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Elementi
storico Architettonici della Cripta |
La
Cripta della Basilica di San Nicola
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La
cripta di San Nicola dopo i restauri del 1957 In questi ultimi decenni, per rendere praticabile l’ambiente, 1’acqua veniva aggottata, ma il rimedio era peggiore del male stesso, perchè cosi facendo si richiamava maggiore quantità d’acqua e si accelerava 1’impoverimento delle malte delle fondazioni. Prima ancora di affrontare il delicato problema del prosciugamento sapevamo che, in proposito, diverse e piuttosto sconfortanti erano le opinioni dei tecnici e che si era creata la convinzione che a nulla sarebbe valso qualsiasi tentativo, cosi come aveva gia scritto 1’Ispettore Superiore dei LL. PP. Ing. Casalini, incaricato dello studio del fenomeno nel 1934, dal Ministro Di Crollalanza. Il Casalini scriveva: «...non è da pensare alla completa impermeabilizzazione dei muri perimetrali della Cripta, compresa la parte di fondazione, perché il lavoro dovrebbe essere eseguito per la maggior parte in acqua; e, anche se potesse costruttivamente riuscire, esso sarebbe reso inefficace dal sifonamento attraverso ai meati della roccia tufacea su cui e fondata la Basilica ». Le cause determinanti gli allagamenti, studiate dall’Ing. Rossi della Impresa Radio di Milano in collaborazione con la Soprintendenza, vennero distinte in due categorie: La prima di origine esterna, dovuta alla particolare posizione topografica attuale della Cripta ed al cattivo funzionamento di alcuni apparati idraulici circostanti. La seconda di origine interna, dovuta ai movimenti di acque freatiche ed artesiane, oscillanti in concomitanza alle precipitazioni meteoriche ed alle maree. Per 1’eliminazione delle cause esterne fu prevista 1’impermeabilizzazione delle pareti delimitanti il vano, mentre per annullare quelle prodotte dalle falde freatiche ed artesiane si pensò di intervenire con particolari trattamenti del sottosuolo, in modo da racchiudere la parte della Cripta immersa nella falda in una specie di vasca stagna, creata in sito mediante iniezioni di latte di cemento ed intonaci impermeabilizzanti. Tutto ciò risultava possibile giacché le analisi provavano che il terreno soggiacente alla Cripta era agevolmente trattabile con iniezioni. Lo stato delle fondazioni, accertato in precedenza dal Genio Civile, si mostrava discontinuo, perché mentre i muri dei lati ovest e nord risultavano fondati direttamente sulla roccia calcarea di base, al contrario i lati S. ed E. vi apparivano appoggiati su di uno strato di terreno sabbioso di profondità varie, così come lo erano anche le murature di fondazione delle ventotto colonne su cui si impostano le crociere. Si osservava inoltre che 1’acqua in Cripta arrivava da due vie: la più diretta proveniente dal fondo roccioso sottostante il pavimento, 1’altra dal materasso sabbioso sottostante le navate della Basilica, tutte e due però pro- venienti, data la loro temperatura, tiepide d’inverno e fresche d’estate, da lunghi percorsi sotterranei. Il progetto quindi prevedeva: 1) Preimpermeabilizzazione dell’ipogeo con una serie di iniezioni verticali di cemento lungo tutto il perimetro esterno della Cripta fino a legarsi con il banco roccioso, e graduale aggottamento delle acque dall’interno della Cripta. 2) Perforazioni ed iniezioni nel pavimento della Cripta lungo il perimetro interno dei muri ed alle basi delle colonne. 3) Rimozione e sbancamento del pavimento fino a cm. 30 al disotto della quota del più antico pavimento. 4) Intonacatura dell’intradosso delle murature scoperte e del piano dell’ambiente con gunite retinata. Il 12 dicembre del 1955, con turni anche notturni di lavoro, fu iniziata la fase delle perforazioni ed iniezioni di sondaggio, onde determinare più esatte caratteristiche geologiche del terreno e stabilire la composizione della miscela da iniettare e 1’approssimativo coefficiente di assorbimento. Questo primo intervento fu localizzato lungo il lato sud della Cripta, sia all’interno che all’esterno, dove furono praticati fori fino alla profondità massima di 12 metri, di cui otto in roccia. Ogni foro fu sistematicamente numerato e documentato graficamente; in tutto il complesso del lavoro furono praticati ben 411 fori, con una lunghezza complessiva di m. 2209 e 45 cm. Nel carotaggio e campionatura del terreno al disotto del cocciopesto, alto cm. 40, fu rinvenuta fino alla profondità di due metri sabbia limosa con sostanze vegetali in stato di decomposizione; nei successivi sei metri si riscontrarono vari strati calcarei frammisti a materiale tufaceo, alternati da vuoti che variavano da un minimo di cm. 10 ad un massimo di cm. 60, ed infine negli ultimi 4 metri si notò la presenza di calcare consistente. A questa profondità, in un terreno cosi vario e fessurato, fu iniettato dapprima soltanto latte di cemento, ad