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Arabeschi

 

ALBANIA DIMENTICATA

Roberta Simini

Pensavo che la libreria dei miei genitori non dovesse riservarmi più sorprese, da moltissimi anni l’avevo rovistata in lungo e in largo, credevo di conoscere perfettamente il contenuto dei suoi scaffali; ricordo l’ansia con cui, appena adolescente, mi arrampicavo, alla disperata ricerca di qualche libro ancora non letto: non era così! Qualcosa era sfuggito anche a me, forse perché avevo trovato quel titolo poco attraente, troppo lontano dai miei interessi; di lì a poco avrei incominciato ad acquistare in libreria autonomamente ciò che m’interessava. Ma quel libro mi era sfuggito e doveva restarmi estraneo per tanti anni, finché non dovetti dare una mano a risistemare quegli scaffali. Trovarlo è stato come riscoprire il proprio passato, come conoscere meglio me stessa, capire ciò che nel carattere, nel temperamento, nel modo di pensare e quindi nelle scelte di vita conseguenti, sentivo ancora non sufficientemente esplorato. Siamo il frutto delle nostre esperienze, è vero, ma forse c’è in noi qualcosa di inconscio, di genetico, trasmesso sì con i racconti dei nonni, ma anche forse col DNA, insieme agli occhi azzurri ed ai capelli biondi.

Era un libro sull’Albania, dal titolo appunto Albania, scritto dal mio bisnonno, Giacinto Simini (Scutari 1861 - Roma 1945), professore di latino e greco al Liceo Italiano di Scutari e poi del Cairo, figlio di un medico, esule mazziniano, Gennaro Simini e della figlia del Console Generale Inglese in Albania Spiridione Bonatti, Elena Bonatti. Il libro scritto nel 1930, fu pubblicato a Roma dalla Franco Campitelli editrice, nel 1932. In 375 pagine il mio bisnonno racconta la storia del Paese in cui è nato e cresciuto e che ama non meno del suo, con quell’entusiasmo e quell’ardore ereditati da suo padre e che seppe, a sua volta, comunicare ai suoi figli, così ottocentesco, così fervente, da risultare forse poco comprensibile a noi disincantati figli della globalizzazione.

Pensavo di usarlo soltanto come fonte di notizie, ma mi ha affascinato proprio il suo modo di porgerle, queste notizie, per cui lo ripropongo così com’è, con l’invito di tener presente sempre l’epoca e l’ambiente in cui fu scritto.

Il primo capitolo incomincia con i versi di una poesia di Lord Byron, di cui però non ci vien data alcuna indicazione bibliografica:

Magico incanto ci si para, e quanta

Di colori armonia! Rupi, foreste,

Monti, riviere, tutto è quivi, e sempre

Un ciel puro, azzurrin, coll’ammirando

Quadro s’accorda. Al piè con torbid’onda

Rumoreggia un torrente, e par n’avvisi

Che più sotto, fra due rupi sospesa,

Precipitosa cataratta piomba,

Che col perenne scroscio, una sublime,

Arcana emozion desta nell’alma.

.....................................................

Oh terra d’Albania! deh! almen ch’io possa

Contemplarti m’assenti!...

 

Così cantava il Byron dell’Albania.

Bellissimi ed estesi boschi, folte selve di annose querce, di giganteschi abeti, di faggi, di pini e di frassini in alto; di olmi, di castagni, di noci, di carpini, di loti e di secolari ed enormi platani in basso, vestono, ornano le montagne e le pianure, e servono di asilo a volpi, a tassi, a faine, a martore, a cervi, a lupi, a cinghiali, a sciacalli  e ad orsi. Nelle colline crescon gli olivi, i larici, i cornioli, i corbezzoli, le viti. Sulle vette e nei recessi più impenetrabili vivono camosci, stambecchi e caprioli.

Nelle acque dei numerosi fiumi e dei laghi abbondano i carpi, le trote, le anguille, i cefali, i rombi, gli storioni ed una specie di sardine, che, salate ed  affumicate, prendono il nome di scoranze; le quali si esportano nel Mezzogiorno d’Italia, sul mercato di Marsiglia, di Provenza in genere, a Fiume, a Trieste, in tutta la Dalmazia, nella Serbia e nella Grecia.

