La Manna

Nel 1955 le ossa furono trovate immerse in un liquido limpido, che occupava il fondo del loculo, per l’altezza di circa 2 cm. Cos’era? Per i baresi, la “manna”; per i greci, ancor prima del trasferimento a Bari, il “myron”.

La Manna dalla traslazione ad oggi.

Le Leggende della Traslazione coralmente affermano che l’urna del corpo di S. Nicola a Myra era piena di «manna». Dopo la traslazione a Bari il fenomeno continuò incessantemente. E’ anche ampiamente attestato che i pellegrini venissero a Bari, attratti alla tomba del Santo più dal fatto della «manna» che dalla fama dei miracoli di cui godeva S. Nicola. Quanto é stato constatato nel periodo tra il 1954 e il 1957 sembra comprovare che, come comunemente si ritiene, il liquido trasudi dalle ossa del Santo. Nel 1954, a motivo dei lavori di ripristino della cripta, il corpo e stato riesumato e le ossa, composte in un’apposita urna, sono rimaste esposte per tre anni alla venerazione dei fedeli nella «sala del tesoro ». Alcune volte le ossa furono viste imperlate di un certo liquido; inoltre il panno su cui erano poste fu trovato bagnato e marcito quando i resti mortali di S. Nicola vennero rilevati per essere riposti nella tomba. II panno di lino viene ancora conservato. Dal 1980 la «manna» viene ufficialmente prelevata ogni anno il 9 maggio, festa della Traslazione, dal Rettore della Basilica, alla presenza del Delegato Pontificio, I’Arcivescovo di Bari, delle autorità, del clero e dei fedeli, a conclusione di una solenne celebrazione religiosa. II Vescovo impartisce la benedizione alla commossa assemblea dei fedeli con I’ampolla di cristallo, in cui viene versato il prezioso liquido, artisticamente dipinta e chiamata «vetro di S. Nicola ». I devoti da sempre hanno fatto ricorso al Santo Protettore per chiedere la salute del corpo e dello spirito, mediante il pio uso della «manna». Quella che si distribuisce ai fedeli e acqua comune in cui viene versata  una piccola quantità di «manna» pura. Questo liquido, conservato in bottigliette, viene usato come bevanda oppure per aspergere le parti del corpo ammalate. Le famiglie baresi, per antica tradizione, lo conservano come reliquia in grosse bottiglie istoriate da pittori locali con episodi della vita, miracoli o patronati del Santo. Queste bottiglie sono molto preziose sia sotto I’aspetto devozionale che culturale-artistico.

 

La Manna prima della traslazione a Bari

Questa prima testimonianza di pellegrini alla tomba del Santo a Myra e collegata anche con il primo riferimento al «myron» (o manna). Infatti Michele Archimandrita ricorda che, sin dal momento della sepoltura, dal corpo del Santo comincio a sgorgare quest’«oleum», che era una «salutare e vivifica medicina» che liberava da «ogni potenza avversa e maligna». L’espressione di Michele Archimandrita per la manna è «myron», che corrisponde alla mirra dei Vangeli, e che ormai aveva acquisito il senso corrente di olio o unguento odoroso. L’aggettivo «edypnoon» convoglia il senso dello spirare, emanare odore «pneo» e la connotazione del soave e del piacevole «edys». Anche Teodoro Studita (+ 826) fece riferimento nel suo inno al prodigio della manna, senza però apportare elementi nuovi rispetto a Michele Archimandrita. Contemporaneamente acquistava grande notorietà 1’inno dello Pseudo-Romano «In Myra, o Santo» che contiene due richiami alla manna. L’autore chiede al Signore di poter proclamare le magnificenze «di Colui che a Myra / abitò e un myron divino / fece sgorgare come fiume / dalla sua anima/ che riempie di profumo / tutti gli ammalati / nell’anima per 1’olezzo / di gravi peccati» (strofa 9). E conclude (strofa 25): «Tutto quanto nel mio cuore / e fetido / profumalo tu con il myron / delle tue preghiere».

Anche Giuseppe Innografo fu sensibile a questo aspetto del culto di S. Nicola. Nell’ode IX di un canone in suo onore, cosi si esprime:

Il tuo sacro corpo
che santamente a Myra riposa,
emana profumato myron in continuità, cospargendo coloro che si avvicinano,
 
e il cattivo olezzo delle passioni
scaccia, o Nicola,
 
e la schiera dei demoni
 
mette in fuga.

Verso la fine del IX secolo e agli inizi del X i riferimenti alla manna miracolosa divengono più frequenti. Ne parlano ad esempio, Niceta di Paflagonia (885 c.), il Sinassario costantinopolitano (900 c.), la Vita Compilata (900 c.) e 1’anonimo autore dell’encomio «Mnème dikaìou» (920 c.). Qualche decennio dopo, ad opera di Giovanni di Amalfi (950-960) questo particolare aspetto del culto nicolaiano penetra anche in Occidente. A lui sembra risalire la narrazione intorno al vescovo di Myra Magnenzio, collegata appunto al fenomeno della manna, e che fu ripresa da molti ignoti «continuatori» di Giovanni Diacono (talvolta senza fare il nome del suddetto vescovo). Una di questa aggiunte dice cosi:

 

Chi mai, dico, possiede una tale eloquenza da poter con facilità descrivere in qual modo trasudi dalla sua marmorea tomba la santa manna, che vigili custodi raccolgono con una paletta, per conservarla con la massima cura, quale unguento assai benefico a molteplici mali?

