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GIUSEPPE DE NITTIS E L’EBRAISMO:“Non
ho pregiudizi di sorta su nessuna confessione”
Dalle
pagine di Notes et Souvenirs, emerge un ritratto dell’artista
pugliese in anticipo sui tempi anche nell’atteggiamento verso persone
appartenenti ad altre confessioni religiose.
Nella
pagine più sfortunate della fortuna critica di questo artista
che fece tanta fortuna a Parigi e Londra, si è sempre insistito
nella tesi che i francesi gli abbiano insegnato tutto – anche se
nello stesso tempo si è sostenuto che non abbia poi capito molto.
Ma certamente i francesi non possono avergli insegnato quel rispetto,
che invece a lui veniva naturale, verso chi professava un’altra
confessione religiosa.
Lo
dimostra una pagina di Notes et Souvenirs, dove a
proposito di posizioni preconcette verso gli ebrei, l’artista scriveva:”
Questo pregiudizio da parte dei francesi mi sorprende alquanto “.
Evidentemente quel disappunto rivela anche la stima nutrita per
quella capacità di relazionare che i francesi gli avevano dimostrata
in tante occasioni. Trovava invece in loro una vena di disprezzo
quando si riferivano ad un ebreo. Così, per esempio, in alcune lettere
in cui il mercante d’arte Goupil, , alludeva al collega austriaco
Reitlinger che giocava al rialzo con le opere dell’artista, scrivendo
‘che Giudeo!’, o ‘il mio Giudeo’, e ancora ‘il Giudeo Alemanno
’.
Ma
De Nittis non si lasciava conquistare da quello spirito sarcastico,
di parte e a buon mercato. In Notes et Souvenirs scriveva:
‘Ho conosciuto uomini di tutte le religioni e ho avuto motivo
di compiacermi e di dolermi, come per ogni altra persona, in eguale
misura’. E infatti non è dell’ebreo Reitlinger che ebbe a lamentarsi
nei suoi ricordi, quanto proprio del cristianissimo Goupil! ‘L’uomo
più nobile che io abbia mai conosciuto è stato un protestante inglese,
Mr Kaye Knowles’, annotava nel suo diario. E poi, in
altre pagine, si abbandonava ai ricordi di un soggiorno con la moglie
e il figlio nella casa di questo facoltoso banchiere, che conservava
con passione una collezione dei suoi quadri.
De
Nittis era giovane, troppo giovane per essere tanto ricco, e per
potersi permettere di investire in borsa, di essere generoso e cordiale,
di fregiarsi del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore, di cimentarsi
in studi all’avanguardia nella sua palazzina di Parigi frequentata
da artisti e letterati, ed essere idolatrato dalla compagna. Attirava
perciò inevitabilmente su di sé lo sguardo degli invidiosi, e qualcuno
sperava di trovargli una pecca, o di poter inventare qualcosa che
potesse diminuire in qualche modo la sua figura e nello stesso tempo
risultare convincente, magari anche divertente, perché così avrebbe
viaggiato più velocemente.
Così,
una congettura confezionata con cura, su misura per lui, cominciò
a circolare negli ambienti più adatti a farla scivolare. E un giorno,
leggendo un giornale, De Nittis trovò una notizia che lo riguardava:
forse era ebreo.
La
cosa appariva credibile, considerato il suo aspetto – occhi a mandorla,
naso aquilino, barba cappuccina, sobrietà del vestire, affettazione
dei modi - e poi spiegava buona parte della sua fortuna, dato che
nell’immaginario collettivo l’ebreo è ricco e abile nel trovare
il modo per far lievitare i capitali.
Nei
suoi ricordi, l’artista si sfogava: ‘Mi hanno detto che questa
diceria è stata messa in giro da un ‘amico’, al quale avrei chiesto
forse delle spiegazioni, se non avessi avuto cose più gravi da rimproverargli.’.
Chissà,
poi, se gli avevano riferito il nome del vero colpevole!
Ad
ogni modo, doveva ristabilire la verità, far conoscere a tutti l’albero
genealogico della sua famiglia.
Ma
prima di far questo, metteva in chiaro che per lui era solo un atto
dovuto, e ne spiegava il motivo: ’perché io non ho pregiudizi
di sorta nei confronti di nessuna confessione. Durante la mia infanzia,
non ho mai sentito parlare di ebrei dal punto di vista moderno.
Nel mio paese sono tutti cattolici o protestanti.’.
Poi
procedeva con le precisazioni: ‘Ma io non sono ebreo, né, a quel
che mi risulta vi fu mai un ebreo nella mia famiglia tra i congiunti
e gli ascendenti paterni e materni. Siamo di un antico ceppo cristiano
e i nostri cognomi, spesso ricorrenti nei matrimoni della mia famiglia
(perché a Barletta siamo tutti un po’ parenti) sono cognomi ariani:
Barracchia, Velasquez, Lauro, Gusman, ecc.. Le nostre origini sono
spagnole, italiane e francesi. Mio fratello, dice che De Nittis
è un cognome di origine provenzale. ’.
Nel
suo paese, aveva conosciuto le accuse mosse dai ‘laici’ del suo
tempo alla Chiesa, e lo scherno per quelli che la praticavano e
la difendevano,. Infatti annotava: ‘Mia nonna Gusman si stizziva
e arrossiva quando qualcuno, per punzecchiarla, le diceva che San
Domenico, anche lui un Gusman, aveva fatto bruciare sul rogo molti
eretici.’.
Lì,
De Nittis aveva studiato per qualche tempo in un collegio tenuto
da un prete. Ma la formazione cristiana non sembra esercitare alcun
influsso sulle sue scelte artistiche.
