| |
|
Editoriale
|
 |
E' finita la stagione del dialogo?
No, non lo penso proprio
David Jaeger, ofm
Un caro amico - ma,
per la verità, più di uno - mi ha confidato recentemente che per
lui la stagione del dialogo inter-religioso con l'islam e/o l'ebraismo
sia finita, superata, da consegnare alla storia. L'islam, spiegano,
ha risposto alle parole concilianti con le bombe e i terroristi-suicidi,
ed è preciò tempo di alzare gli scudi e di riprendere le crociate
stile terzo millennio. Oramai quel che conta sarebbe difendere
la nostra "identità" cristiana ed europea. Quanto all'ebraismo,
mi hanno detto, nonostante tutto quanto i Papi recenti abbiano
fatto e detto, gli ebrei non smettono di avanzare rivendicazioni
sempre più azzardate, tanto da far pensare che non si accontenteranno
finchè non abbiamo proprio rinunciato alla stessa nostra religione;
osano persino intromettersi nel culto cattolico, nei processi
di beatificazione e canonizzazione (le proteste alla beatificazione,
e poi alla canonizzazione, di Edith Stein; le proteste preventive
all'ipotesi di beatificazione del grande Papa Pio XII); e poi
lo Stato ebraico non vuol adempiere gli impegni assunti negli
Accordi con la Santa Sede, e dichiara persino l'Accordo fondamentale
del 1993 - condizione e fondamento dell'allacciamento dei rapporti
diplomatici nel 1994 - privo di valore giuridico. Quest'ultimo
rimprovero allo Stato di Israele porta poi con sé da parte degli
amici un rimprovero - implicito o esplicito - anche a me che,
secondo gli organi di stampa, dell'Accordo fondamentale sarei
stato un "tessitore", pieno di buona volontà, certo,
ma troppo naif... Basta, dicono, siano ritirati i rappresentanti
diplomatici, si segua invece la "linea della durezza"...
In ogni
caso poi, aggiunge qualche amico e confidente, tutto il discorso
delle "tre grandi religione monoteiste" si dovrebbe
ritenere superato. O perchè è tempo di metterci proprio sulla
difensiva (o controffensiva), o perchè ci sono altre culture che
diventano di giorno in giorno più influenti, più interessanti,
o più preoccupanti... La volontà di dialogo, si ammette,
ha portato a un tentativo nobilissimo, che però è risultato fallimentare,
senza esito e senza futuro...
EPPUR SI MUOVE! mi
viene di rispondere. Ma non solo perchè sono sempre stato caratterialmente
"controcorrente".
Comprensibilissimi
i sentimenti di delusione, di rabbia, di paura (o meglio, di grande
preoccupazione) di fronte ai fenomeni surricordati, ma non devono
prevalere.
Il dialogo fa parte
dell'"identità" cristiana, essendo la nostra stessa
fede fondata sull'adesione a Dio che si è sempre ostinato nel
mantenere, riprendere, riallacciare il dialogo con il Suo Popolo,
con l'umanità, nonostante tutti i dispetti, tutti i rifiuti, anche
i più clamorosi, opposti dai Suoi "partners"
al dialogo da Lui (ma spesso non da loro!) voluto. Ai rifiuti,
ai dispetti, ai tradimenti, Egli si è "ostinato" nel
rispondere con l'inviare a loro sempre di nuovo i Suoi profeti,
i Suoi araldi, fino ad inviare il Suo stesso Figlio - per essere
dall'ingrata umanità decaduta tormentato e appeso alla Croce!
Se proprio il discorso
debba essere "identitario" (e non credo che sia il discorso
più appropriato per i cristiani), allora il dialogo fa parte dell'"identità"
cristiana, è un'esigenza iscritta nel nostro Dna (come si suol
dire oggi), indipendentemente dalla risposta - o non-risposta
- che possa ricevere dall'altra parte in un momento determinato
della storia. Dialoghiamo, non perchè l'altro lo merita, ma perchè
noi non possiamo non farlo. E' un bisogno nostro, non un "diritto"
degli "altri".
Veniamo ai fatti.
Ma è proprio vero
che "l'islam" ci ha risposto con il jihad, con
le bombe?
L'"islam"
infatti non esiste - è una pura astrazione, dall'utilità ben circoscritta.
