sommario | redazione
 
 

Dove Maria si fa Tenerezza
Il Santuario della Madonna dei Martiri e l’Ospedale dei Crociati di Molfetta

di

 Mariagraziella Belloli

Incastonato come un piccolo, niveo gioiello di luce tra la sfolgorante iridescenza del mare, il grave e solenne tracciato dei muretti a secco che, simili ad un percorso processionale, paiono indicare al viaggiatore quella via per venire ad esso che il tempo ha cancellato, il complesso molfettese della “Madonna dei Martiri” si disvela all’occhio del viaggiatore che lo scorge per la prima volta quale luogo privilegiato dove lo spirito ed il corpo possono ricostituire la propria unità attraverso la bellezza e del luogo e del monumento che l’uomo vi ha saputo tanto ben inserire.

Forse dovevano provare questa stessa impressione di  serena e dolce attesa gli antichi pellegrini che, nel loro viaggio verso i Luoghi Santi attraverso il percorso litoraneo da Siponto a Bari [1] , erano accolti e confortati nel corpo e nello spirito nel nuovo santuario e nei locali dell’Ospedaletto dei Crociati ad esso adiacenti.

Il pellegrinaggio come atto completo d’alienazione ed offerta, vissuto in uno spazio estraneo, scoperta di luoghi nuovi e perdita di sé in cui tutto diventa possibile: conversione, rigenerazione, guarigione, radicamento nell’Aldilà una volta raggiunto il termine del cammino [2] , costituiva per l’uomo medievale una via privilegiata  per raggiungere la comunione con Dio .

I pellegrini,  “marciatori di Dio” che, seguendo l’esempio degli Apostoli che si erano spostati ad Emmaus, sin dagli inizi del cristianesimo si  incamminavano verso la Terra Santa provenienti dalle più lontane regioni dell’Europa . Alcuni non l’avrebbero mai raggiunta, indeboliti dalle malattie e dalle precarie abitudini alimentari correlate allo stesso vagare .

All’episcopato del luogo in cui essi rendevano a Dio la vita era fatto obbligo di pensare a darne sepoltura, fuori dalle mura cittadine [3] .

Certamente molti tra i pellegrini che percorrevano l’appena citata strada litoranea disseminata, come allora quasi tutta la costa, di paludi e acquitrini nei quali  regnava la malaria, non sarebbero mai giunti oltre a Molfetta.

Il loro numero doveva essere sicuramente elevato se l’atto di fondazione della chiesa di Sancta Maria  de Martiribus, avvenuto nel 1162 , che costituisce la pergamena più antica del fondo Capitolo dell’archivio diocesano della Città, testimonia la benedizione di un appezzamento  di terra  compresa sopra e nel perimetro della fossa comune in cui venivano appunto inumati i corpi dei pellegrini  “martiri di Cristo”.

La cerimonia, eseguita Ursus, vescovo di Ruvo, assente Riccardus , vescovo di Molfetta, alla presenza dell’arciprete Magnus, dei primiceri Ungrus e Guidus  e registrata dall’ arcidiacono Rogerius per mandato del re Willelmus, vedrà la posa della prima pietra della costruzione di tale edificio sacro e contemporaneamente attesterà  che  il concetto di santità doveva essere esteso anche a chi, proprio come i pellegrini ivi inumati, aveva perduto la propria vita nel “vagabondaggio per causa divina” [4] .

Tuttavia il diritto di canonizzazione diverrà prerogativa papale solo nel 1160 ,  come descritto nei Decretales di Gregorio IX  nel 1234 e  verrà reso effettivo soltanto dopo il 1240 a partire da Alessandro III ed Innocenzo III ; da allora,  con estrema naturalezza e logicità , i nuovi “martiri / pellegrini di Molfetta verranno associati a Maria, titolare della erigenda  chiesa, da sempre “Regina marthyrum”.

Accanto al santuario , secondo il De Palma, [5] sorse l’attuale “ospedaletto dei Crociati” dove i vivi venivano curati  a stretto contatto con il luogo di riposo eterno dei Santi Pellegrini,  forse fidando anche un poco sulle loro capacità taumaturgiche.

Questa costruzione, oggi accuratamente restaurata, secondo i più deve la sua fondazione a Rogerius, Ruggero, figlio di Roberto il Guiscardo che , nel 1095 si sentì in dovere di edificare nella città di Molfetta ben due “ospedali”, dei quali solo quello “dei Crociati” rimane attualmente.

Non si può nascondere la sensazione di profonda emozione che coglie il visitatore odierno e che si può forse accomunare a quella che si prova visitando la buia e misteriosa “ Basilica cisterna “ di Istanbul, dove una selva di pilastri ed archi, parzialmente immersi nell’ acqua, si susseguono in indicibile, misteriosa armonia.

            Tale improvvisa affascinante comparazione sorge forse dalla perfetta simmetria e rigorosa alternanza dei tre corridoi formati, nell’”Ospedale” molfettese, dalle due file di pilastri su cui poggiano gli archi a tutto sesto che sorreggono le ampie volte aprendo lunghi corridoi immersi in immutabile, ristoratrice, profonda penombra.

