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Fondamentalmente
- egli ha osservato - il destino dei cristiani, minoritari, non
è disgiungibile da quello, generale, delle società in mezzo alle
quali essi vivono. In linea di massima, più lo Stato è democratico,
e laico, più i cristiani possono essere sicuri di essere riconosciuti
cittadini eguali agli altri; e più la Chiesa può sentirsi libera
di compiere la propria missione. Sana laicità dello Stato, democrazia
costituzionalmente garantita, questi sono sempre gli auspici, per
il bene di tutti.
Per
“democrazia”, però, non si può intendere solo “elezioni”, ma si
deve intendere anzitutto riconoscimento e tutela dei diritti umani
e civili; diversamente, le elezioni rischiano di diventare semplicemente
un veicolo per l’ascesa al potere di forze antidemocratiche, dedite
alla negazione di diritti umani e civili, all’instaurazione di un
regime teocratico, o comunque ideologico, che escluda e metta in
pericolo i cittadini cristiani e le loro comunità.
La
stessa Europa ne ha fatto esperienza più di un volta.
La
democrazia, a sua volta, la voglia di libertà e di diritti garantiti
agli individui e alle loro aggregazioni, nasce storicamente dal
formarsi di una “massa critica” di “classe media”, come insegna,
ovverossia esemplifica, l’esperienza europea. In tale prospettiva,
l’esito dei moti negli Stati della regione è ancora tutto incerto.
In
Egitto, dove l’esigenza di libertà è stata così drammaticamente
espressa dai manifestanti di Piazza Tahrir,
non è dato ancora sapere il risultato ultimo della complessa transizione
in corso, e c’è chi teme che possa rivelarsi semplicemente un nuovo
regime, che poggi sull’asse militari-islamisti, visto che i gruppi liberali faticano a
coalizzarsi in modo da poter guadagnare il consenso popolare.
In
Irak la caduta del regime sanguinario
di Saddam, che ha pure prodotto una certa democrazia, in senso elettorale,
ha anche causato una notevole regressione dall’antica laicità, con
conseguenze piuttosto pesanti per i cristiani. Così, paradossalmente,
in certo senso, essi si trovano molto peggio di quanto non l’erano
sotto il regime precedente, ma la storia non è ancora finita, e
il nuovo Irak non si è ancora riassestato.
Particolarmente
delicata e complessa è la situazione in Siria. Là, il regime, davvero
poco democratico, in tutti i sensi, è sostenuto da una “coalizione
di minoranze”, che fa capo agli Alawisti,
setta dualista solo vagamente islamica, alla quale appartiene la
famiglia presidenziale. Ne fanno parte anche, in un certo senso,
i cristiani, che così vengono tutelati dai pericoli inerenti ad
un eventuale rivincita degli ambienti islamisti, che sembrano oggi
gli unici sufficientemente organizzati e radicati nel territorio
per prendere il posto del regime attuale qualora cadesse.
Sui generis
è sempre la situazione nel Libano, dove la lottizzazione del potere
assegna ai cristiani una preminenza formale sempre meno sostenuta
dalla demografica reale del Paese, la quale ha ora portato al predominio
dell’organizzazione armata Hizballah, capace oramai di condizionare pesantemente tutto
l’operato del Governo.
In
conclusione, ha detto mons. Jaeger, l’instabilità, cominciata nei
primi mesi dell’anno, non permette ancora di fare previsioni più
sicure sul futuro, anche prossimo, dei Paesi della regione, e ci
sono quindi ragioni di preoccupazione, sia per i Paesi stessi sia
per le loro comunità cristiane. Il tutto andrebbe sempre seguito
con attenzione, ma anche con grande realismo, e naturalmente senza
escludere le ragioni della speranza. La speranza è che la destabilizzazione
ancora in corso porti, non al peggioramento ma alla nascita del
nuovo e del migliore, precisamente come hanno sperato, e sperano,
tutti coloro che, con grande sacrificio e generosità, si son fatti
avanti per traghettare i rispettivi Paesi in una nuova era di libertà.
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