Dagli storioni poi si ricava un’ottima qualità ed una considerevole quantità di caviale; dai cefali si estraggono le rinomate bottarghe.

Le foreste più ricche ed importanti, ed i più vasti boschi sono quelli di Bardulloja, Fusha Kuqe, Gurzi Shllac, Malibardh, Skurai, Kurbini, Dervend (vendi i derrave, luogo dei cinghiali), Qafmolla, Shperdhet, dal Mat alla baia di Lales a Durazzo, di Qafkraba, di Diviaka all’Ovest della Myzeqeja, della Himara, del Tomorr.

Vi sono pure estesi tratti, tutti a bosso.

Il paese, ora gaio, ameno, ridente, ora squallido, nudo, orrido, silvestre, si presenta, in alcune parti, animato da villaggi e da casali pittoreschi, florido per ubertose campagne, o rivestito da boschi cedui e d’alto fusto, e da folte selve, quasi vergini; in altre parti invece apparisce selvaggio e desolato nelle sue tetre gole, nelle aspre rupi, tagliate a picco, nelle distese calcaree sassose e nude di vegetazione. Traggo dall’anonimo cimelio d’un anonimo, sacerdote albanese di Scutari e contemporaneo di Skanderbeg, il seguente brano:

“Quivi sono alberi grandissimi e folti, atti molti per navi e per galee; quivi son porti capacissimi d’ogni grossa armata; ha il paese abbondante i campi, amenissimi e grassi, le pasture fertili; i fiumi e i fonti d’acque perfettissime.”

Molti tratti, molte località di questo bel paese, sono pieni di mitologici ricordi.

Intorno a Janina tu vedi l’Acherusia, lago, il quale è presso ad una caverna dello stesso nome, ove il fiume Acheronte sbocca con tale impeto e strepito, che i poeti chiamaron quel luogo una porta dell’inferno, per la quale Ercole entrò e tirò fuori Cerbero [1] .

Vedi pure i Campi Elisi, fortunato luogo delle anime beate, vedi gli infernali Cocito (Vuvo o Paramithia) ed Acheronte (Lumi i zie), Inferorum fluvius, qui mortuorum animas excipit, il quale sparisce sotto nere montagne, per andare a gettarsi poi nel golfo di Arta. E finalmente, a libeccio di Janina, scorgi le antichissime selve di Dodona (sylva Iovi sacra), le cui enormi querce manifestavano ai mortali i decreti divini. L’oracolo di Dodona, dice Erodoto, esisteva ancor prima del diluvio di Deucalione [2] .

Anche sul monte Tomorr, come scrive Strabone, esistevano antichi templi, come quello di Dodona [3] .

Tra il Tomarus, il Pindo e gli Acrocerauni, o monti Cerauni, sono le amene, deliziose e fertili valli con abbondanti rivi d’acqua e ricchi e bei pascoli, ove si nutrivano quei cavalli, tanto celebrati per i loro trionfi ai giuochi olimpici.

E lì, nell’Epiro, scorgi pure le ruine di Feniqi, l’antica Phoenice, già forte, florida e ben difesa città, posta sur una collina rocciosa.

La sua inespugnabile Acropoli era 7 volte più grande dell’Acropoli di Atene.

Polibio, nato nel 210 a.C., dice che Phaenice era la più ricca e la più potente città dell’Epiro e che fu occupata dagli Illiri della fiera e terribile Regina Teuta, per mezzo del tradimento dei mercenari Galli, al servizio degli Epiroti. Tentaron questi ultimi di riprenderla, ma invano [4] .

