per dominare la società. Si tratta
di scenari finora esplorati nella letteratura, ma se il 1984 è
passato senza che la sinistra predizione di Orwell si sia realizzata,
ciò non vuol dire che il pericolo sia stato esorcizzato definitivamente.
Pensiamo alle tecniche che permettono la manipolazione genetica,
delle quali oggi si fa gran parlare presentan-dole interessatamente
come strumenti di progresso scientifico e terapeutico: se l'esito
finale fosse invece l'asservimento della persona umana "reificata"
fin dal suo stadio embrionale? Alcuni scienziati impegnati in
tale campo sembrano più giocare inconsapevolmente con il ruolo
dell'"apprendista stregone" che preoccuparsi di non scindere il
binomio che deve unire scienza e coscienza. Quando si comincia
a parlare della possibilità di un "diritto al figlio", la procreazione
assistita assume i con-torni di una "procreatica" che conduce
verso un'antropologia aberrante.
Come non preoccuparsi in particolare dell'insidia rappresentata
dal gigantesco sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione,
che per il momento vengono percepite - col miraggio della celebrata
"new economy" - solo come fonte di lauti profitti, ma che potrebbero
tradursi nella dipendenza dell'essere umano dalla seduzione mediatica
ed informatica orientata in ogni caso dai "poteri forti", capace
di "mitridatizzare" la coscienza, di confiscare la memoria, fino
a stravolgere la vita democratica, che nei paesi occidentali già
appare esangue e quasi preda di una crisi immunodepressiva.
In tale quadro, i diritti umani diventerebbero una garanzia beffarda,
una curiosità folcloristica, una forma di spettacolo gestito dai
padroni di un nuovo circo totalitario.
Se i motivi di inquietudine sono presenti, non mancano tuttavia
le ragioni della speranza.
Anzitutto, la determinazione con cui le diverse organizzazioni
internazionali perseguono la promozione dei diritti umani, pur
tra le inevitabili cautele dovute alla loro prevalente natura
governativa.
Così, dall'istituzione dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite
per i diritti dell'uomo a quella - analoga - di un Commissario
del Consiglio d'Europa, dalla creazione dei Tribunali penali internazionali
per l'ex-Jugoslavia e il Rwanda all'adozione dello statuto della
Corte Penale Internazionale, dalla Conferenza mondiale sui diritti
dell'uomo tenutasi a Vienna nel 1993 a quella contro il razzismo
e la discriminazione razziale che si terrà in Sud Africa il prossimo
anno, un vasto spettro di meccanismi, di strumenti e di iniziative
si è irraggiato ad opera della Comunità internazionale con lo
scopo di difendere e promuovere meglio l'universalità dei diritti
umani.
Un altro segno di speranza è dato dall'impegno di gruppi, associazioni,
movimenti di natura non governativa che intervengono ovunque per
segnalare le violazioni dei diritti umani, lanciare appelli, organizzare
manifestazioni, contribuendo a far crescere nelle rispettive società
l'esigenza di non accettare passivamente l'ingiustizia e di reagire
per proteggere le vittime. Tale fitta rete di militanti, sconosciuti
al grande pubblico ma sorprendentemente attivi, contribuisce a
salvare vite umane, a liberare persone arbitrariamente detenute,
a cambiare posizioni politiche troppo con-discendenti verso i
responsabili delle violazioni dei diritti umani. Il loro ruolo
meritorio, seppur talvolta non privo di qualche ambiguità, è stato
riconosciuto emblematicamente con l'attribuzione del Premio Nobel
per la Pace a Amnesty International nel 1978.
È giusto ricordare che tra di loro si trovano numerosi cristiani
i quali, sulla base della fede, testimoniamo la loro sollecitudine
per i diritti umani, tanto con la preghiera che con l'azione.
Inoltre, un forte messaggio di speranza si sprigiona dal dialogo
che si allarga in modo promettente tra i rappresentanti delle
religioni, nel mondo in generale e nell'area mediterranea in particolare.
