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La Cripta della Basilica di San Nicola
Un incontro sotterraneo fra Oriente e Occidente

CI SONO OSSA DI SAN NICOLA ANCHE A VENEZIA?

Secondo i cronisti veneziani furono portate tra il 1099 e il 1101
(da L.G. Paludet, Ricognizione delle reliquie di san Nicolò, Vicenza 1992, p 12-14)

Citiamo la celebre Historia del monaco, trascritta da Flaminio Corner, che afferma di averla trovata in Andrea Dandolo, sempre puntuale nelle citazioni, nel domenicano Pietro Calò (Callotius), in Marin Sanudo e in Pietro de’Natali vescovo di Jesolo, oltre che in Fortunato Olmo di San Giorgio Maggiore in Venezia, che nel 1623 partecipò alla traslazione delle reliquie dalla cripta della basilica al primo piano del monastero, in attesa della costruzione della nuova chiesa.

Quale risonanza avesse avuto l’incursione barese a Myra nell’animo dei veneziani, è facile intuirlo, ma l’Anonimo tace. Nel solenne incipit, con acutezza ed elevatezza di pensiero egli tenta di stabilire con motivazioni sublimi e ideali la spedizione veneziana: “Lo Spirito Santo ispirò nelle menti degli occidentali la volontà di liberare il Santo Sepolcro”. Ma, lo stesso Corner descrivendo gli inizi dell’impresa militare, vede crociati e comandanti riuniti a San Nicolò del Lido col vescovo Enrico Contarini che rivolge al Santo una profetica preghiera perché “prosperando il viaggio e l’impresa, lo rendesse degno d’arricchire col trasporto del sacro suo corpo” (in “Notizie storiche” etc., p 51). A conferma che il proposito di impossessarsi del corpo era sempre stato tenacemente voluto. 

La narrazione: Arrivati sulle coste della Licia, i veneziani inviarono sul posto designato una legazione per prendere conoscenza della situazione reale. Seppero che fedeli e chierici, per timore dei turchi, avevano praticamente abbandonato la chiesa; vi celebravano i divini uffizi solo ogni quattro settimane. Si predisposero all’attacco, rimanendo in difesa accorta sulla spiaggia. L’Anonimo descrive l’irruenza dell’incursione, il ricorso alle lusinghe e poi alle minacce, alla stregua dei baresi. Seguendo la confessione estorta ai custodi: “nell’altare vengono rinvenute tre cassette separate e molto ben difese, e due vescovi con i loro epitaffi in cassette separate di cipresso, emananti un soave profumo: S. Teodoro prezioso martire, e l’altro, lo Zio del grande Nicolò, entrambi di grandi meriti e Metropoliti di quella chiesa”. Mentre questi corpi vengono portati con esultanza e processionalmente nelle navi, alcuni marinai “divinamente ispirati” ritornano in chiesa, la scrutano con ogni diligenza finché, seguendo “la scia di un profumo soave insperato e inconsueto, sono condotti in un luogo donde intuirono che proveniva come da una nascosta e grande santità.” Seppero poi dai custodi che sopra quella pietra si usava in antico celebrare la santa messa.

Infranto il pavimento, trovarono più sotto una “massa vitrea” durissima, seguita da un’altra di “bitume”, sotto la quale in un sepolcreto di rame rinvennero bene occultate le reliquie desiderate, con incisa l’iscrizione: Qui riposa il vescovo Nicola Magno glorioso in terra e in mare (encomio abituale, usato da tutti gli antichi scrittori). Raccolte anche altre reliquie ivi trovate, in fretta ritornarono alle navi. Visto in lagrime l’arcivescovo del luogo che implorava la restituzione di quel tesoro spirituale, gli lasciarono una cassetta di reliquie e cospicue offerte in denaro, a riparazione dei danni arrecati materialmente alla chiesa. Quindi, inviati a Venezia dei legati per annunciare l’esito positivo dell’impresa, con duecento navi ripresero la via del mare e si diressero finalmente in Palestina, secondo il programma preannunciato, anche se ormai la guerra era quasi finita.  

Quali reliquie prelevarono?: Leggiamo nel Corner: “I custodi della chiesa dissero: Questa e l’arca da dove i baresi hanno asportato una parte delle reliquie, lasciandone un’altra parte”. Il cronista nel suo commento dice: “Questo passo dell’ Anonimo per sè sta a favore dei Baresi, se questi però si accontentano di possedere solo una parte del corpo, come ha rilevato anche l’Olmo, che, prudentemente, mette in discussione il possesso dei Baresi, a meno che non dicano di avere solo “una parte del santissimo Vescovo”. I Veneziani, invece, affermano di avere la parte maggiore (potiorem partem).

