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Associazione Internazionale per le relazioni col Vicino Oriente
  
 
 
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DOCUMENTO PREPARATORIO ENEC


La globalizzazione sfida i popoli e le religioni del Mediterraneo
Tracce di discussione per il seminario


Dall'enunciazione dei diritti della persona e dei popoli parte l'analisi e il confronto sulla giustizia economica e sociale; necessità di estendere la visione dei diritti della persona e del cittadino da problema giuridico e religioso nelle leggi e nelle convenzioni internazionali ai diritti materiali di sopravvivenza equa: l'alimentazione primaria, l'acqua, il vestiario, la casa, la sicurezza.
Sui diritti della persona magistrale è l'intervento di David Jaeger nell'articolo "La Chiesa promotrice di libertà" pubblicato sul sito Enec; si tratta di svilupparlo sui beni primari al servizio dell'uomo. Estremamente importante sarà la definizione di "bene primario" nel diritto della persona che dovrebbe distinguere nella vita materiale la quota di sopravvivenza esistenziale dai beni cosiddetti superflui o comunque non indispensabili. Sicuramente i cereali e il riso sono beni diversi dal caffè e dagli oppiacei, anche se tutti sono merce; l'acqua e il sale hanno una "primarietà" rispetto al petrolio e ai diamanti. Certo che i bisogni cambiano secondo le classi sociali e i diversi livelli di sviluppo economico ma la definizione di "primarietà" è propedeutica alla definizione di "sfuttamento delle risorse" diversamente dallo sfruttamento del lavoro umano.
Ne derivano anche concetti quali la sobrietà o il vivere leggeri che distinguono concetti cari sia al cristianesimo soprattutto nella visione francescana, sia ai moderni movimenti ecologici.
Esimi studiosi dei problemi alimentari legati all'agricoltura e all'allevamento, nonché esperti delle risorse idriche supporteranno nell'ambito del mediterraneo una verità dura da digerire per i movimenti radicali: l'Europa è autosufficiente per la produzione alimentare, nel senso che non drena le risorse alimentari di altri paesi anzi ha sovente crisi di sovrapproduzione; l'Europa paga questo stato di benessere col decadimento qualitativo della sua agricoltura e della sua acqua, ma sta cercando i rimedi con un'incisiva politica riformatrice (vedi le certificazioni sulla carne, le leggi antinquinamento, il lento ma costante sviluppo del biologico).


