SOMMARIO

-Editoriale
Franco Cardini

 

-Radici
Lanfranco Rossi
ESICASMO, PREGHIERA DEL CUORE

Vichelmina Zachou
I VENEZIANI A CORFU': IL PRIMO PERIODO (1204 - 1214)

Mirella Galletti
STORIA E ATTUALITA'  DEI CURDI E DEGLI ASSIRO-CALDEI TRA MESOPOTAMIA ED EUROPA

 

-Arabeschi
Mariagraziella Belloli
L'ORIENTALISMO NELL'IMMAGINARIO DELL'OCCIDENTE

Arlette Tabet Schiavoni
IL "CALVARIO" DI MANDURIA

 

-Judaica
Roberta Simini
NON SAPPIAMO PIU' ACCENDERE IL FUOCO...MA DI TUTTO CIO' POSSIAMO RACCONTARE LA STORIA

 

-Al Hiwar
Annie Laurent
L'ISLAM , UN DEFI POUR L'EUROPE

Kegham Jamil Boloyan
AL-MAZHAB AL-IBDA'I FI'L ADAB AL-'ARABI
IL ROMANTICISMO NELLA LETTERATURA ARABA

-Rebab
Anna di Giglio

IL NAY E LA SYRINX:
DUE STRUMENTI MUSICALI A CONFRONTO

Dinko Fabris
ALLE RADICI DELLA MUSICA OCCIDENTALE: GLI STRUMENTI MUSICALI DEL MAROCCO E DI "AL-ANDALUS" IN MOSTRA A PARIGI

 

-Oriente Oggi
David Maria Jaeger
L'ACCORDO DI BASE TRA LA SANTA SEDE E L'OLP

Antonello Indellicati
PROSPETTIVE PER LA SOLUZIONE DELLA QUESTIONE DI GERUSALEMME

 

-Recensioni
Franco Cardini
UNA MOSTRA SULLA TERRA SANTA

Michele Mascolo
VERSO GERUSALEMME

 

-Enec News
A cura di Domenico Pepe

 


 


La porta d'oriente
.Rivista internazionale sul levante mediterraneo dell'Europe-Near East Centre.

Edizioni Giuseppe Laterza
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La porta d'Oriente. 
Aprile 2000

EDITORIALE
Franco Cardini

L’Europa sta attraversando un periodo – irreversibile? – di forte calo demografico: gli europei in genere, gli italiani in particolare, fanno sempre meno figli. Alla base di questo fenomeno vi sono vari motivi, anche – com’è logico – socioeconomici; tra gli altri, non va sopravvalutato ma non va nemmeno dimenticato un forte egoismo generazionale. I bambini costano cari, sono ingombranti, comportano spese, sacrifici, responsabilità. Non sono i popoli poveri ad averne paura: sono quelli ricchi, per i quali la vita può essere dolce e privarsi d’una vacanza o d’una comodità in più un peso.

Molti si preoccupano di ciò: lo ha fatto anche il Santo Padre. Altri esprimono parere rassicurante.

Il giornalista Gad Lerner si mostra un “fatalista felice”: se gli europei non fanno figli poco importa, ecco gli extracomunitari pronti a diventare gli europei del domani. Il medievista Jacques le Goff tende a pensare qualcosa di analogo: il futuro dell’Europa sta nel meticciato . Ch’è del resto, in un modo o nell’altro, uno dei destini costanti delle società umane. E può essere anche una ricchezza culturale non meno che metabolica. D’altra parte, il sogno delle razze pure ha generato costantemente solo mostri.

Né è detto che il ricambio etnico coincida per forza di cose con la cancellazione culturale del retaggio delle generazioni passate. I nuovi arrivati si dimostrano spesso – non sempre – disposti all’assimilazione, anzi desiderosi di essa. Certo, un punto centrale è il rapporto tra la quantità degli ospiti desiderosi di radicarsi, la loro volontà di mantenere l’identità originaria e il tempo necessario a far sì ch’essi possano lasciarsi assimilare se accettano di farlo. L’equilibrio tra la coscienza dell’identità e la dinamica con cui le identità si modificano accettando elementi a loro estranei è molto delicato è può condurre a esiti molto diversi. L’Europa del futuro sarà un salad bowl di culture differenti, pacificamente conviventi ma decise a mantenere la propria rispettiva identità e poco inclini allo scambio, o un melting pot nel quale tutte le culture si fonderanno per dar luogo a una sintesi nuova? Ma i due modelli sono davvero realisticamente concepibili, allo stato puro? E quante probabilità ha un esito promiscuo fra essi di dar luogo a tensioni più o meno risolvibili, a scontri più o meno gravi?