una pressione media di tre atmosfere. Ma gli assorbimenti risultarono elevatissimi sì da superare, talvolta, per alcuni fori, i 300 quintali di cemento liquido. La cosa era preoccupante, perché avrebbe fatto elevare notevolmente il costo dei lavori; si pensò allora di unire al cemento della sabbia alluvionale oltre ad un certo quantitativo di trucioli di cellofan, e questo per ridurre la sezione dei meandri sotterranei e per contenere in quantità modeste la dispersione della miscela iniettata. Tali espedienti, però, non furono sufficienti a contenere la spesa in limiti adeguati, tanto che si decise anche di ridurre la profondità dei fori da 12 a 8 metri, variabili fino a 6, e, per suggerimento del Geologo Prof. Cotecchia della Scuola di Ingegneria di Bari, si aggiungeva alla miscela una certa quantità di pozzolana macinata delle cave di S. Paolo di Roma ed una piccola percentuale di bentonite. Una volta che furono determinate le caratteristiche del terreno, la profondità da raggiungere con le perforazioni, il tipo della miscela e la relativa incidenza economica, si passò, senza ulteriori indugi, all’applicazione integrale del sistema di preimpermeabilizzazione vera e propria dell’ambiente. A mano a mano che si praticavano le iniezioni, eseguite nell’ambiente allagato, si constatava che, mentre all’inizio del lavoro, con il funzionamento di una elettropompa della portata di 210 litri al minuto, bisognava at- tendere ben 12 ore per abbassare di soli 10 cm. il livello dell’acqua, che tornava alla primitiva altezza in meno di mezz’ora, via via, sia pur lentamente, 1’azione della elettropompa diveniva sempre più efficiente ed il tempo che essa impiegava per aggottare 1’acqua risultava gradatamente più breve. Segno dunque che, con il procedere dei lavori, il fiume sotterraneo non riusciva più a superare quella barriera che andavamo costituendo con le iniezioni ed avevamo conferma, cosi, che il sistema curativo era efficace. Una prima sensibile diminuzione dell’acqua si ebbe allorquando, con le iniezioni praticate dall’alto del transetto nel muro Ovest si completo 1’anello di sbarramento; ma si do- vette attendere che le iniezioni fossero estese a tutta la superficie della Cripta, alle fondazioni dei muri e delle colonne per ottenere quel successo che avevamo atteso trepidanti per lungo tempo. Ed intanto, innumerevoli erano le difficoltà da superare, che ritardavano ed accrescevano la nostra attesa. Per esempio, la miscela refluiva dai punti più impensati; segno, quindi, che gli strati profondi del terreno non assorbivano più: occorreva allora attendere che la miscela si consolidasse, prima di riprendere la iniezione nello stesso foro. Inoltre la forma di espansione che noi imprimevamo meccanicamente alla miscela e quella data dal lievitare della bentonite ci costrinsero a rimuovere il pavimento musivo scoperto in sito nella cappella destra e quello gia noto del grande catino absidale. Prima di passare al completamento dell’impermeabilizzazione del piano e delle pareti della Cripta con opportune stratificazioni di gunite, armata con rete metallica per meglio sostenere la sottopressione della falda artesiana, attendemmo, come collaudo, le pioggie e le alte maree. Quali riflessi si verificarono a causa delle pioggie e delle alte maree? Favorevolissimi. Infatti, mentre il livello della falda mantenendosi sempre più alta del piano da noi ripristinato oscillava in due tubi piezometrici in armonia con le variazioni metereologiche, nella Cripta non avevamo più traccia di acqua. Gli 11300 quintali di materiale iniettato, oltre le relative quantità di acqua, avevano finalmente costituito, insieme al terreno ed alle murature, la perfetta vasca stagna progettata. La gioia del successo veniva però turbata dal profilarsi di un inconveniente: alcuni basamenti di colonne presentavano un’aureola di umidità che risaliva, per imbibizione, attraverso le malte residue, le quali, per le limitate pressioni esercitate in quei punti, non erano state raggiunte dalla nostra miscela. Già nella progettazione era stato temuto che la fitta serie di basamenti delle colonne costituisse un intralcio ad una uniforme distribuzione della miscela, tanto più in quanto le iniezioni praticate in corrispondenza della fondazione delle colonne venivano eseguite a mano, senza poter forzare nelle pressioni onde evitare eventuali pericolosi schiacciamenti delle esili colonne, in gran parte strapiombate e talune da tempo gia rotte. Molti furono gli espedienti risolutivi che si prospettarono, tenendo presente 1’opportunità di non rimuovere le colonne; ma alla fine si rese inevitabile la rimozione di 7 di esse, per curare le relative fondazioni con cemento « Embeco », assolutamente irrestringibile. (da
“I restauri della Basilica” relazione del sovrintendente ai
monumenti arch. Franco Schettini, Bollettino di san Nicola,
numero speciale aprile-dicembre 1057, pag 110-114) |