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1) BARI "Extra Moenia"
Fino a pochi anni or sono gli studi sulla Bari antica e medievale rimanevano circoscritti al tracciato urbano della città vecchia, mentre gli occasionali ritrovamenti di carattere archeologico extra-moenia, nella loro sporadicità, non risultavano inquadrabili in un organico contesto interpretativo. In merito alle problematiche connesse allo studio ed alla valorizzazione degli insediamenti rupestri ed ipogei, purtroppo bisogna registrare una quasi assoluta mancanza di informazioni e di ricerche, tale da far sì che questo aspetto della nostra realtà territoriale rimanga pressochè sconosciuto, non solo alla più vasta opinione pubblica, quanto alla più ristretta cerchia degli addetti ai lavori la cui attenzione si è concentrata particolarmente intorno alle emergenze architettoniche sub divo o a ricerche di carattere prevalentemente storico che, pur offrendo indubbi e preziosi contributi per la conoscenza del territorio di Bari, non potevano da sole colmare le grosse lacune prodotte dalla frammmentarietà delle fonti e dalle trasformazioni radicali della morfologia territoriale. L'esplorazione sistematica del territorio, la conoscenza approfondita della topografia attuale come base di partenza per l'individuazione dei toponimi antichi, rappresentano i presupposti metodologici per questo tipo di indagine spesso non confortata dall'ausilio di sufficienti fonti storiche o storiografiche. Questo tipo di documentazione è finalizzato al riconoscimento di differenti tipologie, per giungere ad ipotizzare uno sviluppo evolutivo degli schemi "costruttivi" di questi complessi. Il lavoro intende anche proporre stimoli ed impostare nuove problematiche per un logico e necessario approfondimento, seguito da una tutela di questi insediamenti di sicura dignità storica e architettonica che, a causa della rapida espansione edilizia, potrebbero diventare facile preda delle ruspe. I complessi ipogei oggi noti si distribuiscono quasi a ventaglio nella periferia della città: si concentrano intorno alle lame o si raggruppano in determinate aree del territorio interessate dal banco tufaceo. Questa concentrazione insediativa in particolari zone induce ad ipotizzare un'intensa antropizzazione in età medievale nel territorio a Sud di Bari. Tale popolamento extra-moenia è da porsi essenzialmente in relazione alla coltivazione della terra ed anche alle attività connesse alla lavorazione ed alla trasformazione dei prodotti agricoli.

Caratteristiche morfologiche
Fin dall'antichità più remota l'uomo ha utilizzato la grotta come riparo dalle intemperie e dai pericoli dell'ambiente. Essa rappresentava non solo l'abitazione, ma anche il luogo per deporre e venerare i propri defunti, mentre per il senso dell'arcano, del misterioso e dell'ignoto che da sempre infonde nello spirito umano, è stata collegata con il soprannaturale e quindi scelta come luogo di culto della divinità. Per queste ed altre funzioni furono utilizzate dapprima cavità naturali prevalentemente di origine carsica; successivamente si avvertì la necessità di adattare questi luoghi alle diverse esigenze che man mano divenivano più specifiche. Si cominciò a dotare questi ambienti, originariamente inospitali, di quelle relative comodità che di volta in volta si rendevano necessarie. Laddove le cavità naturali non erano più sufficienti od addirittura erano assenti, l'uomo incominciò a scavare ex novo degli ambienti in roccia, sempre che la morfologia del suolo lo permettesse. L'abitudine di scavare è stata conservata per secoli e millenni, anche se altre tecniche di costruzione si andavano affinando e sviluppavano forme di architettura costruita molto evoluta. Si distinguono le grotte naturali da quelle scavate artificialmente dall'uomo: per queste ultime è opportuna una ulteriore distinzione in base alla morfologia dell'habitat in cui sono ricavate. Nei casi più spettacolari, rappresentati dai villaggi arroccantisi sui fianchi di montagne, di gravine o di lame, si utilizzerà il termine di rupestre, ad indicare il fatto che lo scavo viene realizzato utilizzando una parete in rupe offerta dalla particolare natura del suolo. Laddove la morfologia del territorio non offra naturalmente questi fianchi, come avviene nelle zone pianeggianti, è l'uomo che crea artificialmente dei fianchi verticali da cui procedere per ricavare i vani che intende realizzare. Tali fianchi li ottiene con uno scavo verticale verso il basso delimitante un cratere di ingresso generalmente di forma regolare -atrio- unico verso l'esterno; il livello di campagna viene raccordato da una rampa. Per distinguere quest'ultimo tipo di insediamento si utilizzerà pertanto il termine di ipogeo. La Puglia rupestre è protagonista soprattutto durante l'età medievale. Sono due le situazioni storiche connesse a questo processo: da una parte il diffondersi del monachesimo greco, o meglio italo-greco, con un continuo altalenare tra un tipo di anacoretismo o di eremitismo esicastico ed un tipo di comunità lavriotica o cenobitica; dall'altra la politica tesa al ripopolamento delle campagne voluta dai bizantini in seguito alla seconda colonizzazione dell'Italia meridionale (seconda metà del X secolo). Sono soprattutto i monaci i primi abitatori di grotte nel medioevo. Questi, insediandosi negli aspri valloni delle gravine o riparandosi nelle anse delle lame, hanno scavato le prime chiese ed affrescato con i loro santi le ruvide pareti ipogee. Intorno a queste lauree eremitiche e cenobitiche si sono formati in seguito i primi agglomerati rupestri, abitati da coloni che non necessariamente abbracciavano un ordine religioso, ma del tutto indipendenti ed autosufficienti per ciò che concerne l'organizzazione sociale e produttiva.