Da una parte vedi, al sud di Mecovo (Mezzovo), il Pindo (mons. Apollini et Musae sacer), sacro, gradito, delizioso soggiorno di Apollo e delle Muse, ed il monte Cassiopeo; dall’altra, verso il mare, scorgi le vette nevose del Tomorr, quelle buie gigantesche di Himara, anfiteatro di vulcanica natura, dalla sommità delle quali l’altisonante Giove (Zeus, dall’albanese Xevs, Zevs, apportatore di calore), lanciava i suoi fulmini, e le inaccessibili vette delle quali, nascoste fra le nubi e colpite dalla folgore, erano il terrore dei naviganti. I venti lì, in quel punto, si mutano in raffiche, alla base del promontorio, che ha la forma di lingue di pietra; donde il nome di Capo Linguetta, che è il punto, per dir così, d’ingresso del mare Adriatico. Son quelli, gl’infami scogli Acrocerauni, temuti dagli antichi per le procelle, che si radunavano attorno alle sue rocce, e per i torrenti, o chimere, che si precipitavano con fracasso giù dai pendii. Presso quegli scogli, tanti marinai han trovato la morte.

Ed è per ciò, che sino a pochi anni or sono, tutti i naviganti, che di là passavano, buttavano in mare denaro, o pane, o biscotti, per calmare, placare la terribile Mamma Glossa, il mostro delle tempeste, affinché non li punisse, perché osavan affrontare quei mari, che son la porta naturale del mare Adriatico, il quale in quel punto è largo Km. 70 e profondo m. 200. Ciò proverebbe che una volta Italia e Albania erano unite. Lì, alla Himara, al pendio di quella giogaia tanto aspra e difficile, esiste una grande grotta, nella quale trovava sicuro asilo e rifugio, il famoso pirata dulcignoto Hagì Alia, che dette tanto filo da torcere al governo turco, al principio del secolo XVIII.

Il clima, in generale mite, il cielo limpido e sereno, la rigogliosa vegetazione, le sue abbondanti acque ed i ridenti laghi, i pittoreschi paesaggi, faran certamente dell’Albania, uno dei più deliziosi, incantevoli paesi dell’Europa.

Purtroppo questa previsione non si è avverata, e cinquant’anni di regime di Enver Oxa hanno ridotto questa nazione in uno stato pietoso, sia come economia che come cultura.

Ho quasi paura di andare a vedere con i miei occhi quello che resta di questa Albania, così infissa nel cuore del mio bisnonno; nella mia memoria, infatti, c’è l’immagine delle carrette del mare, arrugginite fino al paradosso, sovraccariche di disperati, tutti magri e laceri, trattati come animali dai miei concittadini, chiusi in uno stadio sotto il sole cocente. Nelle mie orecchie risuonano le parole di scherno dei miei vicini: “Gli Albanesi, tutti sfruttatori e contrabbandieri, banditi, senza legge e senza dignità”. Quasi un paese senza storia, senza passato, senza cultura. Un popolo al quale sono negate persino le radici, al quale è negato il suo passato. Un popolo che pian piano sta cercando di risorgere e che deve reimparare a leggere la propria storia.

L’Albania si divide in 2 grandi parti: Ghegheria, od Alta Albania, o terra dei Gheghi, e Toscheria, o Bassa Albania, terra dei Toschi, o dei Lliapi.

I Gheghi sarebbero probabilmente i gìgas (giganti), che Omero colloca presso i monti Acrocerauni.

I Gheghi, specialmente quelli delle montagne (malzoor, malissori) son di alta, gigantesca statura.

Dalle antiche e dalle recenti memorie risulta che i capi di tribù si danno essi stessi il nome di Gheghi.

Nelle tombe di Komani, Sllaku, Drishti (Drivasto), Rogam e nei dintorni di Scutari, sono stati trovati, pochi anni or sono, in antichissime tombe, degli scheletri umani non inferiori a 2 metri di lunghezza.

I Toschi (Toosk) sarebbero gli antichi Tñsxidew; ed i Lliapi sarebbero gli antichi Lpidai.

La Ghegheria si estende dalla riva destra del fiume Shkumbi (Shkumin), il quale passa per le città di Elbassan, verso il nord.

E qui fo notare che il Diefenbach (prima ancora del 1880) si dava premura di chiamare la Ghegheria, Oesterrreichische Albanien (Albania austriaca). Quanta discrezione!

La Toscheria si estende dalla riva sinistra dello stesso fiume Shkumbi verso il sud.

