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L'esperto
Le differenze fra le religioni. Le libertà di scelta dei
cristiani
Jihad,
guerra santa o no?
Almeno due le interpretazioni del Corano
NICOLA
BUX *
Michel Balard dalle colonne di questo giornale ha egregiamente spiegato
che jihad non significa, secondo il Corano, guerra santa. Lo stesso
ha fatto Franco Cardini a «Porta a Porta». Hanno ragione.
Nei fatti, non sembra che tutti i musulmani fino ad oggi la pensino
così.
È noto che Maometto ha ucciso, per affermare il suo verbo,
mentre Gesù si è fatto uccidere.
Se al Corano si applicassero le regole ermeneutiche usate per la
Bibbia e per altri testi antichi, cadrebbe a pezzi, tante sono le
contraddizioni al suo interno. Dunque, ammettiamo almeno due interpretazioni
di jihad.
Un altro esempio: una «sura» del Corano dice che se
Allah avesse voluto fare degli uomini un'unica comunità (leggi:
religione), l'avrebbe fatto; invece così non è: quindi,
si gareggi nel fare il bene. Un'altra «sura», al contrario,
dice di proteggere (leggi: sottomettere) le «genti del libro»,
cioè ebrei e cristiani.
Di fatto, nella migliore delle situazioni, in Turchia ad esempio,
i cristiani sono ridotti a millet (nazione) e quindi sono di seconda
categoria. Insomma, diciamolo pure, la concorrenza fa bene non solo
al mercato ma anche alle religioni. Per carità, concorrenza
leale e civile, che solo il diritto può regolare.
Dall'11
settembre sembra in discussione la pax interreligiosa; e non ci
riferiamo alla ribellione viscerale di Oriana Fallaci. L'ottimo
Bruno Vespa l'altra sera a «Porta a Porta», ha rotto
l'incantesimo: invece di baci e abbracci tra copricapi variopinti
d'Oriente e d'Occidente c'è stato un abbozzo di confronto
tra cristiani (Cardini e Baget Bozzo) e musulmani (l'imam Abu Sweima
di Milano e l'intrattenitore Idris), in mezzo il frastornato giovane
Gassman.
Insomma è caduta la maschera: il dialogo tra i seguaci delle
religioni non abolisce la concorrenza. Ci eravamo abituati da Assisi
in poi alle sfilate di sant'Egidio: dove un Al Tourabi, noto pianificatore
dei massacri dei cristiani in Sudan, poteva tranquillamente accendere
una candelina nel grande candelabro dove tutte le religioni sono
uguali! Sebbene Giovanni Paolo II, quel 27 ottobre '86 avesse precisato,
con un apparente gioco di parole, che ad Assisi aveva invitato i
rappresentanti delle religioni a stare insieme per pregare per la
pace, ma ciascuno secondo la propria forma, e non per pregare insieme.
Sottigliezza sfuggita ai più. Perché mai?
L'idea che abbiamo di Dio non è la stessa?
Se molte sono le analogie tra quella giornata dell'86 e l'acuta
crisi internazionale odierna, molte altre cose non sono le stesse.
Se la confusione e il relativismo erano prevalenti anche tra ecclesiastici
e laici nella Chiesa, dopo l'attacco alle Torri gemelle molti si
chiedono se non ci sia proprio nessuna differenza tra le religioni.
Questa volta hanno giocato d'anticipo i politici: da Prodi che si
è affrettato ad andare in moschea, a Berlusconi che ha vantato
la superiorità della civiltà occidentale. Il primo
si è comportato da ecclesiastico e il secondo da politico,
senza distinguere tra cultura e religione come sarebbe il caso di
fare.
Se questa distinzione si facesse, nell'ambito delle culture si osserverebbe
una supremazia a fasi alterne dell'una o dell'altra, a seconda delle
contingenze interne (fortezza o debolezza) o esterne (pressioni
politiche e necessità economiche). Quindi si può parlare
in tal senso di superiorità, ma non in assoluto.
Quando invece si passa alla religione, allora di superiorità
si deve parlare, con buona pace dei precari equilibri di un certo
dialogo interreligioso.
Ma vi sembra che Gesù Cristo abbia pronunciato la famosa
frase: «Se la vostra giustizia non sarà superiore a
quella degli scribi e dei farisei...» per modo di dire? Che
bisogno avrebbe avuto ad affannarsi tanto se avesse trovato perfetta
la religione ebraica nella quale era nato?
E Maometto altrettanto: egli è addirittura ritenuto dai suoi
il sigillo dei profeti (l'evangelista Giovanni, se fosse vissuto
nel VII secolo, l'avrebbe querelato per plagio, visto che ne aveva
già parlato lui a proposito del Cristo).
Allora,
mettiamola in un altro modo, perché, in fin dei conti, col
relativismo la questione uscita dalla porta è rientrata dalla
finestra: solo una religione può avere la pretesa di essere
quella vera, se si ammette che esista una verità universale.
Su questo la «Fides et ratio» è chiara: «Solo
la rivelazione di Gesù Cristo... imminente nella nostra storia
è una verità universale ultima, che provoca la mente
dell'uomo a non fermarsi mai». Il Concilio aveva affermato
nella Dichiarazione sulla libertà religiosa, che nella cattolica
sussiste la vera religione.
