NUOVI
RIBELLI
Padre Zanotelli: cari ribelli, ascoltate i poveri
A Genova non ci sarà. Ma dalla bidonville in Kenya, dove lavora
da tredici anni, avverte: il movimento antiglobalizzazione vincerà
solo se saprà entrare in sintonia con i movimenti del Sud del
mondo
di
Marco Damilano
«No,
a Genova non ci sarò». La voce di padre Alex Zanotelli
arriva da lontano, potenza della globalizzazione. «Sono qui
con novecento malati terminali da assistere. Non sono statistiche,
sono volti». Vista da Korogocho, la protesta del popolo di
Seattle contro il vertice degli otto grandi di Genova assume un
altro significato. Centomila abitanti, enorme bidonville alle porte
di Nairobi, Korogocho è da tredici anni la casa di Zanotelli,
missionario comboniano. Da quando, cioè, fu costretto dal
Vaticano ad abbandonare il suo incarico da direttore della rivista
missionaria Nigrizia dopo aver accusato Giulio Andreotti
e Giovanni Spadolini di tacere sul traffico darmi. Non per
questo la sua denuncia si è fermata, anzi. La bidonville
è diventata un punto di riferimento per la miriade di associazioni
che in Italia si richiamano al movimento anti-globalizzazione. E
Korogocho è diventata per Zanotelli un po quello che
fu Barbiana negli anni 60 per don Lorenzo Milani: luogo dellesilio,
ma soprattutto luogo in cui sporcarsi le mani, dare fastidio ai
potenti, non lasciare addormentare le coscienze.
Nel
corso degli anni padre Alex si è lasciato crescere una lunga
barba bianca, le unghie delle mani sono diventate nere, le spalle
incurvate. La passione e la curiosità per quanto succede
nel mondo, e da noi in particolare, restano immutate. Con lItalia
mantiene un legame quotidiano: libri, articoli, e-mail. Risponde
al telefono dalla missione di Nairobi una volta a settimana. Cinque
anni fa da un suo viaggio in Italia è nata lidea della
Rete Lilliput, che oggi è il più forte e diffuso network
della galassia no global. Un anno fa, tornò in Italia per
partecipare al Giubileo degli oppressi a Verona. A Genova non ci
sarà. Ma solo fisicamente.
Nellera
della comunicazione una delle maggiori debolezze del movimento è
che viene definito o in termini negativi (anti-qualcosa: anti-globalizzazione,
anti-G8) oppure con riferimento a un luogo, Seattle, che vuol dire
poco o nulla. Tu come lo chiameresti in positivo?
«Mi
piace molto limmagine della rete lillipuziana. È unidea
molto bella: la sfida a un gigante che si può vincere mettendosi
insieme. Se ognuno lega allaltro il suo filino si può
immobilizzare Gulliver. Se la gente esce dallimmobilismo e
dal senso di impotenza si possono fare cose incredibili. Per esempio
in Kenya lanno scorso abbiamo sfidato una multinazionale,
la Del Monte, e abbiamo vinto».
Il
tuo obiettivo è fermare il processo di globalizzazione? Non
ti sembra irrealistico?
«Ma
io non sono contro la globalizzazione. Io sono contro questo meccanismo
infernale che permette al 20 per cento del mondo di vivere da nababbo
e al restante 80 di non avere nulla. Sono contro questa globalizzazione
che impone una cultura materialistica, che toglie ai popoli la loro
cultura, la loro anima. Anche i fondamentalismi religiosi partono
da qui, da questa ricerca di acqua viva. Il problema è che
non abbiamo più acqua buona con cui dissetarci. E magari
la cerchiamo in modo sbagliato».
E
la globalizzazione buona quale sarebbe?
«La
cosa bella è che questo mondo sta davvero diventando un unico
villaggio in cui tutti siamo costretti a incontrarci, con le nostre
diverse culture e religioni. Lincontro con laltro è
la grande sfida del nostro tempo. Il vescovo di Molfetta, don Tonino
Bello, diceva che dobbiamo costruire la convivialità
delle differenze. Questo mondo è stato dato a tutti:
e per quanto è possibile dobbiamo dare a tutti la possibilità
di partecipare al banchetto comune».