Non potendo cancellare le affermazioni obiettive dell’arcidiacono Giovanni di Bari, il Corner, incerto sulla realtà effettiva delle posizioni, lancia una sensata sfida di portata scientifica quasi profetica: “Magari i baresi, come più volte hanno fatto i veneziani, si decidessero a esplorare il sepolcro del santo vescovo e ad emettere finalmente un giudizio, chiamando com’e giusto un esperto in anatomia, il quale dichiari con il prestigio della scienza, che cosa effettivamente possiede ciascuna delle due città”.

L’incertezza era dovuta indubbiamente al fatto che Bari non aveva mai voluto aprire il sarcofago. I pochi testimoni oculari, che avevano guardato l’interno attraverso un piccolo foro, avevano affermato di aver intravisto os unicum, cioè un solo osso; mentre, nelle ricognizioni lidensi, tutti avevano affermato che le cassette contenevano ossa plurima, molte ossa.

Semmai, a Venezia, ci fu una svista clamorosa: si erano solo “viste” le ossa, senza curarsi di farle esaminare da un esperto in anatomia.

Dalle parole dell’Anonimo si rileva che la spedizione veneziana fu decisa in concomitanza con la prima crociata, cioè nell’anno 1096, ma che si realizzò a partire dal 1099 e durò tre anni, cioè fino al 1101, data del rientro delle navi a San Nicolò del Lido.

Anche a Venezia, come a Bari, si discusse animatamente sul luogo più dignitoso per custodire le reliquie traslate: si pensò alla basilica marciana; poi si inclinò per una chiesa da costruire nei pressi della piazza S. Marco, oppure di preferire la sede del vescovo-patriarca, cioè S. Pietro di Castello. Infine prevalse l’opinione dell’abate di S. Nicolo del Lido, che indicò la chiesa già eretta dai veneziani in onore dello stesso Santo. Per evitare sorprese di incursioni e di ruberie, provvisoriamente furono poste al centro del coro e si costruì una “torre fortissima e munitissima”, con custodia armata, finché non venisse costruita una nuova chiesa più capace e degna.

Considerato il comportamento violento dei baresi e dei veneziani, il Corner cita un giudizio di L. A. Muratori che definisce entrambi come “troppo pii masnadieri”. La cronaca dell’Anonimo si fa ammirare, oltre che per la lingua elegante, per le molte “orazioni” elevatissime e commosse con cui intercala il racconto che, altrimenti, avrebbe il sapore di un atto di pirateria.

Enfatico, ma veramente lirico, è l’encomio finale di Venezia, che inizia: “Felice te Venezia, beata te Venezia, che hai l’evangelista Marco come Leone a tua difesa nelle guerre, e hai il padre dei Greci Nicolò come guida delle navi. Nelle battaglie alzi il vessillo del Leone, e nelle tempeste marine sei protetta dal sapiente Nocchiero greco. Con tale Leone tu penetri in mezzo alle formidabili schiere nemiche, e con questo Nocchiero te ne vai sicura   per le onde del mare...”.

A questo punto, Ferdinando Ughelli ritiene sufficiente la sua trascrizione, mentre il Corner prosegue con quello che potremmo definire il “Trattato dei miracoli”, immancabile nelle Vite dei santi: riporta apparizioni e grazie ottenute con l’intercessione di S. Nicola”.

A onore di Flaminio Corner, va detto che la sua storica sfida ai baresi ha avuto compimento proprio in questo nostro tempo. Infatti, lo stesso esperto in anatomia, cioè il prof. Luigi Martino ha avuto la fortuna di essere prima chiamato per la ricognizione ufficiale delle reliquie contenute nel sarcofago di Bari (1955-57), e poi di quelle contenute nell’Arca del Lido (1992). La storia, talvolta, oltre a offrire insperate certezze o verifiche luminose, offre pure lungimiranti profezie in grado di sostenere la nostra esigente razionalità e l’immutata devozione religiosa.

Della contesa tra Venezia e Bari, c’è traccia anche nei cronisti “bares”

Niceforo - Si autodefinisce “ultimo dei chierici” anzi “l’ultimo di tutti i Baresi”. Scrisse a meno di due anni dalla traslazione e, dallo stile usato, si direbbe che abbia trattato vivacemente con gli stessi protagonisti, raccogliendone il racconto emozionato e puntuale. Se ne conservano, tre versioni: beneventana, vaticana e greca.