L'iniziativa della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace,
lanciata da Giovanni Paolo II e tenutasi a Assisi nel 1986, non
è restata un episodio isolato, ma ha germinato una miriade di
incontri che hanno favorito una migliore conoscenza reciproca
tra le varie religioni e, in qualche caso, perfino l'inizio di
una collaborazione incoraggiante a servizio della dignità umana
e della pace.
Si possono smentire così i nuovi "profeti di sventura" che, talora
dall'alto di prestigiose cattedre universitarie, preannunciano
apocalittici "scontri di civiltà" con radici religiose, senza
accorgersi che laddove l'elemento religioso è presente nei conflitti
in corso, esso non ne è la causa, ma è sfruttato indebitamente
onde rafforzare le capacità di combattere nella lotta per il potere.
L'universalità dell'annuncio cristiano postula l'universalità
dei diritti dell'uomo
Il valore della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo
è riconosciuto anche esplicitamente dal magistero pontificio.
Dall'apprezzamento espresso da Giovanni XXIII nella Pacem in
terris, seppur assortito da "fondate riserve", fino
alle parole con cui Giovanni Paolo II ha ravvisato in tale documento
"una pietra miliare posta sul lungo e difficile cammino del
genere umano" (2 ottobre 1979) nonché "una delle più alte
espressioni della coscienza umana del nostro tempo" (5 ottobre
1995), la valutazione è senz'altro positiva.
Il silenzio mantenuto da Pio XII verso la Dichiarazione mostra,
però, che le perplessità erano di carattere fondamentale. Non
nei confronti dell'enunciazione dei diritti della persona umana,
il cui rispetto era stato più volte chiesto da quel pontefice
fin dagli anni bui della Seconda Guerra Mondiale (particolarmente
nel Radiomessaggio del Natale 1942); è piuttosto l'assenza del
fondamento di tali diritti a preoccupare il magistero e a motivare
la sua cautela.
Nella visione della Chiesa, è la base teologica a sostenere l'edificio
dei diritti dell'uomo e a giustificare anzi una loro più ricca
declinazione: la mancanza di un simile sostegno fa ritenere a
Papa Pacelli che la costru-zione dei diritti dell'uomo nell'ambito
delle Nazioni Unite sia incerta.
Nondimeno, il principio della dignità umana permette di identificare
in essi un legittimo obiettivo pastorale per la Chiesa. Un'apertura
significativa in tal senso è venuta dalla Pacem in terris,
il cui punto di partenza si situa su un piano "naturale", pienamente
accessibile alla ragione. È utile rileggere le parole di Papa
Roncalli: "In una convivenza ordinata e feconda va posto come
fondamento il principio che ogni essere umano è persona, cioè
una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi
è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente
e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che
sono perciò universali, inviolabili, inalienabili. Che se poi
si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione
divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché
gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con
la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi
della gloria eterna" (I parte).
In tal modo, la Pacem in terris salda il piano naturale
della ragione con quello soprannaturale della grazia, in una coerente
impostazione cri-stiana: nulla vieta, però, che sul primo livello
possa coagularsi una con-vergenza, la più vasta possibile, con
chi proviene da altri orizzonti, pur-ché sia disposto a riconoscere
in ogni essere umano quel tratto comune, peculiare e indelebile
che è la sua dignità.
Il Concilio Vaticano II ha ripreso e sviluppato l'insegnamento
di Giovanni XXIII. Nella Costituzione pastorale Gaudium et
spes su "La Chiesa nel mondo contemporaneo" si afferma: "…
La Chiesa, in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti
umani, e riconosce e apprezza molto il dinamismo con cui ai giorni
nostri tali diritti vengono promossi ovunque" (n. 41).
