Dove Maria si fa Tenerezza
Il Santuario
della Madonna dei Martiri e l’Ospedale dei Crociati di Molfetta
di
Mariagraziella
Belloli
Incastonato come un piccolo, niveo gioiello di
luce tra la sfolgorante iridescenza del mare, il grave e solenne
tracciato dei muretti a secco che, simili ad un percorso processionale,
paiono indicare al viaggiatore quella via per venire ad esso che
il tempo ha cancellato, il complesso molfettese della “Madonna
dei Martiri” si disvela all’occhio del viaggiatore che lo scorge
per la prima volta quale luogo privilegiato dove lo spirito ed
il corpo possono ricostituire la propria unità attraverso la bellezza
e del luogo e del monumento che l’uomo vi ha saputo tanto ben
inserire.
Forse dovevano provare questa stessa impressione
di serena e dolce attesa gli antichi pellegrini che, nel loro
viaggio verso i Luoghi Santi attraverso il percorso litoraneo
da Siponto a Bari , erano accolti e confortati nel corpo e nello
spirito nel nuovo santuario e nei locali dell’Ospedaletto dei
Crociati ad esso adiacenti.
Il pellegrinaggio come atto completo d’alienazione
ed offerta, vissuto in uno spazio estraneo, scoperta di luoghi
nuovi e perdita di sé in cui tutto diventa possibile: conversione,
rigenerazione, guarigione, radicamento nell’Aldilà una volta raggiunto
il termine del cammino, costituiva per l’uomo medievale una via privilegiata
per raggiungere la comunione con Dio .
I pellegrini, “marciatori di Dio” che, seguendo
l’esempio degli Apostoli che si erano spostati ad Emmaus, sin
dagli inizi del cristianesimo si incamminavano verso la Terra Santa provenienti dalle più lontane
regioni dell’Europa . Alcuni non l’avrebbero mai raggiunta, indeboliti
dalle malattie e dalle precarie abitudini alimentari correlate
allo stesso vagare .
All’episcopato del luogo in cui essi rendevano
a Dio la vita era fatto obbligo di pensare a darne sepoltura,
fuori dalle mura cittadine .
Certamente molti tra i pellegrini che percorrevano
l’appena citata strada litoranea disseminata, come allora quasi
tutta la costa, di paludi e acquitrini nei quali regnava la malaria,
non sarebbero mai giunti oltre a Molfetta.
Il loro numero doveva essere sicuramente elevato
se l’atto di fondazione della chiesa di Sancta Maria de Martiribus,
avvenuto nel 1162 , che costituisce la pergamena più antica del
fondo Capitolo dell’archivio diocesano della Città, testimonia
la benedizione di un appezzamento di terra compresa sopra e
nel perimetro della fossa comune in cui venivano appunto inumati
i corpi dei pellegrini “martiri di Cristo”.
La cerimonia, eseguita Ursus, vescovo di Ruvo,
assente Riccardus , vescovo di Molfetta, alla presenza dell’arciprete
Magnus, dei primiceri Ungrus e Guidus e registrata dall’ arcidiacono
Rogerius per mandato del re Willelmus, vedrà la posa della prima
pietra della costruzione di tale edificio sacro e contemporaneamente
attesterà che il concetto di santità doveva essere esteso anche
a chi, proprio come i pellegrini ivi inumati, aveva perduto la
propria vita nel “vagabondaggio per causa divina”.
Tuttavia il diritto di canonizzazione diverrà
prerogativa papale solo nel 1160 , come descritto nei Decretales
di Gregorio IX nel 1234 e verrà reso effettivo soltanto dopo
il 1240 a partire
da Alessandro III ed Innocenzo III ; da allora, con estrema naturalezza
e logicità , i nuovi “martiri / pellegrini di Molfetta verranno
associati a Maria, titolare della erigenda chiesa, da sempre
“Regina marthyrum”.
Accanto al santuario , secondo il De Palma, sorse l’attuale “ospedaletto dei Crociati” dove
i vivi venivano curati a stretto contatto con il luogo di riposo
eterno dei Santi Pellegrini, forse fidando anche un poco sulle
loro capacità taumaturgiche.
Questa costruzione, oggi accuratamente restaurata,
secondo i più deve la sua fondazione a Rogerius, Ruggero, figlio
di Roberto il Guiscardo che , nel 1095 si sentì in dovere di edificare
nella città di Molfetta ben due “ospedali”, dei quali solo quello
“dei Crociati” rimane attualmente.
