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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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PER UN'ANTROPOLOGIA STORICA DEI DIRITTI
Franco Cardini

Il pensiero occidentale moderno (accosto questi due aggettivi domandandomi tuttavia se essi non implichino una realtà tautologica) ha ereditato dalla filosofia greca, dalla tradizione romana e dal messaggio cristiano la categoria dell'universale e quindi la dimensione totalizzante dell'universalismo, con tutto il suo significato metafisico, metastorico e ontologico. A questo livello, e stato possibile proprio in apertura di questo Convegno parlare di un "fondamento ontologico dei diritti umani".
La modernità ha d'altronde problematizzato tale assunto. Progressivamente rinunziando a conferire un senso al mondo e alla vita - questo l'iter del pensiero occidentale dal Settecento in poi, nella sostanza nihilista del cosiddetto "processo di secolarizzazione" -, 1 l'Occidente moderno ha svuotato di contenuto le premesse universalistiche del suo stesso pensiero tanto politico quanto giuridico, sostituendole con una pretesa di tipo etnocentristico che ad essa si avvicinava solo in termini di somiglianze formali.2
Restava tuttavia, almeno nell'apparenza, ben fermo per gli occidentali il senso della storia, la convinzione cioè che la storia avesse un senso, una direzione, una ragione. Tale persuasione ha potuto consentire l'estensione dell'idea di progresso, dall'ambito tecnologico e scientifico nel quale era nata, a quello etico-storico fenomenologicamente verificabile attraverso una pluralità di variabili, bensì rappresenta una radicale eccezione.
Il paradigma è quello etnocentrico e centripeto. Le civilta tradizionali - e con tale espressione possiamo indicare tutte quelle diverse dall'occidentale moderna - hanno teso tutte - attraverso appunto una pluralità di variabili fenomenologiche - a descrivere se stesse come stabilmente insediate nel centro d'un sistema geografico e cosmico: e a trattare pertanto le culture "altre-da-sé" come barbare, inferiori se non addirittura inumane-disumane.
I greci, al contrario, non solo hanno elaborato un concetto di umanità come valore omogeneo e condiviso al di la delle variabili geo-etniche, ma hanno rinunziato addirittura a porre se stessi al centro del mondo. Ciò ha d'altra parte reso da parte loro difficile lo sviluppo d'un pensiero universalistico sotto il profilo storico, politico e giuridico. A tal fine, è stata essenziale invece l'assunzione dell'esperienza di Alessandro - non a caso dai greci considerato un "semibarbaro" - e la sua elaborazione di valori desunti dalle regalità sacre egizia e persiana, esperienza ed elaborazione ereditate da quella linea politico-culturale romana che dal "circolo degli Scipioni" giunge a Cesare e passa quindi all'impero inteso non come principatus, bensì come monarchia universale teocosmomimetica e cosmonomica. Tale sarà il messaggio raccolto e continuato dal cristianesimo.
Non è dunque casuale - è, al contrario, profondamente logico - che la modernità d'un'Europa che torna ad essere "Occidente" si affermi proprio dopo 1'umanesimo, che ha riscoperto e rivalorizzato le categorie elleniche.
Un'Europa che con la nascita degli stati assoluti e la Riforma ha largamente rinunziato all'universalismo sia imperiale, sia pontificio. Un'Europa che grazie alla sua tecnologia e alle scoperte geografiche ha valicato e cancellato i confini creando qualcosa di fin allora inaudito: la fine dei sistemi di cultura fra loro incomunicabili e la costruzione dell'economia-mondo.
L'individualismo e la produzione di beni atta non già a rispondere ai bisogni, bensì a crearne di nuovi, e dunque la produzione non più come mezzo e strumento bensì come fine, come scopo, sono le due grandi, rivoluzionarie novità dell'Occidente moderno.
A queste due novità dirompenti corrisponde la progressiva distruzione del senso conferito al mondo e alla vita, che si configura - già a partire dal XII-XIII secolo con il fondamento abelardiano del metodo scolastico, e con più forza dal XVI in poi - con la progressiva autonomizzazione di filosofia, economia e politica rispetto alla teologia.