Visione d’insieme : Nel Prologo egli insinua che, da un incontro amichevole con alcuni mercanti veneziani ad Antiochia, i baresi vennero casualmente a conoscere il proposito dei lagunari di impossessarsi delle reliquie del vescovo di Myra. Subito si programmò di prevenirli con un colpo di mano, per non subire la vergogna di restarne privi. La città di Bari in quel tempo, come si è detto, stava all’acme del suo prestigio sull’Adriatico, in diretta competizione con Venezia, la regina del mare. I baresi – imbarcati ad Antiochia due preti pellegrini, l’uno greco e l’altro francese: Lupo e Grimoaldo - decisamente puntarono su Andriake, il porto della Licia più vicino a Myra. Sbarcati, con fare guardingo, ma deciso, si diressero alla chiesa e prima con lusinghe, poi con minacce, costrinsero i custodi a rivelare il luogo del sepolcro del Santo. Ma questi opposero resistenza, avendo gia sperimentato nel 1035 circa, l’invasione e la crudeltà dei saraceni. Visto il loro atteggiamento negativo, i marinai passarono ai fatti ed entrati in chiesa “preso un maglio di ferro gagliardamente si misero a colpire la lastra di marmo del pavimento... riducendola del tutto in piccolissimi frammenti... trovarono un sarcofago di marmo bianchissimo, che misero allo scoperto per circa metà”. Quindi, il marinaio Matteo con tutti i calzari discese focosamente nella sacra tomba. Entratovi, immerse le sue mani nel liquido e trovò le sante reliquie che galleggiavano... cerco quà e là la testa. Trovatala, usci dalla tomba essendosi impregnato di quel liquido lattiginoso sia il vestimento, sia tutto il corpo”.

Quindi, temendo la violenta reazione dei cristiani del luogo, ritornarono in fretta alle navi, pieni di gioia per il prezioso bottino. I myresi, piangendo e protestando, esclamarono: “Ecco, secondo il nostro cronografo greco, sono trascorsi 775 anni, durante i quali mai alcun imperatore, nè alcun genere di uomo ha commesso una tale azione”. Cercarono di impietosirli reclamando: “Restituiteci il nostro padre e signore... e, se non tutto, dateci almeno una parte di lui, così da non restare completamente privi di un patrono tanto grande”. I baresi risposero che “si contentassero del santo liquido e dell’icona” di lui, ivi venerata e che non erano riusciti ad asportare.

Quindi, saliti a bordo e sventato il rischio di un trafugamento di parte delle reliquie, ad opera di alcuni marinai troppo zelanti, ripresero la navigazione verso Bari, trionfalmente accolti dai cittadini.

Ci chiediamo: lasciarono qualche parte delle reliquie nel liquido oleoso del sarcofago, data la fretta del latrocinio e il timore di essere a loro volta assaliti? Niccolò Del Re lo ritiene possibile: “E’ dato pensare che qualche cosa possa pur essere rimasta nell’antico sepolcro di Myra, anche dopo il trafugamento frettoloso e concitato dei marinai baresi”. Su questo fondamento troverebbe motivazione corretta l’ulteriore rinvenimento dei veneziani un decennio più tardi, dopo che i myresi cercarono di occultare in modo più radicale e impenetrabile ciò che del loro patrono era pur rimasto loro.

Giovanni arcidiacono  

Lui pure del clero barese, scrisse la cronaca per ordine dell’arcivescovo Ursone, verso l’anno 1088. Fin dall’esordio, per evidenziare l’impresa eccezionale e benedetta da Dio, afferma: “Molti sovrani e molti uomini potenti tentarono col massimo impegno di trarre fuori il suo corpo dalla tomba nella quale era stato sepolto, per trasportarlo altrove, ma invano”. A questo particolare si riferirà, nel tardo Settecento il cronista veneto Corner, precisando che si trattava dell’imperatore Basilio I che, dall’867 all’886, regnò in Bisanzio dove Giustiniano aveva fatto erigere un tempio in onore di San Nicola.

Poi, nel descrivere il prodigio del dente, dal quale usciva il liquido della manna, trova modo di far intervenire lo stesso Santo con l’affermazione perentoria e minacciosa:
“Io non permetto che neppure la più piccola particella venga separata dalle altre mie membra”. E si mette così in sintonia con Niceforo, nel passo in cui, condannando il tentativo dei cinque marinai trafugatori di piccole porzioni delle reliquie, esclama: “Il confessore di Dio in persona non vuole affatto che le sue reliquie siano in alcun modo divise”.

Che i baresi parlino in difesa del proprio interesse, è manifesto. Viene infatti da chiederci come mai il Santo avesse permesso senza protestare che l’intero suo corpo venisse profanato nel sepolcro e trasferito altrove. Ma, a giustificazione dell’operato oltraggioso, Giovanni non esita a mettere in bocca ai suoi una menzogna solenne: “Siamo stati mandati qui dal romano pontefice!”.

La narrazione, prosegue poi in sintonia con la stesura di Niceforo. Ad un certo punto, per giustificare ulteriormente l’azione violenta e orgogliosa scrive: “(i baresi) portano via la preda santissima, non come la si toglie ad un nemico, ma come prendendola dal tesoro del Signore”. Concetto di comodo, con un’autodifesa di sapore schiettamente medievale.