ALBANIA DIMENTICATA
Roberta
Simini
Pensavo che la libreria dei
miei genitori non dovesse riservarmi più sorprese, da moltissimi
anni l’avevo rovistata in lungo e in largo, credevo di conoscere
perfettamente il contenuto dei suoi scaffali; ricordo l’ansia
con cui, appena adolescente, mi arrampicavo, alla disperata
ricerca di qualche libro ancora non letto: non era così! Qualcosa
era sfuggito anche a me, forse perché avevo trovato quel titolo
poco attraente, troppo lontano dai miei interessi; di lì a poco
avrei incominciato ad acquistare in libreria autonomamente ciò
che m’interessava. Ma quel libro mi era sfuggito e doveva restarmi
estraneo per tanti anni, finché non dovetti dare una mano a
risistemare quegli scaffali. Trovarlo è stato come riscoprire
il proprio passato, come conoscere meglio me stessa, capire
ciò che nel carattere, nel temperamento, nel modo di pensare
e quindi nelle scelte di vita conseguenti, sentivo ancora non
sufficientemente esplorato. Siamo il frutto delle nostre esperienze,
è vero, ma forse c’è in noi qualcosa di inconscio, di genetico,
trasmesso sì con i racconti dei nonni, ma anche forse col DNA,
insieme agli occhi azzurri ed ai capelli biondi.
Era
un libro sull’Albania, dal titolo appunto Albania,
scritto dal mio bisnonno, Giacinto Simini (Scutari 1861 - Roma
1945), professore di latino e greco al Liceo Italiano di Scutari
e poi del Cairo, figlio di un medico, esule mazziniano, Gennaro
Simini e della figlia del Console Generale Inglese in Albania
Spiridione Bonatti, Elena Bonatti. Il libro scritto nel 1930,
fu pubblicato a Roma dalla Franco Campitelli editrice, nel 1932.
In 375 pagine il mio bisnonno racconta la storia del Paese in
cui è nato e cresciuto e che ama non meno del suo, con quell’entusiasmo
e quell’ardore ereditati da suo padre e che seppe, a sua volta,
comunicare ai suoi figli, così ottocentesco, così fervente,
da risultare forse poco comprensibile a noi disincantati figli
della globalizzazione.
Pensavo
di usarlo soltanto come fonte di notizie, ma mi ha affascinato
proprio il suo modo di porgerle, queste notizie, per cui lo
ripropongo così com’è, con l’invito di tener presente sempre
l’epoca e l’ambiente in cui fu scritto.
Il primo capitolo incomincia
con i versi di una poesia di Lord Byron, di cui però non ci
vien data alcuna indicazione bibliografica:
Magico incanto ci si para, e quanta
Di colori armonia! Rupi, foreste,
Monti, riviere, tutto è quivi, e sempre
Un ciel puro, azzurrin, coll’ammirando
Quadro s’accorda. Al piè con torbid’onda
Rumoreggia un torrente, e par n’avvisi
Che più sotto, fra due rupi sospesa,
Precipitosa cataratta piomba,
Che col perenne scroscio, una sublime,
Arcana emozion desta nell’alma.
.....................................................
Oh terra d’Albania! deh! almen ch’io possa
Contemplarti m’assenti!...
Così
cantava il Byron dell’Albania.
Bellissimi
ed estesi boschi, folte selve di annose querce, di giganteschi
abeti, di faggi, di pini e di frassini in alto; di olmi, di
castagni, di noci, di carpini, di loti e di secolari ed enormi
platani in basso, vestono, ornano le montagne e le pianure,
e servono di asilo a volpi, a tassi, a faine, a martore, a cervi,
a lupi, a cinghiali, a sciacalli
e ad orsi. Nelle colline crescon gli olivi, i larici,
i cornioli, i corbezzoli, le viti. Sulle vette e nei recessi
più impenetrabili vivono camosci, stambecchi e caprioli.