Concretamente ci sono "i musulmani", circa un miliardo
di persone che si chiamano musulmani, che "possiedono"
singolarmente, o in numerosi gruppi, l'"identità" o
l'"etichetta" di musulmani, ciascuno a modo suo. Alcuni
di loro, una sempre esigua minoranza, ne interpretano contenuto
e portata in modo da abbracciare la violenza, anche estrema. Nel
condannare tali atteggiamenti e comportamenti, non ci è lecito
comunque dimenticare che lo stesso hanno fatto anche alcuni
sedicenti cristiani, persino in tempi recenti. Non possiamo dimenticare
il dittatore filonazista della Slovacchia al tempo della Seconda
Guerra Mondiale il prete (anzi "monsignor") Josef
Tiso, l'unico reggitore di uno Stato alleato dell'"Asse"
che positivamente chiese a Hitler di liquidare gli ebrei che in
Slovacchia vivevano (compresi molti membri della mia famiglia);
ricordiamo le organizzazioni terroristiche dell'Irlanda del Nord
(fatte di "cattolici" e "protestanti") che
si vantavano di difendere il (loro) "vero cristianesimo"
contro le formazioni dell'altra versione "eretica" della
propria religione; e che diremmo del dittatore serbo Milosevic
che, con i carnefici alle sue dipendenze, si presentava
più volte come difensore della cristianità mentre le milizie che
a lui facevano capo massacravano i civili inermi; e non si può
certo passare sotto silenzio i massacri (e anche le uccisioni
fratricide) compiuti da certe bande nel Libano che si caratterizzavano
sempre "milizie cristiane" ... Così come non si possono
addebitare le colpe di tali "cristiani" al "cristianesimo",
non si può neppure attribuire gli orrori perpetrati dai terroristi
all'"islam" o ai musulmani ovunque essi siano. Ecco,
come me ci saranno probabilmente altri nostri lettori che hanno
potuto vedere da vicino la vita e la pietà profondamente
edificanti di tanti aderenti all'islam, una vita fatta un continuo
atto di culto attraverso il tempo santificato dalla quintupla
preghiera quotidiana, dal digiuno, dalle opere di misericordia.
Già che pensiamo a costruirci un concetto di "Islam",
perchè non dobbiamo ispirarci all'esempio di questi
umilii e perseveranti adoratori del Dio Uno, piuttosto che alla
criminalità di altri? Sappiamo, pregherei, conservare un
sano realismo, combattendo con tutte le forze e senza quartiere
la criminalità (mafiosa o terrorista) ovunque si trovi e
di qualsiasi matrice sia, ma senza glorificarla e ingigantirla
al punto di farne una "civiltà" allo scontro con la
nostra (quasi come le galassie in guerra tra di loro in certi romanzi
di fantascienza), e senza criminalizzare più di un miliardo di
persone con tutte le loro comunità. Persone che, come tutti
gli altri esseri umani, sono destinatarie dell'invito
divino al "dialogo della salvezza" (come lo chiamava
Paolo VI), che noi, quali ambasciatori del Salvatore, dobbiamo
sempre cercare di tessere.
Certamente le Nazioni
civili devono premere perché gli Stati che si dicono "islamici"
rispettino i diritti umani dei residenti, soprattutto il diritto
alla libertà religiosa e di coscienza, e gli Stati europei in
particolare non possono non insistere con assoluta fermezza perché
le persone aderenti all'islam, che si trovano sul proprio territorio,
si attengano alle leggi nazionali ed europee per tutto quanto
riguardi specialmente i diritti delle donne e così via...
Tutti questi sono punti fermi e non-negoziabili, ma sono di natura
politica e legale, necessariamente disgiunti dalla volontà e dall'esigenza
di dialogo a livello umano, religioso, culturale, valoriale.
San Francesco di
Assisi non delegittimava la Crociata di per sé. I Crociati avevano
il loro compito, secondo le convinzioni dell'epoca. Ma Francesco
aveva il suo, che era diverso. Il suo era di andare a parlare
agli "infedeli", di presentarsi, di cercare di persuadere,
di "dialogare". Lasciamo anche noi - credenti del XXI°
secolo - ai Governi, agli Eserciti, alle Forze di polizia,
che facciano - bene e con zelo - il loro dovere, ma facciamo pure
il nostro, non disperandoci mai di quella comune umanità che ci
assicura quell'immancabile "comunanza" con ogni essere
umano, che costituisce l'"infrastruttura", la "condizione
di possibilità" e insieme il "mandato" e l'esigenza
del dialogo.
