| 0 |
| |
|
Judaica
|
 |
L’esegesi
di Giuliano d’Eclano.
Analisi
di alcune “lezioni ebraizzanti” nell’Expositio libri Iob
[1]
di Michele
Loconsole
1-Cenni
biografici [2]
Giuliano nacque tra
il 380 e il 383 ad Aeclanum
[3] , piccolo comune irpino dell’antica Apulia et Calabria [4] , da Memore vescovo di Capua e da Giuliana, nobile donna romana.
Sposerà verso il 403 Titia, figlia di Emilio vescovo di Benevento [5] .
Nel 408, divenuto
lettore e diacono (lector e clericus) nella comunità
della Ecclesia aeclanensis, conobbe, probabilmente durante
un viaggio in Africa, il vescovo di Ippona Agostino, amico di suo
padre [6] . Anche se Giuliano aveva studiato a Roma, colse l’occasione
di approfondire gli studi sull’origine dell’anima e del male grazie
ai colloqui avuti a Cartagine con il manicheo Onorato [7] .
Nel 416, a trentacinque
anni circa, venne consacrato vescovo di Eclano da papa Innocenzo
I [8] , ma la sua
notorietà come scrittore, esegeta, teologo e polemista è dovuta
alla tenace opposizione a papa Zosimo (417-418) che aveva scritto
l’enciclica Tractoria, con cui si condannava il pelagianesimo.
L’Eclanense era un fervente sostenitore di questa dottrina eretica,
nata e sviluppatasi tra IV e V secolo d.C. che faceva capo al monaco
Pelagio [9] , combattuta
senza sosta da sant’Agostino fino alla fine dei suoi giorni.
Giuliano, dalla spiritualità
fervente e profonda, possedeva una vasta cultura e una conoscenza
completa delle Sacre Scritture, tanto da essere considerato un grande
dottore della Chiesa finché non cadde nell’eresia pelagiana
[10] .
Nel 418 papa Zosimo
convocò il concilio di Cartagine (a cui parteciparono quasi duecento
vescovi), dove furono definiti nove canoni “anti-pelagiani”, tutti
entrati a far parte degli articoli di fede della Chiesa: sul peccato
originale, sul battesimo degli infanti, sull’importanza della Grazia
divina, sul ruolo dei santi etc
[11] .
Onorio (395-423),
imperatore romano d’Occidente, emanò nello stesso anno, probabilmente
in conseguenza alle decisioni del concilio nordafricano, l’ordine
di espulsione di tutti gli eretici dal territorio italico: Giuliano
e altri diciotto vescovi italiani – tra cui Celestio - non sottoscrissero
l’Epistula tractoria, e furono quindi costretti ad esulare.
Giuliano messosi
a capo dell’opposizione pelagiana, aiutato da Turbanzio e da Teodoro
di Mopsuestia [12] , scrisse due lettere al pontefice Zosimo [13] , che gli procurarono la definitiva condanna
per pelagianesimo [14]
. Una prima lettera fu prontamente confutata da Mario Mercatore,
un discepolo di Agostino [15] , mentre il papa invitava il vescovo di Ippona a fare altrettanto.
Fu l’occasione per scrivere il primo libro del De nuptiis et
concupiscentia [16]
, a cui il vescovo di Eclano ribatté nell’estate 419 con i quattro
libri Ad Turbantium
[17] , non prima di essersi rivolto senza successo al Comes
di Ravenna Valerio con una petizione [18] . La controrisposta di Agostino non si fece
attendere, questa volta attraverso un’imponente opera, un trattato
in sei libri dal titolo chiaramente polemico, Contra Iulianum
haeresis Pelagianae defensorem.
Purtroppo le due
lettere che l’Eclanense aveva scritto, Ad Rufum Thessalonicensem [19] e Ad Romanos
[20] , sono andate perdute; ma grazie alla risposta di Agostino,
Contra duas epistolas pelagianorum, è stato possibile ricostruirle
quasi integralmente [21] .