A tal proposito vi riferisco, affidandolo alla vostra carità, ciò che ho saputo da alcuni Greci con una narrazione degna di fede. Costoro pero dichiararono di aver appreso questo fatto dal racconto di certi abitanti di Myra. Comunque, sia che la cosa stia altrimenti sia che contenga del vero, bisogna affidarsi all’opinione di coloro che l’hanno narrata. In una certa epoca dunque, alcuni uomini potenti della città di Myra, mossi da invidia e faziosità, osarono da svergognati scacciare il vescovo di quella diocesi. Immediatamente il flusso della manna tanto salutare si interruppe. E non appena il predetto vescovo ricupero la sua cattedra, subito il benefico liquido ricominciò a stillare nel modo solito. Mirabile è davvero Dio nei suoi santi! Tanto invero usa glorificare i suoi servi, da far diffondere la loro fama in ogni terra. Ma quale fama? Certo, la musica della vittoria e del trionfo: mentre ai loro devoti non rifiutano dal cielo il richiesto patrocinio, si mostrano, coronati dell’eterno diadema, vittoriosi sul principe di questo mondo.

 

Un altro copista vi appose una diversa appendice, pubblicata dal Falcone, che appare decisamente più vivace dei testi sin qui riportati, poiché testimonia del potere taumaturgico di questo liquido sgorgante dalla tomba del santo a Myra. Il concetto della manna è collegato a quello del movimento dei pellegrini che si recavano a Myra e venivano guariti.

Fu reposto il suo sacratissimo corpo nella gloriosa casa della Santa Sion, in un luogo elevato alla destra dell’aula della stessa: degno davvero della sepoltura di un tanto sacerdote. Dal quale sepolcro, come noi stessi avemmo modo di osservare, scaturiscono due rivoli che sino ad oggi non cessano di sgorgare. Dalla fonte che cor- risponde al luogo della testa del sacro tumulo, fluisce un liquido oleoso e chiaro che sembra apportare benefici a coloro che si ungono con esso. Dal rivolo che profluisce in corrispondenza dei piedi esce un’acqua soave e trasparente che, se data da bere agli infermi, questi riacquistano la salute del corpo. (...) Dopo che il beato Nicola, lasciando questo mondo, migrò al Signore, la tomba in cui il suo venerabile corpo fu reposto, non smise mai di stillare fino ad oggi un liquido oleoso. Ivi si recavano folle di malati, ciechi, paralitici, sordi e muti, e quanti erano oppressi da spiriti immondi. Una volta unti col sacro liquido tornavano al loro pristino stato di salute. Io stesso, trovandomi in uno stato miserando, per due volte presi una pozione di quella linfa, mentre accanto alla tomba invocavo Nicola di intercedere per me presso il Signore. La casa della Santa Sion dove quel confessore riposa è a circa tre miglia di distanza dalle mura della città di Myra sul lato orientale della strada che conduce al porto di Andriake”.

Questo testo è molto interessante per la testimonianza dei pellegrinaggi a Myra. È uno stimolo alla riflessione anche per la precisazione geografica ivi contenuta, cioè 1’ubicazione del monastero (domus) della Santa Sion a tre miglia da Myra verso Andriake. Dato che il narratore sembra esserci stato di persona a Myra, la prima domanda che sorge è sull’integrità del testo (proprio in quella parte che il Falcone mette in corsivo). Se si ammettono contemporaneamente l’autenticità del testo e la veridicità del narratore viene spontaneo un confronto fra quanto detto qui e i testi anteriori al X secolo. Questi ultimi, anche dove più lo richiedeva 1’argomento, tacciono completamente sulla santa Sion e sulla sua vicinanza ad Andriake. D’altra parte la stessa vita di Nicola Sionita, distingue senza possibilità di dubbio fra il santuario di S. Nicola e la domus della Santa Sion. E Michele Archimandrita, parlando della sepoltura di S. Nicola e della santa manna, non fa menzione della santa Sion. Tutti dati, questi, che messi assieme mettono in crisi 1’affermazione dell’anonimo continuatore di Giovanni Diacono, il cui testo non sembra autentico perché un testimone oculare non poteva ubicare a tre miglia da Myra il monastero della santa Sion in direzione di Andriake, ben sapendo che Andriake era a tre miglia da Myra (e quindi il monastero avrebbe dovuto trovarsi sul porto). E se la santa Sion si trovava ad Andriake, quindi proprio nel porto di Myra, come mai il monaco Nicola, per andare a Gerusalemme si reco a Myra? Non era più semplice chiedere le informazioni al porto? E, inoltre, come mai per recarsi al monastero Nicola voleva sbarcare al «Fenicio» e solo come seconda possibilità ad Andriake (cap 37)? E se il monastero della santa Sion fosse stato presso Andriake, come il biografo di Nicola Sionita, partendo dal monastero, avrebbe potuto dire: «Per volontà di Dio giungemmo nel porto chiamato Andriake»? Queste considerazioni escludono quindi che la santa Sion si trovasse tra Myra e Andriake. Se il piccolo porto di Fenicio corrisponde all’attuale Finike, si deve dire che il monastero della Santa Sion si trovava a nord est di Myra. La Vita Nicolai Sionitae specifica che era su un monte, presso il villaggio di Traglassi. In ogni caso la confusione tra il «martyrion» di S. Nicola e il monastero della Santa Sion non è poi cosi strana se si considera che quello era il tempo in cui era stata appena compiuta la fusione dei due Nicola. L’identificazione dell’antico martyrion (trasformato in chiesa e monastero bizantino) con la domus della santa Sion dovette apparire naturale ai Myresi stessi, se questi non fecero sentire la loro voce discordante al momento dell’identificazione dei due Nicola.

