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al-Hiwar


PREGHIERA MEDICINA E GUARIGIONE


Lanfranco Rossi

 


Nella Bibbia sono presenti le tracce di una sorta di polemica sulla medicina che, in una certa misura, si trascinerà nella successiva tradizione cristiana.
Ezechia è lodato come il più retto tra i re di Giuda, infatti operò per rinsaldare il patrimonio spirituale di Israele e attuò anche utili provvedimenti politici e amministrativi. Fedele alla legge di Mosè, abolì l’idolatria e ne distrusse i luoghi di culto. Riuscì a sottrarsi al giogo del re di Assiria, perché “mise tutta la sua fiducia nel Signore Dio d’Israele”; “Siccome fu con lui il Signore, riuscì in tutte le sue imprese” (2 Re 18, 5-7). Gli accadde di ammalarsi mortalmente, tanto che lo stesso profeta Isaia gli disse di preparasi, perché non sarebbe guarito. Ma Ezechia pregò Dio, che parlò a Isaia perché riferisse al re: “Ecco io ti guarirò, il terzo giorno salirai al tempio; aggiungerò alla durata della tua vita quindici anni” (2 Re 20,6). Il Talmud (Berachoth 106) riferisce che Ezechia eliminò dalla circolazione il “libro delle medicine”, e per questo fu lodato dai maestri del suo tempo [1] .
Quasi due secoli prima di Ezechia, su Giuda regnava Asa, “facendo ciò che è retto davanti a Dio”. Anch’egli epurò il regno dall’idolatria e ottenne successi militari e politici (2 Cronache 14-16). Ma, verso la fine del suo regno, si appoggiò più sulle alleanze politiche che sul Signore e fece imprigionare il veggente Anani che gli rimproverava questo atteggiamento. Asa si ammalò e, anziché rivolgersi al Signore, consultò i medici; la malattia si aggravò e ne morì.
L’idea di fondo è chiara: ogni bene ci viene dal vivere in armonia con la volontà di chi regge tutto l’universo, ogni male ci viene dal mettere la nostra volontà in contrasto con quella divina. Il libro del Deuteronomio (28, 1-68) elenca una pagina di benedizioni “se darai ascolto alla voce del Signore”; “ma se non darai ascolto alla voce del Signore...allora verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste maledizioni...”. Il lungo elenco che segue comprende: scompiglio e minaccia in ogni impresa, sconfitta davanti ai nemici, disprezzo ovunque,  malattie come peste, ulcera, scabbia, disturbi mentali, scompiglio del cuore; “ti fidanzerai con una donna, ma altri giacerà con lei”, anche il clima si deteriorerà, aumenteranno a dismisura i parassiti, “il cielo sarà sopra di te rame e la terra sotto di te ferro”.
In altri termini, le scelte spirituali degli uomini condizionano direttamente la struttura dell’ambiente in cui si vive, rendendolo rassicurante e ospitale o infido e sconvolto, così come le scelte spirituali di ogni persona gli preparano un destino di successi o di fallimenti, la serenità o il tormento interiore, la salute o la malattia.
I primi malati di cui si parla nella Bibbia sono il re Abimelek, sua moglie e le sue ancelle, divenuti sterili in conseguenza di una trasgressione grave; ma Dio stesso interviene a salvare, tramite un sogno, Abimelek, che ha peccato inconsapevolmente.
Se dunque tanto la malattia che la guarigione vengono da Dio, o meglio, dalla scelta dell’uomo di seguire la volontà onniscente e benevola di Dio oppure il proprio capriccio, ricorrere ai medici può sembrare un ostinarsi nel cercare soluzioni troppo umane, anziché rivolgersi a Dio e cambiare la propria condotta.
Anche in Grecia era generale l’idea che le offese fatte agli dei generano malattie e sciagure e che le espiazioni le allontanano. L’Iliade comincia con la descrizione della pestilenza che infierì nell’accampamento greco, a causa dell’offesa che Agamennone aveva fatto ad Apollo, cacciando malamente Crise, l’anziano sacerdote del dio. Platone, nella Repubblica [2] , spiega che, in generale, le malattie vengono dall’essersi allontanati da un regime di vita semplice, in comunione col divino, e che la medicina “moderna”, che cerca semplicemente di fare scomparire il disturbo con un medicinale appropriato, otterrà solamente di moltiplicare il numero e la varietà delle malattie, al punto che la vita degli uomini somiglierà sempre più a una lunga degenza, passando da una medicina all’altra.
