Fede
e Ragione nel pensiero di un laico del XIII secolo
Nunzio
Lozito
È oggi in voga un’idea di dialogo
tutta appiattita alla sola dimensione del confronto tra le posizioni,
senza sentire la necessità che questo possa portare ad alcun esito
che non sia già previsto dagli interlocutori. Un’idea che riduce
il confronto al semplice gioco delle parti in cui ognuno offre
la sua posizione. In tale metodo l’unico valore che si ritiene
di dover salvaguardare è quello della libertà di espressione con
la conseguente convinzione che la semplice espressione del proprio
punto di vista, al di là del suo contenuto, sia comunque costruttivo.
In tutto questo, almeno formalmente sembra non esserci nulla da
eccepire. Ad una riflessione più approfondita, tuttavia, emergono
tutti i limiti di una simile impostazione. Ricondurre infatti
tutto all’aspetto appena accennato significa dimenticare che il
dialogo è sempre un mezzo e mai un fine; in secondo luogo, una
tale impostazione finisce per portare alla conclusione che non
esista una Verità che stia al di là delle pur legittime opinioni;
in terzo luogo che, della Verità non si possa fare esperienza.
È questa in fondo la questione che riguarda le religioni.
Queste nel corso dei secoli sono
sempre state considerate “vie” per rispondere agli aneliti profondi
dell’uomo. Qualsiasi tentativo di dialogo, necessita quindi che
si affronti l’inevitabile rapporto tra fede e ragione, soprannatura
e natura, rivelazione e storia. Quando uno dei termini viene assorbito
nell’altro, a rimetterci è sempre l’uomo. Lungi dall’essere una
questione squisitamente accademica, il rapporto fede-ragione ha
inevitabili implicazioni antropologiche ed esistenziali. Dopo
l’illuminismo e lo sviluppo tecnologico che ne è conseguito è
diventato assolutamente indispensabile per qualsiasi esperienza
religiosa l’affronto di tale tema. Anzi tale questione è diventata
oggi assolutamente pressante onde poter far fronte alle urgenti
sfide dell’umanità. Possiamo affermare che, per il cristianesimo
tale questione è stata di vitale importanza sin dalle sue origini,
anzi secondo il prologo giovanneo non può esserci cristianesimo
senza il Logos incarnato (Cfr Gv 1). È sulla scorta di
questa Verità nativa che, non c’è stata epoca storica che non
abbia visto al centro della riflessione teologica la questione
della ragionevolezza della fede cristiana.
Dal passato emergono testimonianze
interessanti circa il modo di concepire il dialogo ed il confronto.
Si potrebbero citare diversi esempi di uomini “dialoganti”. Una
delle tante testimonianze efficaci che ci forniscono un idea
articolata di dialogo ci viene da Raimondo Lullo un personaggio
vissuto nel XIII, uno spagnolo appartenente al terz’ordine francescano.
Al di là dell’accentuazione che egli pone sulla sua fede, tipica
dell’epoca in cui egli visse, del suo metodo di dialogo con uomini
appartenenti ad altre religioni, possiamo certamente valorizzare
i criteri che emergono. La biografia e i brani delle opere di
Raimondo Lullo che citerò di seguito, sono presi dalla monumentale
opera di Girolamo Golubovich.
Raimondo Lullo
Raimondo Lullo, nato a Palma di Maiorca
verso il 1235 da nobili genitori Catalani sudditi del re d’Aragona,
Giacomo I, aveva sposato una nobile dama vivendo una vita mondana.
All’età di circa trent’anni cambiò radicalmente vita. Il motivo
di tale cambiamento, descritto in una delle suea sua opere,
va ricercato nell’incontro con un vescovo, la cui predica, nella
chiesa dei frati minori di Majorca, in occasione della festa di
san Francesco contribuì al radicale cambiamento della vita. Da
quel momento il Lullo si propose di imitare san Francesco e seguire
unicamente Cristo scegliendo di entrare nel Terz’Ordine francescano.
Lullo scrisse opere di filosofia, teologia e fu anche un esperto
conoscitore della lingua araba; infatti dedicò molto tempo all’insegnamento
di questa lingua in quanto lo riteneva fondamentale strumento
per una efficace predicazione in Oriente.
Una lettera di papa Giovanni XXI
(1276-1277) del 17 ottobre 1276, diretta a re Giacomo I figlio
del re d’Aragona, attesta la fondazione a Majorca di un collegio
per lo studio delle lingue orientali, fortemente voluto da Raimondo
Lullo. Ecco quanto il papa scrive a proposito del collegio:
“ tredici religiosi dell’Ordine
de’ Minori possono apprendere la lingua araba, situato nell’isola
di Majorca, in una località detta Daya nella parrocchia S. Bartholomai
vallis de Nassa” .