Il nome Albanese ricorre per la prima volta nel geografo Tolomeo, ossia alla metà del secondo secolo dopo Cristo. Egli dice che le prime popolazioni albanesi si chiamaron Arbenor, o Arberesh. Nelle enumerazioni delle schiatte illiriche, presso i Taulanti, gli Elimioti e gli Oresti, figurano anche gli Albanesi con la loro capitale Albanopoli. Tolomeo, parlando degli Albanesi, li chiama Skirtones, ossia saltatori.

Il nome Albania, dice Reclus, trovasi per la prima volta nelle cronache, dove si narra che Roberto Guiscardo, sconfitto il Comneno a Durazzo, traversò la città, per inseguirlo fino ad Okrida (1081-1082). Gli Albanesi, a parer mio, abitaron l’Albania, o almeno una parte di essa, già da tempi antichissimi. Essi sono discendenti degli Illiri, i quali in antico eran venuti a stabilirsi nelle regioni della odierna Dalmazia, della Bosnia e dell’Albania. Plinio, parlando dell’Illiria, ricorda un piccolo popolo, che chiama Albonenses. Nel 4° libro della sua storia dice che gli Albanesi formavan 12 tribù e dà per loro residenza il paese presso Colchinium (Dulcigno); il cui nome ricorda la Colchide, della quale, afferma Strabone, essi frequentavano il mercato importante della città di Dioscurade; ove i Romani, per i loro bisogni di contratti, erano obbligati a tenere un corpo di 130 interpreti, perché quelle popolazioni parlavano per lo meno 39 lingue diverse.

Secondo l’opinione d’altri dotti, il nome di 'AlbanoÛ sarebbe stato dato a quel popolo, dai monti bianchi della costa illirica.

Il nome Albania, dice il Barbarich, fu proprio dapprima di un cantone della gente dei Lliapi, denominato Arberia, o Arbonia, posto a mezzodì di Tirana e presso l’Arzem, nella contrada di Baki. Il nome si estese successivamente al contado di Berat, di Valona e di Kanina.

Il vocabolo di Arbonia rammenta infatti, continua il Barbarich, una radicale comune nei nomi delle antiche popolazioni liguri: tali Albium, Album ed Alba, che hanno analogia con molti nomi di città italiche fondate dai Liguri (Album Ingaunum, Album Intemelium, Alba Docilia, Alba Longa, ecc.)

L’origine caucasica degli Albanesi è stata sostenuta sin dal Medio Evo. Leibnitz li crede Celti. Malte Brun li fa venire dal Daghestan. Pouqueville ritiene che verso il 1350 a.C. alcuni barbari della Colchide furon condotti da Giasone (ovvero lo seguirono), quando egli ritornò dalla sua spedizione del Vello d’oro. Essi fondarono Colchinium e si mischiarono con gli Illiri autoctoni. Essendo ora alleati e ora nemici dei re macedoni, continua a dire il Pouqueville, rimasero indipendenti, perché protetti dalle montagne.

Secondo Hahn, T. Mommsen e Schneider, gli Albanesi non sarebbero che i discendenti diretti dei Pelasgi, antenati dei Greci e dei Romani. Schneider poi ritiene che i Pelasgi non sono stati di una razza immigrata, ma bensì di una razza autoctona, razza anteriore al periodo quaternario. La loro lingua, che si è conservata quasi intatta non sarebbe che la lingua albanese d’oggi [5] .

IL dotto Luigi M. Ugolini nella sua Antica Albania dice: “...Ne consegue che già fin d’ora la archeologia fornisce la più sicura prova che il Popolo Albanese ha unità etnica, che appartiene ad una delle razze d’Europa più antiche conservatasi, quasi per miracolo, abbastanza intatta fino a noi.

Basta osservare, specialmente nell’Albania settentrionale, quei baldi montanari, che ritengono essere elementi etnici più puri. Il loro portamento dignitoso è certo indizio di nobiltà di razza; la passione per le armi dimostra fierezza; il culto per l’onore e la parola data si addicono a Genti cavalleresche. Tra di essi sono attualmente in vigore delle costumanze di tanto antica data, che occorre risalire ai tempi omerici, per ritrovarne di uguali”.