Tra il 420 e il
428 il vescovo Giuliano, ormai condannato come eretico, troverà
rifugio in Cilicia da Teodoro di Mopsuestia [22] , e nel 422, da esule, scriverà l’opera Ad
Florum [23] , probabilmente la più nota,
composta da otto libri
[24] . Anche in quella occasione Giuliano ripeté le accuse di
manicheismo nei confronti di Agostino, già note nell’Ad Turbantium,
addossandogli inoltre la colpa di volere risolvere con l’uso della
forza e della sola ragione la questione pelagiana; oltre ad innumerevoli
sfoghi di natura personale
[25] .
Nel 428, morto il
suo amico Teodoro, Giuliano fu costretto a trasferirsi a Costantinopoli
da Nestorio [26] ,
dove incontrerà il pelagiano Celestio. Nella capitale dell’impero
entrò subito in aperta polemica con Mario Mercatore [27] , il quale, attraverso i suoi
scritti anti-pelagiani aveva influenzato l’imperatore Teodosio II
(408-450), al punto che questi nel 430 espulse gli eretici anche
dall’Oriente.
Nel 439 papa Sisto
III (432-440) impedirà a Giuliano, ormai riconosciuto universalmente
eretico, di rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma: gli
sarà vietato per intervento del diacono Leone, il futuro pontefice
Magno, anche di rientrare nella sua città natale, ad Eclano [28] . Morirà probabilmente in Sicilia [29] , povero e solo, tra il 454 e il 455, sotto
il regno di Valentiniano III (425-455) [30] . Si deve a H. I. Marrou la raccolta di non poche testimonianze
volte a documentare il culto di Giuliano di Eclano, e addirittura
di notizie riguardanti la sua canonizzazione [31] .
Oltre alla polemica
teologico-dottrinale, Giuliano si era dedicato con altrettanta maestria
anche all’esegesi, soprattutto di alcuni libri del Vecchio Testamento.
Il metodo ermeneutico da lui utilizzato prese le distanze dalla
esegesi tipologica “ortodossa” del tempo, approfondendo e prediligendo
quella storico-letterale, più vicina ai pelagiani, alla scuola d’Aquileia
e a quella ancora più autorevole d’Antiochia, dove il contributo
della ratio nell’interpretazione delle Sacre Scritture occupava
un posto prioritario e privilegiato [32] .
2-Il metodo esegetico di Giuliano di Eclano
Gli scritti esegetici
di Giuliano di Eclano si possono analizzare dal punto di vista dello
stile, della lingua e dei modelli letterari [33] , anche se il vescovo del beneventano,
versatile di carattere ed eclettico per formazione, era in grado
di esplorare di volta in volta nuove vie interpretative, a seconda
delle necessità formali o dei generi letterari (elocutio) [34] .
Per scrittori ecclesiastici
così antichi non è inusuale imbattersi in questioni tese a chiarire
la reale paternità delle opere ad essi ascritte: mentre è sicura
per Giuliano di Eclano l’Ad Florum, solo recentemente sono
state a lui attribuite il Commento ai profeti minori (da
altri attribuito a Rufino d’Aquileia
[35] ), il Commento ai Salmi (pubblicato dall’Ascoli [36] , e ritenuto di san Colombano,
il monaco irlandese che visse dal 540 al 621)
[37] e il Libro di Giobbe (attribuito a un tale
Filippo, discepolo di Girolamo). Cospicuo è infatti il numero degli
studiosi di Giuliano che da un secolo circa hanno documentato tali
attribuzioni [38] .
Tornando
al metodo esegetico, va subito sottolineato che Giuliano non apporta
nulla di decisivo al pelagianesimo di Celestio o dello stesso Pelagio;
è però strenuo accusatore di Agostino che, per la sua visione del
peccato originale, è da lui apostrofato come il “rianimatore” del
manicheismo. Per Giuliano, infatti, il matrimonio, uno dei temi
molto caro all’Eclanense e oggetto di attacchi polemici e a tratti
virulenti, è visto più come un bene per l’uomo che un “mezzo di
trasmissione” di peccato. Egli, inoltre, difese la concupiscenza,
intesa più come un bene naturale (errata solo negli eccessi) che
non come disfunzione ereditata dall’uomo, e conseguenza del peccato
originale.