Sul solco del Concilio, sono avanzati Paolo VI e Giovanni Paolo
II. Vorrei citare una frase che è tratta dal Messaggio indirizzato
da Papa Montini alla Conferenza della Nazioni Unite tenutasi a
Teheran nel 1968 e che testimonia mirabilmente la sollecitudine
del ministero petrino in fa-vore della dignità umana: "Parlare
dei diritti dell'uomo è affermare un bene comune dell'umanità,
è lavorare a costruire una comunità fraterna, è operare per un
mondo "in cui ciascuno sia amato e aiutato come il proprio prossimo,
il proprio fratello"" (15 aprile 1968).
Un analogo respiro universale anima il magistero di Giovanni Paolo
II il quale, pur rilevando che la Dichiarazione universale non
presenta i fondamenti antropologici ed etici dei diritti dell'uomo
proclamati, ha affermato che il valore sul quale si base la nozione
dei diritti dell'uomo "è una verità universale destinata ad
essere sempre più recepita in tutte le aree culturali" (Discorso
al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio
1989). Tale affermazione è corrispondente all'u-niversalità dell'annuncio
cristiano: "andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a
ogni creatura" (Mc 16,15); "non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione
o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo
è tutto in tutti" (Col 3,11).
Il problema dell'universalità dei diritti dell'uomo sembra essere
un'aporia da un punto di vista filosofico, ma non può impedire
il rispetto dovuto oggettivamente alla dignità umana. Viviamo
in un tempo malato di relativismo, un argomento non sempre usato
in buona fede, particolar-mente nel continente asiatico. È interessante
in proposito il parere del professor Amartya Sen, indiano, insignito
del Premio Nobel per l'economia. In un intervento pubblicato nel
1997, egli ha affermato : "I così detti valori asiatici che
sono invocati per giustificare l'autorita-rismo non sono specialmente
asiatici sotto nessun profilo significativo".
Giovanni Paolo II ha esortato a "respingere le critiche di
chi tenta di sfruttare l'argomento della specificità culturale
per coprire violazioni di diritti umani" e ha ricordato che
l'universalità postula comunque "l'esigenza di radicare i diritti
umani nelle diverse culture" (Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace 1998, n. 2).
La libertà di coscienza e la libertà di religione suggellano
l'universalità dei diritti umani
Nel 1875, John Newman, in seguito creato cardinale da Leone
XIII, ebbe a scrivere sul ruolo della coscienza nella vita di
un cattolico parole divenute famose: "Senza dubbio, se fossi
obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo
(il che, in verità, non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò,
se volete, al Papa; tuttavia, prima alla coscienza, poi al Papa"
(Lettera al Duca di Norfolk).
Tali parole erano poste a conclusione di un capitolo centrale
del saggio con cui Newman risponde alle veementi critiche lanciate
dallo statista William Gladstone contro i cattolici, accusati
di non essere "sudditi fedeli dello Stato" in quanto le
loro coscienze sarebbero state influenzate da "una potenza
straniera" (ossia il papato). Newman dimostrò persuasivamente
che il conflitto evocato da Gladstone non aveva fondamento, affermando
tra l'altro: "Dal momento che soltanto l'infallibilità potrebbe
impedire l'esercizio della coscienza e poiché il Papa non è infallibile
in quell'ambito in cui la coscienza gode di un'autorità suprema,
nessun blocco totale, senza via d'uscita, implicito nelle obiezioni
alle quali io sto rispondendo, può aver luogo tra la coscienza
e il Papa".
Nel suo argomentare, Newman ricorda il costante insegnamento della
Chiesa sulla centralità della coscienza e evoca con parole luminose
la missione del Papa quale "campione della legge morale e della
coscienza".
Naturalmente, Newman non manca di chiarire che nella prospettiva
cattolica la coscienza rinvia a una regola morale che governa
la vita, e denuncia la "contraffazione" in base alla quale
si gabella per coscienza "il diritto di agire a proprio piacimento".
