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Prodi e la globalizzazione "Giustizia anche nell'economia"
Il presidente della Commissione Ue: "Per l'Europa un nuovo rapporto con il Mediterraneo"

MARCO MAROZZI

BOLOGNA - «Ci siamo dimenticati che esiste anche il problema della giustizia nell'economia. Che c'è un problema di redistribuzione della ricchezza. Non possiamo fare sempre la lode della diseguaglianza». Romano Prodi sceglie la sua città, Bologna, per lanciare un messaggio anche al mondo politico italiano. Lo fa in uno scenario di cultura, l'inaugurazione dell'anno accademico dell'università. Dipinge un quadro planetario cambiato dopo il massacro di New York e la guerra in Afghanistan per indicare che bisogna ripensare a fondo «gli strumenti politici, intellettuali, economici». «Quelli che abbiamo erano e sono inadeguati».
Parla di «globalizzazione», di Paesi ricchi e poveri ed atterra anche in Italia criticando l'azzeramento dell'imposta sulle eredità. Una decisione del governo Berlusconi. «Tutti i Paesi l'hanno via via ridotta per evitare che i capitali vadano all'estero, - dice - io stesso da premier lo feci, adesso è stata portata a zero. Poi esce un libro francese il quale sostiene l'impossibilità di controllare la frammentazione della società senza un'imposta che lungo l'arco di tre generazioni ha evitato una diseguaglianza troppo forte dei redditi».
«Non scontro di civiltà», dopo l'11 settembre. Piuttosto «un cambiamento di registro», dice il presidente della Commissione europea aprendo l'anno dell'ateneo dove ha insegnato per decenni. Gli «Stati nazionali non hanno capacità di intervento», le istituzioni internazionali acquistano un nuovo ruolo (e dopo dieci anni gli Usa riprendono i finanziamenti all'Onu), l'Europa che cerca unità è «l'unico esempio di globalizzazione democratica». In questa luce di molti incontri rispunta il rapporto con il Mediterraneo. «L'Italia deve essere il Paese che porta questa bandiera. Ha tra l'altro anche interessi economici specifici, non solo interessi di sopravvivenza». L'Italia come ponte tra Nord ricco e Sud povero? «Sì. E anche un ponte fra culture». «L'ineguaglianza - dice Prodi - è strumento di maggior sviluppo, come hanno sostenuto in molti durante questi anni? Nessun dato lo dimostra, anzi succede il contrario». E' un nuovo scenario politicoeconomico quello che indica. «Dobbiamo fare lavorare il mercato - insiste - ma non basta. C'è un momento in cui dobbiamo fare lavorare l'uomo. Perché l'uomo è l'uomo». E l'attenzione si punta sugli Usa di Bush. «Quel Paese ferito ha reagito utilizzando il fortissimo surplus di bilancio, ma anche con una fortissima politica di rilancio dell'intervento pubblico nell'economia».
Sono «tre le grandissime ingiustizie» che segnano il mondo. Le diseguaglianze fra nazioni ricche e povere «che aumentano», ma anche quelle all'interno degli stessi Stati sviluppati e del Terzo Mond. «In vent'anni negli Usa il reddito dei più ricchi è passato da nove a 15 volte quello dei più poveri. In Gran Bretagna la diseguaglianza non è mai stata così forte da 40 anni, nell'Europa continentale la situazione è identica. E le differenze fra la Cina rurale ed urbana, l'India rurale ed urbana sono impressionanti». Bisogna combattere anche queste ingiustizie per combattere il terrorismo, dice Prodi.

 
 
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