Il metodo teologico
adoperato da Giuliano si basava, secondo Vaccari, De Plinval e Cipriani,
sulla triade Ratio, Scrittura, Tradizione
[39] : per il vescovo di Eclano è la ragione che giudica tutto
(argomenti intrinseci); mentre la Rivelazione e l’autorità dei santi
valgono solo come argomenti estrinseci [40] . La sua esegesi (egli era studioso del senso letterale, della
ragione storica della connessione logica e reale, evitando l’allegoria
e il misticismo dei nomi e dei numeri) ha un’indole rara da reperire
negli scritti dell’antichità latina, caratteristica che avrebbe
facilitato l’individuazione della paternità di alcune sue opere
esegetiche in passato attribuite ad altri, come abbiamo appena detto.
L’itinerario esegetico-interpretativo
percorso da Giuliano è chiaro soprattutto nell’Ad Florum.
Nella sezione dedicata al peccato originale, per esempio, Giuliano
tratta l’argomento in tre fasi: in un primo momento da un punto
di vista puramente filosofico (da lui individuati come gli elementi
intrinseci), mettendo a confronto i termini di giustizia
e di peccato dopo averli definiti e analizzati razionalmente.
Solo successivamente passa al confronto con la Sacra Scrittura (i
cosiddetti elementi estrinseci) [41] , interpretando così a suo favore i passi
biblici che non giustificherebbero l’esistenza del peccato originale.
Nel terzo momento, infine, conclude l’esegesi prendendo a prestito
gli scritti dei santi uomini, citando nell’intera controversia due
volte Basilio e una sola volta Crisostomo
[42] .
Si potrebbe affermare
con la sua stessa espressione Quod ratio arguit, non potest auctoritas
vindicare [43] ; il primato della ratio
nel suo metodo esegetico potrebbe scaturire dall’analisi e dallo
studio della letteratura paolina, molto cara al pelagiano campano:
“Confessiamo la santità degli scritti paolini per nessun’altra
ragione se non perché ci ammaestrano in armonia con la ragione,
con la pietà e con la fede”
[44] .
Da queste premesse
metodologiche, che infiammarono l’intera “polemica giulianea”, impostata
sull’intellettualismo e sull’agonismo, che gli avversari dell’Eclanense
hanno sempre respinto con decisione, prende forma il modello ermeneutico
di Giuliano, fondato su conflictus, certamen, concertatio
e causa [45]
. Infatti, fu lo stesso Agostino a definire Giuliano di Eclano,
nonostante gli fosse acerrimo avversario, architetto del dogma pelagiano,
avendo personalmente accertato le notevoli doti dialettiche, retoriche,
esegetiche e linguistiche di cui egli disponeva [46] .
3-Chi è l’autore dell’Expositio libri Iob?
Abbiamo appena accennato
al fatto che anche il Commento a Giobbe, opera ritenuta per
secoli di un sacerdote di nome Filippo, un probabile discepolo di
san Girolamo, è stato recentemente attribuito da alcuni moderni
esegeti a Giuliano d’Eclano. È nostro intento, in questo contributo,
riferire innanzitutto sullo status quaestionis degli studi
più recenti pubblicati su quest’opera ecclesiastica, ma soprattutto
di contribuire a dipanare il dubbio se questo lavoro sia proprio
del nostro Giuliano, attraverso lo studio di alcuni termini in lingua
ebraica, riportati in originale o traslitterati in latino, presenti
sia in quest’opera che in altri scritti dell’Eclanense.
L’Expositio Philippi
presbyteri discipuli beati Hieronymi, pubblicata nel 1897 all’interno
del III volume dello Spicilegium Casinense
[47] è un commento esegetico al libro di Giobbe, riportato
nel più antico Codice Cassinese [48] , d’ora in poi citato [Exp]
[49] . Un commento sullo stesso libro biblico, il cui autore
è anche in questo caso un sacerdote di nome Filippo, era già noto
agli studiosi fin dal 1527 grazie al lavoro dell’umanista Johannes
Sichardus, opera che di seguito indicheremo con [Fil]
[50] . La formale somiglianza tra le due fonti, l’Expositio
[Exp] e il Commentarius [Fil], ha per lungo tempo confuso
gli studiosi, al punto che quando l’Exp fu pubblicata sul finire
del XIX secolo si registrò un totale disinteressamento all’opera
cassinese, perché ritenuta una copia della più antica versione del
XVI secolo [51] .