Non
mi risulta che abbia mai dipinto quadri religiosi, ma dai suoi paesaggi
senza figure – che inseriva solo su richiesta dei mercanti - si
desume una propensione per la contemplazione della natura.
Scriveva,
poco più che ventenne, all’artista toscano Adriano Cecioni: ‘un
filo d’erba in campagna mi commuoveva e due pennellate, le più semplici,
mi fermavano ’. Gli amici pittori gli riconoscevano un dono
speciale nella rappresentazione degli alberi e del Vesuvio. Mi sovvengono
le parole di Hermann Hesse in Religione e mito: ‘Nei quadri
di ogni bravo pittore, gli alberi e i monti pregano’..
Nella
stessa opera, lo scrittore fa una descrizione del tipo religioso
da lui individuato, che calza perfettamente al nostro artista:
‘Il religioso mitologizza il mondo e spesso non lo prende abbastanza
sul serio. E’ sempre un po’ incline al gioco. Non educa i figli,
ma li considera felici. E’ sempre pronto a diffidare della propria
ragione. D ifronte alla natura e all’arte si sente come a casa propria;
in compenso è insicuro di fronte alla cultura e al sapere.’.
Dai
Souvenirs estrapolo solo alcuni dei tanti brani che mostrano
l’aderenza tra De Nittis e il tipo religioso delineato da Hesse:
‘Mi
ha insegnato(la natura) tutto: amore e generosità. Mi ha svelato
la verità che si cela nel mito… Anteo che riprendeva vigore ogni
volta che toccava la Terra’
‘Conosco
tutti i colori, tutti i segreti dell’aria e del cielo nella loro
intima natura.’
‘Daudet
disse un giorno che la mia pittura gli andava proprio a genio perché
era quella di un pittore che non conosceva il latino. Questo giudizio
mi lusingò particolarmente.’
‘Mi
è sempre parso che il mio destino mi camminasse a fianco, che conoscesse
la strada, mi indicasse le cose da fare e mi sottraesse a pericoli
di ogni specie.’
‘Se
mio figlio un giorno mi dovesse domandare dove trovare la felicità,
gli risponderò: Sii pittore, ma siilo come me.’
Pensava
di affidare la formazione del piccolo ad ‘una persona adatta,
uno studioso tranquillo, dall’animo mite ’, segnalato da Bigot,
il saggista che si era battuto per l’insegnamento laico, attraverso
la stampa.
Viene
da chiedersi se si rendesse conto, che era stata la formazione cristiana,
quella vissuta concretamente nella casa del nonno paterno - l’architetto
delle Saline che aveva ospitato in casa i salinari rimasti senza
un tetto - a fare di lui un uomo dalle grandi doti umane.
Il
rispetto per l’altro, quale che fosse la sua condizione o confessione,
specialmente se povero o emarginato, era rimasto radicato nel suo
animo, ed è testimoniato dalle sue beneficenze. In un’altra pagina
di Notes et Souvenirs scriveva: ‘Se un giorno ci dovesse
essere il Giudizio Universale, io, per l’uomo che sono e per l’opinione
che ho di me stesso, potrò dire al Padreterno: Non ho mai tradito
nessuno, non mi sono mai vendicato (..). La porta della mia casa
è stata sempre aperta con lealtà a tutti coloro i quali si mostrarono,
non dico amici, ma almeno compagni.’.
De
Nittis pensava spesso alla propria morte.
Edmond
de Goncourt, nel Journal, annotava che gli aveva confidato
di possedere un unguento per il viso dei papi, ‘preparato da una
congregazione religiosa, un unguento che dona una estrema freschezza
ai loro vecchi tratti, nel giorno della loro morte’.
Alfredo
Petrucci, negli anni trenta, toccò questo aspetto poco indagato
della personalità dell’artista, ed ebbe a scrivere: ‘fra le stampe
antiche di cui egli faceva raccolta occasionale e non sistematica,
fu trovata una serie completa dei Capricci della Morte di Stefano
della Bella. Come si vede, anche lui (…) si fermava qualche volta
a conversare con la morte.’.
Così
credeva Petrucci, che di tanto in tanto persino De Nittis, giovane
pittore alla moda, si era soffermato a meditare su un tema
così serio.
In
realtà, la morte si era affacciata nella sua vita fin dalla più
tenera età.
A
soli tre anni era rimasto orfano della mamma, a dieci del padre
– suicidatosi – a dodici del nonno paterno, suo tutore.
Si
portava dentro, una sorta di angoscia latente, insieme al bisogno
di ritrovare la madre perduta. Ed è possibile ravvisare questa ricerca
inconscia, in chiave simbolica, nelle sue tavole più tipiche, rappresentanti
il cielo, il verde dell’acqua e delle campagne.
Chevalier,
nel Dizionario dei simboli, scrive a proposito del verde.
‘(…) è il colore più calmo che ci sia, un colore senza gioia,
senza tristezza, senza passione, che non esige nulla (…) fa della
campagna un sostituto della madre. Il ‘Diario di uno schizofrenico’,
di Durand lo dimostra in maniera indiscutibile. Scrive il malato,
prossimo alla guarigione: ‘Io mi sentii scivolare in una pace meravigliosa.
Tutto era verde nella camera. Credevo di essere in un mare, il che
equivaleva ad essere nel ventre di mia madre… Io ero in paradiso,
nel ventre materno.’.
Negli
ultimi giorni di vita, De Nittis dipingeva ancora una volta la sua
donna (che somigliava alla madre, stando al parere dei parenti più
anziani), seduta in un’amaca e sospesa nel verde. E intanto progettava
con lei il loro futuro in campagna, a una diecina di chilometri
da Parigi: ‘Saranno dei giorni magnifici e avremo tanti fiori,
di ogni specie. Un vero Paradiso.’
Giovanni Lamacchia |