Tuttavia la Grecia fu anche la patria del progresso della medicina, e anche il mondo ebraico dovette confrontarsi con i suoi successi. Il libro del Siracide esprime una posizione di apertura e di equilibrio, che nei secoli successivi consentì ai medici ebrei di essere apprezzati e rinomati nelle corti di papi e imperatori; esso insegna a onorare il medico e il suo sapere e a non disprezzare i medicamenti che il Signore ha creato dalla terra; ma in fine la conclusione per chi è ammalato è chiara: “prega il Signore ed egli ti guarirà”, “chi pecca contro il proprio creatore, cada nelle mani del medico” (Siracide 38, 1-15).
Il rischio implicito in questa mentalità è di vedere nel malato un peccatore e nel guardarlo con un senso di condanna anziché di comprensione benevola. A evitare questo atteggiamento mentale, il Vangelo spinge alla massima benevolenza verso i sofferenti, a vedere in loro una presenza del Signore stesso: “ero malato e mi avete visitato”. Inoltre, pur mantenendo il nesso peccato-malattia, spinge a non essere rigidi nel collegare ogni infermità a un peccato. Quando, a riguardo del cieco nato, chiedono a Gesù se ha peccato lui o i suoi genitori, egli risponde: “né lui né loro” (Giovanni 9,3).
Nonostante questo, la sfiducia verso la medicina sembra sostanzialmente immutata. Nell’Antico Testamento si racconta che Tobia, malato agli occhi, si rivolge ai medici, però “più essi mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, finché divenni cieco del tutto” (Tobia 2,10). Nel Vangelo c’è l’esempio della donna che da dodici anni soffriva di emorragia “e aveva sofferto molto per opera di molti medici e aveva speso tutto il suo patrimonio senza ottenere alcun giovamento, anzi peggiorando” (Marco 5, 26), dove sembra che i guai della malata siano derivati più ancora dai medici che dalla malattia. Ma le basta toccare il mantello di Gesù per guarire immediatamente.
Diventa naturale chiedersi che senso ha rivolgersi ai medici, quando basta una preghiera fatta con fede per guarire. Di fatto, non risulta che, nei primi secoli del cristianesimo, chi si prendeva cura dei sofferenti lo facese ricorrendo ai medici. Al capezzale del malato si chiamavano gli anziani della comunità, i sacerdoti che ungevano il malato e pregavano imponendo le mani, come prescrive l’Epistola di Giacomo, poi, casomai, i medici; in fondo la medicina era pur sempre parte della filosofia pagana, e la sua origine era attribuita al dio pagano Esculapio [3]
Per un intransigente come Taziano la medicina è addirittura un inganno diabolico che distoglie gli uomini dall’affidarsi a Dio, per indurli a curarsi con le erbe e le radici  come fanno gli animali [4] . L’autore delle Cinquanta omelie spirituali, attribuite a Macario l’Egiziano, anche se riconosce nella medicina un dono di Dio, fatto all’uomo caduto, fa notare che l’uomo rigenerato dalla fede dovrebbe rivolgersi solo a Cristo per la propria salute, sia  dell’anima che del corpo [5] .
Tuttavia, la progressiva comprensione che il cristianesimo mostrò verso il mondo pagano portò anche ad una progressiva accettazione della sua cultura scientifica. Determinante, in questo senso, fu l’opera di Origene e dei Padri cappadoci, suoi grandi ammiratori, in particolare Basilio il Grande, studioso appassionato di medicina. Sulla questione se sia conforme a una vita cristiana ricorrere alla medicina, egli ribadisce il principio tradizionale che la malattia è una conseguenza del peccato e che il suo fine è di far capire all’uomo che deve cambiare modo di vivere. Tuttavia, senza dimenticare che i malanni del corpo vanno dietro ai conflitti dell’anima, è pur sempre doveroso ricorrere a medici e medicine. Anche se la posizione di Basilio era di buon senso,  non convinse sua sorella Macrina, asceta e santa, che aveva un tumore al seno, rifiutò medici e medicine, si affidò esclusivamente alla preghiera e guarì [6] . Ma l’insegnamento di Basilio fece scuola, come in tanti altri campi; fu un pioniere anche nel costruire ospedali e ospizi, e il suo esempio fu imitato in tutto il mondo cristiano, aprendo un capitolo nuovo nell’assistenza dei malati.
