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Dialogare con gli ebrei è rivolgersi
a un intero popolo
David Jaeger, ofm
Durante la registrazione di un'intervista televisiva recentemente
(per una rete locale o comunque non tra le principali), che di ben
altro trattava, l'intervistatore mi ha chiesto all'improvviso un
commento su una dichiarazione di un rabbino di una delle piccole
collettività italiane fuori Roma, il quale avrebbe detto
di aver sospeso il dialogo con la Chiesa cattolica (nientemeno!)
per protesta contro il Papa, che, a dir suo, avrebbe fatto cancellare
gli ultimi cinquant'anni del dialogo tra cattolici ed ebrei - o
così mi è sembrato di sentire.
Da cattolico e da figlio e membro del popolo ebraico me ne sono
sentito piuttosto offeso, anche se non ho mancato di vedere la dimensione
comica di una dichiarazione di sì epocale portata proveniente
però da un mero angolino della diaspora, quasi potesse assurgere
ad espressione del giudizio di più di 13 milioni di ebrei
in tutti i continenti, di cui la maggioranza comunque vive oramai
nello Stato di Israele. Penso di aver detto qualche cosa di simile,
ma non ricordo esattamente come ho risposto, per lo sgomento che
mi ha preso, per la preoccupazione per il danno che possa essere
stato recato in questo modo ad una delle massime priorità
del nostro Popolo. Mi preoccupavo, e mi preoccupo, perché
non posso essere certo che i «gentili» tutti capiscano
quanto poco rappresentativa sia una simile presa di posizione dei
sentimenti e delle aspirazioni degli ebrei, in Israele e nella diaspora.
Per molti forse basti che una dichiarazione, sia pure la più
inverosimile, sia attribuita ad «un rabbino», perché
pensino che debba esprimere la mente dell'intero mondo ebraico.
La verità non potrebbe essere più diversa. L'ebraismo
non ha una «gerarchia», e i rabbini non sono né
sacerdoti né, molto meno, «vescovi», ma sono
piuttosto periti e docenti della Torah e delle leggi religiose,
autorevolissimi certo all'interno di questa sfera, ma quando si
esprimono su altre materie, non manifestano che i loro giudizi personali,
da rispettare certamente sempre, ma non da ritenere proclami che
impegnano l'intera collettività, e meno ancora collettività
diverse da quelle rispettivamente da loro servite. Non meno della
gratuita offesa alla persona del Sommo Pontefice, mi preoccupa,
come già detto, il danno che ne potrebbe subire l'amicizia
sempre crescente tra i cattolici e gli ebrei quasi ovunque, la quale,
nonostante quello che pensi quell'individuo (o alcuni altri che
eventualmente ne condividano il pensiero), è palesemente
in ottima salute.
Per scongiurare tale danno, mi si permetta di distinguere tra il
dialogo dei «funzionari» e quello reale, che si svolge
a 360 gradi, in Israele, in Italia e altrove nella diaspora. Le
alterne vicende del dialogo dei «funzionari», le periodiche
sue «crisi», sono oramai più che ben note. Ogni
tanto qualcuno tira fuori qualche altro argomento per creare l'impressione
di frizione, di divergenze abissali, in una parola di «crisi».
Qualche volta è la persona e l'opera del Servo di Dio Papa
Pio XII, altre volte sarà la «Preghiera per gli ebrei»
approvata dal Pontefice regnante per l'uso nella celebrazione della
forma straordinaria del rito della Santa Messa, o qualsiasi altra
circostanza che si presta ad una «tempesta nella tazza di
tè» (come si dice in inglese). Chi segue solo queste
ricorrenti «crisi», più o meno montate ad arte,
potrebbe pensare che davvero l'amicizia cattolica-ebraica possa
essere finita o in procinto di esserlo. Ma tutto questo non importa
più di tanto, poco.