Ho voluto riferirmi all'appassionato confronto tra Gladstone e
Newman perché, a distanza di centoventicinque anni, mi sembra
conservare tutta la sua attualità nel mettere in rilievo come
la libertà di coscienza e di religione rivesta un carattere fondamentale
per l'intera costruzione dei diritti umani.
La polemica di Gladstone prendeva a pretesto, in particolare,
la condanna espressa da Gregorio XVI con l'enciclica Mirari
vos (1832) nei confronti della libertà di coscienza, definita
come "deliramentum", condanna successivamente ripresa da
Pio IX con l'enciclica Quanta cura (1864). A ben guardare, tale
polemica è un buon esempio degli attacchi mossi dal liberalismo
ottocentesco, in ciò erede della Rivoluzione francese, contro
la Chiesa in generale e la Santa Sede in particolare, attacchi
condotti su un piano "nominalistico", senza tener conto della
sostanza e delle ragioni della posizione criticata, come Newman
ebbe buon gioco a provare.
A questo punto è forse utile fare un passo indietro, per mostrare
come la questione della libertà di coscienza e di religione sia
stata alla base del rigetto manifestato dalla Chiesa verso i diritti
dell'uomo proclamati dalla Rivoluzione francese.
Come è ben noto, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del
cittadino, approvata il 26 agosto 1789 dall'Assemblea nazionale
francese, è il primo documento storico consacrato interamente
ai diritti dell'uomo. Tale testo non provocò nessuna diretta e
immediata reazione da parte del magistero pontificio. Del resto,
obiezioni non furono neanche mosse alla Dichiarazione americana
del 4 luglio 1776, nella quale pure sono evocati i diritti inalienabili
dell'uomo. In seguito, la stessa Assemblea nazionale francese
adottò la Costituzione civile del clero, in data 12 luglio
1790, con la quale si condizionava pesantemente la vita della
Chiesa, e il decreto del 27 novembre 1790 con cui si imponeva
al clero il giuramento di adempiere le disposizioni di tale Costituzione.
Fu solo dopo i due provvedimenti che Papa Pio VI firmò, in data
10 marzo 1791, in risposta ad una lettera che i vescovi presenti
all'Assemblea nazionale francese gli avevano indirizzato il 10
ottobre 1790, il breve Quod aliquantum, nel quale si avanzavano
una serie di critiche alla Costituzione civile del clero e, indirettamente,
alla Dichiarazione del 1789. In particolare, il Papa respingeva
la libertà di opinione e di espressione in materia di religione.
Contrariamente a quanto i non specialisti della terminologia riguardante
i documenti pontifici possono pensare, il "breve" è un documento
abbastanza lungo, ben articolato, del quale sono citati in generale
sempre e solo i pochi paragrafi che condannano il diritto alla
libertà in campo religioso, con un linguaggio che urta la nostra
attuale sensibilità. A una lettura integrale del testo, le forti
parole di Pio VI appaiono essenzialmente giustificate dalla preoccupazione
di sostenere e difendere la libertà della Chiesa, l'indipendenza
dei vescovi e il primato della Santa Sede in campo spirituale.
Se è vero che da tale primato derivavano allora alcune conseguenze
in campo temporale, in particolare per quanto atteneva alla liceità
della repressione delle dottrine considerate eretiche - una repressione
esercitata in alcuni periodi con metodi che Giovanni Paolo II
non ha esitato a definire "di intolleranza e persino di violenza
nel servizio alla verità" (Lettera apostolica Tertio millennio
adveniente, n. 35) -, è anche vero che la politica antiecclesiale
del nuovo regime ostacolava non poco una comprensione più lucida
dell'evento rivoluzionario e un discernimento più profondo tra
le istanze soggiacenti alla rivendicazione dei diritti dell'uomo.
