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SOMMARIO
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Franco Cardini
-Radici
Massimo Cacciari
IL MARE DELLA MEMORIA E DEI SOGNI
Sylvia Schein
TO BE A PILIGRIM IN CRUSADER JERUSALEM:
THE SACRED AND THE PROFANE
-Arabeschi
Mariagraziella Belloli
VERSO LEVANTE, PERCEZIONI D'ORIENTE IN AUTORI FRANCESI DEL XIX SECOLO
-Judaica
Roberta Simini
L'UNIVERSO DELLA MISTICA EBRAICA MEDIEVALE
-Al Hiwar
Jamil Kegham Boloyan
IL LAVORO NEL PENSIERO ISLAMICO
-Oriente Oggi
Giuseppe G. Bernardini
CON I MUSULMANI E' UN DIALOGO TRA SORDI
Giorgio Paolucci
LE CENTRALI DI MAOMETTO
Graziano Motta
MOSCHEA A NAZARETH, VATICANO PREOCCUPATO
La porta d'oriente.Rivista
internazionale sul levante mediterraneo dell'Europe-Near East Centre.
Edizioni Giuseppe Laterza
di Giuseppe Laterza- Bari -Italia
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Direttore: Roberta Simini
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La
porta d'Oriente.
Dicembre 1999
EDITORIALE
Franco Cardini
Perché una “Porta d’Oriente”? E, soprattutto, quale Oriente?
La parola “Oriente” è etnocentrica e ambigua. Etnocentrica, perché
squisitamente ed
esclusivamente occidentali sono i concetti di “Oriente” e “Occidente”.
Ambigua, perché nella nostra
cultura esistono molti “Orienti”, uno Vicino, uno Medio, uno Estremo, uno
immaginario, uno
“lontano” (far East), uno fiabesco, uno poetico, uno letterario, uno
religioso, e via discorrendo.
In realtà, noi vogliamo – forse con un po’ di velletaria immodestia: siamo
ben consci delle
nostre imperfezioni, ohimè...- occuparci un po'’di tutte queste forme
dell’Oriente. E ciò per quattro
buoni motivi.
Primo. Il concetto di “Occidente” è mutilo senza il suo naturale e
complementare
interlocutore.
Ma le ambiguità legate al concetto di “Occidente” sono nulla rispetto a
quelle che il
concetto di Oriente comporta. Non vi sono formule valide per dissipare questi
malintesi. Bisogna
solo studiare, approfondire, articolare i giudizi.
Secondo. Parlare di Oriente comporta sempre l’attivazione, per noialtri
europei, di molti
rischi fra cui uno, connesso col nostro “DNA” intellettuale: quello dell’orientalismo.
Se
l’Orientalistica è lo studio scientifico e sistematico delle culture
orientali, l’orientalismo è un
atteggiamento mentale, culturale, emozionaale, spirituale: è il volto che
guarda a Oriente di quella
dolce e letale malattia dello spirito euro-occidentale comunemente detta
“esotismo”. Una malattia
da curare e con la quale convivere: ma che bisogna, anzitutto, disincantare.
Pena gravissimi
equivoci.
Terzo. Ignorare l’Oriente forse si poteva: quando, a torto o a ragione, lo
dominavamo.
Ora esso guarda a noi, ci entra in casa, ci assedia, minaccia la nostra
(cattiva) coscienza e
la nostra (debole) identità.
E’ necessario accoglierlo in pace, ma anche difendersi da esso.
Quarto. L’Oriente dilaga e magari ci assale. Però esso stesso è in crisi,
esso stesso è debole
e ammalato. Rischia di divenire anch’esso una periferia di Megalopoli, un
malinconico annesso
della Mac Donald’s culture.
L’Oriente è sfruttato, massacrato dai modi di “produzione selvaggia”
imposti dalla
globalizzazione. L’Oriente rischia di far naufragio nei suoi riti, nei suoi
culti, nel suo tribalismo
fondamentalista, nella sua fame incontrollata di beni e di tecnologia
occidentali. Bisogna difenderlo:
dalla mondializzazione e da se stesso.
Né ciò basta ancora. C’è l’Oriente, ma ci sono- come poco sopra dicevamo
– gli Orienti.
Come europei, noi non siamo più così tanto sicuri di poterci dire ancora tout
court “occidentali”.
L’Europa è un oscuro, misterioso oggetto. Esiste anche una Mitteleuropa,
ch’è molto poco
“occidentale” ed è semmai, piuttosto, “euroasiatica”. Gli italiani
dell’Adriatico sono molto vicini a
questa dimensione. Esiste poi un’Europa mediterranea, quella meridionale:
Italia, Spagna, Francia
meridionale, Balcani, Grecia.
Noialtri “euroterroni” siamo euromediterranei. Fieri e felici di esserlo.
Per nulla disposti a
volerci trasformare in danesi o in belgi di serie B, come forse qualcuno a
Strasburgo o a Bruxelles
auspicherebbe.
Siamo fra l’altro convinti che l’Europa meridionale possa giocare un ruolo
molto
importante nel Mediterraneo, in una partnership non solo economica e
finanziario-tecnologica, ma
anche politica e culturale con i nostri “compatrioti” mediterranei della
sponda asiatica e africana.
Perché anche il Mediterraneo è – un “continente”: e noi ne siamo parte.
Il “nostro” Oriente, quello che sarà oggetto dei nostri interessi e dei
nostri studi, sarà
dunque quello non solo “vicino”, anzi prossimo, ma quello mediterraneo. Sarà
quello che una
vecchia tradizione italiana chiamava con un nome ambiguo anch’esso, ma dolce e
fascinoso: il
Levante. Con le sue coste e i suoi porti – da Catania a Tripoli passando per
Venezia, Istambul,
Alessandretta, Beirut e Alessandria -, le sue isole (Creta e Cipro comprese), il
Mar Nero che ne è
annesso, le sue fedi e le differenti confessioni o scuole che lo scandiscono.
Nulla di quanto è
Levante ci sarà estraneo: dai problemi della convivenza nella ex Jugoslavia e
in Albania fino alla
cucina libanese, dall’archeologia alla musicologia, alla storia, al diritto
alla convivenza dei popoli e
delle fedi.
Un programma enorme, per una rivista dalle poche risorse. Ma il suo Direttore
Responsabile, sessantottino che non si è pentito di esserlo stato e non se ne
vergogna, è rimasto
fedele ad una delle massime del joli mai. Bisogna essere realisti: cioè
chiedere l’impossibile.
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