Ma questo processo - noto come "secolarizzazione" - sostituisce inesorabilmente alla coscienza d'una Verità obiettiva ch'è fondamento delle cose una illimitata volontà di potenza: quella che per Emanuele Severino è la techne, la violenza come base d'un progressivo fare, costruire, conoscere, possedere che non ha una fine in quanto non si pone un fine, uno scopo, un punto d'arrivo, un telos.
La natura nihilista di questa Weltanschauung, che il Goethe ha tanto ben colta elaborando il mito del dottor Faust da indurci a definirla, appunto, "faustiana", è stata a lungo celata agli occhi stessi degli occidentali - e meglio sarebbe forse dire ch'essi l'hanno rimossa - in quanto i suoi effetti erano più visibili fuori dai limiti dell'Europa. Mentre nei confini di quella che continuava a pensare a se stessa come alla Cristianità - cattolica, riformata oppure ortodossa che fosse - maturavano successive forme di condivisione e di diffusione del potere decisionale attraverso il dibattito sul rapporto tra potestas e libertas, il maturare del concetto di mutua inter christianos tolerantia, l'affermarsi del diritto delle genti, il giusnaturalismo, fuori da essi l'Europa imponeva la sua volontà attraverso i meccanismi brutali e per lungo tempo incontrollati e praticamente (ma in molti casi anche teoricamente) anomici dell'esercizio della forza, della raccolta sistematica delle materie prime, del drenaggio delle ricchezze, dello schiavismo. Il concetto di unità del genere umano - conseguito attraverso l'esegesi del profetismo biblico e rafforzato, nel cristianesimo, dall'elaborazione paolina e dall'eredità stoica - restava irrinunziabile nella misura in cui veniva sostenuto dall'ecumenismo cristiano e dalla visione escatologica ad esso sottostante: ma solo in alcuni ambiti ristretti della legislazione coloniale (la normativa regia spagnola relativa alle Indie) e nella coscienza missionaria soprattutto della Compagnia di Gesu (si pensi alle reducciones del Guaranì) trovava una pratica applicazione.
La contraddizione profonda di tutto ciò era destinata a palesarsi alla fine del Settecento con le "dichiarazioni dei diritti" 3, che si volevano universali sotto il profilo concettuale, ma che restavano eurocentriche sotto quello pratico: anche perchè, intanto, il confronto con le culture "selvagge" condotto alla luce del pregiudizio etnocentrico - poi approfondito dalla meditazione scientifica fino alla nascita delle teorie razzistiche e all'elaborazione del concetto levybruhliano di "prelogico" - e la necessità di non intralciare l'espandersi delle libertà individuali e la produzione e il commercio dei beni, che nello sfruttamento coloniale avevano le loro basi considerate inesauribili, impedivano di compiere il passo decisivo nel senso del riconoscimento effettivo ai non-europei di quei diritti magari considerati "naturali", e quindi inalienabili, negli europei. I concetti di "genere umano" e di "natura umana", destinati a incidere profondamente nella politica, nel diritto e nelle elaborazioni ideologiche settenovecentesche, restavano ancorati a una teorica affermazione di principio per quel che riguardava le culture extraeuropee. Nella pratica, l'applicazione delle logiche conseguenze politiche e giuridiche anche nei confronti di esse si procrastinava alla loro "crescita", alla loro "maturazione", vale a dire alla loro occidentalizzazione. Il che voleva significare, nella pratica, subordinare l'espansione al mondo intero dei diritti dell'uomo a una serie di etnocidi che avrebbe avuto fine solo con l'estinguersi di culture diverse da quella occidentale e dei relativi modi di pensare e di produrre.