Questa identificazione delle due personalità fu consacrata, come si è visto, dal più grande agiografo bizantino, Simeone Metafraste (980 c.), che a proposito della manna si espresse con notevole sobrietà: «Ivi scorre un balsamo, anche ai nostri giorni, rimedio ai mali dell’anima e del corpo». Il fenomeno della manna fu presto conosciuto in Germania. Otloh, nella Vita IV, parla a due riprese della manna. Dopo aver narrato la morte del Santo (§ 15) e accennato ai miracoli presso la sua tomba, aggiunge: «Infatti dalla sua tomba scaturisce un olio la cui natura è simile a quella della luce, di modo che grazie a questo segno vengono illuminate le opere del passato e sono comprovate quelle future, poiché sana tutti gli infermi». Successivamente (§ 16) riprende 1’episodio del vescovo di Myra ingiustamente espulso con la conseguente interruzione del rivolo della manna (sacri liquoris stillicidia). Nello stesso periodo anche gli innografi greci dell’Italia meridionale cantarono questo prodigio. S. Bartolomeo Junione (981-1055), ad esempio, nell’ode IV del suo canone in onore di S. Nicola, scriveva:

Essendo tu profumato
 
dell’unguento delle virtù, o beatissimo,
degnamente ricevesti da Dio il governo della città dei Myresi,
ed ivi stabilendoti
profumasti il mondo intero
con la fragranza dei tuoi miracoli.
Ed ora versando unguento
dalla tua tomba emanante profumo,
 
profumi anche noi.

 

Il culto di S. Nicola dunque era gia diffusissimo prima della traslazione delle sue reliquie a Bari. Gia prima di questo evento aveva raggiunto per esempio 1’Inghilterra e la Russia, e circa 1’epoca della traslazione si può dire che non ci fosse nazione in Europa (compresa 1’Islanda) che non avesse qualche chiesa in suo onore. Per quanto riguarda 1’Italia e interessante il passo di uno dei continuatori della Vita di Giovani Diacono, che scriveva verso il 950:

 

A poco a poco tanto la sua fama si diffuse tra i barbari, da essere continuamente venerato anche da coloro che non sono battezzati. Crediamo che nel mondo intero non esiste nessun luogo tanto remoto, tanto nascosto e tanto inaccessibile come un eremo, al quale non siano noti i miracoli e la fama del nostro signore Nicola, piissimo confessore. Di ciò sono testimoni non solo tutte le regioni abitate dai Greci, dalle quali e tramandato che abbia tratto origine, ma anche l’intero impero d’Oriente.

Ne sono testimoni anche le molteplici popolazioni barbariche, parlanti lingue diverse, che abitano in quasi tutta 1’Africa e che devotamente gli tributano un pio culto. Gli abitanti poi dell’Italia, allietati frequentemente dai suoi miracoli, si sono abituati prontamente, nonostante che abbiano cominciato solo ai nostri giorni, a celebrare solennemente e devotamente la sua festa. Con l’aiuto di Dio, hanno ottenuto di costruire in suo onore e di dedicargli moltissime chiese, per averlo in questa vita come patrono e avvocato e, nell’altra, come intercessore dinanzi al Creatore.

 

Cosi dopo un inizio incerto, e limitato pressoché alla Licia, nel VI secolo il culto di Nicola era giunto a Costantinopoli. Nel VII era giunto a Roma, ed anche a Gerusalemme e in Georgia (come sembra indicare il calendario palestino georgiano). Nell’VIII la sua figura divenne familiare a tutti coloro che vivevano il dramma del rapimento di un congiunto (a causa delle incursioni arabe). Nel IX secolo raggiunse il suo punto culminante in Oriente e nel successivo in Occidente. All’incremento del suo culto, specie nel mondo marinaresco, contribuì la confusione col Nicola Sionita, universalmente accolta non solo per la Vita scritta dal Metafraste, ma anche per le raffigurazioni iconografiche degli episodi della vita dell’uno e dell’altro come riferiti alla stessa persona.