Nel 1291 Raimondo si recò a Tunisi,
ma l’anno successivo venne espulso. Qualche anno dopo si recò
a Napoli dove scrisse la Petitio ad Coelestinum per la
conversione degli infedeli. Il progetto però non ebbe seguito
a motivo della rinuncia al papato di Celestino V (1294) a cui
succedette Bonifacio VIII (1294-1303). Egli compì un secondo viaggio
in Oriente. Qui scrisse una specie di Catechismo sulle verità
della fede, intitolato Liber de iis quae homo de Deo debet
credere. Tuttavia l’opera che testimonia l’anelito missionario
di Lullo è il Liber contemplationis Dei scritta
all’età di quarant’anni. In questa egli confessa il “desiderio
di morire per la sua gloria, e di recarsi a versare le sue lagrime
e il suo sangue in Terra Santa, ove Tu hai versato il tuo sangue
e le tue lagrime misericordiose. Fino a tanto che questo libro
non sarà terminato io non potrò recarmi nella terra dei saraceni
per lodare il tuo nome glorioso”.
Dal 1306 al 1307 compì un secondo
viaggio in Africa. Dal 1309 al 1312 svolse il suo apostolato in
Francia dove ultimò il Liber de natali pueri Jesus, che
dedicò e presentò al re di Francia Filippo per indurlo alla conquista
della Terra Santa. Con la medesima finalità scrisse il De recuperatione
Terrae Sanctae che presentò a papa Clemente V (1305-1314).
Le speranze per l’attuazione del
progetto culturale e missionario per la formazione, l’educazione
destinato alla Terra Santa trovarono piena attuazione al concilio
di Vienne (16 ottobre 1311 – 6 maggio 1312). Lullo, infatti presentò
al Concilio un'altra petizione intitolata ad acquirendam Terram
Sanctam, in forma di dieci decreti che sottomise all’approvazione
della Chiesa.
Il suo terzo viaggio in Africa, Raimondo
Lullo lo compì nel 1314. Nel terzo libro De partecipatione
Christianorum et Sarracenorum, confessa la sua soddisfazione
per aver visto recepito dalla chiesa il suo progetto culturale
per favorire la conversione al cristianesimo. In questo viaggio
perse la vita. Infatti a Tunisi, nel 1316, dove predicò di nascosto,
fu individuato dai saraceni del posto e così costretto a fuggire
in un paese limitrofo, ma scoperto fu lapidato e lasciato moribondo
per strada. Raccolto da mercanti genovesi, lo imbarcarono per
Majorca. Raimondo, raggiunse però la sua città già morto, lì fu
sepolto nel convento di S. Francesco dei Minori.
Le
opere
a. Liber de Gentili et tribus
Sapienthibus
Un’opera scritta in arabo sotto forma
di dialogo che ha come tema la conversione dei pagani ed ebrei,
intitolata Liber de Gentili et tribus Sapienthibus; come rappresentanti dei tre gruppi l’autore
individua tre saggi non cristiani che interloquiscono con un cristiano.
Prende per primo la parola il cristiano
di tradizione latina, che rappresenta Raimondo Lullo, affermando
quanto segue:
“Avend’io per molto tempo conversato
con gl’infedeli, e conoscendo le loro dottrine false ed erronee;
io, uomo povero, peccatore colpevole, vilipeso dai mondani, e
che mi considero perfino indegno di porre il mio nome sul titolo
di questo libro o di qualsiasi altro, io mi sforzo di trovare
un nuovo metodo e nuove ragioni per ritrarre dal cammino dell’errore
gli erranti, liberarli dai mali infiniti, e procurare loro una
felicità senza fine”.
Dopo aver esposto le argomentazioni
sull’esistenza di Dio, la risurrezione dei corpi e l’immortalità
dell’anima, il Lullo converte facilmente il pagano che finisce
per lodare Dio. Si inserisce nella discussione l’ebreo che gli
espone gli articoli di fede basati sulla tradizione dei padri,
comuni anche ai cristiani. Gli unici aspetti discordanti riguardano
la venuta del Messia e il dogma della risurrezione. Tuttavia ciò
che sta più a cuore all’ebreo è senz’altro il primo punto perché
riguarda la vita terrena, mentre a quella ultraterrena l’ebreo
non presta eccessiva attenzione. Infatti alla reazione scandalizzata
del musulmano, l’ebreo risponde:
“Noi ebrei cotanto desideriamo
di ricuperare la nostra libertà e di veder arrivare finalmente
il Messia, che quasi disprezziamo la vita futura; e ciò soprattutto,
perché noi siamo sforzati di vivere tra nazioni che ci tengono
come schiavi e alle quali annualmente dobbiamo sborsare gravi
tributi”.