Questo è il peccato originale dell'Occidente, la natura contraddittoria e le conseguenze del quale sono apparse evidenti solo con la liquidazione del sistema coloniale e con l'avvio della globalizzazione. L'affermarsi della coscienza antropologica relativa all'esistenza e alla dignità dell' "altro" e quindi delle "ragioni", magari "nascoste", differenti comunque dalla Raison, si è affiancata alla rinunzia occidentale a conferire un senso alla storia, che ha reso vane, al di fuori dell'ambito strettamente economico-finanziario e tecnologico-scientifico, le categorie di "progresso" e di "arretratezza", di "avanzamento" e di "regressione", che pur continuano a venir correntemente usate.
Ma proprio in quest'ambito si sta manifestando sempre più la contraddizione profonda nella quale si dibatte la cultura egemone dei nostri giorni. Da un lato, un relativismo etico frutto del principio di tolleranza e della rinunzia alla pretesa della detenzione della verità, e corrispettivo quindi d'una sempre più pervasiva angoscia dinanzi a un mondo divenuto vuoto e privo di senso; dall'altro la difesa dogmatica di valori ch'è vietato mettere in discussione e che costituiscono il fondamento del "pensiero unico", quali le libertà individuali, le leggi del mercato, il primato dell'utile, l'insuperabilità del sistema liberal-democratico su qualunque altro sistema politico 4.
Questa evoluzione ha condotto a una rapida e irreversibile crisi lo spirito dal quale nacque la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, espressa da un'Organizzazione delle Nazioni Unite che concepiva se stessa come assemblea di stati liberi e sovrani. Fino dal 1990, l'O.N.U. è andata sempre più considerandosi però come una forma di governo mondiale, col risultato che al suo interno il potere si è andato accentrando nelle mani prima del Consiglio di Sicurezza, quindi dell'unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell'Unione Sovietica, infine dei gruppi multinazionali rispetto ai quali governo e parlamento degli Stati Uniti giocano il ruolo obiettivo di "comitati d'affari".
Dal 1948 in poi, il dibattito sui diritti dell'uomo è quindi sembrato prendere - sia pure con molte incertezze - la strada del progressivo allontanamento dall'antropocentrismo astrattamente razionalista del Settecento illuministico che aveva tenuto a battesimo il concetto stesso di "diritti dell'uomo" alla luce della convinzione philosophique che la ragione potesse essere sufficiente a guidare il genere umano verso la felicità. L'impossibilità pratica di andare oltre l'individualismo ha d'altro canto facilitato l'accezione del concetto di "diritti umani" nella direzione di "diritti di singoli" - o di gruppi, di categorie di singoli - i bambini, gli ammalati e via dicendo -, non consentendo di accedere all'idea che detentrici di diritti siano anche le comunità (da quelle familiari a quelle etniche travolte e negate dagli stati nazionali). E' ad esempio accaduto che nel Settecento gli stati siano riusciti ad abolire i "corpi intermedi" che impedivano loro di esercitare il loro potere direttamente sugli individui; mentre oggi gli stati siano diventati a loro volta intercapedini protettive tra i gruppi detentori di poteri mondialistici forti e gli individui, che i primi tendono ad eliminare in modo da poter più direttamente controllare i secondi.
La storia delle "Carte dei Diritti", dal 1776 al 1948, è la storia dell'affermazione di un valore dell'uomo sentito come assoluto, obiettivo e reale, esistente di per sé. Tuttavia, tale obiettività è appunto, a sua volta, esito di un cammino filosofico percorso all'interno di una cultura, quella appunto europea dalle profonde radici cristiane ma formulata alla luce della cultura dei Lumi. Una cultura che trova giustificazione nel primato della Ragione, nella sua autonomia rispetto alla fede e alla metafisica, nella sua autosufficienza.
Da alcuni decenni, però, questi valori magari sostenuti con intransigente rifiuto di rimetterli in discussione stanno vacillando: e sono costretti a confrontarsi con progetti e modelli differenti, nati da presupposti estranei o comunque lontani rispetto a quelli che stanno alla loro base. Il caso della cultura islamica, con le sue differenti scale di valore in ordine al problema dello stato di natura, della dimensione individuale, dell'origine dell'ordine giuridico, appare oggi il più vistoso fra quelli che si propongono come alternativi rispetto allo spirito delle "carte dei diritti".
