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Arabeschi
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Le
radici culturali dell’Europa
L’Orientalismo e il Sud.
Damaso Bianchi e “Il Minareto”
Mariagraziella Belloli
Oggi
mentre tanto è vivo il dibattito sull’identità dell’Europa e sulle
sue radici, non pare intellettualmente corretto esimersi da una
riflessione approfondita sul ruolo svolto su di queste dalla comunicazione
culturale in Occidente. Comunicazione intesa certamente nel significato
più esteso del termine, non solo di “ comunicazione culturale “
di saperi, ma anche di beni materiali e competenze.
A
ben riflettere, l’Europa ha da sempre continuato a costruirsi attraverso
quella “società della conoscenza” obiettivo della Conferenza di
Lisbona:; senza risalire sino all’epoca romana, nel Medio Evo, nel
Rinascimento, nel Secolo dei Lumi scienziati ed artisti si spostavano
con estrema naturalezza da un paese all’altro, da una lingua all’altra.
Federico
II portava seco in Puglia quelle maestranze arabe che lo avrebbero
tanto aiutato nella costruzione dei suoi splendidi castelli, mentre
un architetto proveniente Kotor schizzava, circa nello stesso periodo,
i progetti delle chiese del Kossovo a somiglianza di quelle pugliesi
ai lavori d’edificazione delle quali cui aveva certamente lavorato
e tratto ispirazione.
Una
cultura “itinerante” dunque, quell’europea e non a caso Jean Monnet
asserirà che “La costruzione dell’identità europea inizia dalla
cultura”: innegabilmente, l’Europa attuale, perché innegabilmente
“comunità dialogica”, ha trovato e ritrova la sua più forte identità
nel confronto culturale al suo interno e con il mondo.
Bisogna
tuttavia sottolineare che il dialogo culturale europeo che ha rappresentato
le profonde ed intrecciate radici della nostra civiltà, è stato
indiscutibilmente instaurato dal cristianesimo, rinforzato possentemente
dalla razionalità greca e romana e permeato dalle correnti di pensiero
del Vicino Oriente ebraico ed arabo ed evidenzia quindi molteplici
radici di nessuna delle quali è concesso far a meno.
Di
nessuna di queste è possibile fare a meno : di alcune, forse meno
percepite a causa di motivi ideologici o politici, solo ora l’Europa
comincia a prendere coscienza, tra queste, quelle derivanti dal
suo rapporto con l’Oriente.
Già
ben presente nella civiltà greca (Eschilo” e Sofocle ne hanno
un rapporto di timore e di sgomento, ”, l’idea che l’Oriente fosse
necessario all’Occidente come specchio attraverso il quale percepirsi,
ha travalicato a mo’ di leit motif, tutta la storia d’Europa.
[1]
Nel XIX e XX secolo,
grazie al movimento pittorico transnazionale dell’Orientalismo,
i legami culturali tra i due poli sono emersi con prepotenza, attestati,
corroborati e fortificati dalla Campagna d’Egitto, grazie alla quale
Napoleone Bonaparte, con le preziose documentazioni dei “savant”
che aveva portato seco proprio per scoprire le radici orientali
della civiltà europea ha regalato all’Europa la consapevolezza della
propria storia lontana.
L’Orientalismo,
inteso come movimento culturale occidentale che ha per tema l’Oriente,
ha percorso per ben due secoli, e sta percorrendo tuttora, la cultura
dell’Europa, lasciando in lei tracce profonde di cui solo oggi,
forse, s’inizia a comprendere l’importanza anche nel quadro della
ricerca di quell’identità culturale europea che tanto ha contribuito
a creare.
Il
“ mal d’Oriente”.
Ciò
che rende così particolare questo movimento e n’è allo stesso tempo
la sua valenza più interessante, è quella di essere generato dall’immaginario
orientale proprio della società europea del secolo XVIII e XIX.
Il Levante che gli Orientalisti credevano di aver scoperto, in effetti,
era quasi sempre una creazione della loro fantasia.
L’Oriente
verso il quale partivano, in cerca delle proprie radici culturali,
gli scrittori europei del XIX secolo impegnati nel “Voyage en
Orient” secoli si volgevano sovente in una totale débacle.
Il
sogno, divenuto esperienza terrena, era soggiogato dalla fatica
dell’esistere e svaniva.