Però
anche il movimento di protesta è nato in Occidente. E a qualcuno
sembra già diventata lultima moda di unélite
intellettuale.
«È
vero, il movimento è nato nelle società ricche. Ma
le reti del Nord avranno successo solo se sapranno mettersi in sintonia
con i movimenti del Sud. Che esistono e sono forti. Il movimento
dei sem terras in Brasile raggiunge venti milioni di persone, quello
dei baraccati in India coinvolge almeno otto milioni. Il mondo altro
non è che lesigenza di un gruppo di borghesi annoiati.
È la rabbia dei poveri che occorre sentire sulla propria
pelle per essere credibili. A tre chilometri da Korogocho cè
una zona di una bellezza incantevole, ma inaccessibile. E ai poveri
fa un male boia».
Questi
movimenti nascono tutti nella società civile, lontano da
partiti, istituzioni, parlamenti, governi. E la politica?
«La
società civile che si riveglia e si organizza da sola è
un fenomeno molto positivo. Ma sarebbe grave se non riuscisse a
trasformare le sue battaglie in decisioni politiche. Il legame con
la politica resta indispensabile: altrimenti facciamo elitismo.
Oggi la politica stenta a trovare spazi decisionali, è stata
soppiantata dalleconomia. La gente vota più quando
va a fare la spesa al supermercato nel weekend che alle elezioni
».
Piero
Fassino, candidato alla segreteria dei Ds, sostiene che quando Marx
parlava dei proletari non intendeva dire sfigati di tutto
il mondo unitevi. E sogna una sinistra più moderna.
Tu che ne pensi?
«Ha
detto una bestialità. È unaffermazione che mi
lascia di stucco. Se pensano a lui come segretario vuol dire che
sono arrivati. Se voleva essere davvero moderno avrebbe dovuto proclamare:
consumatori di tutto il mondo, unitevi. Ma rafforza
una mia idea: Berlusconi non ha vinto per le televisioni ma perché
il modo di pensare che lui rappresenta è diffuso nella società
civile, anche quella che vota a sinistra».
E
quando ti dicono che la stessa Chiesa che ti ha messo a tacere,
oggi ripete cose che tu scrivevi già venti anni fa, come
reagisci?
«In
molto molto semplice: mamma mia, dico, sono felice! Spero solo che
alle dichiarazioni di principio seguano i fatti. Il dramma è
che non si riescono a tradurre in scelte concrete a favore degli
oppressi tanti bei documenti. In questi giorni con la mia comunità
stiamo rileggendo lApocalisse: il problema non sono le persecuzioni
dellImpero romano, ma convincere le comunità dei cristiani
a non cedere allethos culturale dellImpero. Il problema
della Chiesa di oggi è lo stesso.»
Tu
hai scritto che la Chiesa italiana si è berlusconizzata
«Ma
certamente! Ci sono state precise indicazioni di voto in quella
direzione. Ma non si può dare in svendita il Vangelo al potere
berlusconiano».
Infine,
il G8 di Genova. Credi che sia lecito luso della violenza
da parte dei manifestanti?
«Sono
stato a Genova lanno scorso a un incontro di preparazione
con le associazioni ed è stata una serata bellissima. In
quelloccasione ho detto che per me la scelta fondamentale
resta la non-violenza attiva che è stata inventata da Gesù,
molto prima di Gandhi. Non dobbiamo avere nulla a che fare con i
metodi violenti. Non possiamo utilizzare la stessa logica bellica
dei sistemi militari che diciamo di voler eliminare. Se pensiamo
di vincere con le armi siamo sconfitti in partenza, costruiremo
un Impero altrettanto oppressivo. Il problema sono certi nuclei
che cercano più visibilità. Dobbiamo isolarli».
Cosa
chiedi da Korogochi ai giovani che manifesteranno a Genova?
«Metà
dei bambini di Nairobi non va a scuola, in Kenya 700 persone al
giorno muoiono di Aids, solo a Korogocho assistiamo 900 malati terminali.
Sono volti, non statitische. In nome di questi volti grido ai grandi
della Terra: questa è uningiustizia di fronte al Dio
degli ultimi. Chiedo ai ragazzi di Genova di rilanciare questo grido».
da
Espressonline, 5 luglio 2001
|