Riprendere in mano quel documento, ormai famigerato per l'opinione
pubblica contemporanea, riserva però una sorpresa al lettore non
prevenuto: il tono del Papa, tagliente quando respinge la pretesa
dell'Assemblea nazionale di controllare la vita della Chiesa,
si fa quasi accorato quando chiede ai vescovi suoi interlocutori
di assisterlo con il loro consiglio per giudicare correttamente
la situazione e adottare quindi le decisioni più appropriate per
superare le tensioni. Se si tiene conto delle difficoltà di comunicazione
esistenti in quel tempo, non solo pos-siamo capire meglio il dramma
di quel pontefice chiamato a misurarsi con un avvenimento epocale
come la Rivoluzione francese, sulla base di notizie tutto sommato
incomplete, e a interpretare i fatti con settimane, se non addirittura
mesi, di ritardo, ma possiamo anche ammirare la sua ca-pacità
di analisi nel diagnosticare i pericoli che avrebbero trovato
doloro-sa conferma nella persecuzione di cui la Chiesa fu vittima,
in patente contraddizione con la libertà di religione proclamata
dalla Dichiarazione del 1789.
Non si può non rilevare, inoltre, che la Costituzione civile
del clero ha rappresentato un modello per tutti quei regimi
che, nei due secoli successivi, prima hanno emarginato e poi sanguinosamente
represso la Chiesa, sottoponendola al giogo del loro potere e
soffocando - ancora ai giorni nostri - la libertà religiosa.
Il magistero pontificio rifiutò per circa un secolo i diritti
dell'uomo. L'atteggiamento comincia ad essere diverso con Leone
XIII, il quale sottolinea il concetto dell'uguale dignità di ogni
uomo quale figlio di Dio in contrapposizione all'uguaglianza affermata
dalla dottrina socialista (enciclica Quod apostolici numeris,
28 dicembre 1878), un concetto su cui tornerà nell'enciclica Rerum
novarum (15 maggio 1891) per difendere i lavoratori da un
ingiusto sfruttamento.
Si può dire che è così avviato il cammino della Chiesa alla scoperta
delle radici evangeliche della nozione dei diritti dell'uomo,
una volta stemperato il contenzioso apparso al momento della loro
formulazione storica.
La percezione non era, però, ancora del tutto depurata se in un
testo dell'Apostolato della preghiera, in data 18 gennaio 1889,
il centenario della Rivoluzione era considerato "odioso" e la
Dichiarazione dei diritti dell'uomo era definita "empia". Quale
differenza, se si confronta tale te-sto con quello che commenta
l'intenzione generale di preghiera scelta da Papa Giovanni Paolo
II per il mese di marzo 1998, esplicitamente dedi-cata al rispetto
dei diritti dell'uomo! Naturalmente non si è trattato di "battezzare"
la Rivoluzione francese, ma di riconoscere semplicemente, come
ha fatto Giovanni Paolo II nel corso della sua prima visita in
Francia, che libertà, uguaglianza e fraternità "sono in fondo
idee cristiane" (Parigi, 1° giugno 1980).
Quanta strada ha compiuto il magistero a partire dalla rilettura
di un principio come quello della dignità della persona umana
creata a immagine di Dio e redenta da Cristo, dispiegandone progressivamente
tutte le potenzialità, fino a ritenere l'impegno per la promozione
e la difesa dei diritti dell'uomo quale parte della missione della
Chiesa e, quindi, a identificare nella Chiesa stessa la gelosa
custode della dignità umana e degli autentici diritti che ne derivano,
contraddistinti dall'impronta dell'universalità e dell'indivisibilità!
In tale contesto, non si può non citare un testo di sommo valore
per la Chiesa, la dichiarazione Dignitatis humanae, promulgata
dal Concilio Vaticano II il 7 dicembre 1965, nella quale si afferma
chiaramente che "la verità non si impone che in forza della
verità stessa" (n. 1) e che "in materia religiosa nessuno
sia forzato ad agire contro la sua coscienza", perché il diritto
alla libertà religiosa "si fonda realmente sulla dignità stessa
della persona umana, quale si conosce sia per mezzo della parola
di Dio rivelata e sia tramite la ragione stessa": di conseguenza,
tale diritto "perdura anche in coloro i quali non soddisfano
all'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa" (n.