Un poco siamo «in colpa» noi cattolici, per il modo
in cui spesso impostiamo il dialogo, almeno concettualmente. Abituati
ad un modello «gerarchico» di organizzazione religiosa,
insistiamo nel voler darci una «controparte», un «partner»
a nostra immagine e somiglianza, anche quando proprio non esiste.
È così che, trovandoci davanti una religione non-gerarchica
(come lo sono in tante, non solo l'ebraismo), siamo persino pronti
a spingere alla creazione ad hoc di organi che potremmo poi ritenere
rappresentativi, quasi fossero speculari alle nostre istanze gerarchiche.
E così siamo indotti nell'errore di credere che dialogando
con queste presunte rappresentanze, ci troviamo effettivamente a
dialogo con l'intera comunità mondiale degli aderenti alla
religione interessata. Dando in mano a predette (auto- o etero-costituite)
«rappresentanze» il potere di «premiarci»
per la «buona condotta» o di «punirci» per
quella «cattiva».
Invece dovremmo liberarci dal voler «organizzare» il
prossimo secondo i nostri modelli, ed aprirci più decisamente
ad un dialogo che rispetti l'effettiva realtà dell'«altro».
Dialogare con gli ebrei non può così essere concepito
come soprattutto egualmente «istituzionale» da entrambe
le parti. Dialogare con gli ebrei vuol dire rivolgersi ad un intero
popolo, in Israele e nella diaspora, con tutte le sue componenti,
religiose e non. Dialogare con ebrei ortodossi, «riformati»
e «conservatori» (il che vuol dire più liberali
degli ortodossi ma meno liberali dei «riformati») e
con le molteplici suddivisioni di questi grandi movimenti ossia
«denominazioni». Dialogare con le diverse grandi e piccole
correnti di pensiero, con gli scrittori, gli intellettuali, gli
artisti; con i giovani e con i meno giovani; con la «sinistra»
e con la «destra»; con chi vede in Israele la sola possibilità
per un futuro per il suo popolo, e con chi vuol valorizzare pure
la rinascita e il rinnovamento delle tante comunità della
diaspora, piccole e grandi; con i credenti e i praticanti, ma anche
con chi vuole proseguire nella ridefinizione prettamente laica del
popolo ebraico, che fu l'audace progetto della più parte
degli ideatori del movimento nazionale ebraico, il Sionismo delle
origini.
Dialogare con gli ebrei vuol dire saper distinguere - sempre rispettosamente
- tra le sensibilità proprie degli ebrei di Israele e di
quelli che vivono la condizione di minoranza (più o meno
libera, più o meno tutelata) nella diaspora, sapendo valorizzare
i punti di incontro specifici, che offre la grande diversità
di queste situazioni, e nello stesso tempo riconoscere anche le
rispettive sfide caratteristiche.
Salve sempre le competenze esclusive del magistero ecclesiastico
in materia di fede, dialogare con gli ebrei non può essere
opera delle sole istanze gerarchiche o «istituzionali»
della Chiesa, ma deve coinvolgere l'intera comunità della
Chiesa, deve dispiegarsi anche negli scambi specifici tra appartenenti
alle stesse aree culturali, professionali, sociali. È un
compito per la Chiesa tutt'intera, non solo per gli specialisti
o per funzionari istituzionalmente a ciò deputati.
Il dialogo con gli ebrei non può che essere una vasta conversazione
plurima.
E questo dialogo c'è, e continua e continuerà, anche
se moltissimo rimane ancora da fare, soprattutto rispetto alla nostra
stessa «concettualizzazione» di esso. E nessuno debba
più pensare di averne in mano le chiavi in modo da poterlo
mai fermare o condizionare dai suoi cavilli, questi o altri. Né
dobbiamo lasciarci impressionare più di tanto da chi pensi
di poterlo fare.
«Eppur si muove» sarebbe stata la mia miglior risposta
alla domanda fattami a sorpresa dall'intervistatore, anche se, come
spesso accade, mi è venuta alla mente solo nel taxi che mi
riportava a casa...
fonte:
www.terrasanta.net
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