SOMMARIO

 

-Editoriale
Franco Cardini

-Radici
Massimo Cacciari
IL MARE DELLA MEMORIA E DEI SOGNI
Sylvia Schein

TO BE A PILIGRIM IN CRUSADER JERUSALEM:
THE SACRED AND THE PROFANE

-Arabeschi
Mariagraziella Belloli
VERSO LEVANTE, PERCEZIONI D'ORIENTE IN AUTORI FRANCESI DEL XIX SECOLO

-Judaica
Roberta Simini
L'UNIVERSO DELLA MISTICA EBRAICA MEDIEVALE

-Al Hiwar
Jamil Kegham Boloyan
IL LAVORO NEL PENSIERO ISLAMICO

-Oriente Oggi
Giuseppe G. Bernardini
CON I MUSULMANI E' UN DIALOGO TRA SORDI
Giorgio Paolucci
LE CENTRALI DI MAOMETTO
Graziano Motta
MOSCHEA A NAZARETH, VATICANO PREOCCUPATO


 

La porta d'oriente.Rivista internazionale sul levante mediterraneo dell'Europe-Near East Centre.

Edizioni Giuseppe Laterza
di Giuseppe Laterza- Bari -Italia
Via suppa, 16. tel 0805237936 fax 0805237360

Direttore responsabile, Franco Cardini
Direttore: Roberta Simini
Comitato di Redazione: Mariagraziella Belloli, J Keghan Boloyan, Nicola Bux, Pasquale Corsi, Donatella Di Modugno, Dinko Fabris,David Maria Jaeger, Michele Loconsole, Nunzio Lozito, Michele Mascolo, Benedetto Vetere.
Consulenti e corrispondenti : Attilio Agnoletto, Cesare Alzati, Anna Benvenuti, Massimo Cacciari, Claudio Carpini, Ivo Colozzi, Maria Laura Testi Cristiani,Annalisa De Giglio, Domenico Del Nero, Simonetta della Seta, Anton Giulio de' Robertis, Giuseppe di Benedetto, Cristina di Modugno, Giuseppe Ferrero, Mirella Galletti, Annie Laurent, Igor Man, Salvatore Manna,Riccardo Muti, Iclal Ozer, Michele Piccirillo, Arlette Tabet Schiavoni, FrancoSelicato,Karlston Thiede, Paolo Cauccivon Sauken, Guido Zampiron.
Responsabili Amministrativi
: Michele Mascolo, Domenico Pepe
Progetto grafico: Donatella di Modugno
Foto in copertina : Corral del Carbòn (facciata), Granada

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La porta d'Oriente. 
Dicembre 1999