Quindi interviene il cristiano che
espone la sua fede. A questo punto prende la parola il pagano
convertito che chiama in causa il musulmano, il quale espone il
suo “credo” in dodici articoli. Nel dialogo, tuttavia, l’attenzione
si concentra maggiormente sul quinto articolo che riguarda la
domanda che l’angelo di Dio farà all’anima del defunto circa l’autenticità
della profezia di Maometto come profeta mandato da Dio. Su questa
questione il musulmano commenta l’articolo in questione. In sostanza,
afferma il filosofo musulmano, le anime saranno trattate in maniera
proporzionale ai loro peccati fino al punto che, non potendo sopportare
le pene, impetreranno l’intercessione di Adamo, affinché preghi
Iddio di liberarli da tanta sofferenza. Adamo non osa fare ciò,
conscio della sua antica disobbedienza e li rimanda a Noè, il
quale si dichiara anch’egli indegno perché aveva abbandonato il
suo popolo alla furia delle acque. Da Noè si passa ad Abramo e
consiglia di rivolgersi a Mosè. Anche questi però non osa intervenire,
per aver a suo tempo ucciso un uomo. Mosè lo indirizza a Gesù
il quale si scuserà di non poter intervenire dicendo che fu senza
permesso di Dio che le nazioni lo adorano e credettero in Lui
come ad un Dio supremo, e li rimanderà a Maometto. Il Profeta
risponderà volentieri e intercederà per loro. Mentre Maometto
sta pregando udrà una voce dal cielo: O Maometto! Non è questo
il giorno per fare orazioni e suppliche; ma chiedi, e ti sarà
concesso: le tue petizioni saranno esaudite. Allora Maometto domanderà
a Dio che i popoli rendano conto delle loro opere.
Il filosofo si sofferma anche nella
descrizione della vita nel paradiso, pieno di agi, di abbondanza
e di belle donne che soddisferanno i piaceri dei beati. Anche
se su questo aspetto del paradiso, il filosofo maomettano ammette
che non tutti i musulmani hanno una medesima visione. Alcuni infatti
sostengono che si tratta di un linguaggio esclusivamente simbolico
e figurato e non realistico. Il filosofo definisce i musulmani
che la pensano in questo modo degli eretici, divenuti tali perché
avevano studiato la logica e le scienze naturali. Per questa ragione
c’era divieto tra i musulmani di insegnare pubblicamente lezioni
sulla logica e la natura.
Nell’opera appena descritta, il Lullo
mette in evidenza la difficoltà o impossibilità, nella religione
islamica, a tenere insieme la fede e la ragione.
b. Liber Tartari et Christiani seu Liber
super psalmum Quicumque
Anche questa opera è scritta in forma
di dialogo. L’autore mette in evidenza il bisogno dell’uomo a
ricercare le ragioni profonde che sottendono l’atto di fede affinché
l’uomo possa ragionevolmente aderirvi. Il personaggio principale
è un tartaro alla ricerca di Dio, che interpella, un ebreo, un
musulmano ed un cristiano perché gli illustrino la loro fede.
Si rivolge al primo, ma questo non riesce a persuaderlo; si rivolge
al musulmano e neanche questo riesce a soddisfarlo. Infine si
rivolge al pio eremita che gli espone con semplicità gli articoli
della fede cristiana; il pagano ne rimane profondamente colpito
e stupito dalla bellezza di quanto aveva ascoltato. Tuttavia vuole
delle spiegazioni e chiede le ragioni della fede cristiana, ma
l’eremita gli risponde: “io t’assicuro, che la cosa è così,
ma delle ragioni non te le so dare “. A tale risposta il tartaro
rimane scoraggiato e, disilluso, decide di ritornare al suo paese.
Il giorno dopo, prima di ripartire, entra nella chiesetta dove
l’eremita sta celebrando la Santa Messa. Nel momento della consacrazione,
il tartaro chiede al celebrante cosa stesse facendo, ma l’eremita
gli risponde che non è quello il momento opportuno per interloquire
con lui perché sta celebrando il sacrificio di Cristo, presente
tra le sue mani. Il pagano reagisce sconcertato ad una simile
affermazione. Al celebrante non resta altro che affermare che
quello è il cuore della fede cattolica. A quel punto il dialogo
ritorna al medesimo punto da cui era partito il giorno precedente:
la professione di fede del religioso non è supportata da ragioni
adeguate. L’eremita rimanda così il nostro personaggio ad un tale
di nome Blanquerano (che nell’opera rappresenta Raimondo Lullo),
un filosofo che probabilmente sarebbe stato capace di dare le
ragioni che cercava.