Tecniche di scavo
Abbiamo già accennato alle svariate utlizzazioni della grotta intesa come abitazione, luogo di culto, luogo per seppellire i morti ed ancora come luogo per svolgere le varie attività lavorative. Questi esempi sono soltanto alcuni di quegli elementi che caratterizzano
l'"urbanistica rupestre". In questa si ritrovano oltre ad alcune strutture di quelle che oggi rientrano nel concetto di urbanizzazione primaria - quali strade di accesso, scalinate di raccordo, spazi e terrazzamenti comuni- anche alcune di urbanizzazione secondaria: tra queste prevale la chiesa a volte accompagnata da un'area cimiteriale con tombe a fossa allineate, non necessariamente in grotta. A servizio delle unità abitative, costituite per lo più da uno o due vani intercomunicanti, in cui l'abitazione veniva spesso condivisa con l'animale da soma, l'asino o il mulo, troviamo spesso elementi quali l'alcova, il camino, la cisterna, fovee per depositi di derrate alimentari od altro. Ingegnosi sistemi di canalizzazione permettevano la raccolta delle scarse acque meteoriche evitando nel contempo fenomeni noiosi come lo stillicidio sull'accesso della grotta e l'allagamento dell'interno. Spesso in diretto collegamento con l'unità abitativa vi è l'ambiente di lavoro, una grande camera scavata per ospitare le attività connesse alla trasformazione dei prodotti agricoli o quelle relative alla pastorizia. Le attività lavorative delle popolazioni dei villaggi rupestri in gravina erano in prevalenza basate sulla pastorizia, anche se non mancavano altre attività agricole, testimoniate dalla presenza di fovee per la conservazione dei cereali, di pietre levigate per la macinazione del grano, di grosse macine per l'estrazione dell'olio, realizzate a voltedirettamente nel sito durante la fase di scavo della roccia. Questa varietà di funzioni ha richiesto di conseguenza differenti progettazioni, differenti tecniche di scavo, differenti gradi di rifinitura. Negli insediamenti medievali, una fase progettuale precede sempre quella realizzativa: e questo avviene anche per gli ambienti meno nobili. Spesso nei santuari rupestri la ricercatezza architettonica è di notevole qualità; schemi planovolumetrici delle chiese costruite sub divo vengono riprodotti in grotta. Nella fase di scavo vengono così accuratamente risparmiati colonne,
capitelli, paraste, finte trabeazioni e decorazioni dei soffitti. Schemi classici delle chiese ad aula unica, con o senza abside circolare, o a pianta basilicale, a tre o più navate, vengono ripresi ed adattati all'ambiente ipogeo prendendo spesso la caratteristica forma a ventaglio espediente utilizzato per sfruttare al meglio l'illuminazione esterna. Probabilmente per gli artefici di questa architettura in negativo non si può parlare di autentici maestri, quali le maestose cattedrali romaniche. Si ripete spesso che scavare è più facile che costruire; i problemi statici sono risolti già dalla compattezza del banco tufaceo, la costruzione delle volte non necessita di armatura, e così via. Ciò nondimeno questi maestri scavatori dimostrano precise cognizioni degli sviluppi planimetrici e volumetrici degli ambienti, il tutto basato sul principio della estrema funzionalità. Negli ambienti culturali lo schema architettonico ha una derivazione colta legata alle vie del monachesimo ed ai canoni della liturgia bizantina o latina.

2) SANTA CANDIDA (Bari extra moenia, insediamento rupestri ed ipogei, a cura di Carlo dell'Aquila e Francesco Carofiglio, C.R.T., Bari).

Ubicazione. Sul fianco destro della lama Picone ad una distanza di circa 300 metri dalla tangenziale di Bari. La chiesa e facilmente raggiungibile percorrendo fino in fondo viale De Laurentis piegando a destra fino a raggiungere la lama e seguendo infine la stradina lungo la stessa.