Tuttavia
la sconvolgente bellezza delle terre visitate, penetrava in maniera
talmente profonda nel cuore e nei sensi dei viaggiatori/visitatori,
che essi stessi erano attinti da quel “mal d’Oriente” di cui tutti,
nessuno escluso, al ritorno, al di là d’ogni razionalità, si proclamava
contagiato.
Dal
“mal d’Oriente “ inoltre non era possibile guarire perché s’identificava
con il ricordo, anche se spesso non esente da commistioni della
fantasia.
La
maggior parte degli Europei non reggeva all’impatto con la realtà.Gustave
Flaubert, dal momento della partenza da Rouen inizierà a scrivere
il resoconto del suo viaggio in Egitto, ma lo interromperà bruscamente
proprio dopo aver vissuto alcun giorni in quel Paese, incapace di
fissare sulla carta la realtà che gli si offriva davanti agli occhi.
Neppure
il giudizio di Maxime du Camp, suo compagno di viaggio, che giudicherà
il Levante “image même du chaos dans sa splendide nudité”,
riuscirà ricondurlo alla scrittura.
Matisse, che pure affermerà
“La lumière m’est venue d’Orient”durante il suo soggiorno
in Marocco non uscirà dalla sua camera d’albergo che la sera, incapace
di reggere l’impatto con la luce del sole troppo forte per gli occhi
di un Francese.
Eppure
a tutti, tramutato in sogno ed in poesia, il “mal d’Oriente” cambiava
letteralmente l’esistenza.
Si
trattava inoltre di un male contagioso: sin dal ritorno di Napoleone
e dei suoi “savants”, letteralmente carichi di opere d’arte
e, soprattutto, di ben 11 enormi cartelle di disegni, le famose
tavole della “Description de l‘Egypte”, che catalogavano
in maniera scientifica il territorio dell’attuale nazione, la voglia
di recarsi nel Vicino Oriente contagiò praticamente l’intera Europa.
Attento
osservatore delle dinamiche sociali del tempo, Victor Hugo nella
raccolta delle”Orientales” scriverà: ”Au siècle de Louis
XIV on était helléniste, maintenant on est orientaliste”.
Artisti,
mercanti, diplomatici, avventurieri, architetti, militari, artigiani
vi si recavano: il Vicino Oriente era divenuto, ancora una volta,
l’ombelico del mondo e della civiltà occidentale se si constatata
che nel 1849 la lingua correntemente più diffusa ad Alessandria
d’Egitto era l’Italiano, parlato da non meno di 10.000 persone,
seguito dal Francese e dall’Inglese.
Tale
interesse genererà però anche la consapevolezza degli Europei per
le ricchezze economiche presenti in questi territori, dal petrolio
ai minerali, alle pietre preziose, ai patrimoni archeologici ed
altro e sarà allora la nascita del colonialismo con le sue dure
realtà e rimorsi.
L’Oriente
tuttavia continuerà a sedurre con il suo fascino avvincente l’Europa
contribuendo, grazie proprio alla sua speculare differenza, a rafforzarne
l’identità.
Orientalismo
e Occidente.
Tutti
i principali movimenti culturali del Vecchio Continente hanno dovuto
misurarsi con l’Oriente.
La
memoria di un Egitto orientalisticamente inteso riecheggerà possente
nelle note dell’Aida, commissionata a Giuseppe Verdi per festeggiare
l’apertura del canale di Suez nel 1869.
Il
sogno di un Oriente lontano ancor oggi coinvolge tutti i sensi di
chi assiste alla rappresentazione di alcune celebri opere liriche
di Giacomo Puccini o ad alcune melodie di Sergej Prokofieff.
Svanito
oggi a causa del turismo di massa, il sogno di un Vicino Oriente
fantastico, l’Orientalismo si volgerà dall’inizio del XX secolo
all’India, per lungo tempo colonia inglese e quindi all’Indocina
di Malhraux e di Marguerite Duras.
Il
movimento orientalista troverà tuttavia in Europa la sua più cospicua
espressione nella dimensione pittorica ed architettonica.
In
Francia, dopo il viaggio in Marocco di Delacroix nel 1832 al seguito
del conte de Mornay, che sarà argomento di ispirazione infinita
per la sua pittura e che ispirerà fra l’altro, le sue “Femmes
d’Alger”, una nutrita schiera di pittori-viaggiatori intraprenderà
né lo stesso cammino.