Nelle
acque dei numerosi fiumi e dei laghi abbondano i carpi, le trote,
le anguille, i cefali, i rombi, gli storioni ed una specie di
sardine, che, salate ed affumicate, prendono il nome di scoranze; le
quali si esportano nel Mezzogiorno d’Italia, sul mercato di
Marsiglia, di Provenza in genere, a Fiume, a Trieste, in tutta
la Dalmazia, nella Serbia e nella Grecia.
Dagli
storioni poi si ricava un’ottima qualità ed una considerevole
quantità di caviale; dai cefali si estraggono le rinomate bottarghe.
Le
foreste più ricche ed importanti, ed i più vasti boschi sono
quelli di Bardulloja, Fusha Kuqe, Gurzi Shllac, Malibardh, Skurai,
Kurbini, Dervend (vendi i derrave, luogo dei cinghiali), Qafmolla,
Shperdhet, dal Mat alla baia di Lales a Durazzo, di Qafkraba,
di Diviaka all’Ovest della Myzeqeja, della Himara, del Tomorr.
Vi
sono pure estesi tratti, tutti a bosso.
Il
paese, ora gaio, ameno, ridente, ora squallido, nudo, orrido,
silvestre, si presenta, in alcune parti, animato da villaggi
e da casali pittoreschi, florido per ubertose campagne, o rivestito
da boschi cedui e d’alto fusto, e da folte selve, quasi vergini;
in altre parti invece apparisce selvaggio e desolato nelle sue
tetre gole, nelle aspre rupi, tagliate a picco, nelle distese
calcaree sassose e nude di vegetazione. Traggo dall’anonimo
cimelio d’un anonimo, sacerdote albanese di Scutari e contemporaneo
di Skanderbeg, il seguente brano:
“Quivi sono alberi grandissimi
e folti, atti molti per navi e per galee; quivi son porti capacissimi
d’ogni grossa armata; ha il paese abbondante i campi, amenissimi
e grassi, le pasture fertili; i fiumi e i fonti d’acque perfettissime.”
Molti
tratti, molte località di questo bel paese, sono pieni di mitologici
ricordi.
Intorno
a Janina tu vedi l’Acherusia, lago, il quale è presso ad una
caverna dello stesso nome, ove il fiume Acheronte sbocca con
tale impeto e strepito, che i poeti chiamaron quel luogo una
porta dell’inferno, per la quale Ercole entrò e tirò fuori Cerbero [1] .
Vedi
pure i Campi Elisi, fortunato luogo delle anime beate, vedi
gli infernali Cocito (Vuvo o Paramithia) ed Acheronte (Lumi
i zie), Inferorum fluvius, qui mortuorum animas excipit, il
quale sparisce sotto nere montagne, per andare a gettarsi poi
nel golfo di Arta. E finalmente, a libeccio di Janina, scorgi
le antichissime selve di Dodona (sylva Iovi sacra), le cui enormi
querce manifestavano ai mortali i decreti divini. L’oracolo
di Dodona, dice Erodoto, esisteva ancor prima del diluvio di
Deucalione [2] .
Anche
sul monte Tomorr, come scrive Strabone, esistevano antichi templi,
come quello di Dodona
[3] .
Tra
il Tomarus, il Pindo e gli Acrocerauni, o monti Cerauni, sono
le amene, deliziose e fertili valli con abbondanti rivi d’acqua
e ricchi e bei pascoli, ove si nutrivano quei cavalli, tanto
celebrati per i loro trionfi ai giuochi olimpici.
E
lì, nell’Epiro, scorgi pure le ruine di Feniqi, l’antica Phoenice,
già forte, florida e ben difesa città, posta sur una collina
rocciosa.
La
sua inespugnabile Acropoli era 7 volte più grande dell’Acropoli
di Atene.
Polibio,
nato nel 210 a.C., dice che Phaenice era la più ricca e la più
potente città dell’Epiro e che fu occupata dagli Illiri della
fiera e terribile Regina Teuta, per mezzo del tradimento dei
mercenari Galli, al servizio degli Epiroti. Tentaron questi
ultimi di riprenderla, ma invano [4] .