L'Europa e il cristianesimo


Per quali ragioni l'Europa deve promuovere lo sviluppo dei paesi poveri o si deve intromettere nei conflitti interni al fine di garantire la pace? Ovvero per quale ragione rifugge l'isolazionismo almeno a parole?
Qui si deve dipanare la storia della cultura occidentale e della vicenda di duemila anni di cristianesimo, di duemila anni di guerre ininterrotte fino alla seconda guerra mondiale, dell'affermazione della tecnologia e del modello industriale sostanzialmente finalizzato al profitto, del sogno dei vincitori (fare il mondo a propria immagine e somiglianza) e dell'amara realtà, un miliardo di persone al di sotto della soglia di sopravvivenza.
E' poi possibile avviare questi processi riformatori nel mondo occidentale oppure la natura intrinseca del sistema occidentale rende impossibile questo dispiegare le risorse umane, finanziarie e tecnologiche per lo sviluppo dei popoli? Il cristianesimo e la chiesa cattolica sono davvero capaci di scontrarsi con i processi consumistici e avviare i popoli ad una seria integrazione sulla base dei diritti primari?
Il liberalesimo umanitario e filantropico, le socialdemocrazie europee, i partiti di ispirazione cristiana che tipo di ostacoli trovano per adempiere i loro programmi?
Le religioni principali dei popoli del Mediterraneo che risposte danno a questa richiesta di giustizia?
Da qui parte il confronto e per quanto ci riguarda (solo perché il confronto si fa in due) la ricerca di un percorso di identità e di presa di coscienza su quello che siamo e dove vogliamo andare. La Chiesa cattolica è la rappresentazione del cristianesimo e di una sintesi dottrinaria frutto di secoli di diatribe di violenze e di sintesi, fino a diventare una religione multietnica e multiculturale l'unica ad avere una leadership e una presenza globali. Il "credo" viene recitato ogni domenica da tutta la Chiesa e si esprime la fede in un Dio trinitario, che attraverso il Figlio diventa uomo e nobilita il singolo come "figlio di Dio" con parità di diritti; inconsistente è l'assioma tra cristianesimo e occidente, l'occidente al pari di tutto il resto del pianeta è terra di predicazione e di missione. Il criterio di giustizia è un dovere dell'amare Dio e il prossimo come se stesso.
La visione di una religione monoteista non solo è riduttiva, ma segue lo schema dell'islamismo, in cui si conviene il rispetto solo verso le vecchie religioni monoteiste in via di conversione, il cristianesimo e l'ebraismo; il resto non ha diritto alcuno.
Come farà il cristianesimo del terzo millennio a diventare motore di sviluppo per la pace e la giustizia, nonché a convertire i suoi fedeli su questa strada?
Al pari pensiamo che sia possibile che settori importanti del mondo islamico rifuggano dal fondamentalismo e possano compiere con i cristiani gli atti di pace e di giustizia che salvaguardino la persona e i popoli? Come si relazioneranno gli islamici con altre religioni non monoteiste come l'induismo e il buddismo che sono rappresentate da oltre due miliardi di individui presenti in paesi politicamente consistenti come la Cina, l'India e il Giappone?
Per affrontare accordi è importante perciò che si chiarisca all'interno dell'Europa un nuovo processo di identità e intorno a programmi credibili si coaguli la classe dirigente di questi paesi. L'Enec contribuisce a creare questo processo di identità. Necessario in quanto il cristianesimo non si identifica con l'Occidente ma ha una concezione universalista, al pari dell'islamismo che con esso compete in una comunità globale, anche se la lingua araba rimane obbligatoria per la preghiera coranica.
Nel governo della globalizzazione saranno le concezioni religiose universaliste il terreno limite del confronto e dello scontro, o saranno gli interessi economici e politici dei diversi stati a essere la base degli accordi o dei conflitti? Questo è un capitolo importante del confronto interno che avvieremo per il 2002.


Il governo della globalizzazione e i movimenti radicali

Le nostre popolazioni, le classi dirigenti, i movimenti contestativi europei non riescono a smuovere la sindrome dei vincitori.
Cos'è questa sindrome? E' l'incapacità ad uscire con programmi politici fuori dall'Europa: alcuni ostentano con orgoglio la supremazia economica e il sistema occidentale, in parte derivato dalle conquista tecnologiche in parte da oltre mezzo secolo di pace; i movimenti contestativi vivono questo benessere con senso di colpa di chi sfrutta tutto il mondo a proprio vantaggio. Nel frattempo nessuno è minimamente disposto a rinunziare al grande benessere occidentale, sia quelli che accedono ai soli beni primari, sia quelli che accedono a risorse da grandi ricchi: anzi la tendenza culturale è verso l'omologazione.
La sindrome dei vincitori deve essere mutata in una visione globale di giustizia: gli occidentali, che grazie soprattutto alle loro capacità lavorative si sono dati consumi mai conosciuti nella storia, devono riequilibrare le storture in atto con grandi sacrifici sui bilanci nazionali.