 Siamo frattanto tutti d’accordo – meno qualche frangia lunatica – nel respingere qualunque nuova tentazione razzistica: né onestamente mi sembra ve ne siano all’orizzonte di politicamente e culturalmente plausibili. Ma qualche ventata xenofoba, magari alimentata dalla paura, negli strati sociali più bassi della nostra Comunità Europea, di perdere ad esempio lavoro, c’è da aspettarsela. Il che non toglie che molti europei non siano più disposti a fare lavori particolarmente umili e mal pagati, ma ugualmente molto utili; e che lo spazio lasciato libero da loro fatalmente si riempia di extracomunitari .

Si può davvero ovviare a questi problemi? Col tempo e la moderazione, senza dubbio.

Sviluppando ad esempio un’adeguata cultura della reciproca conoscenza fra identità differenti, rimovendo i pregiudizi reciproci ma anche evitando di mordere il freno e di pretendere che gli ostacoli cadano da soli alla prima spallata. Le varie forme di xenofobia, ad esempio, sono in genere frutto di scarsa cultura, di poca esperienza rispetto al “diverso da - se”, d’inquietudine sociale del tipo che coglie le classi meno abbienti (certo, quando si è ricchi è più facile essere anche illuminati: si fa presto a star tranquilli sul proprio domani quando non ci si sente minacciati nel posto di lavoro o nelle risorse economiche). Vanno combattute, ma anzitutto esse stesse comprese: non irrise e tanto meno criminalizzate. Le svastiche agli stadi, ad esempio, quando non corrispondano alle bravate di qualche teppistello in vena di provocazioni gratuite o d’intimidazioni da quattro soldi, hanno questo retroterra: che non va affrontato solo con gli strumenti repressivi dei nuovi inquisitori armati di politically correct.

Una brutta dimensione intellettuale, quest’ultima, che può dar davvero luogo al fenomeno di nuove forme di gravissima intolleranza.

Di recente in tutta Europa si sono sentite voci  - dagli organi di governo della comunità fino a certi ambienti giovanili – levarsi con insistenza contro gli esiti della politica austriaca.Un partito che ha nel suo programma un elemento almeno tendenzialmente restrizionista ha ottenuto in Austria un successo elettorale che quasi fatalmente lo ha portato al governo. E’ il gioco democratico, che bisogna rispettare, anche con tutti i rischi che comporta. E’ a chi osserva che anche Hitler andò al governo in seguito a una vittoria elettorale, si deve obbiettare che tale osservazione – corretta sotto il profilo storico – non autorizza tuttavia a contestare i risultatiti elettorali che non ci piacciono: altrimenti si cade dalla padella nella brace. Il partito di Haider è restrizionista: lo erano anche molti gruppi politici e molti ambienti della società statunitense ai primi del secolo XX, quando l’immigrazione italiana, spagnola e irlandese nel territorio degli States sembrava eccessiva per numero e preoccupante per livello qualitativo. E magari lo era davvero. Tutti i paesi oggetto di massicci flussi migratori sperimentano il presentarsi di tendenze restrizionistiche: é fisiologico.

Il programma di governo nel quale il partito di Haider è impegnato non sembra francamente dar adito a preoccupazioni: qualche taglio alla spesa pubblica, aumento progressivo dell’età pensionabile,                                       qualche privatizzazione, promesse di trasparenza nella gestione dei fondi e nella ripartizione delle cariche pubbliche, apertura alla NATO, mantenimento della quota di 8000 permessi annui per immigrati extracomunitari (quota decisa dal governo austriaco di centro sinistra della passata coalizione), permessi straordinari per lavoratori stagionali e inasprimento della lotta all’ immigrazione illegale. La quota dei permessi annui potrà sembrare esigua: ma l’Austria è un paese piccolo e finora è stata all’avanguardia nella civiltà e nella generosità con cui ha accolto gli extracomunitari provenienti soprattutto dalla penisola balcanica. Può darsi che il signor Haider sia un agitatore populista. E’ anche fuor di dubbio che tra i suoi sostenitori ci siano degli xenofobi e magari qualche neonazista: categorie, l’una e l’altra, che in Austria hanno dei rappresentanti che tuttavia non sono certo numerosi.