Da
una parte vedi, al sud di Mecovo (Mezzovo), il Pindo (mons.
Apollini et Musae sacer), sacro, gradito, delizioso soggiorno
di Apollo e delle Muse, ed il monte Cassiopeo; dall’altra, verso
il mare, scorgi le vette nevose del Tomorr, quelle buie gigantesche
di Himara, anfiteatro di vulcanica natura, dalla sommità delle
quali l’altisonante Giove (Zeus, dall’albanese Xevs, Zevs, apportatore
di calore), lanciava i suoi fulmini, e
le inaccessibili vette delle quali, nascoste fra le nubi e colpite
dalla folgore, erano il terrore dei naviganti. I venti lì, in
quel punto, si mutano in raffiche, alla base del promontorio,
che ha la forma di lingue di pietra; donde il nome di Capo Linguetta,
che è il punto, per dir così, d’ingresso del mare Adriatico.
Son quelli, gl’infami scogli Acrocerauni, temuti dagli antichi
per le procelle, che si radunavano attorno alle sue rocce, e
per i torrenti, o chimere, che si precipitavano con fracasso
giù dai pendii. Presso quegli scogli, tanti marinai han trovato
la morte.
Ed
è per ciò, che sino a pochi anni or sono, tutti i naviganti,
che di là passavano, buttavano in mare denaro, o pane, o biscotti,
per calmare, placare la terribile Mamma Glossa, il mostro delle
tempeste, affinché non li punisse, perché osavan affrontare
quei mari, che son la porta naturale del mare Adriatico, il
quale in quel punto è largo Km. 70 e profondo m. 200. Ciò proverebbe
che una volta Italia e Albania erano unite. Lì, alla Himara,
al pendio di quella giogaia tanto aspra e difficile, esiste
una grande grotta, nella quale trovava sicuro asilo e rifugio,
il famoso pirata dulcignoto Hagì Alia, che dette tanto filo
da torcere al governo turco, al principio del secolo XVIII.
Il
clima, in generale mite, il cielo limpido e sereno, la rigogliosa
vegetazione, le sue abbondanti acque ed i ridenti laghi, i pittoreschi
paesaggi, faran certamente dell’Albania, uno dei più deliziosi,
incantevoli paesi dell’Europa.
Purtroppo questa previsione
non si è avverata, e cinquant’anni di regime di Enver Oxa hanno
ridotto questa nazione in uno stato pietoso, sia come economia
che come cultura.
Ho
quasi paura di andare a vedere con i miei occhi quello che resta
di questa Albania, così infissa nel cuore del mio bisnonno;
nella mia memoria, infatti, c’è l’immagine delle carrette del
mare, arrugginite fino al paradosso, sovraccariche di disperati,
tutti magri e laceri, trattati come animali dai miei concittadini,
chiusi in uno stadio sotto il sole cocente. Nelle mie orecchie
risuonano le parole di scherno dei miei vicini: “Gli Albanesi,
tutti sfruttatori e contrabbandieri, banditi, senza legge e
senza dignità”. Quasi un paese senza storia, senza passato,
senza cultura. Un popolo al quale sono negate persino le radici,
al quale è negato il suo passato. Un popolo che pian piano sta
cercando di risorgere e che deve reimparare a leggere la propria
storia.
L’Albania
si divide in 2 grandi parti: Ghegheria, od Alta Albania, o terra
dei Gheghi, e Toscheria, o Bassa Albania, terra dei Toschi,
o dei Lliapi.
I
Gheghi sarebbero probabilmente i gìgas (giganti), che Omero
colloca presso i monti Acrocerauni.
I
Gheghi, specialmente quelli delle montagne (malzoor, malissori)
son di alta, gigantesca statura.
Dalle
antiche e dalle recenti memorie risulta che i capi di tribù
si danno essi stessi il nome di Gheghi.