Pochi
vi arriveranno: una gran parte sosteranno o si fermeranno a Roma
e le loro” donne orientali” e “odalische” in realtà saranno popolane
romane o contadinelle delle campagne vicine all’Urbe. Roma acquisterà
tuttavia da questa moda un ancor più accentuato cosmopolitismo
che si rifletterà probabilmente anche nella tradizione pittorica
dei suoi paesaggi che, dal XIX secolo, divengono luminosi e permeati
di luce intensa come quella di un Sud più lontano.
Con
il miglioramento dei mezzi di trasporto, in Oriente, con questo
termine s’indicava spesso genericamente il Vicino Oriente, si arrivava
più facilmente ed alla fine del XIX secolo ed all’inizio XX, un
nuovo e più profondo gusto neo-orientale pervade l’Europa impegnata
nella conquista coloniale.
Gustav
Klimt ricoprirà con tasselli colorati di chiara ispirazione levantina
quasi tutte le sue opere, mentre l’architettura della Stazione Centrale
di Milano e dei palazzi di Strasburgo, nella lontana Alsazia, seguiranno
uno stile conosciuto rispettivamente come “neo-assiro” o “nilotico”
a seconda del paese da cui si era tratta ispirazione, o più sommariamente,
come “eclettismo”.
L’Orientalismo
in Puglia.
In
questo così variegato scenario, l’Italia mostra una vocazione propria,
come sempre di estrema raffinatezza, che la porterà ad occupare
una posizione di rilievo nel panorama europeo.
L’Orientalismo
dei pittori-viaggiatori delle spedizioni napoleoniche nel nostro
Paese si concretizzerà, oltre che in produzioni architettoniche
come quelle appena ricordate, in un discorso pittorico che si colorerà
della luce d’Oriente surrogando in sé le tecniche espresse dall’Impressionismo
in poi., dal “Puntinismo” alla “Macchia”.
Curiosamente,
ma forse non troppo data la sua vicinanza con il Vicino Oriente,
l’Italia del Sud è quella che accoglie e fa’ propria in maggior
misura l’ispirazione orientalista.
Questo
fenomeno accade anche in Puglia, dove lo stile moresco diviene fortemente
alla moda dall’inizio del XX secolo.
L’ultimo
lembo d’Italia proteso verso un Oriente Vicino, ma sempre favolosamente
inteso, si ricopre di stupende residenze estive che paiono voler
dare continuità all’Oriente grazie ad architetture che sembrano
significare navi o porte che paiono affermare l’unicità di una radice
culturale comune.
Le
ville “orientali”o“ moresche”della Puglia rappresentano un fenomeno
artistico molto singolare per ampiezza e complessità.
Situate
per lo più nel basso Salento, da Santa Maria di Leuca sino a Lecce,
evidenziano motivi decorativi arabi sia nell’impianto architettonico
che in quello decorativo.
E’
il caso di “Villa Sticchi” a Santa Cesarea Terme, o di alcune ville
delle “Cenate”, nel territorio di Nardò, o ancora di alcune stupende
costruzioni nella città di Lecce adornate addirittura da scritte
cufiche su frontoni riccamente elaborati.
Fenomeno
si diceva, quello delle ville moresche, strettamente correlato alla
percezione che l’Europa ha sempre avuto dell’Oriente come luogo
di sogno e di malia.
Dobbiamo
quasi certamente a questa ragione inconscia il fatto che quasi tutte
le residenze di questo tipo fossero collocate in luoghi di villeggiatura
o fuori porta, dove il piacere del riposo, del sogno e della contemplazione
artistica avevano maggior tempo per potersi manifestare.
Da
questo panorama, tipico del Salento, si distacca e staglia in tutta
la sua originalità una bellissima costruzione, la villa denominata”Il
Minareto” che, dalla Selva di Fasano, attualmente in provincia di
Brindisi, sembra voler rappresentare un ideale ponte con le più
belle ville di questo stile site in Itali e in Europa.
Damaso
Bianchi: un” pugliese d’Oriente”
Il
Minareto”, così espressamente chiamato dal suo proprietario, è un
edificio di ispirazione nettamente islamica che, a differenza delle
altre costruzioni moresche dell’inizio del XX secolo, nasce da un’esperienza
concreta: quella che Damaso Bianchi, il suo proprietario – architetto
-costruttore, aveva riportato da un viaggio nel Vicino Oriente.