Non
si può nascondere la sensazione di profonda emozione che coglie
il visitatore odierno e che si può forse accomunare a quella che
si prova visitando la buia e misteriosa “ Basilica cisterna “
di Istanbul, dove una selva di pilastri ed archi, parzialmente
immersi nell’ acqua, si susseguono in indicibile, misteriosa armonia.
Tale improvvisa affascinante comparazione sorge forse dalla perfetta
simmetria e rigorosa alternanza dei tre corridoi formati, nell’”Ospedale”
molfettese, dalle due file di pilastri su cui poggiano gli archi
a tutto sesto che sorreggono le ampie volte aprendo lunghi corridoi
immersi in immutabile, ristoratrice, profonda penombra.
La fantasia spinge ad ipotizzare un soggiorno
a Costantinopoli di architetti crociati, ritornati poi a Molfetta
per edificarvi l’ospedaletto mentre erano in pellegrinaggio verso
Gerusalemme, ed il loro ritorno in Italia, con l’idea di una costruzione
simile alla cisterna, dove la presenza dell’acqua, nella religione
cristiana medium del sacramento della rinascita:il battesimo,
avrebbe potuto essere simbolicamente sostituita con quella del
mare appena valicato .
Di notevole somiglianza, e di più probabile modello
alla costruzione molfettese, appaiono inoltre altri esempi di
architettura “crociata”, tra i quali il più somigliante potrebbe
essere la sala degli Ospitalieri ad Akko , l’antica san Giovanni
d’Acri.
Un ulteriore mutamento nella lunga storia della
Chiesa avverrà nel corso dei secoli XIII e XIV quando il santuario
diverrà , da luogo di transito, a meta di pellegrinaggio. Secondo
infatti una tradizione riportata dal Bovio , nel 1188 era giunta a Molfetta dalla Terra Santa
riconquistata dall’Islam, una grande icona (1m.per 66
cm.) raffigurante la
Vergine Maria secondo la tipologia dell’Elousa, ovvero della “Madonna
della tenerezza”.
Il prezioso dipinto, eseguito su di un supporto
di cedro o di legno di provenienza orientale, benché sottoposto
a pesanti restauri, mantiene ancora quell’incantamento che faceva
esclamare a Fra Agostino da Ponzone, giunto a Molfetta il 21 gennaio
1488 ”undique ubi te ponis, te respicit”
La tradizione, ripresa anche dallo stesso religioso,
voleva che la santa tavola fosse tra quelle dipinte da san Luca:
questa ipotesi validerebbe ancor più la provenienza della stessa
dal Vicino Oriente: è noto infatti che la consuetudine orientale
ancor oggi narrata al viaggiatore curioso colpito ed affascinato
dalla seducente bellezza delle icone mariane, riporta che l’Apostolo
iconodulo, non reggendo alla vista del divino splendore che emanava
dalla figura di Maria, usasse riempire un catino d’acqua in modo
che la Sua immagine vi si riflettesse ed egli potesse
in tal modo dipingerla senza guardarLa direttamente.
Ma, come le leggi fisiche insegnano, l’immagine
riflessa è percepita capovolta ed ecco perché le Madonne dipinte
dall’Apostolo Luca mostrano il Bambin Gesù sul braccio sinistro
della Divina Madre e non sul destro, come solitamente avviene.
Studi recenti, suffragati dall’esame radiografico
della Sacra Icona, hanno ipotizzato una datazione dell’opera al XIV
secolo, mentre al restauro promosso all’inizio del XVI secolo
si devono le coperture delle pastiglie delle aureole in argento
e le placchette dello stesso materiale poste alla base dell’icona
che raffigurano il Vescovo Alessio Celadano e tramandano alcuni
versi poetici.
Forse
proprio ai primi, antichi restauratori si deve la grazia tardo
gotica del viso di Maria, di cui le fattezze inducono ad ipotizzare
un’ origine ascrivibile all’arte crociata..
Con tutta probabilità si doveva trattare di un’icona
in possesso di un pellegrino franco in cammino sulla via di Gerusalemme
costretto ad abbandonarla al suo rientro in Europa, che venne
donata alla chiesa della città dove forse era approdato.
Interessanti anche i due angeli posti ai lati
superiori dell’icona, di cui oggi possiamo veder solo i volti,
ma che dovevano essere rappresentati a figura intera e probabilmente,
visto la contemporaneità della datazione, come quelli rappresentati
nell’immagine della Madonna di Loreto, reggevano una cortina.
Quest’ipotesi può essere suffragata anche dalle
varie edicole in Molfetta antica che mostrano appunto la
Vergine con tale sfondo e darebbe una spiegazione anche all’iconografia
della pregevole statua della Vergine opera di Giuseppe Verzella
, eseguita nel 1840 a Napoli su commissione di Mauro Oronzo Valente
che la donò come ex voto, in cui alla statua della Madonna fanno
da sfondo due angeli che reggono un drappo rosso e bianco trapunto
di stelle.