Situazione ambientale. Il corso della lama Picone in prossimità degli insediamenti rupestri di S. Candida e della Caravella assume particolare suggestività sia per la considerevole altezza degli argini terrazzati, sia per la vegetazione del suo fondo che risente favorevolmente del microclima ivi esistente. Purtroppo il terrazzamento più alto del fianco destro e stato stravolto da uno sbancamento effettuato per ricavare materiale da utilizzare per la scarpata della tangenziale. Questo intervento ha tagliato la parte anteriore della chiesa per una profondità di circa 6 metri asportandone per fortuna soltanto gli ambienti anteriori collegati indirettamente alla chiesa. Inoltre ha distrutto completamente la vicina "grotta dei fori", posta a circa 50 metri prima di giungere a S. Candida.
Fortunatamente di queste strutture abbiamo il rilievo planimetrico e fotografico effettuato nel 1965 da Franco ed Antonio dell'Aquila.
La chiesa appare scavata sul primo terrazzamento della 1ama il cui piano di campagna era caratterizzato dall'affiorare del masso tufaceo modellato dall'uomo in più punti per diversi usi come si evince da muretti, gradini, pozzi ed altri manufatti. Chiaramente distinguibili, erano comunque alcune tombe a fossa nelle immediate vicinanze dell'ingresso della stessa chiesa.
Stato di conservazione.
Architettura. L'ingresso originario della chiesa, come gia accennato, oggi non e più esistente. È possibile però dalla planimetria e da alcune vecchie foto ricostruire che il sagrato modellava il fianco naturale della lama presentando due ingressi con assi perpendicolari: quello ad Est immetteva in un piccolo ambiente, di circa 2x3,5 m di larghezza, voltato a botte che precedeva 1'ingresso della chiesa ed era completato sui due lati da arcosoli di cui quello sinistro adibito a sepoltura. Questo ambiente costituiva il "nartece", cioè il vestibolo che nelle chiese paleocristiane era addossato all'esterno della facciata. L'ingresso a Sud immetteva in tre vani intercomunicanti che dovevano costituire 1'abitazione delle persone cui era affidata la custodia della chiesa. F. dell'Aquila (Bari. Ipogei, cit., p. 24) cosi descriveva: "L'abitazione, collegata direttamente con la chiesa, possiede delle alcove ricavate nelle pareti dei vani ed una cucina, come si nota nelle abitazioni dei villaggi rupestri di Petruscio a Mottola e di Lama d'Antico a Fasano". Una delle nicchie-alcove si intravede ancora oggi, semicoperta da terreno e da pietrame, alla destra del varco che attualmente consente l'accesso all'interno. L'ingresso che dal nartece immetteva nella chiesa non e praticabile perché occluso da un grosso blocco di roccia, mentre all'esterno e completamente nascosto da terreno. La chiesa di S. Candida e una delle più grandi, se non la più grande basilica rupestre pugliese; la sua parte superstite si sviluppa per circa 120 mq e presenta una planimetria dalla complessa articolazione. La presenza di 5 absidi 1'ha fatta ritenere finora costituita da altrettante navate; lo studio, pero, non solo planimetrico, ma anche dell'alzato ed in particolare dei soffitti, evidenzia 4 navate di cui quella all'estrema sinistra più piccola e difforme delle altre. Delle rimanenti tre navate la centrale si presenta biabsidata. Dall'ingresso originario nasce un ambiente a pianta rettangolare e soffitto piano di circa m 3x4, che presenta frontalmente, ad Est, tre arcate a, tutto sesto, di cui la centrale di ampiezza doppia rispetto alle altre, rette da pilastri compositi. L'arco di sinistra immette nella prima navata laterale sinistra, mentre gli altri 2 comunicano con la navata centrale. Lo stesso ambiente comunica a Sud, attraverso un arco scavato nella parete laterale, con la navata destra e a Nord con la seconda navata sinistra. La navata centrale ha una prima campata a forma trapezoidale lunga m. 2,80 ed allargantesi verso 1'interno da 3 a 4 m. Questa campata ha soffitto piano delimitato ai 4 vertici da grossi pilastri compositi. La parete Nord presenta un unico arco che comunica con la prima navata sinistra, mentre le altre 3 pareti presentano due fornici separati da un pilastro centrale: quello sulla parete Sud, in corrispondenza della navata destra e lavorato a colonna; quello sulla parete Est non e più in situ, ma si riconosce spezzato sul pavimento della chiesa. La navata centrale prosegue frontalmente biforandosi in due vani presbiteriali allungati di circa m 3x2, voltati a botte e culminanti in due profonde absidi. Questi vani presbiteriali sono divisi dal "naos" (I'area per i fedeli) da un muretto iconostatico avente un'unica porta in corrispondenza del vano absidale sinistro che costituisce, pertanto, 1'ambiente destinato alla celebrazione eucaristica. Questa funzione e esaltata dal più ampio sfondato della zona absidale che inizia da un arco con ghiera poggiante su semicolonne addossate alle pareti e sormontate da rozzi capitelli squadrati, si sviluppa in un vano rettangolare voltato a botte e culmina con una piccola abside. L'abside del vano presbiteriale destro, sempre corrispondente alla navata centrale, e anch'esso delimitato da un arco con ghiera poggiante anche qui su semicolonne; esso si sviluppa con catino absidale emisferico profondo circa 2 metri. I due vani presbiteriali della navata centrale comunicano tra di loro, e con i rispettivi delle navate laterali, con coppie di archi separati da tozze colonne rastremate prive di capitello. Alcuni di questi archi sono rifiniti con ghiere incavate. La navata destra consiste di tre campate in successione delle quali la prima (attuale ingresso) ha soffitto piano e presenta nella parete Sud una sequenza di tre nicchie alte, strette, poco profonde e rialzate di circa quaranta cm dal pavimento; troveremo questo motivo nell'ultima navata a sinistra. La prima campata comunica con la seconda, risolta con volta a botte a sesto ribassato, attraverso un arco con ghiera. La seconda campata, delimitata ad Est da un muretto iconostatico che si presenta praticamente integro e privo di accesso alla zona presbiteriale, e seguita da un'ultima di luce ridotta e voltata anch'essa a botte.