Gli abitanti dell’Albania, regione attraversata da erte montagne, le quali la circondano e ad un tempo la difendono da ogni lato, meno che quello bagnato dal  mare, e la cui spiaggia è ripida e scogliosa, non sono stati mai, da più di 3000 anni, soggiogati.

Parecchi Albanesi, come già si disse, si contano fra gli Argonauti, che da un porto poco lontano dalla costa albanese, si mossero con la prima spedizione di Grecia. I loro discendenti invasero, sotto il comando del loro capo Pirro, il territorio romano. Sotto Filippo, essi contribuirono a conquistare la Grecia. Con Alessandro soggiogarono gran parte del mondo, allora conosciuto.

Nel XV secolo, guidati dal loro grande eroe Giorgio Kastriota, detto Skanderbeg, chiusero l’Albania e anche l’Adriatico alle invadenti barbare orde ottomane.

Nel secolo XVI essi seguirono il loro concittadino Abram nella rapida sua conquista della Siria, della Mesopotamia e dell’Arabia.

Gli albanesi presero parte alle audaci imprese di quei condottieri, che sconvolgevano spesso, con terribili insurrezioni, l’impero ottomano e incutevano terrore a quei tremendi giannizzeri, che eran tanto temuti dagli stessi Sultani.

Si servì degli Albanesi Mustafà Bairaktar, quando volle soggiogare le guardie dei Padiscià ed il presidio di Costantinopoli.

Gli Albanesi aiutarono Alì Pascià di Janina ad occupare gran parte della Grecia, Albanesi combatterono per Mohammed Alì nell’Egitto.

E questi, che aveva sconfitto i Mammalucchi, respinto, sino in fondo all’Arabia, i Vahabiti e che si era fatto Signore dell’Egitto, non aveva potuto frenare le guardie albanesi, ed anzi, per rendersi ancor più formidabile e temibile, nello stesso tempo al Sultano, esagerava il numero di quelle guardie.

I Romani non penetrarono in Oriente se non dopo che poterono cacciare dalla costa albanese e dalla Macedonia, i valorosi successori di Pirro, di Teuta e di Alessandro.

Tito Livio, ed un secolo dopo Plutarco, parlan degli Albanesi, come di una Nazione, che non aveva pubbliche adunanze, che non eleggeva magistrati e che, neppure per un sol momento restava senza ribellioni e senza guerre intestine.

Nella storia bizantina, e propriamente verso il 1000, trovasi lo stesso nome di Arberia, o Arboria, che fu poi diversamente modificato dai popoli vicini, o dai dominatori.

I Serbi chiamaron gli Albanesi, Arbanash. I Greci li chiamaron 'Arban®tew, ed i Turchi Arnaut. Gli Albanesi delle Calabrie si chiamano Arbresh.

Gli Albanesi però amano chiamarsi Shqyptaar. Donde ha origine questo nome?

Il Malte Brun crede da skipos (spada), per le belligere consuetudini di quel popolo.

Pasquale Wassa pascià, da Scutari, già governatore del Libano, ritiene che nasca dalla parola Shqype, che vorrebbe dire aquila. Pirro (dalla parola albanese buurr, vir, prode, forte), dice il Wassa, lodato dai suoi commilitoni e chiamato da essi aquila, shqype, perché erasi gettato sui nemici con fulminea velocità, come la regina degli uccelli, rispose: “Ebbene, io son l’aquila, shqype; ma voi siete le ali, con le quali io mi sono innalzato. Voi siete i figli dell’aquila (Shqyptaar)”.

Il dotto Hatin trae il nome Shqyptaar, dalla parola Shqypton, dal verbo Shqyptue, intendere, come a significare il popolo, che intende, che si comprende.

Héquard, già console di Francia a Scutari, Dozon, Diefenbach invece sostengono che tale nome sia stato tratto dai luoghi, in cui essi abitano e che però significhi figli delle rocce, montanari, da Skype, scoglio.