Tale effige è protagonista ogni anno della solenne
”Sagra a mare” dell’8 settembre, iniziata intorno al 1870, nel
corso della quale la scultura viene issata su di un altare composto
da tre pescherecci legati tra di loro e portata proprio via
mare nella cattedrale della città, dove, ora come allora, rimane
per una settimana per poi far rientro nel Santuario.
Il “substrato storico” della festa è rappresentato
dalla tradizionale fiera, le cui origini si perdono sino ai tempi
di Ladislao da Durazzo, che la volle per la prima volta il 14
aprile 1399.
Il santuario della Madonna dei Martiri racchiude tuttavia tra
le sue mura un’altra preziosa testimonianza di fede: la ricostruzione
del sepolcro di Cristo sito nell’omonima basilica in Gerusalemme.
L’antico tempio molfettese voluto da Guglielmo
I di Sicilia ad una sola navata sormontata da due cupole in asse,
si era arricchito infatti di una delle più antiche riproduzioni
architettoniche del sacello in cui venne deposto il corpo di Gesù
dopo la deposizione dalla croce.
Narrano le cronache che alla fine del XV secolo
il nobile molfettese Francesco Lepore , dopo ben due viaggi effettuati
a Gerusalemme per visitare il sepolcro di Nostro Signore, decise
di farne uno nella sua città, all’interno della chiesa di Santa
Maria dei Martiri, che era tradizionalmente il luogo più spiritualmente
legato a quei luoghi.
E
lo fece costruire in maniera puntigliosissima, portando egli stesso
da Gerusalemme “la misura ed il disegno” e , secondo alcuni storici
locali, anche le 62 pietre che sarebbero servite alla costruzione.
Ne risultò un sacello, antesignano delle altre
opere di questo tipo presenti in Europa, di cui tratterà diffusamente
il francescano gallipolino Bernardino Amico nel 1609 nel suo “Trattato
delle piante et imagini di sacri edifici di Terrasanta disegnate
in Gerusalemme secondo le regole della prospettiva e vera misura
della loro grandezza”.
Lo spazio più venerato, quello costituito dalla
riproduzione della lastra su cui venne adagiato Cristo morto,
venne ed è tuttora adornato di una pregevolissima scultura della
scuola del Sammartino sullo stesso stile, e con lo stesso fascino,
del famoso Cristo velato della cappella Sansevero di Napoli.
E’ stata certamente e rimane essere una coinvolgente
esperienza anche fisica il recarsi all’interno del luogo fondamentale
per la religione cristiana, quello dove avvenne la resurrezione
di Cristo ; anche per questo motivo, durante una delle ultime
tappe nella lunghissima storia del complesso molfettese, quella
dell’affido ai Frati riformati da parte di Francesco I di Borbone
nel 1829 ed il successivo inizio della costruzione dell’attuale
basilica, il sacello venne trasportato nella sua integrità nella
chiesa attuale dove ancor oggi rappresenta un luogo di particolare
impatto emotivo e devozionale.
Ma il fluire del tempo non ha arrestato il culto
e l’amore per la Vergine: malgrado la soppressione degli Ordini
religiosi voluto da Napoleone nel 1886 e la loro relativa espulsione
dalla città, i Francescani ritornarono a Molfetta nel breve spazio
di alcuni anni e portarono a compimento la basilica e il convento
ad annesso, dove tutt’ora essi operano.
Nel 1951 Papa Pio XII dichiarava infine la Madonna dei Martiri compatrona della Città
e della Diocesi di Molfetta.
L’originario e sempre nuovo impegno religioso
dei molfettesi, che si è concretizzato sin dalle origini della
città nella accogliente costruzione dell’Ospedale dei crociati,
si è sempre coniugato ad iniziative di alto impegno sociale, tra
le quali la nascita dell’ENEC (Europe Near East Centre) nell’ormai
lontano 1989.
Grazie a questa Associazione , che vedeva, e conta
anche oggi, tra le sue fila illustri rappresentanti del mondo
politico, religioso, accademico che esposero la propria vita recandosi
nell’ Iraq in cui imperava Saddam Hussein, fu possibile riportare
in Italia tutti gli ostaggi civili europei che il dittatore aveva
imprigionato e che minacciava di uccidere uno ad uno.
L’antica tappa sulla strada verso la Terrasanta ancora una volta grazie ad “uomini
di buona volontà” si è tramutata in via di salvezza!
Mariagraziella Belloli