Nelle
tombe di Komani, Sllaku, Drishti (Drivasto), Rogam e nei dintorni
di Scutari, sono stati trovati, pochi anni or sono, in antichissime
tombe, degli scheletri umani non inferiori a 2 metri di lunghezza.
I
Toschi (Toosk) sarebbero gli antichi Tñsxidew; ed i Lliapi sarebbero gli antichi Lpidai.
La
Ghegheria si estende dalla riva destra del fiume Shkumbi (Shkumin),
il quale passa per le città di Elbassan, verso il nord.
E
qui fo notare che il Diefenbach (prima ancora del 1880) si dava
premura di chiamare la Ghegheria, Oesterrreichische Albanien
(Albania austriaca). Quanta discrezione!
La
Toscheria si estende dalla riva sinistra dello stesso fiume
Shkumbi verso il sud.
Il
nome Albanese ricorre per la prima volta nel geografo Tolomeo,
ossia alla metà del secondo secolo dopo Cristo. Egli dice che
le prime popolazioni albanesi si chiamaron Arbenor, o Arberesh.
Nelle enumerazioni delle schiatte illiriche, presso i Taulanti,
gli Elimioti e gli Oresti, figurano anche gli Albanesi con la
loro capitale Albanopoli. Tolomeo, parlando degli Albanesi,
li chiama Skirtones, ossia saltatori.
Il
nome Albania, dice Reclus, trovasi per la prima volta nelle
cronache, dove si narra che Roberto Guiscardo, sconfitto il
Comneno a Durazzo, traversò la città, per inseguirlo fino ad
Okrida (1081-1082). Gli Albanesi, a parer mio, abitaron l’Albania,
o almeno una parte di essa, già da tempi antichissimi. Essi
sono discendenti degli Illiri, i quali in antico eran venuti
a stabilirsi nelle regioni della odierna Dalmazia, della Bosnia
e dell’Albania. Plinio, parlando dell’Illiria, ricorda un piccolo
popolo, che chiama Albonenses. Nel 4° libro della sua storia
dice che gli Albanesi formavan 12 tribù e dà per loro residenza
il paese presso Colchinium (Dulcigno); il cui nome ricorda la
Colchide, della quale, afferma Strabone, essi frequentavano
il mercato importante della città di Dioscurade; ove i Romani,
per i loro bisogni di contratti, erano obbligati a tenere un
corpo di 130 interpreti, perché quelle popolazioni parlavano
per lo meno 39 lingue diverse.
Secondo
l’opinione d’altri dotti, il nome di 'AlbanoÛ sarebbe stato dato a quel popolo, dai monti bianchi
della costa illirica.
Il
nome Albania, dice il Barbarich, fu proprio dapprima di un cantone
della gente dei Lliapi, denominato Arberia, o Arbonia, posto
a mezzodì di Tirana e presso l’Arzem, nella contrada di Baki.
Il nome si estese successivamente al contado di Berat, di Valona
e di Kanina.
Il
vocabolo di Arbonia rammenta infatti, continua il Barbarich,
una radicale comune nei nomi delle antiche popolazioni liguri:
tali Albium, Album ed Alba, che hanno analogia con molti nomi
di città italiche fondate dai Liguri (Album Ingaunum, Album
Intemelium, Alba Docilia, Alba Longa, ecc.)
L’origine
caucasica degli Albanesi è stata sostenuta sin dal Medio Evo.
Leibnitz li crede Celti. Malte Brun li fa venire dal Daghestan.
Pouqueville ritiene che verso il 1350 a.C. alcuni barbari della
Colchide furon condotti da Giasone (ovvero lo seguirono), quando
egli ritornò dalla sua spedizione del Vello d’oro. Essi fondarono
Colchinium e si mischiarono con gli Illiri autoctoni. Essendo
ora alleati e ora nemici dei re macedoni, continua a dire il
Pouqueville, rimasero indipendenti, perché protetti dalle montagne.