D’altra parte la medicina greca era stata profondamente influenzata dal pitagorismo, che condannava il suicidio, l’eutanasia, l’aborto. Dal suo ambito era uscito il cosiddetto “giuramento di Ippocrate” che vincolava la professione del medico a delle norme etiche prima sconosciute. L’incontro col cristianesimo rafforzò questa tendenza, e fece nascere la figura del medico filantropo, che considera la sua attività un servizio ai malati; si affermava così il principio che la moralità è inseparabile dalla medicina.Col tempo la figura di Ippocrate, il padre della medicina greca, finì quasi col confondersi con quella dei padri della chiesa, e quando nel sec XVI i monaci della Grande Lavra, al Monte Athos, fecero ridipingere il loro refettorio, una parete fu coperta con un grande albero di Jesse. Alla sua base, tra i saggi pagani che in qualche modo predissero la verità del Cristianesimo, figura anche Galeno, il più famoso medico dell’antichità dopo Ippocrate.
Da questo incontro anche la medicina uscì in qualche modo trasformata; nei trattati medici cominciano a comparire suggerimenti di pregare prima di fare le diagnosi, di benedire le medicine, di invocare il santo che può influire su una determinata malattia; il cristianesimo, con la sua enfasi sulla preghiera e i rimedi spirituali, dette sanzione medica a una sorta di magia bianca; esso inoltre introdusse, o reintrodusse, nella medicina l’idea che la causa delle malattie più che sul piano fisico, va vista nel quadro di una lotta tra opposte forze spirituali [7] .
Inoltre, anche cessando di diffidare della medicina secolare, il cristianesimo continuò a proporre una medicina alternativa,  sulla quale i veri cristiani dovrebbero fare affidamento. Era la posizione sostenuta da autori come Tertulliano, Taziano, Cipriano, e rimase, emergendo periodicamente, tra i più  asceti e rigoristi. Così Marco l’Asceta, discepolo di Crisostomo, dice: “se cerchi la guarigione datti cura della tua coscienza” [8] , perché ascoltare ciò che essa ci rimprovera è la via della guarigione. E Diadoco di Fotica, monaco del nord della Grecia, di fine sec V, insegnava che, anche se è vero che i rimedi medici sono un dono di Dio, pure si dovrebbe confidare solo nel Salvatore; inoltre imparare a sopportare con pazienza una malattia è già una buona cura per i mali dell’anima [9] .
Nei secoli successivi, le vite dei santi bizantini continuano a mostrarli vittoriosi su quelle malattie che i medici dicevano incurabili. A ciò si aggiunge che i santi, di contro ai medici, operavano gratis. Così, anche se la diffidenza verso la medicina laica apparteneva sempre più al passato, il medico, che opera con tutte le incertezze e la precarietà del sapere umano, continua a sfigurare al confronto con la potenza guaritrice del santo taumaturgo che, non solo non sfrutta economicamente la malattia, ma anzi si adopera per un ristabilimento integrale del malato [10] .



[1] cfr. Cosmacini G., Medicina e mondo ebraico, Bari 2001, p.9.

[2] Platone, Repubblica,373a-375d; 425e-426b; 326cd.

[3] cfr: Giannarelli E., I Cristiani, la medicina, Cosma e Damiano, in: Cosma e Damiano, Firenze 2002, pp.7-33.

[4] Ibidem p.16.

[5] Ibidem p.18.

[6] Ibidem p.28.

[7] Cfr.: Nutton V., From Galen to Alexander, aspects of medicine and medical practice in late antiquity, in: Dumbarton Oaks Papers, n 38, 1984, Symposium on Byzantine Medicine, John Scarborough Editor, Washington, pp 1-14.

[8] Marco l’Asceta, La legge spirituale, 69, in: La Filocalia, vol. I, Milano 1983, p.442.

[9] Cfr.: Diadoco di Fotica, Definizioni, 54, in: La Filocalia, vol I, Milano 1983 p. 367.

[10] Cfr.: A. Kazdan A., The image of the medical doctor in the byzantine literature of the tenth to twelfth centuries, in: Dumbarton Oaks Papers, n 38, 1984, Symposium on Byzantine Medicine, John Scarborough Editor, Washington, pp. 43-51).

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