2). Inoltre, la libertà religiosa deve potersi esercitare tanto
sul piano individuale che su quello sociale, tanto in privato
che in pubblico: "il potere civile … esce dai limiti della
sua competenza se presumesse di dirigere o di impedire gli atti
religiosi" (n. 3).
Tale solenne documento ha impresso una svolta decisiva nel modo
con cui la Chiesa guarda ai diritti dell'uomo ed è la prova di
uno sguardo effettivamente universale. Vorrei notare, en passant,
che è proprio sulla portata della libertà di religione che si
incontrano difficoltà sostanziali nel dialogo con l'Islam, poiché
la Shari'a interdice a un musulmano il cambiamento della
sua appartenenza religiosa se non vuole commettere un delitto
di apostasia.
Nella visione del Magistero, la libertà di coscienza e la libertà
di religione hanno un valore paradigmatico per l'insieme dei diritti
umani, perché garantiscono quell'incontro tra verità e libertà
che caratterizza l'identità umana.
È Giovanni Paolo II ad aver particolarmente sottolineato tale
nesso imprescindibile, specialmente nell'enciclica Centesimus
annus, pubblicata nel centenario della Rerum novarum (1°
maggio 1991), indirizzata non solo ai membri della comunità ecclesiale,
ma anche "a tutti gli uomini di buona volontà", per mostrare
che i temi dibattuti dal documento hanno una rilevanza anche al
di fuori della Chiesa. Tra l'altro, l'enciclica riflette in modo
particolare sulla genesi, sul senso e sulle conseguenze degli
avvenimenti del 1989. Nel solco di quanto già affermato da Leone
XIII, il legame tra libertà e verità è considerato da Giovanni
Paolo II come "costitutivo" (n. 4); il suo mancato rispetto
rappresenta "l'errore fondamentale del socialismo", un
errore "di carattere antropologico", in quanto colpisce
la persone umana nella sua essenza e ne mina la dignità (n. 13).
Per il Papa, la causa di tale errore è l'ateismo: "La negazione
di Dio priva la persona del suo fondamento e, di conseguenza,
induce a riorganizzare l'ordine sociale prescindendo dalla dignità
e responsabilità della persona" (n. 13). Da una simile posizione
discende "una concezione della libertà umana che la sottrae
all'obbedienza alla verità e, quindi, anche al dovere di rispettare
i diritti degli altri uomini" (n. 17). Disattendere il "diritto-dovere
di cercare Dio, di conoscerlo e di vivere secondo tale conoscenza"
e ignorare "i diritti della coscienza umana, legata solo alla
verità sia naturale che rivelata", significa aprire la strada
a sistemi totalitari, a società prive di una gerarchia di valori,
a spinte fondamentaliste che discriminano anche tra i cittadini
di un medesimo Stato: "Nessun autentico progresso è possibile
senza il rispetto del naturale e originario diritto di conoscere
la verità e di vivere secondo essa" (n. 29).
L'enciclica fa discendere il fenomeno del totalitarismo moderno
"dalla negazione della verità in senso oggettivo"; in tal
modo, infatti, "trionfa la forza del potere, e ciascuno tende
a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre
il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo ai
diritti dell'altro" (n. 44). E ancora: "La radice del moderno
totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della
trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del
Dio invisibile e proprio per questo, per la sua natura stessa,
soggetto di diritti che nessuno può violare" (n. 44).