Secondo
Hahn, T. Mommsen e Schneider, gli Albanesi non sarebbero che
i discendenti diretti dei Pelasgi, antenati dei Greci e dei
Romani. Schneider poi ritiene che i Pelasgi non sono stati di
una razza immigrata, ma bensì di una razza autoctona, razza
anteriore al periodo quaternario. La loro lingua, che si è conservata
quasi intatta non sarebbe che la lingua albanese d’oggi
[5] .
IL
dotto Luigi M. Ugolini nella sua Antica Albania dice: “...Ne consegue che già fin d’ora la archeologia fornisce la più
sicura prova che il Popolo Albanese ha unità etnica, che appartiene
ad una delle razze d’Europa più antiche conservatasi, quasi
per miracolo, abbastanza intatta fino a noi.
Basta
osservare, specialmente nell’Albania settentrionale, quei baldi
montanari, che ritengono essere elementi etnici più puri. Il
loro portamento dignitoso è certo indizio di nobiltà di razza;
la passione per le armi dimostra fierezza; il culto per l’onore
e la parola data si addicono a Genti cavalleresche. Tra di essi
sono attualmente in vigore delle costumanze di tanto antica
data, che occorre risalire ai tempi omerici, per ritrovarne
di uguali”.
Gli
abitanti dell’Albania, regione attraversata da erte montagne,
le quali la circondano e ad un tempo la difendono da ogni lato,
meno che quello bagnato dal
mare, e la cui spiaggia è ripida e scogliosa, non sono
stati mai, da più di 3000 anni, soggiogati.
Parecchi
Albanesi, come già si disse, si contano fra gli Argonauti, che
da un porto poco lontano dalla costa albanese, si mossero con
la prima spedizione di Grecia. I loro discendenti invasero,
sotto il comando del loro capo Pirro, il territorio romano.
Sotto Filippo, essi contribuirono a conquistare la Grecia. Con
Alessandro soggiogarono gran parte del mondo, allora conosciuto.
Nel
XV secolo, guidati dal loro grande eroe Giorgio Kastriota, detto
Skanderbeg, chiusero l’Albania e anche l’Adriatico alle invadenti
barbare orde ottomane.
Nel
secolo XVI essi seguirono il loro concittadino Abram nella rapida
sua conquista della Siria, della Mesopotamia e dell’Arabia.
Gli
albanesi presero parte alle audaci imprese di quei condottieri,
che sconvolgevano spesso, con terribili insurrezioni, l’impero
ottomano e incutevano terrore a quei tremendi giannizzeri, che
eran tanto temuti dagli stessi Sultani.
Si
servì degli Albanesi Mustafà Bairaktar, quando volle soggiogare
le guardie dei Padiscià ed il presidio di Costantinopoli.
Gli
Albanesi aiutarono Alì Pascià di Janina ad occupare gran parte
della Grecia, Albanesi combatterono per Mohammed Alì nell’Egitto.
E
questi, che aveva sconfitto i Mammalucchi, respinto, sino in
fondo all’Arabia, i Vahabiti e che si era fatto Signore dell’Egitto,
non aveva potuto frenare le guardie albanesi, ed anzi, per rendersi
ancor più formidabile e temibile, nello stesso tempo al Sultano,
esagerava il numero di quelle guardie.
I
Romani non penetrarono in Oriente se non dopo che poterono cacciare
dalla costa albanese e dalla Macedonia, i valorosi successori
di Pirro, di Teuta e di Alessandro.
Tito
Livio, ed un secolo dopo Plutarco, parlan degli Albanesi, come
di una Nazione, che non aveva pubbliche adunanze, che non eleggeva
magistrati e che, neppure per un sol momento restava senza ribellioni
e senza guerre intestine.
Nella
storia bizantina, e propriamente verso il 1000, trovasi lo stesso
nome di Arberia, o Arboria, che fu poi diversamente modificato
dai popoli vicini, o dai dominatori.