Questa opinione mi pare molto strana, poiché in albanese scoglio si dice shkam, shkrep.

Traggo dal sopra citato cimelio del nostro anonimo, quanto segue:

Potria qui chiedere alcuno: Dove ebbe origine l’Albania?

Dunque sappi che Plinio nel suo libro degli uomini illustri, al cap. 3° dice qualmente Tullio Ostilio, terzo re di Roma, distrutta la città di Alba, che non distante era da Roma ed era spesso a quella avversaria, comandò che gli Albani venissero a Roma; assai dei quali (come da molti si dice) andaron nelle parti dell’Asia e abitaron fra i popoli di quel paese, che è tra i monti Iberi e Caucasi. Così cresciuti e moltiplicati gli Albanesi, di tempo in tempo, fu chiamato quel loro paese Albania, Iberia [6] , la quale è descritta da esso Plinio nel sesto libro dell’istorie al 3° cap.

Dalla quale si partì una parte di Albani e venne in Europa. Dei quali, alcuni abitaron in Epiro, alcuni in Macedonia, alcuni in una parte di Liburnia, che in quei tempi si chiamava Esemptia Inferiore, vicina a essa Macedonia e Epiro. E alcuni abitaron in una parte della Dalmazia e Illiria, che si chiama Esemptia Superiore, vicina a essa parte di Liburnia; nei quali sopraddetti paesi, essendo per molto tempo cresciuti e moltiplicati detti Albanesi, fu fatta di tutte quelle regioni una sola provincia in corpo, chiamata Albania, per causa di essi Albanesi, che dettero così nome a quei paesi. Sappia dunque ciascuno che questa nuova Albania, così descritta e dichiarata in tante particole, giace in Europa e si trova tanto fertile e abbondante di tutto quello, che fa bisogno al vivere umano, quanto profferir si possa, e produce uomini tanto strenui, forti, animosi, atti e valenti in ogni scienza e arte, che apprendono, e specialmente di guerra, quanto dir si possa, costanti nella fede delli propri loro Signori, che piuttosto espongono la vita ad ogni pericolo, che patir danno, né vergogna di quelli”.

Non è punto indifferente il numero degli Albanesi che vivono in Grecia.

Nell’Attica i campagnoli sono per la maggiore parte Albanesi, come per esempio in Eleusi, in Menidhi. Alle porte di Atene si ode parlare la lingua albanese.

Anche nelle altre parti della Grecia sono in grande numero gli Albanesi e specialmente nella Beozia, nell’Argolide, a Corinto, nell’Arcadia meridionale. Sono in tutto non meno di 200.000.

Non si sa nulla di preciso sull’epoca di dette Colonie e tanto meno sulla loro origine. Nel Peloponneso vengono nominati per la prima volta nel 1349. Ma non si può mettere punto in dubbio che, già molto prima, delle schiere albanesi abbian dimorato in Grecia.

Oltre i puri, i veri Shqyptari, vivono nell’Albania, Serbi, Montenegrini, Bulgari, Valacchi, Cuzzovalacchi, Greci, Erzegovesi e Bosniaci, i quali due ultimi popoli, tutti di religione musulmana, emigraron dalla Bosnia e dall’Erzegovina, in seguito all’occupazione delle loro terre da parte dell’impero Austro-Ungarico. Trovansi pure nell’Albania pochi Magjyp e pochissimi Gabel [7] .

I Magjyp sono originari dall’Egitto. Essi furon condotti, più di 150 anni or sono, dai Sultani di Costantinopoli, in numero di oltre 80.000, perché bravi fabbri. Il loro nome Magjyp nasce dalle parole albanesi: Ngaa Egjypti, che vuol dire, provenienti dall’Egitto.