Sarei pertanto dell’avviso che le manifestazioni contro il governo di cui il partito di Haider fa parte sono legittime, ma che non si deve tuttavia drammatizzare. Conosco bene l’Austria, paese nel quale mi reco molto spesso per il mio lavoro. Ci sono stato anche recentemente: e posso assicurare che non ho visto né camicie brune, né scene di giovinastri che linciano immigrati dalla pelle scura. Anzi, a qualche chilometro da Linz (il capoluogo della Carinzia, roccaforte di Haider), mi è capitato di visitare un centro di raccolta profughi: posso assicurare che i loro alloggiamenti provvisori erano di gran lunga più dignitosi e confortevoli delle baracche metalliche di Colfiorito – eufemisticamente dette containers – nei quali dopo il terremoto dell’Umbria di qualche anno fa noialtri italiani obblighiamo a risiedere i nostri connazionali. Un problema, quello di Colfiorito, che potrebbe essere risolto con l’equivalente della cifra distribuita dal monte–premi di una delle tante lotterie settimanali che nel nostro Bel Paese si celebrano.

Se fossi il presidente della Regione Umbra o uno dei deputati eletti nelle circoscrizioni interessate a quella vergogna, eleggerei domicilio in una baracca di Colfiorito e ci resterei finché la vergogna non fosse risanata. Non so capire perché quei politici non lo facciano: ed è uno scandalo che quella vergogna duri un giorno in più.

Credo pertanto che nei confronti dei nostri amici immigrati extracomunitari gesti concreti di solidarietà siano necessari. Credo anzi che sia fondamentale costruire a marce forzate una vera cultura dell’accoglienza. Ma, per essa, le fiaccolate contro Haider non bastano: anzi sono dei diversivi abbastanza sconsigliabili.

Le cronache della nostra felice e solidale Italia (che ha scritto anche belle pagine di una vera umanità: si pensi a come si sono comportati e si comportano i pugliesi nei confronti dei profughi balcanici) rigurgitano di episodi vergognosi. Contro quelli si deve insorgere; sono quelli che dobbiamo capillarmente scoprire, perseguire, denunciare,sradicare. Episodi di povera gente sfruttata, obbligata a un superlavoro in cambio di salari da fame, naturalmente “al nero” ; episodi che vedono spesso come responsabili personaggi della malavita italiana in combutta con quelli dei paesi di provenienza delle vittime. Questi “casi” non sono affatto isolati.

Quanti bravi e rispettabili cittadini italiani approfittano della situazione per gesti da “borghese piccolo piccolo”, assumendo collaboratori (magari domestici) senza nessuna copertura sociale, senza nessun controllo sindacale, trattare dall’alto in basso e da pagarsi con una manciata di lirette e con l’arroganza del “ del prendere o lasciare”? Mi chiedo quanti ragazzi che nelle settimane scorse hanno manifestato contro il “nazista” Haider – che tratta i suoi ospiti magari poco desiderati meglio di quanto noi trattiamo i nostri connazionali terremotati – abbiamo in famiglia una collaboratrice domestica marocchina o senegalese o albanese cui i loro genitori passano un salario da burla; e non parliamo degli episodi di autentica schiavitù, come quella in cui alcuni “imprenditori” cinesi scoperti nel Napoletano tenevano decine di loro sventurati connazionali. E neppure parliamo della “tratta delle prostitute”, l’infame sfruttamento di ragazze africane, asiatiche o esteuropee che non esisterebbe senza l’appoggio di una clientela italiana ed europea soddisfatta e compiacente, fatta di gente che collabora alla loro schiavitù e poi vota, magari, i partiti della sinistra buonista e umanitaria. La lotta contro l’ingiustizia comincia da qui: dalle leggerezze e dalle ingiustizie di casa nostra, quelle di cui siamo complici per leggerezza o per convenienza.

E’ da qui che bisogna cominciare a colpire con rigore. Altrimenti, far rimuovere le svastiche dagli stadi e raccogliere firme contro il signor Haider è puro conformismo, fangosa e maledetta ipocrisia.