La fantasia spinge ad ipotizzare un soggiorno a Costantinopoli di architetti crociati, ritornati poi a Molfetta per edificarvi l’ospedaletto  mentre erano in pellegrinaggio verso Gerusalemme, ed il loro ritorno in Italia, con l’idea di una costruzione simile alla cisterna, dove la presenza dell’acqua, nella religione cristiana medium del sacramento della rinascita:il battesimo, avrebbe potuto essere simbolicamente sostituita con quella del mare appena valicato .

Di notevole somiglianza, e di più probabile modello alla costruzione molfettese, appaiono inoltre altri esempi di architettura “crociata”, tra i quali il più somigliante potrebbe essere la sala degli Ospitalieri ad Akko , l’antica san Giovanni d’Acri [6] .

Un ulteriore mutamento nella lunga storia della Chiesa avverrà nel corso dei secoli XIII e XIV quando il santuario diverrà , da luogo di transito, a meta di pellegrinaggio. Secondo infatti una tradizione riportata dal Bovio [7] , nel 1188 era giunta a Molfetta dalla Terra Santa riconquistata dall’Islam, una grande icona (1m.per 66 cm.) raffigurante la Vergine Maria secondo la tipologia dell’Elousa, ovvero della “Madonna della tenerezza”.

Il prezioso dipinto, eseguito su di un supporto  di cedro o di legno di provenienza orientale, benché sottoposto a pesanti restauri, mantiene ancora quell’incantamento che faceva esclamare a Fra Agostino da Ponzone, giunto a Molfetta il 21 gennaio 1488 ”undique ubi te ponis, te respicit”

La tradizione, ripresa anche dallo stesso religioso, voleva che la santa tavola fosse tra quelle dipinte da san Luca: questa ipotesi  validerebbe  ancor più la provenienza della stessa dal Vicino Oriente: è noto infatti che la consuetudine orientale ancor oggi narrata al viaggiatore curioso colpito ed affascinato dalla seducente bellezza delle icone mariane, riporta che l’Apostolo iconodulo, non reggendo alla vista del divino splendore che emanava dalla figura  di Maria, usasse riempire un catino d’acqua in modo che la Sua immagine vi si riflettesse ed egli potesse in tal modo dipingerla senza guardarLa direttamente.

Ma, come le leggi fisiche insegnano, l’immagine riflessa è percepita capovolta ed ecco perché le Madonne dipinte dall’Apostolo Luca mostrano il Bambin Gesù sul braccio sinistro della Divina Madre e non sul destro, come solitamente avviene.

Studi recenti, suffragati dall’esame radiografico della Sacra Icona, [8] hanno ipotizzato una datazione dell’opera al XIV secolo, mentre al restauro promosso all’inizio del XVI secolo si devono le coperture delle pastiglie delle aureole in argento e le placchette dello stesso materiale poste alla base dell’icona che raffigurano il Vescovo Alessio Celadano e tramandano alcuni versi poetici.

Forse proprio ai primi, antichi restauratori si deve la grazia tardo gotica del viso di Maria, di cui le fattezze inducono  ad ipotizzare un’ origine ascrivibile all’arte crociata..

Con tutta probabilità si doveva trattare di un’icona in possesso di un pellegrino franco in cammino sulla via di Gerusalemme costretto ad abbandonarla al suo rientro in Europa, che venne donata alla chiesa della città dove forse era approdato.

Interessanti anche i due angeli posti ai lati superiori dell’icona, di cui oggi possiamo veder solo i volti, ma che dovevano essere rappresentati a figura intera  e probabilmente, visto la contemporaneità della datazione,  come quelli rappresentati nell’immagine della Madonna di Loreto, reggevano una cortina.

 Quest’ipotesi può essere suffragata  anche dalle varie edicole in Molfetta antica che mostrano appunto la Vergine con tale sfondo e darebbe una spiegazione anche all’iconografia della pregevole statua della Vergine  opera di Giuseppe Verzella  , eseguita nel 1840 a Napoli su commissione di Mauro Oronzo Valente che la donò come ex voto, in  cui alla statua della Madonna fanno da sfondo due angeli che reggono un drappo rosso e bianco trapunto di stelle.

Tale effige è protagonista ogni anno della solenne ”Sagra a mare” dell’8 settembre, iniziata intorno al 1870, nel corso della quale  la scultura viene issata su di un altare composto da tre pescherecci  legati tra di loro  e  portata proprio via mare nella cattedrale della città, dove, ora come allora, rimane per una settimana  per poi far rientro nel Santuario.

Il “substrato  storico” della festa  è rappresentato dalla tradizionale  fiera, le cui origini si perdono sino ai tempi di Ladislao da Durazzo, che la volle  per la prima volta il 14 aprile 1399.

            Il santuario della Madonna dei Martiri  racchiude tuttavia  tra le sue mura  un’altra preziosa  testimonianza di fede: la ricostruzione del sepolcro di Cristo sito nell’omonima basilica in Gerusalemme.