Le due fonti, però
- come avremo modo di vedere - non hanno nulla in comune tra loro,
se non il nome dell’autore e il commento al medesimo libro biblico
di Giobbe, preso dalla versione della Vulgata di san Girolamo,
la Bibbia tradotta in latino nel 393 direttamente dall’ebraico;
diversi, infatti, si presentano nei due testi, le idee, lo stile,
l’esegesi e il carattere [52] .
E
allora, delle due opere qual è il più antico Commento a Giobbe?
Chi sono i due Filippo? Ma soprattutto, quale dei due scritti
può essere accreditato a Giuliano d’Eclano? Tenteremo di rispondere
a queste complesse e affascinanti domande, partendo per il momento
dalle attestazioni di antichi autori o manoscritti, di cui alcuni
riportati anche nello stesso Commentario.
Fausto di Riez fin
dal VI secolo cita due frammenti del Commentario di Sichardus,
ma a nome di Girolamo [53] ; e Beda, all’inizio dell’VIII secolo, nel De ratione temporum,
lo cita in c. 4 [54] . Nel manoscritto della Biblioteca
ambrosiana (F 60 sup.), dell’VIII secolo, si possono leggere otto
estratti del Commentario, ai cui margini è scritto Philippus
[55] ; e Remigio d’Auxerre, scrittore del IX secolo, è il probabile
autore di citazioni a senso di due spiegazioni a Giobbe,
40, 10.14 [56] .
Mentre la Bibbia manoscritta della Biblioteca Mazarina di Parigi
(N. 1) nel prologo al libro di Giobbe riporta l’inizio del Commentario
di Sichardus [57]
. Per quanto riguarda i manoscritti, invece, molti lo danno
come anonimo o pseudonimo; alcuni altri invece sono intitolati a
Filippo [58] .
Le
citazioni e i manoscritti qui riportati, però, non convincono circa
la reale paternità di Exp, che al dire di alcuni studiosi moderni
– come abbiamo già accennato - è invece da ascriversi al vescovo
beneventano del V secolo.
Germain Morin, benedettino
e padre della patrologia latina, ha sostenuto, per esempio, che
il Commentarius in prophetas minores tres Osee, Joel et Amos,
accreditato per secoli a Rufino d’Aquileia
[59] , sarebbe in realtà di Giuliano di Eclano. Lo studio dell’opera
esegetica a commento dei profeti minori del Vecchio Testamento ha
indotto lo studioso francese a dedurre che anche l’autore del Commentario
Cassinese sia proprio il pelagiano Giuliano [60] .
A confermare la
recente paternità di Giuliano nei confronti di opere esegetiche
ascritte per secoli ad altri autori, ci si è serviti, oltre agli
studi di non pochi studiosi, anche di alcuni scritti dell’Eclanense,
ricavati indirettamente, in non pochi casi anche in ampi frammenti,
da alcune opere di sant’Agostino. Non è nostro compito, però, indagare
in tale direzione, già ampiamente percorsa da molti e dotti contributi,
quanto il verificare, attraverso lo studio di alcuni termini in
lingua ebraica presenti in Exp, se l’autore sia proprio Giuliano
di Eclano, approccio non secondario per rafforzare tale convincimento.
4-L’ebraico nelle opere di Giuliano
Si deve allo studio
del Brückner [61] l’aver messo in rilievo la competente conoscenza di Giuliano
delle lingue orientali, nonché della storia, della letteratura ecclesiastica,
della mitologia e della filosofia; qualità, però, non sempre evidenti
nel nostro Commento a Giobbe, se si tiene conto del genere
scoliastico tenuto in Exp, probabilmente la riduzione di un testo
più ampio [62] .