I
Serbi chiamaron gli Albanesi, Arbanash. I Greci li chiamaron
'Arban®tew,
ed i Turchi Arnaut. Gli Albanesi delle Calabrie si chiamano
Arbresh.
Gli
Albanesi però amano chiamarsi Shqyptaar. Donde ha origine questo
nome?
Il
Malte Brun crede da skipos (spada), per le belligere consuetudini
di quel popolo.
Pasquale
Wassa pascià, da Scutari, già governatore del Libano, ritiene
che nasca dalla parola Shqype, che vorrebbe dire aquila. Pirro
(dalla parola albanese buurr, vir, prode, forte), dice il Wassa,
lodato dai suoi commilitoni e chiamato da essi aquila, shqype,
perché erasi gettato sui nemici con fulminea velocità, come
la regina degli uccelli, rispose: “Ebbene, io son l’aquila,
shqype; ma voi siete le ali, con le quali io mi sono innalzato.
Voi siete i figli dell’aquila (Shqyptaar)”.
Il
dotto Hatin trae il nome Shqyptaar, dalla parola Shqypton, dal
verbo Shqyptue, intendere, come a significare il popolo, che
intende, che si comprende.
Héquard,
già console di Francia a Scutari, Dozon, Diefenbach invece sostengono
che tale nome sia stato tratto dai luoghi, in cui essi abitano
e che però significhi figli delle rocce, montanari, da Skype,
scoglio.
Questa
opinione mi pare molto strana, poiché in albanese scoglio si
dice shkam, shkrep.
Traggo
dal sopra citato cimelio del nostro anonimo, quanto segue:
“Potria
qui chiedere alcuno: Dove ebbe origine l’Albania?
Dunque
sappi che Plinio nel suo libro degli uomini illustri, al cap.
3° dice qualmente Tullio Ostilio, terzo re di Roma, distrutta
la città di Alba, che non distante era da Roma ed era spesso
a quella avversaria, comandò che gli Albani venissero a Roma;
assai dei quali (come da molti si dice) andaron nelle parti
dell’Asia e abitaron fra i popoli di quel paese, che è tra i
monti Iberi e Caucasi. Così cresciuti e moltiplicati gli Albanesi,
di tempo in tempo, fu chiamato quel loro paese Albania, Iberia
[6] , la quale è descritta da esso Plinio nel sesto
libro dell’istorie al 3° cap.
Dalla
quale si partì una parte di Albani e venne in Europa. Dei quali,
alcuni abitaron in Epiro, alcuni in Macedonia, alcuni in una
parte di Liburnia, che in quei tempi si chiamava Esemptia Inferiore,
vicina a essa Macedonia e Epiro. E alcuni abitaron in una parte
della Dalmazia e Illiria, che si chiama Esemptia Superiore,
vicina a essa parte di Liburnia; nei quali sopraddetti paesi,
essendo per molto tempo cresciuti e moltiplicati detti Albanesi,
fu fatta di tutte quelle regioni una sola provincia in corpo,
chiamata Albania, per causa di essi Albanesi, che dettero così
nome a quei paesi. Sappia dunque ciascuno che questa nuova Albania,
così descritta e dichiarata in tante particole, giace in Europa
e si trova tanto fertile e abbondante di tutto quello, che fa
bisogno al vivere umano, quanto profferir si possa, e produce
uomini tanto strenui, forti, animosi, atti e valenti in ogni
scienza e arte, che apprendono, e specialmente di guerra, quanto
dir si possa, costanti nella fede delli propri loro Signori,
che piuttosto espongono la vita ad ogni pericolo, che patir
danno, né vergogna di quelli”.
Non
è punto indifferente il numero degli Albanesi che vivono in
Grecia.
Nell’Attica
i campagnoli sono per la maggiore parte Albanesi, come per esempio
in Eleusi, in Menidhi. Alle porte di Atene si ode parlare la
lingua albanese.