Si riconoscono dal colorito bruno, come quello degli Egiziani, dalle loro abitudini, dalle case, costruite con fango e un po’ di legname o di graticci, come quelle degli abitanti delle regione del Nilo, dalla foggia del vestire, dal loro accento, dal mestiere. Essi son fabbri o cocciai; son suonatori di cornamusa, di cembali. Abitano in quartieri un po’ lontani dalla città e separati dagli altri. Vivono nei centri principali, come Scutari, Dulcigno, Antivari, Alessio, Durazzo, Valona, Liaskovic, Premeti, Tirana. Le belle donne dei Magjyp di Tirana erano un tempo famose suonatrici di tamburelli, di nacchere e famose danzatrici, ballerine. Non v’era festa, in cui esse non fossero invitate a danzare. Vestite di larghe brache, ricamate in oro, con una sottilissima e candida camicia di seta, su cui indossavano un piccolo corpettino ricamato in oro e che lasciava vedere le belle forme del loro corpo, con lunghe trecce sciolte, cominciavano la loro vorticosa danza a suon di nacchere, eseguendo una specie di danza del ventre, curvandosi, piegandosi, scontorcendosi in mille guise e gettandosi poi sulle ginocchia di qualcuno degli spettatori, messi con le gambe incrociate attorno alla sala.

Costui poteva carezzare la bella silfide e collocarle poi sulla fronte, sulle guance, sulle labbra, sul turgido seno, delle belle monete d’oro, o d’argento.

I Gabel sono i veri zingari, razza nomade. Sono scaltri e buoni ladri. Le loro donne son fattucchiere e vi dicon la buona ventura. Vivon sotto misere tende, poco lungi dalle città, o dai villaggi.

E’ un’Albania d’altri tempi, quella che vien fuori da queste pagine, a metà tra Oriente e Occidente, cristiana e musulmana, dove campanili e minareti si contendevano il cielo di città e villaggi. Questo scritto proietta in un mondo dal quale, solo vaghi echi lontani son potuti giungere, nei racconti forse dei più anziani, un mondo del quale gli stessi eredi sembra abbiano perduto anche il solo ricordo. Ma un popolo non può essere privato del suo passato, e forse non è troppo tardi per cercare di aiutarlo a riscoprirlo. Forse questo vecchio libro un po’ scucito, dove, a volte i ricordi e le impressioni sembrano prevalere sullo studio dei documenti, può darci una mano a ritrovarlo, o se non altro spingerci a ricercarlo ancora.

 



[1] Palus in Epiro cum antro ejusdem nominis, in quod Acheron tanto strepitu infunditur ut Inferni aditus vocatus sit a poetis. Hac descendit et Cerberum extraxit Hercules. (L’autore trascura di dirci da dove questa citazione latina è tratta).

[2] Erodoto, Libro secondo.

[3] Strabone, Libro terzo.

[4] Luigi M. Ugolini, L’antica Albania nelle ricerche archeologiche italiane.

[5] In risposta a quel che dicono i Greci che, cioè, non esiste la lingua albanese, citiamo le parole del Kiepert: “Non vi sono che venti nomi propri in Grecia, la cui origine sia veramente ellenica. E’ cosa certa d’altra parte che il numero di quei nomi propri che si spiegano con l’aiuto dell’albanese è ogni giorno più considerevole” Ne cito alcuni: Zeus da xevs, riscaldatore, apportatore di calore, da xee, riscaldare; Achille, da aq i leet, tanto leggiero; Aspetos, nome con cui era venerato Achille in Epiro, è da A shpeite, è rapido; Teti, da deti, Dio del mare; Rhea da rea, giovane sposa; Endymion, da e ndimon , lo aiuta; Afrodite, da afròn diten, avvicina il giorno; Venere, da ven oroe, osserva, ammira; Menelao, da men e laac (abbandonato dalla mente, dalla ragione); Penelope, da peen lype, domanda del filo, ecc.

Il Gioberti afferma che “delle favelle pelasgiche, barbare e non intelligibili agli Elleni, parlate prima delle invasioni deucalioniche, trovansene vestigi presso gli Scyptari” Gioberti, Il primato degli Italiani, Tomo 2° pag.153.

[6] I bardhe, in albanese vuol dire bianco.

[7] I Valacchi son discendenti degli antichi coloni romani, portati dall’imperatore Traiano nella Dacia e dei gruppi Traco-Illirici. Cuzovalacchi vuol dire Valacchi zoppi, ossia non veri puri Valacchi.

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