Allora, si dirà, il dialogo fatto finora è una finzione?
No, perché l'uomo cerca questa verità e il dialogo
serve con umiltà e senza violenza a fargliela incontrare
o, in linguaggio ecclesiastico, ad evangelizzarla (se ne parla spesso
senza sapere cosa sia). Poi, è affar suo accoglierla o meno,
non contrattarla. Se un papa, un vescovo, un prete, un cristiano
non ne avessero coscienza, dovrebbero cambiare mestiere.
A questo punto si capirebbe un po' di più perché sia
almeno semplicistico parlare di «monoteismi abramitici»
e «religioni del libro»: ad esempio il cristianesimo
è un monoteismo trinitario affatto diverso da quello islamico
e integrativo di quello ebraico. Il discorso sarebbe lungo, ma basta
capire che l'eccessiva semplificazione fin qui condotta ha complicato
le cose.
Per esempio, se si comparano l'idea di Dio e l'idea dell'uomo che
cristianesimo e islamismo hanno rispettivamente, ci si accorgerà
che sono abbastanza diverse e concorrenziali, se volete.
O che c'è un contrasto reale o almeno una differenza sul
destino dell'uomo: per il cristiano, Dio ha in mano la storia, ma
mi lascia la libertà di accoglierlo o di respingerlo; per
il musulmano, Dio ha predeterminato tutto e l'uomo è come
limitato nei suoi movimenti.
Questo lo diciamo non per farci la guerra ma per esaltare la libertà
di scelta di ciascuno a questo mondo.
A che serve che nei paesi arabi e islamici, laico-moderati o integralisti,
si impedisca questa scelta, per cui se nasci musulmano tale devi
rimanere altrimenti sono guai seri? Si ha paura del confronto, perché
si teme la superiorità dell'altro? A livello empirico nei
secoli le forme culturali cambiano e si trasformano: è la
storia. Le religioni no.
Giustamente il Giudaismo, il Cristianesimo e l'Islamismo sono dottrinalmente,
com'è giusto, rimaste tali e quali.
Purtroppo la Dichiarazione del Concilio sulle relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane spesso non è letta integralmente.
Se lo fosse, si scoprirebbe:
1)
La preoccupazione di mettere in evidenza ciò che gli uomini
non le religioni hanno in comune; di osservare l'attesa
da parte di questi uomini delle varie religioni, della risposta
agli enigmi della condizione umana, il valore del senso religioso
(che è altra cosa dalla fede) presente in tutti e il riconoscimento
dello sforzo di dare risposta all'inquietudine del cuore umano.
2)
Che la Chiesa non rigetta ma rispetta tutto ciò che è
vero e santo nelle religioni, sebbene sia diverso da ciò
che essa crede e propone, quando riflettono un raggio di quella
verità che proviene unicamente da Cristo e nel quale gli
uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa.
Perciò la Chiesa prosegue il dialogo e la collaborazione
con i seguaci delle altre religioni, non solo riconoscendo, ma conservando
e facendo progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali
che si trovano in essi, mentre ciò che non è valido
va stigmatizzato e rifiutato.
3)
Che ha uno sguardo di stima per i musulmani e, usando le parole
di Papa Gregorio VII nel XI secolo (per chi ritenesse che la Chiesa
abbia scoperto da poco tutto ciò), prende atto della loro
venerazione per il «profeta» Gesù e per Maria
sua madre ed esorta a superare dissensi e inimicizie, promovendo
insieme giustizia e moralità, pace e libertà.
Non v'è quindi nessuna affermazione che l'islam sia una religione
rivelata da Dio.
4)
Che è diverso il vincolo che lega la Chiesa alla stirpe di
Abramo, cioè agli ebrei, in cui riconosce i suoi inizi.
Ma pure constatando che essi in gran parte non hanno accettato il
Vangelo e si sono opposti alla sua diffusione, questo non impedisce
di sperare nel giorno del grande e definitivo incontro.
In questo caso soltanto si propongono, oltre alla conoscenza e alla
stima, studi biblici e teologi in dialogo fraterno.
Segue il celebre passo sull'insussistenza del deicidio - peraltro
mai sostenuto dal magistero ufficiale della Chiesa - e sulla deplorazione
di ogni forma di antisemitismo.
5)
Il Concilio ha ricordato a tutti il fondamento del dialogo: se si
riconosce Dio come Padre bisogna amare senza distinzione tutti;
perciò è senza fondamento religioso qualsiasi teoria
o prassi che discrimini uomini e popoli quanto a dignità
e diritti umani.
La Chiesa pertanto esecra qualsiasi persecuzione razziale, sociale
e religiosa e «ardentemente scongiura i cristiani che mantenendo
tra le genti una condotta impeccabile (I Pt 2,12) se è possibile,
per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini,
affinché siano realmente figli del Padre che è nei
cieli».
*Vice
preside dell'Istituto ecumenico di Bari
da
La Gazzetta del Mezzogiorno, 16.10.2001
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