L’antico tempio molfettese voluto da Guglielmo I di Sicilia ad una sola navata sormontata da due cupole in asse, si era arricchito infatti di una delle più antiche riproduzioni architettoniche del sacello in cui venne deposto il corpo di Gesù dopo la deposizione dalla croce.

Narrano le cronache che alla fine del XV secolo il nobile molfettese  Francesco Lepore , dopo ben due viaggi effettuati a Gerusalemme per visitare il sepolcro di Nostro Signore, decise di farne uno nella sua città, all’interno della chiesa di Santa Maria dei Martiri, che era tradizionalmente il luogo più spiritualmente legato a quei luoghi.

E lo fece costruire in maniera puntigliosissima, portando egli stesso da Gerusalemme “la misura ed il disegno” e , secondo alcuni storici locali, anche  le 62 pietre che sarebbero servite alla costruzione.

Ne risultò un sacello, antesignano delle altre opere di questo tipo presenti in Europa, di cui tratterà diffusamente il francescano gallipolino Bernardino Amico nel 1609 nel suo “Trattato delle piante et imagini di  sacri edifici di Terrasanta disegnate in Gerusalemme secondo le regole della prospettiva e vera misura della loro grandezza”.

Lo spazio più venerato, quello costituito dalla riproduzione della lastra su cui venne adagiato Cristo morto, venne ed è tuttora adornato di una pregevolissima scultura della scuola del Sammartino sullo stesso stile, e con lo stesso fascino, del famoso Cristo velato della cappella Sansevero di Napoli.

E’ stata certamente e rimane essere una coinvolgente esperienza anche fisica il recarsi  all’interno del luogo fondamentale per la religione cristiana, quello dove avvenne la resurrezione di Cristo ; anche per questo motivo, durante una delle ultime tappe nella lunghissima storia del complesso molfettese, quella dell’affido ai Frati riformati da parte di Francesco I di Borbone nel 1829 ed il successivo inizio della costruzione dell’attuale basilica, il sacello venne trasportato nella sua integrità nella chiesa attuale dove ancor oggi rappresenta  un  luogo  di particolare impatto emotivo e devozionale.

Ma il fluire del tempo non ha arrestato  il culto e l’amore per la Vergine: malgrado la soppressione degli Ordini religiosi voluto da Napoleone nel 1886 e la loro relativa espulsione dalla città, i Francescani ritornarono a Molfetta nel breve spazio di alcuni anni e portarono a compimento la basilica e il convento ad annesso, dove tutt’ora essi operano.

Nel 1951 Papa Pio XII dichiarava infine la Madonna dei Martiri compatrona della Città e della Diocesi di Molfetta.

L’originario e sempre nuovo impegno religioso dei molfettesi, che si è concretizzato sin dalle origini della città  nella accogliente costruzione  dell’Ospedale dei crociati, si è sempre coniugato ad iniziative di alto impegno sociale, tra le quali la nascita dell’ENEC (Europe Near East Centre) nell’ormai lontano 1989.

Grazie a questa Associazione , che vedeva, e conta anche oggi, tra le sue fila illustri rappresentanti del mondo politico, religioso, accademico che esposero la propria vita recandosi nell’ Iraq in cui imperava  Saddam Hussein, fu possibile riportare in Italia tutti gli ostaggi civili europei che il dittatore aveva imprigionato e che minacciava di uccidere uno ad uno.

L’antica tappa sulla strada verso la Terrasanta ancora una volta grazie ad “uomini di buona volontà” si è tramutata in via di salvezza!

Mariagraziella Belloli



[1] Cfr Stefania Mola, Le vie del Giubileo in Puglia, Bari1999

[2] Paul Alphandéry - Alphonse Dupront, La Chrétienté et l'idée de Croisade, Parigi, Albin Michel, 1954 (trad. it. La cristianità e l'idea di crociata, Bologna, il Mulino, 1974.

[3] L.S De Palma ,Pellegrini, martiri di Cristo?, in Rivista di storia della Chiesa, Roma anno LII,n.1 pag 26

[4] A.Vauchez,, L’epoca del rinnovamento evangelico 1054 -1274, Milano, 1991, Storia dei Santi e della santità cristiana

[5] Ibidem, pag 26.

[6] Cfr Yaacov Schaeffer,Israel Antiquies Autority, Gerusalemme:Situazione degli scavi archeologici nei siti crociati di Acco, relazione al III Convegno Internazionale di studio “La Puglia tra Gerusalemme e Santiago di Compostela, Bari Brindisi 2002.

[7] G.A.Bovio, Breve istoria dell’origine, fondatione e miracoli della divota chiesa de S.Maria de’ Marteri di Molfetta, ristampa anastatica  ed edizione critica a cura di Luigi  Michele De Palma, Molfetta 2000.

[8] Rosalba Romito, Icone di Puglia e Basilicata dal Medio Evo al settecento, Milano, 1988, pag. 133

 
 
best view 800 X 600