Ciò
che qui ci preme principalmente evidenziare è di conoscere in che
modo e per quali fini il vescovo beneventano avrebbe utilizzato
la lingua ebraica per il commento alle sue opere esegetiche, e del
libro di Giobbe in particolare, e come possa averlo agevolato
per l’elaborazione ermeneutica dei testi biblici.
È
noto che Giuliano, nel corso della sua attività esegetica, ha interpretato
la Sacra Scrittura in vario modo, al punto da costituirne una particolare
“abitudine linguistica e stilistica”, oltre ad elaborare un personale
modello ermeneutico. Un peculiare uso della Scrittura, di cui soprattutto
Exp è un testimone privilegiato, induce molti studiosi a riconoscere
in questo metodo lo stile dell’Eclanense.
Una caratteristica
giulianea, soprattutto nell’interpretazione della Sacra Scrittura
in Exp, del tutto determinante allo scopo del nostro intento, è
proprio la cosiddetta commutatio temporum
[63] , tipico schema linguistico usato nella lingua ebraica,
in cui un’azione espressa nella versione originale col tempo futuro
può intendersi anche al passato, e viceversa. In Exp 352 a, 5-13,
commentando Giobbe 8,5, per esempio, l’autore dopo aver applicato
questo criterio ermeneutico passa a spiegare il vero senso della
Scrittura [64] .
L’autore dell’Exp
- entrando così nel merito della questione - si sofferma su alcuni
riferimenti specifici alla lingua ebraica. Per esempio, in (415a,
8-11) [65] dice
che in essa “Omnia terrena animantia Behemoth [66] vocantur; similiter omnia quae in aquis
vivunt Leviathan”; e in (341b, 23), parlando ancora del
mostro marino di biblica memoria, afferma che “Leviathan
(dice) Hebraeorum vel Syrorum traditio vult intelligi illum
esse, de quo David dicit: draco iste quem formasti ad illudendum
ei”. Nel Salmo 104 (103), in cui si cantano gli splendori
della Creazione, al versetto 26 (e non al 27, come riporta il Vaccari)
[67] l’originale ebraico porta [68] תרצי־הז
ןתיול (Liviatàn ze-yazartà=il
Leviatàn che hai plasmato), anche se dal testo di Exp si arguisce
che l’autore non ha attinto il termine ebraico direttamente dalla
fonte biblica: Hebraeorum vel Syrorum traditio. Del resto
neanche lo storico della Chiesa antica Eusebio di Cesarea, originario
della Palestina - così come molti altri scrittori dell’antichità
provenienti da quell’area - ha impiegato quantitativamente e qualitativamente
la lingua ebraica nelle sue opere. Ciò nonostante, va sottolineato
che l’autore dell’Exp fa continuo riferimento alla Vulgata di Girolamo
per commentare il libro di Giobbe, versione latina desunta,
come abbiamo detto, direttamente dall’ebraico originale. Quindi,
il fatto che in Exp si trovino, in via del tutto inusuale, i nomi
propri di questi animali, traslitterati in latino direttamente dall’ebraico,
ci induce a ritenere che l’autore del Commentario sia proprio
Giuliano d’Eclano, così come l’Eclanense ha fatto in altri suoi
scritti.
L’Exp, inoltre,
commentando Giobbe 3,8 menziona nuovamente il termine ebraico
Leviatàn, lemma che nella versione dei LXX (e quindi
anche nell’antica latina) è tradotto con draco. Infatti,
nel primo capitolo del Commento ai Salmi Giuliano
farebbe la stessa osservazione, e che cioè nel testo originale si
parla di Leviatàn, particolare che l’Eclanense ripete anche
nel Commento a Giobbe in 40,20, dove il mostro marino è però
diversamente descritto come belua, quae in mari indico esse perhibetur [69] . A eccezione di Giuliano,
è raro trovare interpreti che riportano nei commenti esegetici dell’Antico
Testamento direttamente il termine ebraico traslitterato in latino,
come nei casi che abbiamo appena visto riferendo del Leviatàn
e di Behemòth.