Eccezionale
figura quella di Damaso Bianchi, orientalista pugliese ante litteram,
studioso di antropologia culturale, pittore, divulgatore, uomo politico.
Nato
a Bari nel 1861 da una facoltosa famiglia fasanese, si laurea in
Economia e commercio ed intraprende la carriera bancaria lavorando
nella succursale barese della Banca d’Italia.
Improvvisamente,
piace pensare in seguito a contatti artistici legati alla sua collaborazione
con il giornale satirico cittadino ”Fra Melitone” per il quale disegna
le caricature di alcuni personaggi della vita del tempo, abbandona
il proprio impiego per frequentare l’Accademia delle Belle Arti
di Roma
In
pieno clima “orientalista”, di cui persino il pittore- viaggiatore
americano William Sargent sarà contagiato, si diploma con successo
ed espone in alcune mostre le sue opere.
Tornato
a Bari vi si sposa e s’inserisce con intensità nella vita cittadina
partecipando attivamente al dibattito artistico- culturale del tempo.
Uomo
di riconosciuta autorità e cultura, in un contesto storico- artistico
locale in cui la “grandeur “ dell’antica Roma, suffragata in Puglia
dal potere politico al governo, pareva essere l’unica radice della
cultura italiana, si oppone da solo alle ruspe già in azione che
stavano per distruggere la Bari medievale, la splendida Città Vecchia
che protegge ancor oggi la Cattedrale e la basilica di San Nicola,
nota nel mondo intero per le reliquie del Santo che vi racchiude.
Di
questi anni, è anche quel “viaggio in Oriente” che cambierà il corso
della sua vita, della sua pittura, dei suoi interessi artistici:
Damaso Bianchi, infatti, si reca in Oriente, si presuppone in Tunisia,
a render visita al fratello che vi si era temporaneamente trasferito.
Di
questo viaggio non è possibile ottenere ulteriori notizie: anche
gli schizzi ed i disegni che sicuramente vi aveva effettuato sono
andati interamente perduti: si conosce tuttavia con sicurezza che
in questo Damaso sarà attinto dal “mal d’Oriente”.
E’
infatti dopo il suo ritorno che, nel 1915, intraprende la costruzione,
nel punto più alto della Selva di Fasano, di in magnifico edificio
in purissimo “stile orientale”, caratterizzato da un minareto altissimo,
che progetta completamente da solo facendo pervenire dal Vicino
Oriente sia i materiali da costruzione che gli arredi.
Il
“Minareto” viene a raffigurare da allora in maniera puntuale il
sogno di una “Puglia d’Oriente” che afferma posizioni artistiche
d’avanguardia grazie ad un discorso filologicamente corretto, adiuvato
da materiali e stili architettonici originali, concreto segno d’Oriente
in Occidente.
Il
Minareto e la ricerca delle radici orientali della cultura pugliese.
Questa
costruzione rappresenta la perfetta riproduzione di una dimora orientale,
fornita di terrazze, indispensabili nella vita femminile dei paesi
magrebini, e di uno stupendo, altissimo minareto che sovrasta tutto
l’abitato della Selva e si scorge sin dal mare.
Damaso
Bianchi vi soggiornerà sempre più a lungo e farà di esso la piattaforma
culturale da cui si dedicherà allo studio delle tracce del tanto
amato Oriente in terra di Puglia.
E’
proprio nel Minareto che incontrerà, ormai vedovo, la bellissima
Benedetta Tangari, giovane e sensibile artista, è pianista e pittrice
anch’essa, che lo sposerà di lì a poco, incurante della notevole
differenza d’età.
La
coppia soggiornerà lungamente nel ” Minareto”, divenuto luogo di
studio e di cultura non alieno da quella “douceur de vivre” a cui
la bellezza smagliante del luogo e della costruzione sembrano naturalmente
condurre.
Nelle
notti in cui nella villa più numerosa era la presenza di convitati,
il proprietario faceva accendere sulla cima del minareto un potente
faro ad acetilene che la simboleggiava, usando le sue stesse parole,
la luce della cultura.
Proprio
questo faro era stato di certo regolarmente acceso e doveva brillare
nella notte, tanto simile alle notti d’Oriente, di quel particolare
blù di Persia che così spesso Don Damaso aveva utilizzato nei cieli
dei suoi quadri, quando Dettina Bianchi, colta inaspettatamente
dalle doglie del parto, dette alla luce la sua prima figlia, la
Signora Pia, ultima, amabile custode vivente delle memorie del Padre.