Scontro politico e religioso

La guerra antiterroristica per gli Stati Uniti e i loro alleati è uno scontro politico e non religioso, questo è affermato da tutta l'alleanza, mentre Bin Laden e i talibani invocano la guerra santa. Al di là delle affermazioni vanno considerati tutti i fatti storici del rapporto del mondo islamico con il resto dei paesi, soprattutto con quelli occidentali.
Si può condividere la visione libertaria di Franco Cardini e stabilire che è prevalente lo scontro di leadership all'interno del mondo musulmano, di una frazione maggioritaria filoccidentale e petrolifera contro una minoranza fondamentalista che cerca uno spazio di comando su tutto il mondo islamico, attraverso l'élite dirigente araba dell'organizzazione di Bin Laden (come descritto lucidamente dall'emiro Omar in un'intervista ripubblicata sul sito enec). Su tutto questo aleggia la spregiudicatezza degli interventi delle potenze occidentali che hanno sempre favorito regimi che ben poco hanno avuto a che fare con i principi di giustizia, di democrazia e progresso tanto cari alla propaganda occidentale.
Al di là dei nostri principi di riferimento, non è che poi la politica estera occidentale abbia prodotto risultati duraturi per la stessa "tenuta petrolifera" visto che Iran e Iraq (secondi e terzi produttori mondiali) sono governati da regimi fieramente ostili agli Stati Uniti. Né è andata bene alla frazione araba di Bin Laden, che al di là delle spettacolari e coraggiose azioni suicide dell'élite dei suoi aderenti, tutto sommato comanda su un povero e instabile Afganistan, non essendo riuscito a prendere il comando né in Pakistan dove pure gode di larga popolarità né tantomeno nella natìa Arabia Saudita.
Situazione perciò fluida, difficile e soprattutto non convincente per il futuro, visto che non si sviluppa l'interesse preminente per il diritto delle persone e dei popoli, soprattutto di quelli che stanno sotto la soglia di povertà. C'è il rischio che possa di nuovo prevalere l'interesse al ristabilimento dello status quo ante, ammesso che sia ancora possibile, con tutti gli ondeggiamenti e gli opportunismi conseguenti.

Su un passaggio vorrei che si soffermasse la nostra riflessione: ogni classe dirigente ha una sua cultura di riferimento o quantomeno dei programmi e dei comportamenti che la rendono omogenea e identificabile come "governo" di quel che amministrano. Ogni gruppo dirigente si crea anche delle motivazioni culturali, economiche e religiose per essere individuabile, sia per collante interno, sia per essere riconosciuta dai governati.
Per questo deve darsi importanza ai richiami culturali, ideologici e soprattutto religiosi, in quanto il collante cosiddetto religioso è in auge in questa fase storica. Non si può tralasciare con un semplice "non importa" tutta la questione inerente alle modificazioni teologiche e politiche che via via hanno permesso di modificare il costrutto originale delle religioni in teorie al servizio di una dittatura o di un regime politico. L'Occidente non è stato meno dell'Oriente a creare continue mutazioni genetiche al messaggio evangelico o islamico; se lo stesso Papa chiede perdono di tutti gli errori fatti dalla Chiesa durante la sua storia, dobbiamo essere pronti a capire che c'è un fondamentalismo cristiano non meno pericoloso di quello islamico, per non parlare di quello israeliano o induista. Siccome nessuno è immune dal peccato, bisogna che nuovi anticorpi vengano creati nella nostra società contro tutti i fondamentalismi, visto che in Italia sembrano lontani i tempi in cui eravamo impegnati a contrastare l'organizzazione meglio strutturata del fondamentalismo comunista, le Brigate Rosse.


L'immigrazione islamica in Europa

Questo impegno si fa ancora più concreto nel coinvolgimento delle comunità islamiche presenti in Europa. Sinceramente non oso prevedere le conseguenze che potrebbero esserci in Europa se andassero in porto alcuni attentati terroristici. La maggioranza delle comunità islamiche è impreparata a svolgere un'attività di coesione pacifica e solidale con le nostre comunità europee. Anzi i vari leader sono più disponibili a essere solidali con il radicalismo islamico che ad evitare di essere infiltrati dai movimenti terroristici. C'è una formidabile area grigia tra la fazione pacifista e quella fondamentalista, che sicuramente è ostile ai governi europei, tutti schierati con l'alleanza NATO anche se con motivazioni diverse. Ma che tipo di ragionamento si può fare alle comunità curde, cui è stata negata una nazionalità dagli interessi occidentali in primis e sono sempre stati sacrificati sull'altare della realpolitik agli interessi turchi,iracheni,iraniani. E che andiamo a dire agli Armeni? Quali sentimenti potremo ritrovare tra i 5 milioni di turchi immigrati in Europa soprattutto in Germania?
Ritrovare il dialogo e la capacità di coesistenza pacifica è d'obbligo, ma da parte nostra va preceduta da un'attenta analisi, per non scambiare pochi arabi fanatici per il mondo islamico.

Michele Monno

 
 
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