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Fonte: terrasanta.net
Non facciamoci arruolare
di David-Maria A. Jaeger
Roma, 19 settembre 2006
È vero. Ci sono molte cose di questa o quella espressione
dell'islam che ci lasciano perplessi. Così come ci sono molte
cose di questa o quella espressione del cristianesimo che mettono
a disagio i musulmani.
La quantità di cose sgradevoli per loro o per noi aumenta
proporzionalmente col mescolarsi di una e dell'altra professione
di fede con società umane e culture che non hanno nulla a
che vedere con «l'essenza» di quella stessa religione,
ma che - specialmente, ma non solo, nella mente degli osservatori
esterni - sembrano inestricabilmente legate all'immagine che una
parte ha dell'altra.
Così, ad esempio, il disprezzo per il sacro, che Papa Benedetto
XVI ha deplorato come ormai dilagante nell'Occidente «cristiano»,
sarebbe diventato per molti musulmani scandalizzati una caratteristica
del cristianesimo stesso, il che nuoce alla possibilità di
un dialogo fruttuoso. Alcune manifestazioni di (a volte estrema)
violenza - arbitrariamente presentate dai loro autori come autorizzate
o addirittura richieste dall'islam - rimangono così impresse
nelle teste dei «cristiani occidentali» da condurre
molti, troppi, a commettere l'evidente ingiustizia di attribuire
queste tendenze a un ipotetico «corollario necessario»
della religione islamica e del culto a Dio secondo i precetti di
quella religione.
La deplorevole combinazione di questi, e altri simili, reciproci
fraintendimenti è responsabile di un clima esplosivo in alcuni
ambiti delle relazioni tra musulmani e cristiani. Ed è su
questo retroterra, o meglio in questo contesto, che le parole pronunciate,
o piuttosto citate, dal Santo Padre nel corso di una lezione accademica
all'università di Regensburg (Baviera, Germania) il 12 settembre
scorso si sono - con stupore suo e nostro - trasformate in un cerino
acceso gettato in una miscela esplosiva. Il Santo Padre stesso -
prima per bocca dei suoi collaboratori, poi in prima persona - ha
ribadito con enfasi che niente avrebbe potuto essere tanto lontano
dalla sua mente; nulla più estraneo alle sue intenzioni.
Mentre scrivo, tutti noi speriamo che le tempestive e puntuali
iniziative del Pontefice nel rispondere umilmente e sinceramente
alle critiche, e sanare le ferite, possano davvero ottenere il loro
obiettivo. Ci auguriamo che quella che a prima vista sembrava una
catastrofe di proporzioni planetarie sul punto di esplodere venga
evitata.
Ma ciò non basta.
Occorre un immenso sforzo su scala mondiale - e forse tanto più
in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente - per tener fede all'intuizione
del Concilio ecumenico Vaticano II (cfr Nostra Aetate n. 3) in tema
di relazioni tra la Chiesa e i musulmani, laddove si delinea una
relazione radicata nel patrimonio considerevole di valori e convinzioni
comuni e in ogni caso fondata sulla condivisione di un'unica umanità.
Soprattutto, poi, noi cristiani «occidentali» dobbiamo
resistere con fermezza al richiamo delle sirene di coloro che si
adopererebbero per arruolare il cristianesimo nello «scontro
di civiltà» da loro ipotizzato, così da ridurre
la fede nel Cristo crocifisso e risorto alla semplice «consacrazione»
di un'ideologia che divide, o a nulla di più di una rappresentazione
simbolica di una determinata «cultura» contemporanea,
che viene così rafforzata in vista di ogni competizione politica,
militare o economica che potrebbe avere con altre «culture»
o gruppi di nazioni. L'esempio più recente di questa impostazione
viene da una famosa e controversa scrittrice europea, ora non più
in vita, che si definiva come una convinta «atea cristiana»,
svuotando così di significato, in modo improprio, il termine
«cristiano» e subordinandolo a una agenda contingente
e tutta terrena o a un insieme di interessi (per quanto legittimi
e auspicabili questi ultimi possano essere).
Naturalmente tutti noi abbiamo ragione di andare fieri della nostra
identità umana, quella delle nostre rispettive comunità
etniche, nazionali, culturali e così via. Facciamo bene a
cercare con ardore di difenderla e preservarla. Ma non dobbiamo
mai più, dopo le infelici esperienze di lunghi secoli, confondere
quell'identità con la fede cristiana che professiamo. E,
soprattutto, non dobbiamo più accettare che il nome «cristiano»
venga arruolato al servizio di ogni sorta di agenda terrena, meramente
umana e contingente, seppure perfettamente giustificabile.
È ormai quasi universalmente accettato che la Chiesa cattolica
e, più specificamente, il Sommo Pontefice sono completamente
al di sopra di una simile tentazione. Il che ha reso il papato contemporaneo
un punto di riferimento universale anche per coloro che sono lontani
dai confini visibili della Chiesa cattolica. Proprio per questo
i Papi dei nostri tempi godono di un'ineguagliata capacità
di parlare a ciascun uomo sulla terra e di essere ascoltati con
rispetto da tutti. Se ci deve proprio essere uno scontro, la Chiesa,
in quanto tale, non vi partecipa. Il suo Pastore supremo rimane,
in ogni circostanza, «l'ambasciatore di Dio», colui
che richiama tutti alla riconciliazione, nella giustizia, nella
misericordia e nel perdono.
È questa la ragione della profonda angoscia causata dall'inutile
controversia sul citato discorso del Santo Padre. Ingiustamente
e gratuitamente i critici più feroci avrebbero cercato di
privare la famiglia umana di quel Padre comune, spogliando il suo
ufficio, e quindi la Chiesa, della singolare capacità di
rappresentare, in modo a tutti riconoscibile, i più alti
valori che - sotto Dio - uniscono e riconciliano a servizio dell'umanità.
I musulmani nostri amici e vicini non sono una minaccia e neppure
lo è la loro religione. Semmai la loro pietà, la loro
devota e coerente pratica religiosa, nella preghiera, nel digiuno,
è spesso per noi edificante. Se alcuni tra loro ci feriscono,
o si predispongono a farlo, anche qualcuno dei «nostri»
lo ha fatto, qua e là nella storia, nei loro confronti. E
tuttavia l'offesa, il conflitto e la violenza non rappresentano
quello che loro o noi alla fine veramente siamo.
Poiché moltissimi di loro sono oggi sul versante meno fortunato
della spaccatura che a livello globale separa gli abbienti dai non
abbienti, essi sono spesso più sensibili di «noi»
a insulti od offese vere o presunte. Il Santo Padre, con animo generoso,
ha prontamente mostrato di comprenderlo e, «vivamente rammaricato»,
ha teso la mano in segno di pace, nonostante non abbia mai voluto
mancare di rispetto nei loro confronti, come invece molti di essi
hanno erroneamente pensato. Non possiamo anche noi, nelle situazioni
in cui siamo, seguire il suo esempio e fare altrettanto?
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Così il Concilio
«La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano
l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente,
creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi
cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche
nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la
fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano
Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano
la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione.
Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà
tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la
vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera,
le elemosine e il digiuno».
«Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie
sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti
a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione,
nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini
la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».
(Dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa
con le religioni non-cristiane, n. 3)
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