Anche
nelle altre parti della Grecia sono in grande numero gli Albanesi
e specialmente nella Beozia, nell’Argolide, a Corinto, nell’Arcadia
meridionale. Sono in tutto non meno di 200.000.
Non
si sa nulla di preciso sull’epoca di dette Colonie e tanto meno
sulla loro origine. Nel Peloponneso vengono nominati per la
prima volta nel 1349. Ma non si può mettere punto in dubbio
che, già molto prima, delle schiere albanesi abbian dimorato
in Grecia.
Oltre
i puri, i veri Shqyptari, vivono nell’Albania, Serbi, Montenegrini,
Bulgari, Valacchi, Cuzzovalacchi, Greci, Erzegovesi e Bosniaci,
i quali due ultimi popoli, tutti di religione musulmana, emigraron
dalla Bosnia e dall’Erzegovina, in seguito all’occupazione delle
loro terre da parte dell’impero Austro-Ungarico. Trovansi pure
nell’Albania pochi Magjyp e pochissimi Gabel
[7] .
I
Magjyp sono originari dall’Egitto. Essi furon condotti, più
di 150 anni or sono, dai Sultani di Costantinopoli, in numero
di oltre 80.000, perché bravi fabbri. Il loro nome Magjyp nasce
dalle parole albanesi: Ngaa Egjypti, che vuol dire, provenienti
dall’Egitto.
Si
riconoscono dal colorito bruno, come quello degli Egiziani,
dalle loro abitudini, dalle case, costruite con fango e un po’
di legname o di graticci, come quelle degli abitanti delle regione
del Nilo, dalla foggia del vestire, dal loro accento, dal mestiere.
Essi son fabbri o cocciai; son suonatori di cornamusa, di cembali.
Abitano in quartieri un po’ lontani dalla città e separati dagli
altri. Vivono nei centri principali, come Scutari, Dulcigno,
Antivari, Alessio, Durazzo, Valona, Liaskovic, Premeti, Tirana.
Le belle donne dei Magjyp di Tirana erano un tempo famose suonatrici
di tamburelli, di nacchere e famose danzatrici, ballerine. Non
v’era festa, in cui esse non fossero invitate a danzare. Vestite
di larghe brache, ricamate in oro, con una sottilissima e candida
camicia di seta, su cui indossavano un piccolo corpettino ricamato
in oro e che lasciava vedere le belle forme del loro corpo,
con lunghe trecce sciolte, cominciavano la loro vorticosa danza
a suon di nacchere, eseguendo una specie di danza del ventre,
curvandosi, piegandosi, scontorcendosi in mille guise e gettandosi
poi sulle ginocchia di qualcuno degli spettatori, messi con
le gambe incrociate attorno alla sala.
Costui
poteva carezzare la bella silfide e collocarle poi sulla fronte,
sulle guance, sulle labbra, sul turgido seno, delle belle monete
d’oro, o d’argento.
I
Gabel sono i veri zingari, razza nomade. Sono scaltri e buoni
ladri. Le loro donne son fattucchiere e vi dicon la buona ventura.
Vivon sotto misere tende, poco lungi dalle città, o dai villaggi.
E’
un’Albania d’altri tempi, quella che vien fuori da queste pagine,
a metà tra Oriente e Occidente, cristiana e musulmana, dove
campanili e minareti si contendevano il cielo di città e villaggi.
Questo scritto proietta in un mondo dal quale, solo vaghi echi
lontani son potuti giungere, nei racconti forse dei più anziani,
un mondo del quale gli stessi eredi sembra abbiano perduto anche
il solo ricordo. Ma un popolo non può essere privato del suo
passato, e forse non è troppo tardi per cercare di aiutarlo
a riscoprirlo. Forse questo vecchio libro un po’ scucito, dove,
a volte i ricordi e le impressioni sembrano prevalere sullo
studio dei documenti, può darci una mano a ritrovarlo, o se
non altro spingerci a ricercarlo ancora.