Alla
Sua testimonianza, preziosa ed appassionata, sono dovute tutte le
informazioni contenute in questo scritto.
L’importanza
del ”Minareto” e della figura di Damaso Bianchi nell’evidenziazione
delle radici orientali della cultura pugliese e, per estensione,
europea, non si arresta tuttavia a quanto sin qui riportato: sempre
coadiuvato dalla moglie Dettina, con illuminata lungimiranza, egli
inizia a studiare la trasmigrazione dei simboli artistici e religiosi
tra Oriente ed Occidente.
Simboli
che ritrova nelle costruzioni di architettura spontanea quali i
trulli dei quali per primo stabilisce una connessione profonda con
l’architettura orientale , oggi completamente acquisita: si veda
ad esempio il loro stretto legame con gli “stupa” del Nepal e del
Tibet.
Ma
la sua straordinaria chiaroveggenza culturale lo porta ben oltre:
egli riconosce nella decorazione tradizionale delle bisacce (sacchi
contenitori di legumi o altro prodotti agricoli) e dei tappeti fasanesi,
un’evidente matrice orientale ed al fine di non disperdere questo
patrimonio ma anzi per farlo conoscere a tutti, istituirà nel “Minareto”
una scuola di tessitura di cui Dettina sarà l’animatrice.
La
spiccata vocazione “ nomade”della cultura di Damaso Bianchi è ben
visibile nella sua pittura, tra le sue tante attività quella che
lo ha reso più noto ai nostri giorni.
Come
già rilevato, le opere orientalistiche che sicuramente devono aver
descritto il suo viaggio in Tunisia, sono andate sfortunatamente
perdute, ma perduta non è certo stata la “lezione orientale” che
la sua pittura ha riportato da quei luoghi: quella di una luminosità
intensamente diffusa che traspare in tutte le sue opere e rende
i colori dei paesaggi della sua Puglia un inno gioioso alla vita
ed alla bellezza.
Questa
luminosità diffusa porterà il suo discorso pittorico molto lontano,
sino a trovare, particolarmente negli ultimi suoi dipinti,soluzioni
compositive simili a quelle del Cézanne della “Montagne Sainte
Victoire” o prossime al cubismo che egli sperimenterà come “cubismo
luminoso”che solo la luce può creare.
La
morte lo coglierà in seguito ad una malattia di cui i primi sintomi
vennero avvertiti sulla strada che, da Bari, lo conduceva al “Minareto”.
Come
era accaduto per un altro grande pittore pugliese, Giuseppe De Nittis,
la moglie decise di donare i quadri in suo possesso alla città di
Bari perché potessero formare il primo nucleo dei dipinti delle
collezioni della nascente Pinacoteca Provinciale, anch’essa fortemente
voluta e sostenuta da Damaso Bianchi.
Ora
vi sono purtroppo esposti in numero limitatissimo.
La
villa “il Minareto”, donata dal figlio allo Stato, riutilizzata
forse anche impropriamente, è stata per lungo tempo esposta all’abbandono.
Oggi,
grazie alla caparbia volontà dell’Amministrazione Comunale di Fasano,
stimolata dalla locale associazione culturale “Pro Selva”, sembra
possibile che “Il Minareto” possa ritornare a rappresentare, magari
riaccendendovi il possente faro ad acetilene, quel simbolo di unione
tra Oriente ed Occidente tanto caro agli Orientalisti e tanto necessario
allo sviluppo della cultura europea odierna.
Breve
bibliografia.
Berchet
J.Claude :Le Voyage en Orient: anthologie des voyageurs français
vers le Levant, Laffont, Paris 1980.
Cafagna Anna: Damaso
Bianchi poeta del colore, in Accademia, anno 36 n.4 settembre
1985.
L’Abbate
G, Damaso Bianchi e Vito Stifano due pittori nell’incanto della
Selva di Fasano, Schena Editore, Fasano 1995.
Maselli Domenico: Il
paesaggio pugliese nell’opera di Damaso Bianchi, in Fiera
del Levante, anno 1- n.3. Maggio
1931.
Said Edwards:L’Orientalisme:l’Orient
crée par l’Occident, Paris, Seuil 1980
Thornton Lynn:Les
Orientalistes- peintres – voyageurs, ACR Paris 1982
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