Una abside poco profonda, infine, si sviluppa in corrispondenza dell'arco con ghiera poggiante su semicolonne addossate alle pareti e su rozzi capitelli squadrati, un motivo questo che abbiamo già riscontrato nelle altre absidi. Sviluppo differente presenta la prima navata sinistra, che come già descritto, parte dal vano rettangolare di accesso. Essa si divide in due campate evidenziate, all'altezza dell'area presbiteriale, dal diverso andamento dei soffitti: la prima presenta soffitto piano, mentre la volta della seconda ha un andamento curvilineo che si raccorda a botte sul lato Nord ed a spigolo sul lato Sud. L'abside e praticamente identica a quella della navata laterale destra; sulla sinistra, immediatamente prima dell'arco absidale, vi e una nicchia che farebbe pensare ad un presumibile utilizzo di questa area come "prothesis", 1'ambiente destinato alle funzioni preparatorie del sacrificio. Del tutto differenziata, sia per la scansione, sia per la tecnica di scavo che per la forma dell'abside e 1'ultima navata sinistra, la quarta della chiesa, costituita da due campate lunghe e strette a soffitto piano e separate tra loro da un arco trasversale poggiante su una colonna solo parzialmente superstite. L'abside e contornato da una profonda ghiera, ma e privo delle semicolonne presenti nelle altre. La caratteristica principale di questa navata e costituita dalla serie di sei nicchie ad arco, alte, strette e disposte tre per parte nelle due campate, realizzate sulla parete Nord; un'ultima nicchia simile alle precedenti si trova infine sulla parete di fondo ad Ovest. Tutte queste nicchie, cosi come le altre tre nella prima campata della navata destra hanno un livello di fondo a circa 40 cm dal piano di calpestio: esse trovano riscontro nelle analoghe esistenti nella chiesa di S. Maria delle Malve a Matera, di S. Angelo in agro di Santeramo ed in quella del villaggio di Lama d'Antico a Fasano, ove sono inseriti degli affreschi iconici. Nella descrizione si e accennato all'esistenza di ghiere incavate; queste sono presenti su tutte le arcate dei vani absidali, ma solo su alcune delle altre. Più precisamente, e interessante notare che esse sono presenti su quasi tutte le facciate frontali di tali arcate e mancano sul retro, eccezion fatta per 1'arcata di uscita verso il nartece. Sulle arcate di intercomunicazione tra i vani presbiteriali si trova solo una ghiera ed esattamente nel passaggio tra il vano a destra della navata centrale ed il corrispettivo della navata destra. Riteniamo che la scansione delle ghiere non sia casuale anche se non facilmente interpretabile.

Essa potrebbe essere determinata dall'esigenza di arricchire architettonicamente le superfici illuminate dalla luce naturale irradiantesi dall'ingresso. Andrebbe altresì indagata 1'ipotesi che le ghiere possano indicare un "percorso preferenziale", funzionale alla liturgia e definito al momento della progettazione.
Segni d'arredo liturgico mobile, oggi non più esistente, sono riscontrabili in una serie di coppie di fori rettangolari contrapposti presenti in diversi vani della chiesa. Essi erano destinati a sostenere delle assi lignee trasversali alle quali venivano appese verso il nartece. Sulle arcate di intercomunicazione tra i vani presbiteriali si trova solo una ghiera ed esattamente nel passaggio tra il vano a destra della navata centrale ed il corrispettivo della navata destra. Riteniamo che la scansione delle ghiere non sia casuale anche se non facilmente interpretabile.