Per Giuliano, quindi,
le differenze tra la “più recente” [70] traduzione biblica di Girolamo,
la Vulgata, e la più antica versione latina del II secolo (150 circa)
tradotta dalla LXX, sono notevoli. Ci sembra più probabile, pertanto,
che Giuliano abbia utilizzato per i suoi lavori esegetici la versione
di Girolamo, sia perché la riteneva “più sicura”, sia perché già
pubblicata da almeno un trentennio.
Anche se l’Eclanense
“criticava” la versione di san Girolamo, nella sua prefazione al
Commento ai profeti minori
[71] e nell’introduzione a Gioele avverte il lettore
di aver preso a prestito proprio questa versione “secondo l’ebraico”
[72] . Nel Commento al Salmo 33,22, per esempio,
l’autore riporta Secundum hunc sensum in hebraeo quoque “odientes
iustum superabuntur”; in quello al 43,13 afferma: Hebraeus
habet “nec grandis fuit commutatio nostra”; e in 57,6 prosegue:
Sic hebraeus “nec audit incantatoris incantationes callidas”;
e così via per almeno una trentina di casi [73] .
La comprensione
del testo, senza interruzioni o frasi oscure, era garantita, secondo
Giuliano, solo dalla Vulgata, al punto che parla di locutionum
integritas, a scapito delle versioni greche e dell’antica latina,
che soprattutto per il libro di Giobbe avrebbero tradotto,
al dire dell’Eclanense, con meno intelligenza e con più libertà
[74] .
Giuliano, dunque,
utilizzò quasi esclusivamente la Vulgata per il suo Commento
a Giobbe [75] , meno, come vedremo, per il Commento ai
profeti minori, anche se il suo maggiore oppositore, sant’Agostino,
gli replicava citando sempre l’antica versione latina, che l’Eclanense
aveva preferito per le altre sue opere, soprattutto quelle di natura
più squisitamente dottrinale e polemica, forse perché era considerata
la versione ufficiale della Chiesa romana [76] .
Un importante esempio
in cui Giuliano non ricorre per la sua esegesi alla Vulgata è rinvenibile
nel Commento ai profeti minori, al capitolo XII del
libro di Osea, in cui si espone la perversione politica e
religiosa di Israele. Al primo versetto il vescovo commenta: Efraim
mi ha voluto frodare nel traffico, e Israele con dolo [77] . Egli, infatti, leggeva, probabilmente da
una traduzione corrotta, in negotiatione, mentre la
Vulgata riporta più propriamente all’ebraico in negatione:
Girolamo infatti aveva tradotto la sua versione direttamente dal
testo לארשי תיב
המרמבו םירפא
שחכב ינבבס
(Sebabuni bekahash Efraim ubmirmàh beit Israel=Efraim
mi raggira con menzogne e la casa d’Israele con frode).
Da queste differenti
versioni tra le due fonti bibliche, la Vetus e la Vulgata, e del
conseguente commento che Giuliano ricava, possiamo confermare quanto
già anticipato precedentemente: l’Eclanense ha utilizzato la versione
di Girolamo quasi esclusivamente per il Commento al libro di
Giobbe, mentre per gli altri testi dell’Antico Testamento ha
usato l’antica versione latina del II secolo. Egli infatti ha commentato
Osea 12,1 partendo dalla traduzione latina di in negotiatione=nel
traffico, al posto di in negatione, cioè nell’atto
di negare, di smentire. Ancora più corretto sarebbe stato se
Girolamo avesse tradotto il termine ebraico שחכב
(bekahash) con ripudio
[78] : avremmo così ottenuto Efraim mi raggira col ripudio
e la casa d’Israele con frode (nostra traduzione).
Nel Commento
a Giobbe 6,19, inoltre, Giuliano dà prova di aver letto
un commentatore greco [79] che interpreta la Vulgata.
Infatti, in Exp 348b, 19-29 annota: Nel testo ebraico si trovano
nomi differenti da quelli che indurrebbe a credere la versione ebraica
(di Girolamo). Il testo originale, infatti, porta אמת
(Temà) e אבש (Shbà), e non
ימית (Temai) e אבס
(Sbà) [80] ,
per indicare i nomi dei popoli vaganti nel deserto con le carovane,
per i quali la mancanza d’acqua era la più grande delusione e la
più amara punizione riservata loro da Dio.