EDITORIALE
Franco Cardini

Perché una “Porta d’Oriente”? E, soprattutto, quale Oriente?
La parola “Oriente” è etnocentrica e ambigua. Etnocentrica, perché squisitamente ed
esclusivamente occidentali sono i concetti di “Oriente” e “Occidente”. Ambigua, perché nella nostra
cultura esistono molti “Orienti”, uno Vicino, uno Medio, uno Estremo, uno immaginario, uno
“lontano” (far East), uno fiabesco, uno poetico, uno letterario, uno religioso, e via discorrendo.
In realtà, noi vogliamo – forse con un po’ di velletaria immodestia: siamo ben consci delle
nostre imperfezioni, ohimè...- occuparci un po'’di tutte queste forme dell’Oriente. E ciò per quattro
buoni motivi.
Primo. Il concetto di “Occidente” è mutilo senza il suo naturale e complementare
interlocutore.
Ma le ambiguità legate al concetto di “Occidente” sono nulla rispetto a quelle che il
concetto di Oriente comporta. Non vi sono formule valide per dissipare questi malintesi. Bisogna
solo studiare, approfondire, articolare i giudizi.
Secondo. Parlare di Oriente comporta sempre l’attivazione, per noialtri europei, di molti
rischi fra cui uno, connesso col nostro “DNA” intellettuale: quello dell’orientalismo. Se
l’Orientalistica è lo studio scientifico e sistematico delle culture orientali, l’orientalismo è un
atteggiamento mentale, culturale, emozionaale, spirituale: è il volto che guarda a Oriente di quella
dolce e letale malattia dello spirito euro-occidentale comunemente detta “esotismo”. Una malattia
da curare e con la quale convivere: ma che bisogna, anzitutto, disincantare. Pena gravissimi
equivoci.
Terzo. Ignorare l’Oriente forse si poteva: quando, a torto o a ragione, lo dominavamo.
Ora esso guarda a noi, ci entra in casa, ci assedia, minaccia la nostra (cattiva) coscienza e
la nostra (debole) identità.
E’ necessario accoglierlo in pace, ma anche difendersi da esso.
Quarto. L’Oriente dilaga e magari ci assale. Però esso stesso è in crisi, esso stesso è debole
e ammalato. Rischia di divenire anch’esso una periferia di Megalopoli, un malinconico annesso
della Mac Donald’s culture.
L’Oriente è sfruttato, massacrato dai modi di “produzione selvaggia” imposti dalla
globalizzazione. L’Oriente rischia di far naufragio nei suoi riti, nei suoi culti, nel suo tribalismo
fondamentalista, nella sua fame incontrollata di beni e di tecnologia occidentali. Bisogna difenderlo:
dalla mondializzazione e da se stesso.
Né ciò basta ancora. C’è l’Oriente, ma ci sono- come poco sopra dicevamo – gli Orienti.
Come europei, noi non siamo più così tanto sicuri di poterci dire ancora tout court “occidentali”.
L’Europa è un oscuro, misterioso oggetto. Esiste anche una Mitteleuropa, ch’è molto poco
“occidentale” ed è semmai, piuttosto, “euroasiatica”. Gli italiani dell’Adriatico sono molto vicini a
questa dimensione. Esiste poi un’Europa mediterranea, quella meridionale: Italia, Spagna, Francia
meridionale, Balcani, Grecia.
Noialtri “euroterroni” siamo euromediterranei. Fieri e felici di esserlo. Per nulla disposti a
volerci trasformare in danesi o in belgi di serie B, come forse qualcuno a Strasburgo o a Bruxelles
auspicherebbe.
Siamo fra l’altro convinti che l’Europa meridionale possa giocare un ruolo molto
importante nel Mediterraneo, in una partnership non solo economica e finanziario-tecnologica, ma
anche politica e culturale con i nostri “compatrioti” mediterranei della sponda asiatica e africana.
Perché anche il Mediterraneo è – un “continente”: e noi ne siamo parte.
Il “nostro” Oriente, quello che sarà oggetto dei nostri interessi e dei nostri studi, sarà
dunque quello non solo “vicino”, anzi prossimo, ma quello mediterraneo. Sarà quello che una
vecchia tradizione italiana chiamava con un nome ambiguo anch’esso, ma dolce e fascinoso: il
Levante. Con le sue coste e i suoi porti – da Catania a Tripoli passando per Venezia, Istambul,
Alessandretta, Beirut e Alessandria -, le sue isole (Creta e Cipro comprese), il Mar Nero che ne è
annesso, le sue fedi e le differenti confessioni o scuole che lo scandiscono. Nulla di quanto è
Levante ci sarà estraneo: dai problemi della convivenza nella ex Jugoslavia e in Albania fino alla
cucina libanese, dall’archeologia alla musicologia, alla storia, al diritto alla convivenza dei popoli e
delle fedi.
Un programma enorme, per una rivista dalle poche risorse. Ma il suo Direttore
Responsabile, sessantottino che non si è pentito di esserlo stato e non se ne vergogna, è rimasto
fedele ad una delle massime del joli mai. Bisogna essere realisti: cioè chiedere l’impossibile.