Giovanni Paolo II tiene a precisare, forse avendo presente alcune
criti-che riaffioranti periodicamente soprattutto nel mondo occidentale,
che "non essendo ideologica, la fede cristiana non presume
di imprigionare in un rigido schema la cangiante realtà socio-politica
e riconosce che la vita dell'uomo si realizza in condizioni diverse
e non perfette" (n. 46); dunque, la Chiesa "riaffermando
costantemente la trascendente dignità della persona, ha come suo
metodo il rispetto della libertà. Ma la libertà è pienamente valorizzata
soltanto dall'accettazione della verità: in un mondo senza verità
perde la sua consistenza, e l'uomo è esposto alla violenza delle
passioni e a condizionamenti aperti od occulti" (n. 46).
Perciò il cristiano non può rinunciare a proporre la "sua" verità,
rispettosamente ma fermamente, pur restando attento a "ogni frammento
di verità che incontri nell'esperienza di vita e nella cultura
dei singoli e delle Nazioni" (n. 46).
* * *
A conclusione di questa troppo rapida carrellata su argomenti
che meriterebbero ben altri approfondimenti, vorrei riferirmi
al secondo tema del nostro Convegno, messo in risalto grafico
sul programma: "i diritti delle genti".
Devo dire francamente che avrei preferito l'enunciato al singolare:
"il diritto delle genti", perché quel plurale - i diritti - sembra
rivolto più al passato che al futuro.
Non si tratta di riesumare l'antica nozione romana di uno "jus
gen-tium" riservato agli stranieri, ma piuttosto di riprendere
tale espressione nel senso delineato da Francisco de Vitoria,
illustre maestro della scuola di Salamanca, nella prima metà del
'500, ritenuto non a torto il fondatore del diritto internazionale
in senso moderno.
Il "diritto delle genti" è chiamato a sviluppare l'insieme di
principi giuridici condivisi sul piano della ragione, a partire
da una comune concezione della natura umana. Per il cristiano,
tale diritto è un riflesso di quella legge scritta da Dio nel
cuore di ogni essere umano (cfr. Rm 2,15), la quale è pure il
punto di riferimento per fondare i diritti umani. Giovanni Paolo
II, nella sua seconda visita all'Assemblea generale delle Nazioni
Unite nel 1995, ha affermato: "Ben lungi dall'essere affermazioni
astratte, questi diritti ci dicono anzi qualcosa di importante
riguardo la vita concreta di ogni uomo e di ogni gruppo sociale.
Ci ricordano anche che non viviamo in un mondo irrazionale o privo
di senso, ma che, al contrario, vi è una logica morale che illumina
l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini
e tra i popoli. Se vogliamo che un secolo di costrizioni lasci
spazio a un secolo di persuasione, dobbiamo trovare la strada
per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, circa
il futuro dell'uomo. La legge morale universale, scritta nel cuore
dell'uomo, è quella sorta di "grammatica" che serve al mondo per
affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro"
(n. 3).
I diritti dell'uomo non sono un feticcio da adorare ciecamente,
né un monumento da visitare come farebbe un turista, e nemmeno
un pezzo di carta portato via dal vento. Non sono neanche il manifesto
di una nuova ideologia destinata a consolare gli orfani di quelle
che hanno provocato tanti guasti nel secolo che ormai ci sta alle
spalle.
I diritti dell'uomo sono un punto di non ritorno nella nostra
vita di "cittadini del mondo", solidali con chi soffre per la
dignità umana calpestata, poiché un legame indelebile e trascendente
ci unisce tutti, nella convinzione che l'amore è il motore della
storia, come Cristo ha dimostrato.
Ecco quanto l'ora presente ci chiede di sentire con la stessa
acutezza che rese possibile nel 1948 la proclamazione universale
dei diritti dell'uomo.
Facciamo nostro l'augurio formulato da Jacques Maritain (nel 1926)
per preparare in noi, con l'aiuto di Dio, quello "spirito duro"
e quel "cuore tenero" così necessari ancora all'inizio di questo
nuovo millennio in cui siamo chiamati a vivere.
CAPITOLO
3