E certamente non
è il momento di sentirsi solo scoraggiati e delusi di fronti all'andamento
e alle difficoltà del dialogo con il piccolo popolo ebraico e
Stato ebraico. Anche qui è un eccesso di amore gratuito - non
certo la rabbia e la deplorazione - che ci metterebbe nelle migliori
condizioni per "sfondare". Se è vero che certe organizzazioni
altro non fanno che avanzare rivendicazioni e formulare accuse,
è anche vero che sono sempre di più, e sempre più coraggiosi,
i "fratelli maggiori" ebrei che accolgono bene, che
apprezzano l'amicizia promessa loro dalla Chiesa. Mi sia permesso
ricordare, a titolo di esempio, il manifesto pubblicato un paio
di anni fa da un folto gruppo di personalità ebraiche statunitensi
di primo piano, intitolato "Dabbru Emet" ("dite
la verità"), in cui si rivolgevano alle altre organizzazioni
ebraiche, chiedendo ad esse di dire la verità alle loro comunità
circa il grande amore che i Papi e la Chiesa dei nostri tempi
hanno manifestato per il Popolo Ebraico. Ma andrebbe anche ricordato
il gesto organizzato dal mio grande amico ebraico newyorchese,
Gray Krupp, che in gennaio dell'anno scorso ha portato più di
cento rabbini e altri ministri del culto ebraico da Papa Giovanni
Paolo II in Vaticano, "per dirGli semplicemente 'grazie',
grazie, Santo Padre, per tutto quanto ha fatto per il Popolo Ebraico,
per la Sua bontà, il Suo amore, la Sua attenzione riservata al
nostro Popolo". Quell'Udienza, al dire di tutti, era
estremamente commovente, sapendo collocare il dialogo con gli
ebrei al livello giusto, ben al di sopra delle occasionali vessazioni
ideata da questa o quella organizzazione non-rappresentativa in
cerca di notorietà.
E se lo Stato di
Israele non sembra attribuire molta importanza agli impegni assunti
in riferimento alla Santa Sede e alla Chiesa Cattolica, sospendendo
persino iteratamente e con molta facilità gli stessi negoziati
miranti a normalizzare i rapporti bilaterali, non siamo forse
in qualche modo corresponsabili? In quale misura i cattolici in
Occidente e i loro Pastori - e Conferenze episcopali - hanno premuto
sui rispettivi Governi perchè, a loro volta, indichino a
Israele di aspettarsi da esso un comportamento leale verso la
Chiesa? In quale misura le Chiese locali, i movimenti ecclesiali,
nei paesi liberi, hanno preso l'iniziativa per dire pubblicamente
a Israele di essere direttamente interessati, necessariamente
coinvolti, nel rapporto tra lo Stato ebraico e le Chiese cattoliche
sul suo territorio? Quante manifestazioni si sono svolte davanti
alle sedi diplomatiche israeliane - a Roma o altrove- quando il
Governo di Israele negava sistematicamente i permessi di soggiorno
al clero cattolico? o dopo la dichiarazione del Governo di non
riconoscersi tenuto all'osservanza dell'Accordo fondamentale con
la Santa Sede? o quando - l'estate scorsa - qualche funzionario
dell'allora Governo israeliano lanciava pubblicamente insulti
e calunnie - del tutto gratuite e molto, molto vili e brutte
- contro la Persona del Santo Padre Benedetto XVI e persino Quella
tanto amata del Suo Predecessore immediato, il Servo di Dio Giovanni
Paolo II?
Ovviamente si tratta
di domande retoriche, perchè niente di ciò è avvenuto. Ma il dialogo
è anche questo! la leale, giusta, misurata, pacifica protesta.
Dialogare vuol dire avere la lealtà, il coraggio, la fiducia sufficienti
e necessari per dire al "partner", all'amico, al fratello
maggiore, che sbaglia, che ci ferisce, che deve cambiare atteggiamento.
Dialogare vuol dire non tenersi a sé le perplessità, i dispiaceri,
le amarezze, che poi, non avendo alcuno sbocco, diventano potenti
veleni - ma piuttosto mettere tutto davanti all'altra parte, con
semplicità e franchezza.
Al dialogo - anche
istituzionale - con Israele non c'è alternativa. Viviamo sullo
stesso territorio, lo Stato ebraico e la Chiesa cristiana. Rivendichiamo
analogo patrimonio storico e di valori. Se il dialogo richiede
di essere ri-studiato per migliorarne funzionamento e meccanismi,
facciamolo pure, magari insieme. Perciò, se mi si conceda
ancora un momento di autoreferenzialità, non mi pento proprio di
aver potuto contribuire (anche se forse non proprio nella misura
così ampia attribuitami da giornalisti ed altri commentatori,
ma credo in misura comunque non del tutto insignificante) all'"istituzionalizzazione"
di questo dialogo, con l'Accordo fondamentale e quanto ne è seguito.
Non credo proprio di essere stato un naif sprovveduto (Israele
lo conosco, si sa molto meglio di tutti i critici!), credo invece
di essermi prudentemente (sì, prudentemente!) alleato con quanti
si rifiutavano di cedere alla disperazione, al nichilismo ("pratico")
di fronte al continuo accumularsi di esperienze deludenti, scoraggianti,
e si decidevano invece - conformemente alla volontà di Papa Giovanni
Paolo II - per il modello proprio del cristiano, quello che segue
l'esempio del Creatore e del Redentore dell'uomo, il modello che
si chiama "dialogo"!
>> torna su <<