Blanquerano viene sorpreso dal tartaro
mentre sta recitando il simbolo Quicumque vult salvus esse;
nell’ascoltare le parole del simbolo, chiede di essere aiutato
a capire affinché possa diventare cristiano. Blanquerano si mette
all’opera e, grazie alla sua sapienza, con il metodo logico spiega
le parole del simbolo. Il tartaro, ormai pago, si converte. Viene
così mandato a Roma per ricevere il battesimo dalle mani del papa.
Nel momento in cui il papa chiede quale nome intendesse assumere,
il neofita gli risponde di volersi chiamare Largo (Largus).
Al termine della cerimonia, alla domanda del papa circa il motivo
della scelta di un tale nome, così risponde:
“ Santo Padre l’avarizia accresce
ognor più le sue forze nel mondo, ed io mi son proposto di affrontarla
con tutte le mie forze. Di più: Dio fu si largo di sé con l’uomo
che fattosi uomo egli stesso, morì per noi. E a colui che si sforza
di amarlo teneramente, calcando la retta via, Dio gli si dona
interamente. Per conseguenza, mi sono deciso di chiamarmi con
questo nome; e mi son proposto di votarmi alla morte, per amor
di colui che per me fece altrettanto”.
Largo è finalmente pronto per portare
il nome di Cristo nel suo mondo e dice al papa:
“io son pronto di recarmi presso
i Tartari e vi prego di destinare vostre lettere per il loro re;
io sarò il vostro fedele messaggero, e l’avvocato della verità
della fede”.
L’opera si conclude con due ipotesi
per la conversione degl’infedeli a Cristo. Anche le due ipotesi
sono rappresentate simbolicamente da due collaboratori del papa.
Il primo esprime il desiderio che il Santo Padre invii molti missionari
come Largo per tutta la terra, per il bene della Chiesa. L’altro,
non condividendo la proposta del primo, esprime il desiderio che
il papa elegga un principe potente a cui dare facoltà e mezzi
per combattere le nazioni non cristiane. Con la domanda su quale
delle due soluzioni fosse la più indicata e con l’attesa di una
risposta del papa, si conclude l’opera.
c. Disputatio fidei et intellectus.
In questa opera, come in tutte le
altre simili, Raimondo Lullo mette a tema la conversione, soprattutto
dei saraceni, attraverso il metodo razionale. In quest’opera non
manca di polemizzare con coloro che, nel non proporre ragioni
adeguate nella testimonianza di fede perché arrecano danno sia
alla fede cristiana che a quella coloro a cui è destinato l’annuncio.
Infatti, Raimondo racconta di un principe saraceno, abile filosofo
che un giorno disputava con un cristiano; quest’ultimo lo persuase
circa la falsità della fede islamica, allora il principe lo invitò
a provargli la verità della fede cristiana, mostrandosi sinceramente
intenzionato a diventare discepolo di Cristo. Il cristiano gli
rispose che la sublimità della sua fede non poteva essere provata
con ragioni umane. A tale risposta il Principe gli disse: “Tu
m’hai fatto male assai! Io ero saraceno e d’ora non son più né
saraceno, né cristiano”.
Conclusione
Come conclusione mi sembra opportuno
partire da questa breve citazione perché fotografa bene il clima
culturale che domina i nostri tempi, caratterizzati fin troppo
spesso dalla paura di far emergere le ragioni della propria identità
nel timore di offendere l’interlocutore che, ovviamente va rispettato
nelle sue convinzioni profonde. In realtà, l’eccessiva cautela
nel manifestare la propria identità, nasconde una inadeguata “metabolizzazione”
degli aspetti culturali ed antropologici della propria fede, finendo
per danneggiare contestualmente sé stessi ed il proprio interlocutore.
Perdendo di vista la capacità di
fermento culturale che una fede produce, si finisce per depauperare
la civiltà di un popolo. Ovviamente, il livello scientifico e
tecnologico che caratterizzano la nostra epoca richiedono un’adeguata
capacità critica nella comunicazione del dato di fede riscoprendo
la pazienza di dare risposta (apo-logia) a chiunque ci
domandi ragione (logos) della nostra speranza. Non è
possibile oggi applicare il medesimo linguaggio utilizzato e le
finalità ultime dell’azione del Lullo, ma i criteri ed il metodo
che sottendono il suo impeto missionario potrebbero esserci di
grande esempio.