Un altro caso del
tutto simile al precedente si riscontra ancora nel Commento a
Giobbe 26,5.6 [81] , dove il termine gigantes
è tradotto dall’ebraico םיאפר
(refaìm=giganti)
[82] . Qui, però, si voleva alludere ad uno specifico popolo
che proveniva da oltre il fiume Giordano (cfr Gen 6,4),
esseri umani di grande statura, perciò “giganti”. Nel primo libro
della Bibbia, però, sono chiamati םילפנה
(ha-nefilìm)
[83] , cioè i famosi titani orientali, nati dall’unione tra
donne mortali ed esseri celesti. I commentatori giudaici e i primi
scrittori ecclesiastici hanno visto in questi superuomini, veri
eroi dell’antichità, il frutto colpevole dell’unione tra gli angeli
e le figlie degli uomini, per questo chiamati anche “figli di Dio”.
Però, a partire dal IV secolo i Padri della Chiesa hanno interpretato
tali figure mettendo di più l’accento sull’aspetto spirituale, individuando
i “figli di Dio” come i discendenti di Set e le “figlie degli uomini”
quali discendenti di Caino [84] .
Da questi pochi
esempi possiamo dedurre che Giuliano utilizzava per i commenti esegetici
tutte le fonti in suo possesso, nessuna esclusa; privilegiava soprattutto
la Vulgata geronimiana che aveva attinto alle fonti ebraiche disponibili,
utile per determinare il nome appropriato di animali, di persone,
di popoli e di figure mitologiche citate nei racconti biblici; fatto
che denota lo scrupolo e la precisione linguistica con cui l’Eclanense
si dedicava all’attività esegetica
[85] .
5-Alcune lezioni “ebraizzanti” nell’Expositio libri
Iob
Il
contributo specifico che Giuliano d’Eclano apporta all’esegesi grazie
all’uso della lingua ebraica, è rinvenibile nell’analisi di alcune
lezioni inserite nelle sue opere, dette pertanto “ebraizzanti”.
Nel commento al
XVIII capitolo del libro di Giobbe, al versetto 13: “Un
malanno divorerà la sua pelle, roderà le sue membra il primogenito
della morte (si riferiva forse alla peste?)”, la sezione del
testo dedicata ad esporre che la collera non può nulla contro la
giustizia, Giuliano aggiunge: “In graeco: comedet adhuc vivente
illo primogenitum eius mors”; una lezione, questa, che però
non trova riscontri nei codici greci o nelle versioni derivate [86] . Come risolvere il problema?
Dall’analisi del testo ebraico si ricava invece una spiegazione
di adhuc vivente illo, inusualmente presente nella lezione
giulianea: si potrebbe rendere abbastanza fedelmente con ויּחב
(behaiàv=mentre era in vita)
[87] , oppure con וֹדעב (be’odò=mentre
lui) o וּנּדעב (be’odènu=mentre
egli), due termini, quest’ultimi, simili al masoretico וידב
(bdyv=membra). Però, si può anche immaginare che possa esservi
stata una confusione o una corruzione dei copisti. Più semplice
si presenta, invece, il problema della locuzione primogenitum
eius, che sicuramente è ricavato dal masoretico רוכב
[88] (bkwr) per leggerlo וֹרכב
(bekorò=il di lui primogenito)
[89] .
Come abbiamo già
accennato, Giuliano, altrove come in questo passaggio dell’Exp,
non utilizza le versioni greche di Aquila, di Simmaco o di Teodozione,
ma quasi sicuramente ricava il commento da una fonte ebraica, ipotesi
che si rafforza ulteriormente se consideriamo che non esistono manoscritti
a noi noti che riportano questi termini
[90] .
Anche in un altro
passaggio del Commento, nella pericope 41,24
[91] , l’Eclanense ricorre all’antica lingua semitica per commentare
il libro di Giobbe: Aliter graece: Non est super terram
potestas eius, qui factus est ut ab angelis inluderetur ei”.