Ne deriva che oggi sta circolando negli stessi ambienti dell'O.N.U. una concezione empiristica e "consensualistica" dei valori e dei diritti umani, la determinazione dei quali risulta continuamente provvisoria e in continuo processo dinamico.
Non ci si può esimere da questa navigazione in mare aperto. Si può e si deve, in cambio, esigere e pretendere che gli organi dell'O.N.U. in quanto "governo mondiale" vengano sempre più sottoposti a verifiche in grado di controllarne la trasparenza e che niente possa venir deciso in sedi coperte in qualunque modo da segreti di sorta. La vera paura del nostro tempo è che il processo di selezione liberal-democratica delle élites, sottratto progressivamente alle pur rozze e approssimative forme del controllo politico delle maggioranze comunque delegato e articolato, insomma sottratto al controllo popolare, s'indirizzi sempre più verso mete tecnocratico-oligarchiche funzionali agli interessi dei gruppi multinazionali.
Come conseguenza conclusiva di tutto ciò, crediamo sia importante tener conto della sia pur provvisoria sintesi offerta dal Laboratoire d'Anthropologie Juridique di Parigi: il diritto consiste non tanto in un particolare tipo di relazioni sociali, quanto semmai in una qualificazione specifica che ciascuna società decide di conferire alle relazioni che al suo interno si svolgono; esso non consiste perciò in un sistema di norme, sia pur modificabili, bensì in un processo internormativo verificabile a tre fondamentali livelli: la lettera delle leggi; le pratiche d'attuazione; i sistemi di rappresentazione e di gerarchizzazione dei valori, vale a dire le costruzioni simboliche che esprimono la coscienza del diritto stesso.
Il punto è che la fine della società coloniale e l'avvento della globalizzazione hanno interrotto il flusso a senso unico, da occidente a oriente, del transfert de droit, di quelli che Watson ha definito legal transplants. Circolazione dei modelli giuridici e diritto comparato dovranno tener conto d'ora in poi di presentarsi, a livello di interlocutori "forti", di portatori di modelli giuridici che - dal momento che sono viventi e appoggiati a una condivisa Weltanschauung - non ha senso scartare in quanto "arcaici" o "antiquati" o "desueti".5
Resta la possibilità di scartare alcune di queste proposte in quanto contrarie al modello di umanitarismo che legittima, ad esempio, il concetto del diritto di "intervento umanitario" a limitazione della sovranità nazionale. Ma a tale riguardo, appunto, quel che non convince sono i percorsi etico-politico-pragmatici alla luce dei quali si stabilisce la necessità o l'opportunità o meno di un intervento umanitario e l'autorità degli organi istituzionali che lo decidono. Finchè sembrerà - e non senza infondatezza - che alla base di tali decisioni vi sia il vecchio faustiano Im Anfang, es war Kraft, la fondazione di nuove forme di diritto planetariamente condivisa resterà aleatoria e illusoria. Cioè soggetta, in ultima analisi, al ricatto della forza. E poco importerà che si tratti di forza esercitante il suo potere contrattuale in teoria, ricattatorio nella pratica, attraverso strumenti militari, giuridici, finanziari, tecnologici o anche autodefiniti "umanitari".

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1. Cfr. G. Marramao, Potere e secolarizzazione, Roma, Editori Riuniti, 1984.
2. Cfr. La formazione dello stato moderno, a cura di A. Caracciolo, Bologna, Zanichelli, 1970.
3. Si veda la raccolta di testi in Le Carte dei Diritti, a cura di F. Battaglia, Firenze, Sansoni, 1947.
4. Cfr. AA. VV., La forza e il diritto, Milano, Mursia, 1998 (Pontificia Uni versità Lateranense, "Nuntium", II, 5).
5. Cfr. N. Rouland, Antropologia giuridica, Milano, Giuffre, 1992.

 
 
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