I testi greci a noi giunti, non parlano di potestas eius [92] : la frase non è stata presa neanche dalla Vulgata [93] , perciò è probabile che questa
lezione giulianea risponda ad una versione del tutto indipendente,
quasi sicuramente appartenente ai commentari di Policronio di Apamea [94] , di cui notoriamente Giuliano era imitatore in Occidente.
Infatti la parola ebraica utilizzata, וֹלשׁמ
(mashlò=regno/potere di lui), la ritroviamo in Dan
11,4 e in Zc 9,10, e può significare il suo regno e
il suo dominio, o, come dice Vaccari, anche simile a lui
(in arabo ُﻪُﺍﺚﻤ
=mathùhu) [95]
.
6-Conclusione
Possiamo ritenere,
alla luce di queste considerazioni, Giuliano di Eclano il probabile
autore dell’Expositio libri Iob, nonché degli altri due Commenti,
visti i comportamenti linguistici ed esegetici tipici del suo stile,
che qui abbiamo a tratti individuato e imparato anche a riconoscere.
Il contributo delle lezioni “ebraizzanti”, poi, hanno ulteriormente
contribuito a certificare la paternità dell’opera di Giuliano, da
lui particolarmente preferite perché ritenute più rigorose e sicure,
come aveva fatto il suo ispiratore orientale Policronio [96] , che in più di un manoscritto
introduceva un versetto biblico o un commento esegetico con le parole
in greco ò ̀Εβραι̃ος,
oppure τὸ ε̉βραϊκόν
[97] .
In conclusione possiamo
asserire che le opere ritenute con certezza di Giuliano e quelle
solo recentemente a lui attribuite, quali i tre Commenti,
che in parte qui abbiamo analizzato nelle sezioni dove l’uso della
lingua ebraica permetteva di individuare un ulteriore elemento giulianeo
[98] , hanno in comune le stesse idee e abitudini mentali, la
stessa cultura intellettuale e il medesimo spirito critico. Così
da ritenere con fondata probabilità di trovarci di fronte ad opere
dello stesso autore, e condividere, infine, insieme al prof. Marcello
Marin [99] , che sia ormai maturo il tempo
della rivalutazione di Giuliano d’Eclano, non solo per deideologizzare
il contrasto tra lui e sant’Agostino, ma anche per riconoscergli
la paternità di alcune opere per troppo tempo attribuite ad altri.
[1] Ringrazio il prof. Marcello Marin, docente di Letteratura
cristiana antica all’Università degli Studi di Foggia, che mi
ha proposto il tema di questa ricerca.
[9] Dottrina teologica, poi condannata come eretica, elaborata
dal monaco irlandese Pelagio che, giunto a Roma verso il 390,
criticò il lassismo morale dei cristiani esortandoli a una vita
ascetica e raccogliendo intorno a sé numerosi discepoli. Pelagio
sottolineava il valore della libera volontà dell’uomo come mezzo
per giungere alla salvezza, sostenendo che il male non è una condizione
insita nel genere umano, ma soltanto la conseguenza dello scarso
impegno del singolo: da qui il rifiuto della dottrina del peccato
originale e del battesimo degli infanti, che non sarebbe apportatore
della grazia salvifica di Dio, identificata invece con la tendenza
propria degli uomini ad agire secondo la ragione e la retta coscienza
nello sforzo supremo della volontà volto a raggiungere la perfezione
morale. L’accento posto da Pelagio sulla tensione morale del cristiano
come manifestazione essenziale della sua religiosità ricorda da
vicino la visione etica propria dei seguaci dello stoicismo. Stabilitosi
in Palestina verso il 412, Pelagio godette della protezione del
vescovo Giovanni di Gerusalemme, e la sua dottrina divenne popolare
in Oriente, soprattutto fra i seguaci di Origene.
[31] Cfr H. I. Marrou, La canonisation de Julien
d’Eclane, in Historisches Jahrbuch der Görres-Gesellschaft,
77 (1958), pp 434-437.
Questo
articolo è stato recentemente pubblicato sulla rivista NICOLAUS
|
0 |